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Solice Kenson
Cronache della Campagna di Caen
Solice Kenson
"Voi avete coraggio e siete molto convincente: ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".
creato il: 20/05/2005   messaggi totali: 91   commenti totali: 32
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27 maggio 517
Mercoledì 9 Maggio 2007

9 giorni


...Una catena d'oro con un anello che scompare in un buco del muro. Una stanza buia, con le pareti ricoperte di sangue. Sangue rosso, sangue recente, i cui schizzi ricoprono le pareti incrostate di sangue scuro, quasi nero. Sangue di anni, forse decenni. Sangue in polvere, polvere di sangue. Soltanto la torcia nella mia mano illumina quella nuda pietra bagnata di vita scarlatta e impregnata di morte scura, i cui solchi impressi in epoche remote parlavano una lingua a me sconosciuta. Una lingua fatta di immagini e disegni, impossibile da decifrare o da interpretare.



"Arrivano! Arrivano!" L'urlo si diffuse potente lungo le pareti di pietra del castello; mancavano pochi minuti al completamento della ricerca, ma lo sguardo del Maestro non tradiva alcun dubbio o esitazione: il conclave avrebbe continuato in silenzio la sua opera fino al termine del periodo necessario. Le parole furono pronunciate una dopo l'altra con fermezza e precisione, ma neanche la voce altisonante del Maestro poteva coprire il suono del portone schiantato e i passi che cominciavano a invadere le scale che avrebbero condotto alla nostra sala. Mi guardai intorno, per quel poco che potevo: non avrei rotto la mia concentrazione in un giorno così importante. Quei soldati erano qui per portare via il nostro Maestro, avrebbero per sempre privato i nostri occhi della luce necessaria per comprendere quello che ci circonda: la luce della conoscenza, la luce della vita, la luce della fede: la luce degli Dei. Guardai i miei compagni, intenti a sostenere il Maestro in quello che sarebbe stato il suo ultimo incantesimo da uomo libero: nel giro di pochi minuti saremmo rimasti tutti ciechi, e le prigioni di Clerval avrebbero costretto per sempre alla solitudine e alla sofferenza l'uomo che noi tutti avevamo giurato di accompagnare lungo il suo cammino. Abbassai lo sguardo, osservando la carta che avevo tra le mani: un fante di quadri, il seme simbolo della nobiltà. Una nobiltà che non mi apparteneva più dal giorno in cui abbandonai la mia terra natale per venire ad Amilanta, abbracciando una ricerca che presto non sarebbe più esistita, spazzata via dall'ignoranza e dalla paura nei confronti di qualcosa che non si conosce...



...Mi fa male il braccio; lo tocco, e mi fa ancora più male. Non sono ferita, ma capisco che non potrò muoverlo. Se voglio tirare quell'anello dovrò farlo con il sinistro. Mi guardo intorno... non ci sono porte. Da dove sono entrata? Guardo in alto e capisco...



...Lo schianto simultaneo delle pesanti porte di legno che chiudevano gli accessi alla sala delle Convocazioni mise a dura prova la mia concentrazione: i soldati entrarono nella sala, splendenti nelle loro armature nere. Il simbolo del nostro nemico, il signore della guerra, sventolava sui loro vessilli, e decine di grifoni ci osservavano protendendosi dagli scudi e dalle armature. Il Maestro alzò le mani al cielo; gli invasori lo scambiarono per una resa, ma era piuttosto il segno che il nostro lavoro si era compiuto: da quel momento in poi la misteriosa ricerca che il nostro Maestro ci aveva chiesto di officiare prima della sua cattura era nelle mani del Tempo, il cui svolgersi avrebbe presto rivelato il successo o l'insuccesso dei nostri sforzi.

"Jean-Antoine DeFlay!", tuonò quello che sembrava il più alto tra gli ufficiali in grado. "In nome di sua maestà il Signore della Guerra io, Stearn Versére, sono qui per punire la tua eresia e i tuoi rituali sacrileghi e contrari ai dettami della Chiesa".

"Non vedo inquisitori tra voi", rispose con calma il Maestro. "E non vedo neanche sacerdoti. Il signore della Guerra possiede dunque l'autorità per.."

"Fate silenzio!", lo interruppe bruscamente l'ufficiale. "Non permetterò alla vostra bocca velenosa e infida di pronunciare un'altra parola". Cosi' dicendo fece un cenno ai suoi uomini. Guardai con tristezza i miei compagni, incontrando i loro sguardi affranti. Noi tutti confidavamo che il Maestro non sarebbe stato giustiziato, ma con l'accusa di eresia avrebbe comunque trascorso il resto della sua vita nelle segrete di Clerval.

Poi accadde, come in un lampo: di fronte allo sgomento di tutti noi, Stearn Versére sguainò la sua spada. "Non permetterò a una carogna come voi di respirare ancora". Con quelle parole vibrò un colpo improvviso, trafiggendo in un lampo il torace del Maestro.

Quella scena ci fece ghiacciare il sangue delle vere: incapaci di muoverci, guardammo il comandante dell'esercito di Keib estrarre la spada dal corpo del Maestro, anticipando un fiotto di sangue caldo e rosso. Cadde in ginocchio, subito prima che un secondo colpo si abbattesse su di lui: con orrore assistemmo al tremendo spettacolo della sua testa, ormai separata dal corpo, rotolare al centro della sala delle Convocazioni.

Guardai Versére negli occhi, sperando di leggervi anche il minimo accenno di pazzia: il mio cuore quasi si fermò nel petto quando mi accorsi della sua calma, segno del controllo che ancora esercitava sulle sue azioni. Fu in quel momento che capii che nessuno di noi avrebbe lasciato quella sala.

"Uccideteli tutti", ordinò il comandante. Così dicendo avanzò verso Mathr, sferrando un colpo rivolto verso la sua faccia: un secondo dopo il corpo senza vita del mio amico cadde in terra, a pochi metri da me. Arretrammo verso il centro della sala, circondati dai soldati nell'atto di sguainare le loro armi: molti di loro erano spaventati, ma il timore che nutrivano nei nostri confronti non era meno pericoloso dell'odio provato da Versére. Accadde tutto molto in fretta: il Maestro ci aveva proibito di utilizzare i nostri poteri contro altri esseri umani, ma in molti disubbidirono, spaventati a loro volta dalla paura di morire. Io non fui tra questi: accettai il mio inevitabile destino, stringendo in mano l'ultimo ricordo lasciatomi dall'uomo i cui insegnamenti mi ero impegnato a seguire: il fante di quadri. Morivo senza lasciare eredi, ma la mia famiglia non si sarebbe estinta... e giurai a me stesso che, in un modo o nell'altro, sarei riuscito a raccontare questa storia.


"Noooooooooooooooooooooooooooooooo!"

Mi svegliai di soprassalto, urlando a perdifiato: calde lacrime scendevano dai miei occhi, mentre rivivevo gli ultimi istanti di vita dell'uomo di cui avevo appena visto la morte. I miei occhi erano ancora velati dalle mura scure di quel castello, dal sangue che si infiltrava lungo le pietre che pavimentavano la sala delle Convocazioni... Poi vidi due occhi verdi, anch'essi in lacrime, che mi guardavano con stupore e con gioia.

"Lady Solice! LADY SOLICEEEE!" Yera mi si buttò addosso, abbracciandomi fino a togliermi il fiato. Istintivamente cercai di reggere l'impatto sollevando il braccio, ma appena un istante dopo fui invasa da una fitta di dolore. Incapace di trattenermi urlai ancora, abbandonandomi inerme sul letto.

"Oh... Mi... mi dispiace tanto! Io... sono una stupida! Vi ho fatto male, non volevo!" Yera si affrettò a sciogliere l'abbraccio, alzandosi in piedi. Le sorrisi: "non mi hai fatto alcun male", le dissi: "credo di avere un braccio rotto", aggiunsi poi, osservando la fasciatura che assicurava al mio corpo l'arto ancora fortemente indolenzito. Cercai di ricordare qualcosa, qualsiasi cosa... Ma non ci riuscii. Avevo un fortissimo mal di testa.

Yera si era alzata. "Devo correre a dirlo a sua signoria il Marchese!", disse trafelata. "E anche a lord Ryan! Erano così preoccupati... Abbiamo pianto così tanto... E devo anche dirlo a mastro Reahr, e al venerabile Ridde... e a Sir Malaki, e a..."

"Aspetta un attimo, Yera", la interruppi. "Non... ricordo nulla. Cosa mi è successo? Quanto ho dormito?"

La mia ancella mi guardò con occhi sgranati: "dormito?" mi disse. "Voi... non avete idea... di quanto siamo stati preoccupati..." La guardai, mentre ricominciava a piangere. Il suo pianto mi commosse: quelle lacrime erano per me.

Abbassai lo sguardo, guardandomi intorno: a quanto sembrava, ero rimasta svenuta per un lungo periodo di tempo. Due, forse tre giorni. Qualsiasi cosa mi fosse capitata, non la ricordavo. Man mano che il mio corpo riprendeva coscienza, dolori e formicolii cominciavano a invadermi da ogni parte. Mormorai una preghiera agli Dei, poi sollevai il lenzuolo e mi osservai. A quanto pareva non avevo ferite evidenti, ma solo qualche fasciatura: in testa, a una caviglia, a un ginocchio e al braccio: ques'ultimo era quasi certamente rotto. non doveva essere stato un combattimento quanto piuttosto una caduta, forse da cavallo.

I minuti successivi furono piuttosto veloci, e la mia scarsa capacità di concentrarmi su quanto accadeva intorno a me non mi aiutò: la mia stanza si riempì di facce amiche. Mio fratello fu il primo ad arrivare, di corsa, seguito a poca distanza dalla sua splendida moglie. "Lady Amy", dissi, cercando invano di inchinarmi dal letto: in quell'occasione constatai che anche la schiena mi doleva.

"Non ti sforzare", disse mio fratello: anche lui aveva le lacrime agli occhi: lacrime di gioia, certo, ma anche di sollievo. Un brivido mi percorreva lungo la pelle: era stata una caduta così grave da temere per la mia vita... o c'era dell'altro?

"Ryan", dissi, sforzandomi di parlare ancora. La voce mi usciva a fatica, con affanno. "Cosa..."

"Non parlare", mi interruppe, costringendomi gentilmente a rimettermi in posizione supina. "Devi solo pensare a riposarti, ora: avremo tutto il tempo per parlare quando starai meglio, d'accordo?"

Annuii, incapace di parlare ancora. Man mano che i secondi passavano la mia testa si faceva sempre più pesante, e gli occhi faticavano a stare ancora aperti: l'ultima cosa che ricordo è la faccia di mio padre. I suoi occhi non stavano piangendo e non accennò alcuna espressione, ma la sua gioia divenne tangibile quando, prima di perdere nuovamente i sensi, lo vidi parlare con il venerabile Ridde, sacerdote di Reyks; e fu proprio al dio della misericordia che la mia coscienza dedicò il suo ultimo istante: qualsiasi cosa mi fosse successa, ero sopravvissuta.
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18 maggio 517
Mercoledì 2 Maggio 2007

La caduta

June e Joan, Dhjou-Neh e Dhjou-Ahn, la rosa rossa e la rosa bianca: la prima, simbolo della passione e dell'amore terreno, talmente forte da sopravvivere alla morte; la seconda, simbolo dell'amore puro e incondizionato, libero dalla passione terrena... ma anche simbolo di morte. Rossa era la rosa che June portava tra i capelli quando all'inizio della ballata conosce Amon, colui che sarà in di lì a poco il suo carceriere; e bianca quella che orna il capo di Joan quando, dopo aver abbracciato la sorella per l'ultima volta, si consegna nelle mani del rapitore.

Dhjou-Ahn: rosa bianca. Un segnale indecifrabile per sir Thomas e Malaki, alla presenza dei quali sono avvenuti i miei dialoghi con il prigioniero di Valamer dopo la sua incarcerazione, ma non per me. Come avevo potuto ignorarlo? Troppo a lungo mi ero soffermata sull'interpretazione dei miei sogni: avevo colpevolmente frainteso le parole di padre Barkev, concentrandomi sul linguaggio onirico, trascurando quello degli uomini, dimenticando che entrambi sono opera del disegno degli Dei.

Non avevo alcuna prova a suffragio della rivelazione che avevo avuto pochi istanti prima: ma sentivo dentro di me la necessità di controllarne immediatamente la veridicità, di impedire che il troppo tempo impiegato per comprendere il messaggio potesse recare danni al segreto che avevo giurato di proteggere e custodire. Dovevo immediatamente raggiungere mastro Malkhas e convincerlo a consegnarmi quella lettera: sarebbe stata lei a rivelarmi se le segrete di Valamer imprigionavano un uomo di fede e se il segreto della rosa era stato o meno compromesso. Non avrei aspettato altro tempo per portare luce su questi dubbi, troppe ore erano già trascorse per colpa della mia cecità.

Dopo il suo arrivo, mastro Malkhas era stato alloggiato nella vecchia torre delle Termiti, che si trovava a circa tre metri dal palazzo: l'alto e massiccio edificio, contenente un gran numero di libri, era la residenza ideale per gli studiosi che venivano alloggiati nei pressi del palazzo. Era di certo il posto ideale per un individuo come lui, e quando sir Thomas e mio padre lo avevano convocato a Beid la torre era sembrata il posto ideale, sufficientemente distante dalle feste e dai banchetti per consentire la tranquillità necessaria a svolgere il suo incarico.

A mastro Malkhas era stata affidata la pergamena che il prigioniero di Valamer recava con sé: sua era la responsabilità di assicurarsi che non potesse essere fonte di pericoli diretti o indiretti, prima di comunicarne il contenuto. Purtroppo, tanto la ferita accusata da sir Thomas quanto il matrimonio avevano assorbito ogni possibile interesse nei confronti di quella pergamena: d'altronde, il ritardo di mastro Malkhas nel comunicarne il contenuto aveva lasciato intendere che non contenesse nulla di rilevante ai fini della scarcerazione del prigioniero o del ritrovamento di Rosalie. Le mie recenti scoperte avevano però portato alla luce una nuova possibilità: magari in quella pergamena era contenuto un messaggio che soltanto io ero in grado di leggere o interpretare, o qualche riferimento che soltanto chi fosse a conoscenza dell'esistenza della Rosa Bianca avrebbe potuto comprendere: forse il prigioniero di Valamer si aspettava che quella lettera sarebbe presto finita nelle mie mani, ed aveva puntato tutto su quell'eventualità, rifiutando di rivelare qualsiasi informazione in presenza di Malaki o di sir Thomas e continuando a chiamarmi Joan nel tentativo di far scattare in me la molla che avrebbe portato alla dimostrazione della sua buona fede.

Se c'era anche solo una possibilità che tutto questo fosse vero dovevo saperlo subito, senza aspettare un altro istante. Arrivai trafelata davanti alla porta della torre delle Termiti: una guardia di Beid piantonava li' nei pressi, a protezione dell'ingresso. Vedendomi arrivare a perdifiato mi guardò con espressione incuriosita.

"Salve", gli dissi, trafelata. "Il mio nome è Solice, e ho urgente bisogno di parlare con mastro Malkhas. Vi prego", continuai, vedendolo dubbioso, "ho davvero molta premura. E' necessario che io gli parli adesso, non posso aspettare".

La guardia perse alcuni secondi a osservarmi, grattandosi il mento: non l'avevo mai vista prima, era improbabile che mi conoscesse: in quel caso, se non si fosse fidato della mia parola, sarei stata costretta ad aspettare l'indomani.

Con mia grande sorpresa, la guardia annuì. "Va bene", mi disse. "Dopotutto, non credo che sarà un grosso problema per mastro Malkhas ricevere una visita a quest'ora".

Il suo tono era piuttosto divertito. Mastro Malkhas era noto per restare sveglio fino a tarda ora, studiando i suoi tomi nel silenzio della notte: evidentemente, il suo singolare comportamento non era ignoto alla guardia che era stata affidata alla sua porta.

La guardia aprì la porta della torre, avendo poi cura di accendere una lanterna che portava con sè.

"Seguitemi, prego" mi disse precedendomi all'interno dell'edificio.

Il piano terra della torre era occupato da una unica sala piuttosto spoglia, facente funzioni di anticamera: sparuti bauli e cassapanche erano disposti ai lati del muro, mentre al centro era disposto un tavolo circondato da una decina di sedie. Sul lato opposto rispetto all'ingresso incominciava la lunga rampa di scale che portava ai piani superiori, il cui accesso era bloccato da una robusta porta di legno.

"Mastro Malkhas!", chiamò la guardia, avanzando a larghi passi verso la porta. "Mastro Malkhas!", ripetè a gran voce, bussando con il pugno sul legno spesso.

La porta si aprì con un cigolio: era aperta. La guardia si girò verso di me. "Evidentemente sta dormendo", mi disse scrollando le spalle. "Spero che questa sveglia improvvisa non gli dia troppo fastidio". Cosi' dicendo si avviò lungo le scale, precedendomi.

Passammo cosi' il primo piano della torre, parzialmente occupato dagli alloggi delle guardie: "dormite qui?" chiesi alla guardia, notando che due dei letti erano preparati: come risposta, il mio accompagnatore si limitò a scuotere il capo. Passammo poi per il secondo e il terzo piano, occupati da scrivanie e scaffali polverosi a volte vuoti, a volte ingombri di libri e pergamene. Vi erano anche moltissimi oggetti di uso comune, misteriosi alambicchi contenenti sostanze rese inservibili dal tempo, ampolle dal contenuto misterioso, mappe e strumenti per comprendere la volta del cielo. Lo studio di mastro Malkhas doveva essere al quarto piano, mentre il quinto e ultimo era riservato ai suoi alloggi.

Raggiunta la porta di accesso al quarto piano, la guardia bussò ancora. "Mastro Malkhas!", ripetè un paio di volte, senza ricevere alcuna risposta.

"Dannazione", disse. "Il vecchio deve avere il sonno pesante. Ci ha detto una gran sfortuna, proprio oggi ha deciso di dormire di notte..." Cosi' dicendo mise una mano sulla maniglia, mentre con l'altra già si preparava a cercare la chiave. Non era necessario: anche questa porta si aprì, cigolando appena. La guardia alzò le spalle, evidentemente sorpresa dal fatto che mastro Malkhas non fosse solito chiudere a chiave neppure l'accesso alle sue stanze, e spalancò la porta.

"Ah, eccovi qui", esclamò volgendo lo sguardo verso l'alto. "Cominciavo a pensare che vi fosse successo qualc..."

Improvvisamente, tutto avvenne a una velocità innaturale. La guardia arretrò di scatto di fronte alla figura ammantata che si trovava in cima alle scale, quando quest'ultima si avventò di scatto su di noi. Dalla mia posizione riuscii a vedere che brandiva qualcosa, ma non feci neppure in tempo a gridare: sentii calde gocce di sangue dipingersi sul mio viso, mentre l'aria si riempiva del rumore sordo e bagnato del ferro che penetrava nella carne.

"Ah...gg...gghh.." riuscì appena a pronunciare la guardia prima di cadere rovinosamente al suolo mentre la lama veniva ritirata via dalla sua gola, passata da parte a parte. La lanterna esplose in una girandola di vetri luccicanti, proiettando dal basso verso l'alto ombre enormi e minacciose lungo la rampa di scale.

Ci volle tutta la mia forza di volontà per costringere le mie gambe a muoversi, vincendo il terrore di quel singolo istante, costringendomi ad ignorare il battito impazzito del mio cuore. Arretrai di scatto con l'intenzione di correre verso l'uscita, ma subito dopo fui costretta a gettarmi in terra per evitare un fendente rivolto verso di me: le gambe si rifiutarono di sorreggermi mentre arretravo lungo quegli scalini; caddi all'indietro, giungendo all'altezza del terzo piano. Il mio aggressore mi fu subito addosso, costringendomi a gettarmi dentro la sala ingombra di oggetti e scaffali: ogni mio movimento sembrava goffo e lento, se paragonato alla rapidità con cui il mio aggressore si liberava degli ostacoli che gli impedivano di raggiungermi. Dopo pochi secondi mi trovai come un topo in trappola, con le spalle chiuse da una delle robuste finestre di legno e vetro della torre, oltre la quale splendeva vivida la luce di Kayah.

Il mio aggressore si arrestò, come un predatore nell'atto di contemplare la sua preda. Non potevo più scappare, un pesante scaffale in legno di quercia chiudeva l'unica via di fuga. Mi ritrovai a pregare silenziosamente gli dei: forse c'era la possibilità che la luce di Kayah potesse impedire al mio carnefice di incedere ancora. Tale speranza venne ben presto vanificata dai lenti ma inesorabili passi con cui l'assassino riprese ad avanzare verso di me.

Non mi restava molto tempo. Pensai alla finestra affacciata sul vuoto della notte che si stagliava dietro di me, e in quell'attimo disperato mi tornò alla mente la canzone che da giorni mi ossessionava: la sorte mi aveva definitivamente costretta nei panni di Joan, dandomi la scelta tra consegnarmi inerme nelle mani del mio carnefice o rifiutare il destino avverso arrogandomi il diritto di decidere in prima persona la mia sorte. Una scelta impossibile, che agli occhi di chiunque non aveva alcuna reale via d'uscita: fino a poche ore prima avevo pensato a una soluzione che facesse dormire a Malaki sonni tranquilli, e sebbene l'avessi trovata non ero poi così convinta che avrebbe funzionato. Alzai lo sguardo, rivolgendomi alla luce della luna: la luce di Kayah, la luce di Abel: ripensai a quello che una volta mi raccontò, di come fosse sopravvissuto a una caduta che avrebbe dovuto condannarlo a morte certa o a un'esistenza di sofferenza, invalidità e dolore; pensai ai rischi che la Rosa Bianca e il mio stesso paese avrebbero corso se non fossi sopravvissuta, se non avessi avuto modo di rivelare le informazioni che ora, evidenti, si rivelavano a pochi istanti dalla mia probabile morte.

Fu con questi pensieri che mi piegai sulle ginocchia, ripensando a tutto ciò che avevo imparato sull'arte di evitare i colpi di un avversario, aspettando l'istante che avrebbe preceduto l'attacco del mio aggressore. Dopo pochi, interminabili istanti di attesa la spada vibrò, sibilando nella mia direzione: chiamando a raccolta tutte le mie energie balzai all'indietro, anticipando la lama diretta contro la mia gola.

Nel giro di pochi secondi sentii il vetro rompersi sotto le mie spalle, poi la fredda aria della notte che mi avvolgeva. Poi, improvvisamente, tutto si fermò: vidi due o tre persone nei pressi della torre, lo sguardo rivolto verso l'alto, costretto a mettere a fuoco un simile quanto inatteso spettacolo: poi, d'un tratto, incominciai a precipitare. Cercai di ruotare il mio corpo e di assumere una posizione che mi avrebbe consentito di attutire in qualche modo la caduta, poi pregai con tutto il mio cuore di aver fatto la scelta giusta, che tanto Malaki, quanto mio fratello e mio padre, quanto i miei amici potessero dormire sonni tranquilli... E, se questo non doveva essere, pregai affinché Pyros li proteggesse dal male e dal pericolo.

Poi tutto diventò buio.
scritto da Solice , 15:15 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
17 maggio 517
Venerdì 27 Aprile 2007

Rivelazione

Il matrimonio si era concluso nel migliore dei modi, e il favore degli Dei che aveva consentito ai festeggiamenti di procedere senza alcun tipo di complicazione continuò ad arridere alla mia famiglia anche nei giorni immediatamente successivi.

Il 15 maggio ci fu l'attesa premiazione della giostra: sir Georg Poe, lady Joanne Chirac e sir Steven DeRavin, splendidi nelle loro armature, precedettero gli altri cavalieri nella parata conclusiva, per poi ricevere dalle mani del Conte di Verrière e di sua figlia i premi che mio padre aveva fatto preparare per l'occasione. Come da tradizione si trattava di oggetti finemente realizzati da sapienti artigiani, più adatti a una parata o a dei festeggiamenti in tempo di pace che non a un vero e proprio utilizzo sul campo di battaglia: questa usanza, fortemente voluta dalla chiesa della Luce, simboleggiava ulteriormente la natura festosa e gioiosa dell'evento.

A sir Georg venne consegnato il premio più prezioso, un bellissimo elmo d'argento arricchito da venature scure e decorato con una collana di perle del colore del marmo. Il cavaliere ebbe cura di ringraziare con profondi inchini il conte, sua figlia e mio padre: pronunciò poche parole, con le quali espresse la sua profonda graditudine per l'ospitalità ricevuta e per il corretto svolgimento del torneo. Fu poi la volta di Lady Joanne, la cui presenza suscitò applausi forse addirittura superiori: maschi e femmine applaudivano a quella giovane e bellissima donna che aveva sorprendentemente mantenuto una posizione tanto alta, giungendo a sfiorare la vittoria. Lady Joanne ricevette un elmo da giostra ornato da due ali dorate, impreziosito da un drappo rosso fiammante: forse intimidita da un'accoglienza tanto calorosa si limitò a ringraziare, senza pronunciare altre parole.

Fu infine la volta di sir Steven, che si inchinò profondamente al Conte di Verriére prima di ricevere il suo premio: un mantello finemente intessuto di colore rosso scuro ornato da una spilla argentata, opera di abili tessitori e di sapienti artigiani. Sir Steven non pronunciò che una manciata di parole, ringraziando il Conte, mio padre e la terra di Beid, per poi scendere dal palco.

"Avete visto?", disse Yera vedendolo scendere. "Ha chiaramente guardato in questa direzione! Scommetto che, se fosse arrivato primo, vi avrebbe dedicato la vittoria!"

Guardai Yera con affetto: la felicità e l'energia con cui stava vivendo quei giorni erano luminose quanto il riflesso del sole nei suoi verdi e grandi occhi. Sperai con tutto il cuore che sir Leon si dimostrasse cavaliere al punto di non dimenticarsi di lei al termine dei festeggiamenti: Yera non sapeva leggere né scrivere, ma sarei stata più che felice di aiutarla a mantenere attiva una corrispondenza che di certo le avrebbe riscaldato il cuore per molto, molto tempo. "Ne sono certa anche io", dissi abbracciandola.

"Hey! Fate piano... non sono mica robusta come sir Steven!" disse, ridendo.

Dopo la premiazione, spendemmo il resto della mattina e il pomeriggio a osservare le restanti competizioni: la gara di tiro con l'arco venne vinta da un ufficiale di Beid che seppe sfruttare al meglio il lieve va deciso vento che si alzò nel corso della giornata. La corsa dei cavalli venne vinta dal velocissimo Yurae, che non ebbe problemi a imporsi sugli altri concorrenti vista l'assenza di tutti i cavalieri che avevano partecipato alla giostra e che tradizionalmente si astenevano dalle altre competizioni; degni di nota i piazzamenti di degli scudieri di Amer e di Chalard, in particolare del piccolo Kasper che arrivò tra i primi cinque e con il quale corsi a complimentarmi. "Un giorno se vorrai ti insegnerò a cavalcare veloce!" mi disse soddisfatto: annuii con decisione, avrei di certo avuto molto da imparare.

Nel corso del pomeriggio ci fu un clamoroso tentativo di Yera di far prendere parte a sir Leon al gioco della pentolaccia, e a nulla valsero i miei tentativi di dissuaderla: grande fu la mia sorpresa quando fui costretta a ingoiare le mie perplessità; dopo uno scambio verbale che durò quasi due ore il cavaliere acconsentì a farsi bendare per poi amministrare tre solidi colpi ad altrettante pignatte sospese, provocando la fuoriuscita (nell'ordine) di salsicce e insaccati, piume e coriandoli; la cosa più incredibile fu vedere come Yera riuscì persino a evitare di partecipare in prima persona, preoccupata com'era di rovinare il vestito donatole da mio fratello!

"Avete visto? Me ne dovete una!" mi disse, tornando trionfante. Scossi la testa, fingendo disperazione.

Passai il resto della giornata a suonare, cantare e conversare con alcuni degli invitati: gradii in particolar modo l'interesse mostrato nei miei riguardi da parte della mia nuova cognata. Lady Amy sembrava molto interessata a conoscermi meglio, e mi fece domande piuttosto precise sul paladinato e sul mio percorso iniziatico: fui lieta di illustrarle come avevo vissuto quegli anni e di spiegarle i motivi per cui avevo compiuto una scelta simile.

Quel giorno non era comunque destinato a concludersi serenamente come era iniziato: a sera, poco dopo l'inizio di quello che sarebbe stato l'ultimo banchetto nei pressi della piazza della giostra, mio padre ricevette infatti una visita inaspettata che mi fece venire la pelle d'oca.

A preannunciare l'arrivo di questi nuovi, inattesi ospiti fu un messo proveniente da palazzo, che ci informò che una piccola delegazione di cavalieri chiedeva udienza; si trattava di un'altra delegazione proveniente da Anthien, più numerosa di quella formata da sir Steven e da sir Leon: erano uomini inviati in rappresentanza di Lord Albert Keitel.

Non appena appresi la notizia, il panico si impadronì di me: sapevo perfettamente che mio padre non avrebbe potuto far altro che invitarli a prendere parte al banchetto. Chi faceva parte di quella misteriosa delegazione? Per quanto potevo saperne, tra di loro poteva esserci lord Albert in persona: una persona della quale nè mio fratello nè mio padre avevano un'ottima considerazione, ma in ogni caso del tutto inattaccabile a livello ufficiale, tanto più in un contesto come quello. Il pensiero di essere costretta dalle circostanze a sorridere a colui che sapevo essere responsabile di un dolore così grande, di vedere mio padre costretto a stringere quelle mani insanguinate mi faceva sentire male: istintivamente mi allontanai nascondendomi dietro ad altri commensali, ripromettendomi che avrei fatto del mio meglio per evitare ogni sorta di contatto visivo e verbale con quegli uomini.

Quando la delegazione arrivò, fu presto chiaro a tutti che Lord Albert non era presente: a rappresentarlo vi era un certo Sir Eldon Tallard, un uomo alto e dal viso sottile, che ebbe cura di porgere a mio fratello una lettera da parte del suo signore e a Lady Amy un piccolo scrigno in regalo. Attenta com'ero a non farmi notari non potei sentire che alcuni stralci del suo discorso: in compenso lo osservai molto attentamente nell'eventualità che, un giorno, il destino avesse deciso di incrociare ancora le nostre strade. Sir Tallard e i suoi furono ben lieti di poter partecipare al banchetto, e dopo essersi profusi in inchini e ringraziamenti furono lesti ad appagare il loro appetito e a fare conversazione con molti dei commensali: Sir Tallard in particolare parlò a lungo con mio fratello e con Lady Amy, poi con Lady Joanne e con i cavalieri di Anthien, avendo cura di farsi raccontare quanto era successo e scusandosi in più occasioni con il suo colpevole ritardo dovuto, a suo dire, alla cattiva condizione delle strade e al tempo non sempre favorevole. Aveva un modo di parlare decisamente accattivante, in grado di interessare l'interlocutore con poche, semplici frasi.

"Guardateli il meno possibile", disse a un certo punto una voce alle mie spalle: "non vorreste mai che si accorgessero di aver fatto presa sui vostri occhi". Prima di voltarmi, sapevo già a chi appartenesse. Guardai Peter Gremaud, che aveva un'espressione fin troppo eloquente. Non disse altro, non ce n'era bisogno: accettai di buon grado il suo consiglio, e fui ben lieta di distogliere la mia attenzione dal gruppo di cavalieri.

Quando il banchetto terminò, mi recai da mio fratello: lo trovai di buon umore, felice di come si era svolta quella giornata: fui lieta di appurare che neppure quella visita inattesa era riuscita ad intaccare la sua felicità. Anche Lady Amy sembrava al settimo cielo: quando la guardai, era intenta a fissare il contenuto dello scrigno da poco ricevuto in dono. Notando il mio sguardo incuriosito me lo porse. Guardando il contenuto fui sorpresa di vedere che conteneva delle erbe sbriciolate, non troppo dissimili dall'incenso di cui a volte si faceva uso a Focault. L'odore che sentivo era però completamente diverso. Quando sollevai la testa, per un attimo gli occhi faticarono a rimettere a fuoco la mia interlocutrice.

"E' tabacco", mi disse sottovoce notando la mia reazione, attenta a non farsi sentire. "Penso che venga da Delos: se è così, è estremamente prezioso. Sentite che buon odore?".

Non dissi nulla, limitandomi ad arretrare rapidamente. No, avrei potuto dire molte cose a riguardo di un simile dono, ma di certo nessuna volta a celebrare le lodi di quell'odore intenso che ancora non abbandonava le mie narici. Lady Amy si accorse della mia espressione e si affrettò a chiudere lo scrigno, facendolo sparire di lì a poco.

"Stai bene?" mi disse mio fratello. Annuii, prima di chiedergli informazioni su quanto appena successo. Ryan si limitò a dirmi che sir Tallad era stato molto cordiale, scusandosi a nome del suo signore per il ritardo e per l'assenza: a quanto sembrava, non c'era nulla di cui preoccuparsi. Sollevata tornai da Yera, restando con lei fino al termine della giornata.

Il 16 e il 17 maggio passarono altrettanto velocemente: i miei sogni sembravano essersi tranquillizzati, consentendomi di dormire a sufficienza e di recuperare tutte le mie energie; passai a trovare sir Thomas e fui sorpresa di apprendere che non si trovava già più presso la chiesa di Reyks: incredibilmente si trovava già a Valamer, in procinto di riprendere le sue mansioni. Riuscii anche a parlare con mio padre, al quale spiegai per la seconda volta - la prima era avvenuta in conseguenza del resoconto di Malaki - la situazione delle colline Khadan e la presenza di quella misteriosa ragazza ancora in libertà. Mio padre mi disse che sir Thomas si sarebbe occupato della faccenda insieme ai suoi luogotenenti, e che non c'era da preoccuparsi: viste le mie insistenze e la mia determinazione nel prendere parte attiva alla ricerca di informazioni che potessero condurre al ritrovamento di Rosalie, acconsentì comunque a lasciarmi libera di compiere le mie indagini: a differenza di prima, però, avrei dovuto rendere conto a Sir Thomas.

E fu proprio da lui che mi recai, la mattina del 17 maggio: Malaki mi accompagnò di buon grado a Valamer, dove sir Thomas stava organizzando due o tre gruppi per pattugliare i confini con la baronia di Keib e la zona delle colline Khadan che avevamo visitato pochi giorni prima.

"Ancora non vi siete sdebitata", mi disse il cavaliere mentre percorrevamo la salita che ci avrebbe portati al castello. "Non vi facevo così poco di parola".

Lo guardai con aria interrogativa. "Di cosa parlate?" gli chiesi, sorpresa.

"Non ricordate? Ci trovavamo proprio qui, percorrendo questa strada in direzione opposta: mi avevate promesso di raccontarmi un finale alternativo della storia di June e Joan, un epilogo in grado di farmi dormire sonni tranquilli", mi disse, annuendo gravemente e simulando una profonda delusione. "Tutto in cambio del mio aiuto: aiuto che io, fidandomi di voi, ho diligentemente prestato. E dunque ora vi chiedo, dov'è la mia storia?"

Annuii, ammettendo le mie colpe. "Avete assolutamente ragione", dissi con aria solenne. "Prometto che avrete la vostra storia entro domani. D'accordo?"

"E sia", disse Malaki, annuendo soddisfatto. "Ma questa volta vi terrò d'occhio, non tollererò ulteriori ritardi!"

Quando arrivammo a Valamer, Malaki chiese per mio conto udienza al capitano Thomas. I soldati ci fecero attendere per quasi un'ora prima di condurmi in una larga sala, dove il cavaliere mi attendeva, in piedi. I segni della sua ferita erano ancora piuttosto evidenti, ed una lunga fasciatura gli copriva la spalla sinistra. Questo non gli impediva comunque di reggersi saldamente in piedi, e di fissarmi con i suoi occhi penetranti nel momento stesso in cui varcai la soglia.

"Lady Solice", mi disse, accennando un inchino. "Cosa posso fare per voi?".

"Vi chiedo di ascoltare le mie richieste", dissi. "Ho bisogno di parlare ancora con il prigioniero: le sue informazioni si sono rivelate preziose, e ritengo giusto metterlo al corrente".

"Mi rincresce", replicò sir Thomas, "ma mi trovo costretto a non poter acconsentire. Le motivazioni che spingono il prigioniero a parlare non sono ancora ben chiare, e per quanto ne sappiamo potrebbe avere validi motivi per tradire i suoi stessi alleati".

"Non è mia intenzione liberarlo o dargli un credito maggiore di quanto non intendiate fare voi stesso", gli dissi di rimando. "Ho solo interesse ad ascoltare le sue parole, in modo che Pyros possa giudicare la sua reazione meglio di quanto è concesso a noi".

La discussione andò avanti per qualche altro minuto: sir Thomas si dimostrò risoluto nella sua prudenza, ma al tempo stesso disposto a sentire le mie ragioni e, nei limiti del possibile, ad assecondarle.

"Sta bene", replicò infine, avvicinandosi. "Andremo ad ascoltarlo insieme".

Lo osservai mentre camminava: la sua ferita, il cui rossore a tratti ancora permeava dalle bende, non doveva essere troppo dissimile da quella che aveva provocato le cicatrici viste sulla spalla del prigioniero. Con tutta probabilità, la stessa immonda creatura aveva imposto la medesima firma su quei due combattenti: nessuno dei due era morto, ma entrambi avrebbero con tutta probabilità portato in eterno quel marchio impresso nel profondo delle loro carni.

"Sono felice di vedervi ancora vivo", esordì sir Thomas non appena l'individuo noto come Netjerikhet si avvicinò al margine esterno della sua cella: rispetto a qualche giorno prima aveva la barba più lunga, e lo sporco e il sudore di quella cella avevano intaccato pesantemente il suo aspetto; ciònonostante, il fante di quadri conservava uno stile che i giorni di prigionia non erano ancora riusciti a soffocare.

"Sono felice di poter dire lo stesso", rispose Netjerikhet. "Confesso di avervi dato per spacciato. Devo dedurre che siate veloce quanto basta", aggiunse, misurando le parole: "probabilmente siete un buon combattente".

"Gli Dei proteggono la mia causa", rispose sir Thomas, "e di questo li ringrazio: per una volta vi chiedo di fare lo stesso, dimostrando a Pyros e al portavoce che avete di fronte la vostra intenzione di dire la verità".

"E' quello che intendo fare", esclamò con convinzione Netjerikhet.

La discussione proseguì per alcuni minuti: sir Thomas chiese informazioni sui movimenti degli uomini di Keib e sul misterioso individuo che lo aveva assalito. Il fante di quadri confermò i suoi legami con alcuni emissari provenienti da Keib e decisi a fare del loro meglio per aprire un fronte consistente ai danni dei due feudi, particolarmente auspicato dall'entità oscura artefice dell'aggressione. Sir Thomas chiese maggiori dettagli, e Netjerikhet parlò di un contingente militare abbastanza numeroso e ben equipaggiato che, stando alle informazioni che erano in suo possesso, era probabilmente in procinto di chiudere la via d'accesso principale tra Chalard e Beid: il piano, a quanto ne sapeva, era di compiere tale chiusura subito dopo la partenza degli invitati al matrimonio, in modo da non allarmare gli altri feudi e isolare al tempo stesso la marca da ogni possibile interferenza o aiuto esterno.

Sir Thomas si dimostrò particolarmente incredulo: era difficile credere che Keib tentasse una manovra tanto azzardata, considerando i rapporti di forza attuali. Il fante di quadri, d'altro canto, sottolineava come fossero in gioco forze particolari, il cui obiettivo non era tanto la vittoria di Keib quanto piuttosto una temporanea confusione che fosse in grado di accecare, sia pure temporaneamente, la marca e impegnare i suoi baluardi di difesa, allentandone la guardia e provocando una temporanea perdita di controllo territoriale. A quel punto sir Thomas cominciò a chiedere come mai sapesse tutte quelle informazioni: Netjerikhet si dichiarò colpevole di aver mantenuto un atteggiamento ambiguo nei confronti degli artefici di questo crudele piano: un atteggiamento che, nei suoi piani, era l'unico modo per poter raggiungere la sua meta.

"La vostra meta era dunque questa prigione?" chiese sir Thomas, giunti a quel punto.

"In un certo senso", rispose il fante di quadri. "Qui posso parlare liberamente a Joan senza che possano tapparmi la bocca per sempre. Una volta che uscirò di qui sarò in pericolo quanto tutti voi, ma mi lascerete uscire soltanto quando capirete di potervi fidare di me: a quel punto varrà la pena di correre quel rischio".

Mentre diceva queste parole mi guardava: i suoi occhi erano profondi, intensi... e dentro di loro riuscivo a leggere qualcosa: convinzione, fiducia... speranza. Si, speranza: ma di cosa? Non c'era nulla che potessi fare , se non liberarlo come atto di fede in lui e nelle sue parole. Una decisione che non avevo comunque l'autorità di poter prendere, e che avrebbe comunque provocato una situazione tale da costringerlo a fuggire o a finire nuovamente in cella: due alternative che di certo non erano in accordo con quanto aveva appena detto. La volontà del fante di quadri era quella di uscire da quella cella conquistando la nostra fiducia.

Sir Thomas decise di interrompere la conversazione: disse al prigioniero che avrebbe controllato le sue dichiarazioni, ma che la sua storia non era certo sufficiente da sola ad avvalorare una tesi che potesse condurre a una sua rapida liberazione. Gli chiese se avesse altro da aggiungere, ma Netjerikhet si limitò a scuotere la testa e a mormorare una breve frase: "tutto ciò che posso dire", concluse, guardandomi negli occhi, "è che spero che Joan capisca".

Malaki mi aspettava all'ingresso del castello: fu lì che sir Thomas mi salutò, promettendomi che lui e le sue squadre avrebbero controllato la situazione nei dintorni di Beid e i luoghi indicati dal fante di quadri. Annuii, ringraziandolo per la fiducia accordatami, per poi tornare verso la città insieme al mio accompagnatore: le ombre della sera scendevano lentamente, accompagnandoci lungo la strada.

Una volta tornata a palazzo decisi che mi sarei esercitata con il liuto: suonare e liberare la mente poteva essere un buon modo per riflettere sulle parole che Netjerikhet aveva pronunciato poche ore prima. Una volta preso lo strumento mi recai in giardino, nello stesso punto in cui, dieci giorni prima, avevo incontrato per la prima volta Net.

Di lì a poco, cominciai a lavorare sulla ballata che avevo promesso di cantare a Malaki l'indomani: era una delle prime volte che mi cimentavo nella composizione, e ben presto persi completamente la cognizione del tempo. Il sole scomparve ben presto costringendomi ad accendere una lanterna, poi anch'essa si spense, lasciandomi al buio: continuai ugualmente a suonare e a cantare, cercando la rima giusta e sforzandomi di trovare le corde alla cieca. Quando alla fine terminai l'opera, un coro di grilli insonni faceva da contralto ai miei accordi.

Fu a quel punto che, quasi dal nulla, un fiore si materializzò davanti ai miei occhi: i suoi petali erano così candidi da risaltare perfettamente, illuminati da una luna che aveva appena incominciato a abbandonare il suo stato di grazia.

"Odio i fiori", disse una voce dietro di me, "ma visto quello che state suonando, ho pensato che magari vi avrebbe fatto comodo, visto che l'avete dimenticato".

Presi in mano il fiore. "Cosa volete dire?", domandai: ma non era quella la domanda che avrei voluto fare. Cosa ci faceva li'? Come mi aveva trovato? E soprattutto, perché non era a dormire come tutti gli altri? Il mio respiro era affannato, faticavo a controllarlo: che bisogno c'era di darmi questo fiore? Perché non potevo stare da sola? Quel giardino era forse preda di una qualche maledizione, che lo condannava ormai ad essere un assurdo teatro di eventi bizzarri e inspiegabili?

"Voglio dire che avete dimenticato un pezzo: June e Joan... Anche dalle mie parti la cantano, ma da noi il finale è più triste. Joan muore, perlomeno a Anthien: ma a parte il finale", aggiunse prendendomi il fiore dalle mani, "la cosa fondamentale è questa". E così dicendo, mi fissò delicatamente il fiore tra i capelli.

Quel semplice gesto mi fece impallidire: era vero. Mi ero talmente fissata sul finale e sulle sue molteplici implicazioni che avevo finito per dimenticare un particolare molto più evidente, una strofa tanto semplice quanto onnipresente in tutte le versioni e le varianti che avevo mai avuto occasione di sentire di quella ballata: un tassello colpevolmente ignorato alla ricerca di chissà quale assurdo significato recondito, che ora, in modo del tutto inaspettato, mi tornava prepotentemente alla memoria. Per un attimo, l'assurdità dei tempi e dei modi dell'improvvisa scoperta mi resero sospettosa nei confronti di sir Steven: ma quando lo guardai negli occhi, riconobbi lo stupore ingenuo di chi non aveva idea della scintilla che aveva provocato e che rapidamente quanto inaspettatamente aveva generato un incendio. No, non era la volontà di sir Steven, ma quella degli Dei: avevo compreso, e forse ero ancora in tempo.

Mi alzai di scatto, posando rapidamente il liuto. "Vogliate scusarmi", esclamai a sir Steven, avendo agevolmente la meglio su un imbarazzo ormai quasi interamente svanito. "Vi ringrazio infinitamente, ma ora devo andare". Così dicendo, dopo un rapido inchino, mi allontanai velocemente, incominciando a correre verso il palazzo, poi verso la porta, e poi, aprendola, verso le strade deserte della città di Beid ancora immersa nelle ombre della notte. Indossavo ancora il vestito della festa e, anche se ero troppo emozionata per rendermene conto, la rosa bianca che mi aveva donato sir Steven si trovava ancora ben salda tra i miei capelli.

Mentre correvo a perdifiato lungo le vie della città dormiente non potevo certo sapere che, in quello stesso esatto momento, Desiree si trovava di fronte a una scelta tanto problematica e difficile quanto evidente e chiara sembrava la mia. Pur trovandoci a chilometri di distanza, le decisioni che stavamo per prendere quella notte avrebbero cambiato profondamente i giorni a venire.

(continua)

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14 maggio 517
Martedì 24 Aprile 2007

Il matrimonio di Ryan (terza parte)

Quella notte i miei sogni furono confusi quanto diafani: aprii gli occhi alle prime luci dell'alba. Provai per alcuni minuti a ricordare i volti che avevano popolato il mio sonno: Desiree, Loic, Eric e Julie... Quixote... forse anche Guelfo. E poi c'erano le mie vecchie compagne di Focault, Valerie e Rosalie. Purtroppo, ogni istante che passava portava via alla mia memoria preziosi frammenti che componevano il mosaico dei ricordi di quegli eventi onirici, che svanirono ben presto senza lasciare altro che tracce vaghe e incomprensibili. Sorrisi ripensando ai miei compagni: dopo tutto, forse gli Dei mi avevano concesso quei due giorni di tregua.

Alzandomi dal letto mi recai alla porta che mi separava dalla camera di Yera: bussai con forza crescente, sperando che i fumi dell'alcol ingurgitato la sera precedente si fossero ormai diradati. La mancata risposta mi convinse ad aprire la porta per assicurarmi che stesse bene. Era così: la mia ancella giaceva ancora a faccia in giù sul letto, nella stessa posizione in cui, una manciata di ore prima, l'avevo abbandonata tra le braccia di Kayah.

"Leon...", disse nel dormiveglia con voce sognante. Sorrisi, richiudendo la porta: il sole non era ancora alto, aveva ancora tempo per sognare il suo cavaliere. Tornando nella mia stanza, il mio sguardo fu catturato dalla figura rossa e blu della carta raffigurante il Fante di Quadri: erano passati otto giorni dalla mia aggressione, senza che fossi riuscita a risolvere l'enigma legato ad essa. Il significato di quella carta era ancora un mistero, così come le reali intenzioni dell'uomo che ora aspettava in silenzio nelle segrete di Valamer: dovevo inoltre ancora inoltre prendere visione del contenuto della pergamena sigillata che recava con se, della quale non aveva fatto menzione durante il nostro colloquio e che sir Thomas aveva consegnato a mastro Malkhas.

Dopo aver rivolto le mie preghiere a Pyros ed essermi preparata, decisi di scendere nel salone dei ricevimenti. Le cameriere del palazzo avevano fatto un lavoro incredibile: le tracce del banchetto conclusosi soltanto poche ore prima erano scomparse, e il salone era ora invaso dai molti nobili, cavalieri e attendenti che avevano trascorso la notte a palazzo o negli alloggamenti preparati nei pressi di esso. In meno di un'ora tutti quanti si sarebbero trovati alla piazza d'armi, dove il torneo sarebbe proseguito fino all'ora di pranzo: a quel punto sarebbe partita la processione alla volta del castello di Valamer dove, alla presenza di padre Barthougimenos Barkev, sarebbe stato celebrato il matrimonio tra Ryan e Lady Amy. Il torneo sarebbe terminato nel primo pomeriggio, per lasciare poi spazio al banchetto di nozze che si sarebbe protratto per tutta la sera e la notte seguente. Cercai con lo sguardo Yurae o Varal con l'intento di chiedere notizie su sir Thomas o su Rosalie, ma nessuno dei due era presente.

Yera si svegliò appena in tempo: questa volta fui io ad aiutarla a prepararsi e a farsi bella. Non appena fummo entrambe pronte ci affrettammo a prendere parte alla lunga carovana che partì da Palazzo. Ebbi cura di portare con me il liuto: quel giorno avrei rotto per la prima volta il mio imbarazzo suonando in onore degli sposi davanti a un vero pubblico, onorando la promessa fatta a Ryan il giorno del mio arrivo.

La mia ancella cercò invano con lo sguardo il suo Leon: "accidenti", disse delusa dopo aver ispezionato accuratamente le varie carrozze con i suoi grandi occhi verdi; "speravo di poterlo salutare prima del torneo".

Annuii, sorridendo. "Probabilmente lui e gli altri ci hanno preceduto", dissi: "vedrai che quando arriveremo saranno già in sella ai cavalli, pronti per incominciare".

Yera equivocò il mio sorriso: "scommetto che anche voi non vedete l'ora di rivedere sir Steven!", disse guardandomi negli occhi. "Voi non sapete mentire, quindi non provateci neppure".

Alzai le spalle. "Sir Steven è forte e molto abile", risposi, "e sarò felice di rivederlo con la lancia in pugno: lo stesso vale sir Gremaud, Jen, Malaki e molti altri".

Yera scosse la testa, poco convinta. "Voi non me la contate giusta", si limitò a dire, ridacchiando ancora di più quando mi vide abbassare lo sguardo.

"Piuttosto", risposi per uscire dall'imbarazzo, "siete pronta a cantare con me? Non ci siamo potute certo esercitare quanto avremmo dovuto." Non appena pronunciai quelle parole mi resi conto di essere appena caduta dalla padella nella brace.

"Lo so benissimo" rispose Yera, guardandomi con aria di rimprovero: "e la colpa non è certo mia!" Era tristemente vero: nonostante Yera avesse una voce bellissima, che ricordava molto quella della mia amica Julie, non avevamo avuto il tempo per provare a lungo i brani che avremmo proposto di lì a poche ore: una mancanza che, viste le mie attività degli ultimi giorni, non era di certo possibile imputare a lei.

Una volta arrivate ci sbrigammo a prendere posto: di lì a poco assistemmo per la seconda volta alla grande sfilata dei cavalieri, in tutto e per tutto simile a quella del giorno precedente...

... Fino a quando i due cavalieri di Anthien passarono davanti a noi.

"SIR LEOOONNN!!! SIR LEOOOON!!! SIETE BELLISSIMO!!!!!" Gridò a squarciagola Yera, facendomi sobbalzare. Tanto sir Leon quanto sir Steven si voltarono, scrutandoci da dietro i loro pesanti cimieri: come se non bastasse, la mia ancella si affrettò a nascondersi dietro di me, sparendo di fatto alla loro vista.

"Mi ha visto? Mi ha visto?" disse poi non appena si voltarono per proseguire il loro giro, dopo un'attimo che sembrò un'eternità. Continuò a chiedermelo per quasi un minuto senza ricevere risposta, pietrificata com'ero dall'imbarazzo.

Gli scontri di quella mattina regalarono ulteriori sorprese, e consentivano di aggiornare la classifica che ormai cominciava ad assumere una conformazione piuttosto chiara:

Sir Georg Poe, cavaliere di Amer, con 47 lance e 14 vittorie
Sir Steven DeRavin, cavaliere di Anthien, con 44 lance e 12 vittorie
Lady Joanne Chirac, cavaliere di Amer, con 44 lance e 12 vittorie
Lord Peter Gremaud di Chalard, con 38 lance e 10 vittorie
Lord Jerome Kenson, Colonnello di Beid, con 36 lance e 10 vittorie
Sir Zaki Yetvart, cavaliere di Keib, con 35 lance e 9 vittorie
Lady Jen Akhnal, cavaliere di Beid, con 37 lance e 9 vittorie
Sir Leon Perrineau, cavaliere di Anthien, con 33 lance e 9 vittorie
Sir Malaki Akhnal, cavaliere di Beid, con 32 lance e 9 vittorie
Sir Al Fennec, cavaliere di Amer, con 33 lance e 8 vittorie
Sir Albert Von Trier, colonnello di Verriere, con 29 lance e 8 vittorie
Lord Ryan Kenson di Beid, con 27 lance e 7 vittorie
Lord Konon Desyenne di Amer, con 25 lance e 6 vittorie
Lord Zadig, fratello minore di lord Krikor, delle montagne orientali, con 18 lance e 5 vittorie
Lord Hrant, barone della Piana del Vento, con 14 lance e 4 vittorie
Lord Baldur Ripley di Verriere, con 15 lance e 3 vittorie
Sir Olivier Elliott, cavaliere di Amer, con 14 lance e 3 vittorie
Sir Rosdom Khachi, cavaliere di Keib, con 15 lance e 3 vittorie
Lord Krikor, delle montagne orientali, con 11 lance e 1 vittoria

Sir Georg Poe teneva il comando mantenendo buone distanze dai suoi inseguitori: sir Steve DeRavin riuscì a sorprendermi con una prova davvero eccezionale, sconfiggendo in tenzone tanto sir Georg, quanto mio fratello, quanto Jen; nella tenzone contro Lord Jerome Kenson fu particolarmente fortunato: la sua lancia non si spezzò sotto lo scudo di mio zio, costringendo quest'ultimo giù da cavallo e provocandone la sconfitta al primo scontro. Fortunatamente zio Jerome era un combattente di grande esperienza, e non riportò gravi danni in conseguenza dell'imprevista caduta tanto da riuscire ad alzarsi in tempo per stringere la mano al suo avversario, accorso di gran lena per sincerarsi delle sue condizioni, in una scena che suscitò molti applausi e lodi a entrambi. "Ora capisco perché vi piace sir Steven!", esclamò Yera battendo le mani.

Lady Joanne vinse contro Peter Grimaud in uno scontro molto bello ma non riuscì ad imporsi contro due combattenti di grande esperienza: Zio Jerome e sir Von Trier di Verriere: l'onore della città ducale venne ripristinato da sir Al Fennec, che nel corso di una mirabile prova riuscì ad avere la meglio su entrambi i colonnelli arrestando il loro recupero ed escludendoli definitivamente dalla vittoria.

Lord Peter Grimaud continuò la sua ottima prova, avendo la meglio tanto su mio fratello quanto su sir Al Fennec. Perse però gli scontri con i due più forti cavalieri di Amer: 3-1 contro Lady Joanne e 3-2 contro sir Steve DeRavin; quest'ultimo, dopo averlo battuto, si tolse l'elmo e si voltò nella mia direzione. "Avete visto?" Mi disse ancora Yera, ostinata a non darmi tregua. "Deve avervi visto parlare con sir Gremaud ieri, forse ci tiene a farvi sapere chi è il più forte!".

Jen perse molti scontri, nonostante avesse una serie di avversari facili: rispetto a ieri era visibilmente poco concentrata. Ma soprattutto perse quello che forse era lo scontro più atteso, contro sir Zaki Yetvart di Keib che riuscì ad abbatterla con un gran colpo ribaltando un iniziale 2-1 tra il silenzio imbarazzato della folla. L'onore di Beid ricadeva interamente sulle spalle di Malaki, il cui scontro con sir Zaki era atteso nel pomeriggio.

Il matrimonio venne celebrato da padre Barkev presso la splendida cornice offerta dal castello di Valamer, che dominava la vallata che custodiva la città marchesale. Lady Amy, accompagnata da suo padre il Conte, fece il suo ingresso maestoso abbagliando tutti gli astanti con bellezza e grazia degne di una principessa delle fiabe. La gioia negli occhi di mio fratello era indescrivibile: a pochi metri da lui, mio padre osservava felice tanto la sua gioia quanto il coronamento di quello che era al tempo stesso il suo sogno e il suo obiettivo. Mentre gli sposi si scambiavano le reciproche promesse mi trovai a guardare incantata quel panorama meraviglioso: rivolsi le mie preghiere agli Dei, sperando con tutto il cuore che non sarebbe successo nulla in grado di sovvertire quel lieto evento. Poi i musici incominciarono a suonare, e tutti cantammo in onore degli sposi.

Dopo il matrimonio, mio fratello fece un lungo discorso a tutti gli astanti: ebbe modo di ringraziare i presenti per l'onore che avevano fatto a lui e alla nostra terra, parlò della felicità con cui aveva vissuto quei giorni e del privilegio che gli Dei gli avevano concesso dandogli la possibilità di prendere in sposa Lady Amy. Ma parlò anche della necessità di rivolgere le nostre preghiere a chi in quel momento non si trovava a Beid, e a tutti coloro che erano partiti per difendere il nostro Ducato e il futuro dei suoi abitanti: parlò dei soldati e dei paladini coinvolti nella guerra a Benson, tra cui si trovava anche nostro fratello Patrick; parlò del difficile rapporto con i Nordri di Surok e delle dolorose condizioni in cui versavano i vicini territori di Delos, dei quali Beid raccoglieva alcune centinaia di abitanti. Infine, rinnovava i ringraziamenti ai cavalieri di Keib per essere intervenuti alle nozze, auspicando una progressiva risoluzione del rancore che da anni insanguinava inutilmente entrambi i territori. Il grande applauso che si levò al termine delle sue parole distolse un pò l'attenzione da me e da Yera che, silenziose e imbarazzate, ci accingemmo a cominciare la nostra parte.

Fortunatamente, quando le nostre voci si levarono nell'aria accompagnate dalle corde del mio liuto, una parte degli astanti si era già rivolta in direzione del percorso che li avrebbe riportati verso la giostra. Questo mi diede il coraggio sufficiente per concentrarmi unicamente sulla musica: in quel momento, sentii di suonare unicamente per mio fratello e per Lady Amy, che accolsero la nostra canzone con grande trasporto. Quando smisi di suonare mio fratello venne ad abbracciarmi.

"Te l'avevo detto che non avrei dovuto suonare", gli dissi sorridendo mentre mi stringeva. "Ti ho persino fatto piangere".

"Che scema", disse stringendomi forte. "Grazie", mi disse poi.

Nel giro di un'ora eravamo nuovamente tutti sugli spalti della giostra: mancavano soltanto pochi scontri, che di lì a poco avrebbero consentito di stendere la classifica finale e definitiva del torneo.


01. Sir Georg Poe, cavaliere di Amer, con 56 lance e 17 vittorie
02. Lady Joanne Chirac, cavaliere di Amer, con 53 lance e 16 vittorie
03. Sir Steven DeRavin, cavaliere di Anthien, con 50 lance e 15 vittorie
04. Lord Jerome Kenson, Colonnello di Beid, con 46 lance e 13 vittorie
05. Lord Peter Gremaud di Chalard, con 48 lance e 13 vittorie
06. Lady Jen Akhnal, cavaliere di Beid, con 50 lance e 12 vittorie
07. Sir Zaki Yetvart, cavaliere di Keib, con 43 lance e 11 vittorie
08. Sir Leon Perrineau, cavaliere di Anthien, con 41 lance e 11 vittorie
09. Sir Al Fennec, cavaliere di Amer, con 41 lance e 10 vittorie
10. Sir Malaki Akhnal, cavaliere di Beid, con 39 lance e 10 vittorie
11. Sir Albert Von Trier, colonnello di Verriere, con 36 lance e 10 vittorie
12. Lord Ryan Kenson di Beid, con 38 lance e 8 vittorie
13. Lord Konon Desyenne di Amer, con 30 lance e 7 vittorie
14. Lord Zadig, fratello minore di lord Krikor, delle montagne orientali, con 26 lance e 6 vittorie
15. Lord Hrant, barone della Piana del Vento, con 23 lance e 6 vittorie
16. Lord Baldur Ripley di Verriere, con 21 lance e 4 vittorie
17. Sir Rosdom Khachi, cavaliere di Keib, con 21 lance e 4 vittorie
18. Sir Olivier Elliott, cavaliere di Amer, con 17 lance e 3 vittorie
19. Lord Krikor, delle montagne orientali, con 17 lance e 2 vittorie
(etc.)

Sir Georg Poe subì un'incredibile botta d'arresto da parte del colonnello Von Trier, che si tolse la soddisfazione di sbattere a terra il campione dopo un incerto 1-1 iniziale e riaprì momentaneamente il torneo. Il cavaliere Amerita riuscì comunque a mantenere la calma, vincendo i successivi 3 scontri e mantenendosi ai vertici impedendo ogni possibilità di rimonta.

Lady Joanne vinse tutti gli scontri, lottando come una tigre per riconquistare il secondo posto contro sir Steven DeRavin che, in caso di parità di vittorie, si sarebbe comunque trovato sopra di lei. Sir Steven trovò la sua nemesi in un Lord Konon Desyenne ormai fuori dai giochi ma che riuscì comunque ad essere determinante per il suo paese colpendo con rara precisione il cavaliere di Anthien sull'elmo, rifilandogli un secco 3-1 e regalando di fatto ad Amer anche il secondo posto.

Sir Peter Grimaud si classificò quinto: il quarto posto gli venne sottratto dall'ineffabile Zio Jerome che riuscì a strappare lo scontro diretto in un memorabile 4-3 e superandolo in classifica proprio in conseguenza di tale vittoria, nonostante il minor numero di lance spezzate in suo possesso.

A Malaki spettò l'onore di chiudere le tenzoni di Beid con quello che, pur quasi del tutto irrilevante ai fini della classifica, era senza ombra di dubbio lo scontro più atteso. Il cavaliere non deluse le aspettative del suo popolo, regalando una tenzone di grandissima intensità e riuscendo a imporsi con grande determinazione in un combattutissimo 3-2: purtroppo, lo scontro non gli consentì comunque di superare sir Zaki in classifica.

Mio fratello spezzò moltissime lance, ma perse tre scontri di misura (3-2, 3-2, 4-3) e non riuscì a entrare nella metà superiore della classifica: si dichiarò in ogni caso contentissimo del risultato ottenuto, e fu ben lieto di lasciare spazio e gloria agli altri cavalieri. La premiazione dei vincitori ci sarebbe stata l'indomani.

Nel lunghissimo banchetto che seguì il torneo ebbi modo di parlare con molti dei cavalieri che non avevo avuto occasione di conoscere la sera prima: parlai inoltre ancora con Lord Peter, con Lord Baldur e con Knel della Stirpe dei Nani, che mi venne presentato con l'altisonante titolo di Rangis Al Fre'Ah'Omm. Quest'ultimo mi raccontò alcuni retroscena legati al campione del torneo sir Georg Poe in una lunga conversazione nel corso della quale cercò di allenare il mio nanico: al termine del nostro discorso si offrì di darmi qualche lezione ulteriore nei giorni a venire, cosa che fui ben lieta di accettare. Mi spiegò anche il significato del suo titolo, che in Greyhaven può essere tradotto con: ufficiale di grado inferiore e buon conoscitore degli Umani.


Io e Yera ricevemmo molti complimenti per la nostra esibizione canora e musicale: ci fu più volte chiesto di suonare e cantare ancora, e fummo liete di variare il nostro repertorio spaziando dai canti religiosi alle ballate più diffuse tra quelle note ai menestrelli di Beid: tanto gli insegnamenti di Yera quanto quelli di Julie e delle locande in cui ero stata con gli amici di Caen mi tornarono utili; nondimento, a forza di suonare e di cantare scoprivo quanto quella dimensione mi fosse mancata negli ultimi mesi. Decisi che d'ora in poi, dovunque fossi andata, avrei trovato il modo di portare il liuto con me.

Naturalmente la battaglia di Yera nei confronti di sir Leon non conobbe tregua: lentamente ma inesorabilmente i cavalieri di Anthien vennero strappati ai loro interlocutori dagli inchini e dalla parlantina della mia ancella e costretti ad assistere ai nostri concerti improvvisati. Fortunatamente riuscii a dileguarmi in tempo per non finire in un'altra situazione imbarazzante, mentre Yera fu ben lieta di scambiare un'altra lunga, intensa chiacchierata con sir Leon.

Nel corso della serata e della nottata che seguì ebbi modo di stare un pò con Jen e Malaki, che mi raccontarono le loro gesta negli scontri degli ultimi giorni. Parlammo anche di sir Thomas, del quale fortunatamente portavano buone notizie: mi ripromisi di andarlo a trovare l'indomani. Parlai anche un pò con Lady Amy, che mi ringraziò moltissimo per la canzone e si dimostrò una conversatrice di rare intelligenza e classe. Infine, dedicai il mio tempo a mio fratello Karl: gli raccontai di quanto fossimo fortunati a vivere quei giorni, e di quanto gli Dei ci amassero. Gli promisi anche che presto avremmo potuto riabbracciare tutti insieme Rosalie: lui mi chiese se sarei rimasta sempre lì con lui, a Beid, e io gli risposi che non potevo saperlo: l'ideale che avevo giurato di servire aveva la priorità su ogni mia decisione, ma gli promisi che avrei fatto comunque in modo di vegliare su di lui. Poi mi chiese di parlargli della mamma: mentre parlavo lo stringevo forte, e a tratti mi trattenevo dal piangere. Poi lo presi in braccio, e dissi a mio padre che probabilmente era il caso di essere riaccompagnata a palazzo, dove avrei potuto metterlo a dormire.

Strappai Yera alla sua infinita conversazione, ricevendo in cambio diverse e svariate gomitate lungo il viaggio di ritorno, in carrozza: "Stavamo per baciarci! Mancava pochissimo..." mi disse, fingendo di essere molto arrabbiata. "E dire che ho persino fatto tutto un discorso per mettervi in ottima luce di fronte a sir Steven..." Un brivido mi corse lungo la schiena, pensando a cosa mai Yera avrebbe mai potuto dire dopo due o tre bicchieri di droppo: scossi la testa, e poi ci mettemmo entrambe a ridere come matte con Karl che ci guardava, divertito e incuriosito, mentre le luci del palazzo si facevano sempre più vicine.


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13 maggio 517
Venerdì 20 Aprile 2007

Il matrimonio di Ryan (seconda parte)

Per quanto riguardava la giostra, le regole adottate dagli araldi d'arme erano rispettose dei dettami della Chiesa in misura analoga a quanto da sempre avveniva al grande palio di Krandamer; per fortuna, Ryan e mio padre avevano spinto per l'esclusione i giochi che, relativamente al palio delle Gilde e dei Clan, erano da sempre bersaglio di numerosi interventi di vescovi e cardinali volti a limitarne i pericoli: non era dunque previsto il torneo alla spada, nè alcuna battaglia o battagliola. Oltre alla giostra erano previste una competizione di tiro con l'arco, una corsa dei cavalli e una variante della quintana.

Al termine della prima giornata di torneo, l'esito degli scontri consentiva di stilare una prima, provvisoria classifica (limitandomi ai nomi più rappresentativi):

Sir Georg Poe, cavaliere di Amer, con 24 lance e 8 vittorie
Lady Joanne Chirac, cavaliere di Amer, con 21 lance e 7 vittorie
Sir Steven DeRavin, cavaliere di Anthien, con 17 lance e 5 vittorie
Lord Peter Gremaud di Chalard, con 16 lance e 5 vittorie
Lady Jen Akhnal, cavaliere di Beid, con 16 lance e 5 vittorie
Sir Zaki Yetvart, cavaliere di Keib, con 16 lance e 4 vittorie
Sir Leon Perrineau, cavaliere di Anthien, con 16 lance e 4 vittorie
Lord Jerome Kenson, Colonnello di Beid, con 15 lance e 4 vittorie
Sir Al Fennec, cavaliere di Amer, con 15 lance e 3 vittorie
Lord Konon Desyenne di Amer, con 14 lance e 3 vittorie
Lord Ryan Kenson di Beid, con 13 lance e 3 vittorie
Sir Malaki Akhnal, cavaliere di Beid, con 13 lance e 3 vittorie
Sir Albert Von Trier, colonnello di Verriere, con 11 lance e 2 vittorie
Lord Zadig, fratello minore di lord Krikor, delle montagne orientali, con 9 lance e 2 vittorie
Lord Baldur Ripley di Verriere, con 8 lance e 1 vittoria
Sir Olivier Elliott, cavaliere di Amer, con 7 lance e 1 vittoria
Lord Hrant, barone della Piana del Vento, con 5 lance e 1 vittoria
Sir Rosdom Khachi, cavaliere di Keib, con 6 lance e 0 vittorie
Lord Krikor, delle montagne orientali, con 5 lance e 0 vittorie

Sir Georg Poe di Amer fu il protagonista assoluto di quella prima giornata di torneo, riuscendo a vincere tutti gli scontri: al termine di tutte le tenzoni, ricevette dal conte di Verriere il titolo di campione della giornata. Il prestigio della città dei cento torrenti fu ulteriormente impreziosito dalla splendida prova di Lady Joanne, che sconfisse tutti i suoi avversari con la sola eccezione di sir Steve DeRavin, che riuscì a disarcionarla con una mossa velocissima giudicata corretta dagli araldi d'arme e che lasciò tutti a bocca aperta, sulla quale io e Yera ci ripromettemmo di indagare. La marca di Beid veniva rappresentata al meglio da Jen, autrice di una splendida prova contro alcuni degli avversari più forti del torneo. Lo scontro più bello in assoluto fu comunque quello che vide Peter Grimaud di Chalard opporsi a Sir Zaki Yetvart di Keib: il giovane, colpito sull'elmo al primo scontro, riuscì a recuperare l'enorme svantaggio spezzando le successive due lance sul torace dell'avversario: venne dunque disputato lo scontro finale dove entrambi riuscirono a spezzare, portando il risultato sul 3 a 3: ebbero diritto così ad un ulteriore scontro, nel corso del quale Peter disarcionò di netto il favorito di Keib per venire poi sommerso dal boato della folla in estasi, con Yera che quasi mi svenne in braccio. Peter vinse anche contro mio fratello il quale si trovava comunque in buona posizione, mantenendo alto l'onore della sua marca: degno di nota il suo scontro con Malaki, il quale lo mandò in vantaggio di due lance per poi abbatterlo impietosamente al terzo scontro, gridando "qui non si fanno regali a nessuno!" in direzione della folla, tra le risate generali.

Al termine degli scontri e della premiazione i cavalieri tornarono nelle loro tende. L'indomani avrebbe portato nuovi emozionanti scontri: Lady Joanne avrebbe affrontato Sir Georg, mentre Jen se la sarebbe dovuta vedere contro Peter Grimaud.

Tutti i cavalieri erano invitati al banchetto che si sarebbe tenuto quella sera stessa a palazzo, ma alcuni di loro decisero di non prendervi parte. Malaki e Jen scelsero di non venire per mantenere alta la concentrazione, e anche i due cavalieri di Keib scelsero di sfruttare la facoltà che era loro concessa di declinare il gentile invito. Con grande sorpresa e meraviglia di tutti, non venne neppure il campione del giorno: la versione ufficiale fu che preferiva non distrarsi e conservare le energie sottraendosi all'ennesimo banchetto, ma a quanto pare il motivo della sua scelta era da ricondurre alla delegazione nanica giunta da Nair-Al-Zaurak. A quanto sembrava, le argomentazioni di Yera erano esatte: il tempo non aveva mitigato il rancore nell'animo del cavaliere, così come non aveva cancellato dal suo volto i segni di quella tragica vicenda.

Al banchetto Yera fece il possibile per vincere la mia volontà a mantenere un profilo tranquillo: "non ce ne andremo prima di aver parlato almeno una volta con TUTTI i cavalieri!", mi disse con un tono che non ammetteva repliche. In ogni caso, la sua era una raccomandazione inutile: mio padre era presente, e non lo avrei mai messo in imbarazzo dimostrandomi scortese con i suoi ospiti. Inoltre, tanto il banchetto quanto il ballo che seguì pullulavano di gente molto più interessante di me.

L'ospite d'onore della serata, oltre che protagonista assoluto, era senza dubbio Lord Konon Desyenne: il cugino del Duca diede prova tanto della sua grande personalità quanto dei sani e robusti appetiti, tenendo lungamente banco prima al tavolo di mio padre e del Conte e, in seguito, sulla pista da ballo, dove non c'era dama che non fosse disposta a fare la fila pur di danzare con lui. Da parte mia, io ebbi un bel da fare a evitare i calci che Yera cercava di menarmi da sotto il tavolo ogni volta che qualcuno (a detta sua) posava lo sguardo su di noi. Era incredibile quanto fosse migliore di me a ricordare facce e nomi di tutta quella gente: conosceva non soltanto i cavalieri ma anche gli scudieri, i soldati, le guardie e persino parte degli attendenti e della servitù. In ogni caso, la presenza in sala della bellissima Lady Joanne dirottava la gran parte delle attenzioni, e a ragione: lo straordinario risultato conseguito una manciata ore prima aveva dissipato ogni diceria sulla sua presunta carriera lampo all'interno della guardia di Palazzo di Amer, dimostrando il suo indiscutibile valore di combattente. "E' una vera fortuna che sir Thomas non sia presente", sentenziò Yera: "quella sciacquetta potrebbe mettersi in testa chissà cosa!". In realtà, Lady Joanne sembrava la sorella maggiore di Jen: la sua avvenenza era di certo più evidente, cionostante non riscontravo in lei alcun comportamento aristocratico o altezzoso. Sembrava una ragazza davvero interessante, magari avrei avuto modo di parlarle più avanti.

Prima dei balli ebbi modo di conversare piacevolmente con Lord Baldur: a un certo punto, io e Yera fummo avvicinate dai due cavalieri di Anthien. A dire il vero, sospetto che fu proprio la mia ancella a orchestrare quell'incontro, con l'evidente intenzione di perdersi in una intensa conversazione con sir Leon; da parte mia, mi trovai davanti sir Steven DeRavin, con il quale scambiai di buon grado qualche parola: il cavaliere mi parlò di vini e di luoghi esotici, mettendo a dura prova le mie conoscenze agricole e geografiche, e sembrò quasi sorpreso quando gli chiesi delucidazioni sulla mossa con cui era riuscito a sconfiggere Lady Joanne. Mi spiegò che si trattava della "presa del lancillotto", un espediente che sfruttava a proprio vantaggio il punto di forza dell'avversario esercitando una pressione dello scudo sul braccio capace di far perdere tanto la presa sulle redini quanto l'equilibrio. Purtroppo commisi l'errore di dirgli che non avevo capito, dando il via a una catena di eventi che fortunatamente non portarono alcuna conseguenza: in risposta alla mia richiesta di spiegazioni, sir Steven decise di darmi una dimostrazione pratica. Prima che potessi accorgermene il suo braccio premette contro il mio, imprigionandolo contro il fianco; la velocità della sua azione non mi permise di reagire: la mia mano si aprì, facendomi cadere il bicchiere. Per bilanciarmi mi chinai all'indietro, consentendogli di continuare il movimento e di sorreggermi con l'altro braccio, come in un ballo, mentre con l'altra mano, velocissimo, recuperò il bicchiere rimasto come sospeso in aria.

Yera applaudì estasiata, subito seguita da altri che avevano notato la scena. Tra essi c'era però anche Lord Hrant della piana del vento, che non aveva alcuna intenzione di battere le mani: con due rapidi passi intervenne in direzione di sir Steven che si affrettò a posare in terra il mio bicchiere, del quale non aveva versato neanche una goccia.

"Da dove venite, sir?" Domandò Lord Hrant, dopo essersi assicurato che stavo bene.

"Anthien è la mia patria, myLord", rispose pacatamente sir Steven.

"Dev'essere un posto interessante: ditemi, vi insegnano anche a ricevere le spallate o si limitano a istruirvi su come darle alle vostre dame?".

"Sarò lieto di scusarmi con Lady Solice", rispose sir Steven, "qualora avesse reputato inappropriata la mia dimostrazione. Ma, perdonatemi, in che modo questo potrebbe destare il vostro interesse? L'unico bicchiere che vi compete lo avete in mano: vuoto, ma al suo posto".

Lord Hrant non la prese bene: il suo sguardo sembrava davvero molto minaccioso.

Decisi di intervenire in fretta. Mossi velocemente un passo verso i due, intervenendo prima che la discussione avesse modo di continuare. "Sir Steven, vi pregherei di osservare un comportamento più rispettoso. Prima mi avete chiesto dei vini della mia terra: ebbene, parte del vino che avrete il piacere di bere nel corso di questa festa proviene dalle cantine di Lord Hrant. Lui è onorato di avervi come ospite, e noi tutti ci aspettiamo che l'onore sia reciproco".

Sir Steven mi guardò, sorpreso dalle mie parole. Un istante dopo si scusò tanto con me quanto con Lord Hrant, che annuì, mi sorrise e tornò sui suoi passi, evidentemente soddisfatto.

"Le vostre parole mi hanno colpito", mi disse sir Steven. "Normalmente combatto per me stesso, ma mi sento in dovere di riparare all'imbarazzo che vi ho provocato. E' per questo che non posso esimermi dal chiedervi se avete già dato a qualcuno il privilegio di poter combattere in vostro onore".

Sapevo di questa usanza, particolarmente in voga a Krandamer ma di fatto presente in ogni torneo, secondo cui un cavaliere dedicava le proprie vittorie a una dama che, in caso di vittoria, diventava la Regina del Torneo. Scossi la testa con decisione: "vi ringrazio, ma non è davvero quello che voglio. Non chiedo altro onore che quello di assistere alla giostra: ho dei doveri che mi tolgono ogni interesse diverso dal prendervi parte come spettatrice".

Sir Steven annuì, senza insistere ulteriormente. "E sia", disse. "In ogni caso, nel caso in cui dovessi vincere spero non vorrete negarmi la possibilità di potervi nominare. Le possibilità non sono alte, ma questa sarà per me una motivazione forte".

Scossi la testa nuovamente, ma questa volta sir Steven fece in modo di evitare il rifiuto: in un attimo era scomparso, come risucchiato dal ballo che nel frattempo era incominciato. Non feci neppure in tempo a voltarmi che Yera mi venne quasi addosso, passando a meno di un millimetro dal bicchiere rimasto in terra, che subito mi chinai a raccogliere.

"Lady Solice!" mi disse. "Ho visto tutto! E' stato tutto cosi' romantico come sembrava da lontano?"

Scossi la testa, per la terza volta in pochi istanti. "E' stato inopportuno" risposi, sorridendo. "Se non altro, ora so come sir Steven ha disarcionato Lady Joanne": scoppiammo a ridere, poi ci raccontammo un pò di cose: io finii a malapena il mio primo bicchiere di vino, mentre lei ne buttò giù tre o quattro. Capii che avrei fatto meglio a tenerla d'occhio: Yera era una ragazza in gamba e non avrebbe fatto niente di stupido, ma c'era pur sempre un sacco gente intenzionata a divertirsi e la maggior parte di loro non li conoscevamo neppure.

Nel corso della serata venni presentata alla delegazione nanica di Nair-Al-Zaurak: il mio interlocutore, Knel, fu lieto di rispondere a molte delle mie domande che avevo maturato a seguito del viaggio all'interno del Miestwode: apprese con interesse il mio interesse per la lingua dei figli di Krynn e, quando ci salutammo, mi promise che avrebbe avuto cura di aiutarmi ad affinare le mie capacità.

ballai con Lord Zadig delle montagne orientali e poi con Lord Baldur, come promesso durante il banchetto. Subito dopo fui raggiunta da mio fratello, che mi chiese di ballare inchinandosi e prendendomi la mano, un gesto che quasi mi commosse. "Lo so che lo fai per me e di questo ti ringrazio, ma so anche che non puoi mentire ed è per questo che te lo chiedo: ti stai divertendo?", mi disse, sorridendo, mentre mi conduceva lungo la pista: con sua grande gioia, fui felice di potergli rispondere di si senza timore di infrangere alcun voto.

"Ragazzo, tu reclami troppe fanciulle in questi giorni", disse qualcuno alle spalle di Ryan quando il nostro ballo volgeva ormai al termine. "E spetta ai vecchi come me il compito di raddrizzarti: quindi, vola dalla tua dama!" Era la voce dell'instancabile Lord Konon, al quale né la giostra né la lauta cena avevano impedito di danzare con la maggior parte delle dame presenti in sala. Ryan mi sorrise, per poi inchinarsi al cospetto del cugino del Duca: "come comandate, vostra Signoria", gli disse tra il serio e il faceto, prima di salutarmi e di tornare verso la sua sposa.

"A dire il vero", mi sussurrò Lord Konon dopo alcuni passi di danza, "temo di essere troppo ubriaco per continuare. Ma non vi disperate", mi disse ridacchiando sotto i baffi, "vi porto da un cavaliere che troverete persino più affascinante di me!". E cosi' dicendo mi condusse da mio padre, che mi accolse tra le sue braccia per quello che fu il più bel ballo in assoluto di tutta la sera.

"Padre", gli dissi a un certo punto, incapace di trattenermi. "Quando... non appena sarà possibile, vi dovrò parlare. E' molto, molto importante: solo gli Dei sanno quanto non vorrei darvi preoccupazioni in questi giorni di gioia, ma..."

"Non preoccuparti", mi disse. "Ho già ricevuto alcune informazioni da Malaki. Avremo modo di parlare, molto presto: ora pensa dare pace ai tuoi pensieri per un istante: in questo momento io ho bisogno di mia figlia e Ryan di sua sorella ancora più che di una Paladina. D'accordo?"

Annuii, nascondendo il volto tra le falde del suo mantello. Pregai gli Dei con tutto il cuore di concedermi il lusso di poter rispettare la volontà di mio padre, e mi augurai che Malaki fosse riuscito a spiegare la situazione nel migliore dei modi nel poco tempo che probabilmente mio padre gli aveva concesso.

Dopo quel ballo, mi allontanai un pò dalle danze in cerca di un pò di tranquillità. La giostra e il banchetto mi avevano reso impossibile osservare la preghiera del vespro, e di certo non era il modo migliore per chiedere la grazia degli Dei. Mi rivolsi dunque al cielo stellato, felice di incontrare lo sguardo pieno e luminoso della Dea della Luna: pregai per mio padre e per Ryan, per la salute di sir Thomas e per i miei amici; pregai per il prigioniero di Valamer, nella speranza che fosse sincero come sembrava; pregai per Abel, implorandolo di darmi la forza di non far sì che questo clima di festa mi distogliesse dai miei impegni; e più di ogni altra cosa, pregai per Rosalie: tra pochi giorni, gli impegni che ero tenuta a rispettare sarebbero finalmente cessati, e allora niente avrebbe potuto impedirmi di gettarmi anima e corpo alla sua ricerca: pregai gli dei di salvarla, di liberarla... o di darmi la forza di poterla riportare a casa.

D'un tratto, mi accorsi di un rumore dietro di me. Mi girai in fretta, asciugandomi gli occhi con il dorso della mano.

"Io... mi dispiace moltissimo", disse con espressione mortificata, vedendomi in lacrime. "Sono desolato, vi avevo visto pregare e volevo chiedervi l'onore di poter pregare insieme a voi". Era Peter Gremaud, il silenzioso cavaliere dall'armatura azzurra, la cui impresa ai danni del nostro cugino sarebbe rimasta impressa per mesi tra i cittadini di Beid e nel cuore di Yera e di chissà quante altre dame.

"Non preoccupatevi", gli risposi. "Non mi avete affatto disturbata. A dire il vero, mi farebbe davvero bene pregare con qualcuno, ammesso che siate ancora di quell'intenzione".

Peter annuì, inginocchiandosi, e io feci lo stesso. Restammo lì in silenzio per alcuni minuti, recitando la nostra preghiera alla Dea della notte e della saggezza.

"Vi siete battuto con onore oggi", gli dissi al termine della preghiera: "la vostra impresa sarà ricordata a lungo".

"Ho soltanto avuto fortuna", si affrettò a dire lui. "Lui era più forte. Se non avesse avuto troppa fretta di vincere non avrebbe commesso errori, e non avrei avuto alcuna possibilità".

Le sue parole mi fecero riflettere. "Troppa fretta, avete detto. Quindi, la vostra impressione è che la sua impazienza lo abbia tradito".

Peter annuì. "Il mio maestro mi ha insegnato che quando si combatte, la fretta di concludere è il peggiore dei nemici. Raramente il colpo migliore è anche il più veloce, perché quella rapidità lo porta spesso ad essere impreciso o troppo facile da evitare: nel corso del mio addestramento ho imparato ad aspettare il momento giusto: grazie a eventi come quello di oggi riesco a capirne pienamente il senso, anche se è una lezione che non si finisce mai di imparare".

Aveva ragione. "Sapete", gli dissi, "anche io ho fatto una scelta simile, in questi giorni: prego gli Dei che la mia decisione venga ricompensata quanto la vostra".

"Pregherò anch'io per voi", mi rispose, senza chiedermi spiegazioni di sorta. "Sono certo che la vostra fede farà sì che questo avvenga".

Parlammo ancora per qualche minuto, per poi salutarci: tornai quindi verso la sala da ballo, nella speranza di recuperare Yera e di poterla convincere che la festa era finita. Ero quasi arrivata, quando mi accorsi che da quelle parti, vicina alla tavolata delle pietanze ormai semideserta, si trovava Lady Joanne Chirac. I suoi corteggiatori dovevano aver desistito lasciandola libera, e ora stava studiando lentamente i vari commensali, forse soppesandoli in vista degli scontri dell'indomani. Le andai vicino, con l'intenzione di complimentarmi per gli scontri della giornata.

"Ha fregato anche voi", mi disse, prendendomi d'anticipo.

"C...come?" risposi, un po' interdetta.

"Il tipo, là... Steven. Ho visto prima... stessa mossa".

Annuii. "Ma tu hai più lance, no? Non dovrebbe essere un problema...".

"Vedo che vi importa", mi disse, sorridendo. "Farete il tifo per lui, domani?"

"Non lo so", risposi. "Non credo".

"E' un bel tipo" mi disse, dopo un pò. "Molto determinato. Quando mi ha battuta sono andata a stringergli la mano e abbiamo scambiato due parole".

"Cosa vi siete detti?" chiesi, incuriosita.

"Gli ho detto di non aver gradito quella mossa, e che qualora avessi vinto il torneo sarebbe tornato a piedi a Anthien". Faceva riferimento alla regola in vigore al grande palio, secondo la quale, se ricordavo bene, il vincitore della giostra aveva il diritto reclamare il cavallo di uno degli altri sfidanti.

"Siete stata molto aggressiva. E lui?" le chiesi di rimando.

"Lui mi ha detto", continuò Lady Joanne, "che ero molto brava, ma troppo sicura di me. Poi ha aggiunto che secondo la regola del grande palio, il vincitore può reclamare soltanto i cavalli degli sfidanti sconfitti in tenzone diretta: in altre parole, se anche io avessi vinto non sarebbe tornato a casa a piedi. Ha anche tenuto a precisare che non dovevo preoccuparmi: anche se avesse vinto lui, io sarei comunque tornata ad Amer sul mio cavallo".

"E' stato corretto", ebbi cura di osservare, un pò divertita.

"Forse si", disse. "E' un tipo interessante, senza dubbio"

Restai qualche minuto a parlare con Lady Joanne, poi mi ricordai che dovevo recuperare Yera. Con mio disappunto la trovai in una conversazione non del tutto discreta con sir Leon. Quando mi vide, si affrettò a liberarsi del suo interlocutore e mi raggiunse.

"Lady Solice!" mi disse. "Credo di aver bevuto un pò troppo... che ore sono?"

"Tardi", dissi guardandola. Nononostante non fosse sbronza, per lei era decisamente ora di dormire. "Stai bene?" le dissi.

"Si... tutto a posto", mi disse. "Siete arrabbiata? Stavamo solo parlando..."

"Lo so, non preoccuparti", le risposi. "Ora però andiamo a riposare. Domani ci aspetta una giornata lunga e bellissima".

Lentamente, la accompagnai verso l'interno, in direzione del lungo corridoio che ci avrebbe condotto alle scale e poi alle nostre stanze.

(continua)
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13 maggio 517
Domenica 15 Aprile 2007

Il matrimonio di Ryan (prima parte)

Arrivammo nello spiazzo dedicato alla giostra quando mancavano soltanto pochi minuti all'inizio dei giochi. In verità, per tutta la mattina i cavalieri di Beid avevano rotto lance insieme a tutti gli altri partecipanti provenienti degli altri Feudi: tanto Malaki quanto Jen erano arrivati in ritardo e con ben altri pensieri, ma questo non aveva impedito loro di indossare l'armatura e fare quello che mio padre, mio fratello e il popolo di Beid si aspettava da loro. Erano li', splendenti nelle loro armature, in attesa dell'inizio della tenzone ufficiale.

Il palco dove avremmo dovuto dirigerci sembrava irraggiungibile. "Siamo un pò in ritardo", commentò Yurae osservando la grande quantità di gente che si trovava tra noi e loro. "Restate vicine a noi e non ci saranno problemi". Così dicendo, montò sulla sua alabarda lo stendardo di Beid. Nel giro di qualche minuto ci facemmo largo tra la folla festosa, ardente dalla voglia di inneggiare a qualcosa al punto da accoglierci come se fossimo noi stessi dei giostranti.

Immersa in quel clima di festa quasi irreale, non potevo fare a meno di guardarmi intorno, osservando le innumerevoli facce che spuntavano da ogni parte, incrociando sguardi, osservando: temevo di scorgere il volto di Kira, o quale che fosse il nome di quell'empio emissario degli dei oscuri che si trovava all'interno della marca, libero di muoversi, di osservare. Quale sarebbe stata la sua prossima mossa? Avrebbe tentato di far del male a Ryan o a qualcun altro, o forse a me? Qualcosa mi diceva che lo avrei scoperto fin troppo presto.

La vista di mio padre fu sufficiente a distogliermi dalle mie preoccupazioni. Dovevo stare molto attenta a metterlo a parte delle informazioni in mio possesso, senza che questo potesse in alcun modo pregiudicare gli eventi di questi due giorni. Non si trattava di una semplice festa nuziale, in gioco c'erano interessi e accordi che avrebbero potuto avere impatti significativi e a lungo termine sul destino di molte persone: per non rovinare tutto avrei dovuto agire nel modo giusto.

Karl era seduto di fianco a mio padre, insieme alla futura sposa e a quella che doveva essere la sua famiglia: alcuni di loro li avevo già conosciuti: erano arrivati molti giorni prima, insieme alla sposa. Avvicinandomi educatamente, salutai con un profondo inchino. Mio padre mi chiamò vicino a lui, presentandomi ai genitori della sposa: sua signoria Lord Alexander Ripley il Conte di Verriere e la sua consorte, giunti a Beid soltanto due giorni prima. Yera, dietro di me, si inchinò fin quasi a toccare terra con la fronte. "Vi rendete conto? Sua signoria il conte di Verriere!" si affrettò a dirmi poi in un orecchio, euforica.

"Solice!" mi disse Karl sorridendo quando mi vide. "Che bella che sei con quel vestito! Quando tornano i cavalieri?" Sembrava davvero felice. "Come mai Rosalie non è venuta?" chiese poi, guardandosi intorno con aria interrogativa. La domanda, formulata da quegli occhi innocenti e inconsapevoli, mi colpì come una fitta al petto. "Non è qui", gli dissi, chinandomi di fronte a lui e prendendogli una mano. "Ma presto faremo in modo che torni a casa. D'accordo?"

"Va bene!" mi disse, annuendo. "Peccato pero'! Se non fa in fretta si perderà il torneo!"

La nostra conversazione fu bruscamente interrotta dagli squilli di trombe che annunciavano l'inizio dei giochi. Mio padre si alzò: non avrebbe parlato se non l'indomani, ma era previsto che inaugurasse l'inizio delle gare. I cavalieri spronarono i loro cavalli nella nostra direzione, rivolgendo un saluto militare nella sua direzione e preparandosi a compiere il giro del campo: il marchese rispose al saluto, dichiarando di fatto aperta la tenzone tra applausi e grida.

Trovarsi in mezzo a quell'evento era... emozionante. Non pensavo potesse farmi questo effetto, ma mi trovai letteralmente sommersa da una sensazione elettrizzante quanto strana: gioia, euforia, stupore. Senza neanche rendermene conto mi trovai a sorridere e a battere le mani, applaudendo a mio fratello e ai cavalieri che ci avevano onorato della loro presenza e ai loro destrieri.

Yera aveva seguito le vicende legate al torneo molto più attentamente di me, e fu lei a indicarmi la maggior parte dei partecipanti. Ovviamente non fu necessario il suo aiuto per riconoscere il primo della fila: mio fratello Ryan, splendente nella sua armatura rossa come il mio vestito e saldamente in sella al suo nuovo cavallo, al quale aveva dato il nome di Farnas. Questi era il più bello di una magnifica coppia di stalloni arrivati a Beid pochi giorni prima insieme a una delegazione di cavalieri provenienti da Amer, come dono da parte del Duca: Ryan si era allenato per diverse ore ogni giorno nel tentativo di riuscire a cavalcare Farnas in tempo per l'inizio del torneo. Lady Amy era stata omaggiata di un rotolo di seta pregiata e molto preziosa. Mio fratello sfilava a testa alta, non coperta dall'elmo: una volta giunto sotto il nostro palco si sporse dal cavallo, inchinandosi di fronte a mio padre e alla famiglia della sposa. Terminato l'inchino mi lanciò uno sguardo, sorridendomi. Sollevai entrambe le braccia per salutarlo, ricambiando il sorriso: non credo di averlo mai visto cosi' felice.

La mia ancella mi indicò il fratello maggiore di Amy, Baldur, che in quel momento stava porgendo i saluti a mio padre: insieme a lui vi era sir Albert Von Trier, colonnello dell'esercito di Verriere.

A poca distanza da loro si trovavano quattro cavalieri che portavano sul loro scudo il simbolo di Amer. Yera mi rivelò i loro nomi: Sir Al Fennec, che nelle competizioni mattutine aveva spezzato in assoluto il maggior numero di lance; di fianco a lui vi era sir Georg Poe, completamente chiuso nella sua armatura argentea: Yera mi disse che non si toglieva mai il cimiero per nascondere la brutta ferita che gli deturpava il volto. Non sapeva i dettagli ma sospettava avesse qualcosa a che fare con i Nani, considerando l'ostilità con cui il cavaliere aveva accolto l'arrivo della delegazione nanica che era giunta da Nair-Al-Zaurak qualche giorno prima. Dietro sir Georg, un terzo cavaliere era intento a cambiare la bardatura al suo cavallo: quando si tolse l'elmo, rimasi colpita dai suoi lineamenti delicati e dall'eleganza del portamento: incuriosita, chiesi a Yera chi fosse quel ragazzo. Lei scoppiò a ridere, affrettandosi a correggere il mio errore: con mia grande sorpresa mi disse che il nome di quel cavaliere altri non era che Lady Joanne Chirac, e che a dispetto delle apparenze godeva fama di essere una delle migliori spade della città Ducale, oltre ad essere particolarmente attraente. "Hai ragione", dissi guardandola meglio: "devo essere ancora molto stanca". Ridemmo entrambe. A chiudere la fila dei cavalieri di Amer giungeva quello che Yera mi rivelò essere l'invitato più importante di tutto il torneo: Sir Konon Desyenne, cugino del Duca di Amer, circondato dai suoi scudieri. Osservai divertita il suo modo di fare: spesso sollevava il braccio in direzione della folla, urlando e incitandola a sua volta: a dispetto della non più giovanissima età, sembrava decisamente intenzionato a divertirsi.

A qualche metro di distanza, piuttosto in disparte dagli altri, un cavaliere in una meravigliosa armatura striata di azzurro stava dando indicazioni al suo scudiero: Yera mi disse che il suo nome era Peter Gremaud, l'erede al titolo di Signore di Chalard. Quella rivelazione mi sorprese: ero stata presentata a Peter e suo fratello qualche giorno prima, in occasione del loro arrivo, ma il cavaliere che si trovava davanti ai miei occhi sembrava davvero un'altra persona: l'armatura non sembrava recargli alcun impaccio, e il modo che aveva di stare a cavallo era quantomai elegante. Il suo scudiero doveva essere Kasper: Ryan mi aveva raccontato di come, qualche giorno prima, il ragazzo gli avesse chiesto il permesso di poter prendere parte al torneo: un permesso che Ryan, con suo grande disappunto, non aveva certo potuto concedergli. Quando gli fui presentata, la prima cosa che mi chiese fu se avrei partecipato: la mia risposta negativa lo aveva molto risollevato.

Voltai lo sguardo verso gli altri cavalieri, e fu a quel punto che i miei occhi incontrarono il simbolo di Keib. Due dei nostri cugini si trovavano a una certa distanza dal nostro palco, nelle loro armature nere: a differenza degli altri, non sollevavano gli scudi verso la folla. I rancori con la loro baronia che si erano spenti in via ufficiale restavano comunque ben vivi nei cuori del popolo di Beid, che evitava di salutare la loro comparsa e li costringeva a mantenere una certa distanza per evitare di essere colpiti dalla frutta e dalla verdura che occasionalmente veniva lanciata dagli spalti nella loro direzione. I due cavalieri non reagivano, continuando ad avanzare a testa alta.

Poco avanti a loro, al riparo dalle manifestazioni di stizza della folla, altri due cavalieri procedevano diretti verso il nostro palco: sui loro scudi vi era il simbolo della baronia di Anthien. Una volta di fronte a noi si tolsero l'elmo, omaggiando di un saluto mio padre e la sposa. "Guardate quanto sono belli", disse Yera, estasiata. "Magari potremmo conoscerli, durante il banchetto di stasera!"

A chiudere la fila, arrivarono i cavalieri provenienti da Beid: Jen e Malaki erano entrambi bellissimi, nelle loro armature luccicanti: dietro di loro, su un cavallo di enormi dimensioni, si stagliava la sagoma inconfondibile di zio Jerome.

"Wooow! Non sapevo che Lord Jerome avrebbe preso parte al torneo", gridò Yera, emozionatissima. Poi si arrestò improvvisamente, come se si fosse improvvisamente accorta di qualcosa. "Ma... ma dov'è sir Thomas?" mormorò.

Le misi una mano sulla spalla. "Sir Thomas non parteciperà al torneo", le dissi con calma: "è rimasto ferito durante un incarico per conto di mio padre: ma non preoccuparti, Yurae mi ha detto che starà bene: Pyros lo proteggerà".

Yera mi guardò, delusa e costernata: sapevo quanto ci tenesse alla presenza di sir Thomas. "Coraggio", le dissi. "Lui avrebbe fatto del suo meglio per rendere questo torneo un grande spettacolo: dobbiamo divertirci anche in suo onore!". La mia ancella annui', tornando lentamente a sorridere. "Ok", mi disse. "Divertiamoci allora!".

I cavalieri terminarono il loro giro:pochi minuti dopo, l'araldo annunciò quello che sarebbe stato lo scontro inaugurale.

"Lady Joanne Chirac, Cavaliere di Amer, contro Sir Malaki Akhnal, Cavaliere di Beid!"

"Accidenti", disse Yera, "E' uno scontro difficile! AVANTI SIR MALAKI, FATE VEDERE A QUESTA SCIACQUETTA CHI COMANDA!" In un attimo lo sguardo di mio padre la fulminò, terrorizzandola al punto da inchiodarla sul posto. Il Conte di Verriere non trattenne un sorriso, mentre la moglie alzò appena un sopracciglio. "Che significa sciacquetta?", mi chiese Karl, mettendo a durissima prova il mio già arduo tentativo di restare seria e non scoppiare a ridere.

Una cosa era certa: sarebbero stati due giorni indimenticabili.


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13 maggio 517
Domenica 15 Aprile 2007

Il settimo giorno

Ho dei ricordi piuttosto vaghi e confusi della notte tra il 12 e il 13 maggio: il sonno che mi tormentava da quasi una settimana tornò con violenza ad aggredire le mie membra, costringendomi ad ammettere di essere inadatta a sostenere un turno di guardia. Passai la prima parte della notte a pregare Pyros, ringraziandolo per aver protetto la nostra spedizione e non aver permesso che il crudele presagio formulato dall'individuo noto come Fante di Quadri si avverasse. Nelle mie preghiere però non consideravo che quella notte faceva ancora parte dei sette giorni vaticinati a seguito della mia aggressione: gli eventi che sarebbero occorsi nelle ore successive mi avrebbero costretto a scontrarmi duramente con tale imprecisa approssimazione.

Non ricordo esattamente quando la vidi. Era lì, in piedi a qualche decina di metri di distanza che mi osservava pregare, in silenzio. A prima vista sottostimai la sua altezza, che mi fece pensare inizialmente che potesse trattarsi di una bambina: solo in seguito mi resi conto che era alta più o meno quanto me, e che doveva avere almeno 20 o 25 anni.

Non appena si accorse che l'avevo notata cominciò ad avvicinarsi, lentamente. Rischiarata dalla luce del campo le sorrisi, sorpresa e un pò preoccupata di una simile apparizione nel bel mezzo della notte: cosa ci faceva una bambina, o una ragazza della mia età, nel bel mezzo delle colline da sola? Ma il mio sorriso si tramutò in sgomento quando vidi meglio ciò che stava avanzando, quando riconobbi un viso che avevo incontrato una volta, in passato: un volto che avevo dimenticato, e che i recenti avvenimenti avevano cominciato lentamente a ricondurre alla mia memoria, e che ora completava quell'assurdo e inspiegabile quadro fatto di tante, troppe coincidenze per essere opera di un pennello mosso dal caso.

Kira Klay: questo era il nome con cui ci era stata presentata, circa quattro anni fa. Occhi verdi, capelli neri e lisci come l'ebano. Muta, con lo sguardo spento. Il nostro precettore ci disse che era l'unica superstite di una carovana partita da Sarthe e diretta a Focault, senza fornirci ulteriori dettagli. Il suo nome era stato recuperato da alcuni documenti trovati sul corpo della zia che la accompagnava, scritto sui fogli con cui avrebbe dovuto presentarla all'Abate pregandolo di accettarla come iniziata. Nessuno sapeva se fosse muta dalla nascita o se fosse stato a causa di quanto aveva visto durante l'attacco subito dalla carovana: in assenza dell'abate, che in quei giorni si trovava a Chalard, il priore decise che la sventurata sarebbe stata accolta tra le mura del monastero. Ricordo la pena che provai nei confronti di quella ragazza sfortunata, e la preghiera che noi tutte recitammo quel giorno affinché Pyros potesse offuscare l'esperienza di morte che aveva avuto e alleviare le sofferenze che albergavano nel suo cuore: il giorno che precedette i fatti dell'"uomo di Focault", che provocarono la scomparsa di quella ragazza: una scomparsa che cessò presto di essere tale: un giorno di settembre il decano affidato alla nostra ala ci disse che la luce di Pyros aveva dissolto le tenebre che offuscavano il mistero di quella notte, e da quel momento nessuno ne parlò più. Pochi giorni dopo Valerie venne perdonata per le sue azioni e inviata presso la caserma di Rigel. Da quel giorno io e Rosalie le scrivemmo due lettere, che non ebbero però alcuna risposta.

"Kira?" mormorai, incredula. Ero ancora convinta che fosse muta, mi aspettavo un cenno del capo come risposta: grande fu la mia sorpresa quando la sentii articolare parola.

"Stai dormendo", mi disse piano. La sua voce era strana, sembrava spettrale. "Ti regalerò un sogno che non dimenticherai".

Cosi' dicendo alzò le mani: non verso il cielo, ma tenendole ai lati della sua testa, con il dorso rivolto verso di me. Con orrore vidi che le sue nocche cominciarono a deformarsi e poi a sanguinare, mentre rigide protuberanze cominciavano a farsi largo tra le ossa, tra le carni. Rossi filamenti acuminati si fecero lentamente strada verso l'alto lungo il dorso delle sue mani, provocando un suono simile a quello di ossa frantumate e disegnando rivoli di sangue che percorsero rapidamente gli avambracci per poi perdersi nello spazio vuoto che li separava dal terreno.

Di fronte a me si ergeva qualcosa che per anni mi ero preparata ad affrontare, qualcosa di tremendamente simile a quello che Abel aveva affrontato nel Miestwode con coraggio, al prezzo della vita. Un emissario delle divinità oscure, del Caos Primitivo, del sangue, della sofferenza e del dolore. Ma in questo momento non c'era Abel: c'ero io. Le gambe mi tremavano: dovevo fare qualcosa, ma cosa? Pensare, dovevo pensare. Cosa avrebbe fatto Abel? Di certo lo avrebbe affrontato, con la sua alabarda. Sguainai la spada, puntandogliela contro. "Fermati e arrenditi, in nome di Pyros" gli dissi. Pronunciare quella frase mi diede coraggio. Anche io ero un emissario, non meno di lei.

Un istante dopo aver pronunciato quelle parole capii quanto Malaki avesse ragione. Ero morta. Non vidi neppure gli artigli arrivare, nè la mia spada nè il mio corpo riuscirono a muoversi, colti di sorpresa dalla velocità innaturale di quell'attacco portato ai miei danni. In un attimo era di fronte a me, la mano sulla mia fronte, a spingerla indietro esponendo il collo indifeso alla voracità di quegli artigli. Sentii il freddo che mi penetrava, poi il peso del mio corpo che mi trascinava giù. Ero morta, ma i miei occhi vedevano ancora. La vidi avvicinarsi verso il campo, oltrepassando silenziosamente i primi sacchi a pelo. La vidi avvicinarsi a uno di loro in particolare. No, pensai. Vi prego, Dei, no. No, no, no, no, NOOOOOOOOOOO!

Un grido d'allarme mi svegliò di soprassalto. Balzai in piedi, guardandomi intorno. Eravamo stati attaccati: uno degli uomini di Malaki, Elan di Passorosso, era a terra in un lago di sangue, immobile: l'altro soldato che montava di guardia con lui, il cui nome credo fosse Rob, giaceva anch'esso in terra, muovendosi a fatica: intorno a lui vi erano i cadaveri di due lupi. Al centro del campo si trovava, in piedi, il terzo membro di quel gruppo: Daimar, uno dei paladini che avevano ricevuto l'incarico di accompagnarci. Il suo scudo, illuminato dalla luce della luna, recava impressa una profonda artigliata che solcava, senza cancellarlo, il simbolo della Dea. Al suo fianco si trovava sir Thomas, anche lui con la spada in pugno. Non indossava l'armatura, la sua spalla sinistra sanguinava. La luce di Kayah illuminava la zona, consentendo a tutti quelli che si stavano svegliando di rendersi rapidamente conto della situazione.

Nel giro di pochi minuti fummo in grado di ricostruire gli eventi: il campo era stato attaccato da un branco di lupi: un comportamento ben strano da parte di animali solitamente non aggressivi, specialmente contro un accampamento così numeroso e protetto da due fuochi. In ogni caso, gli animali avevano impegnato duramente Rob e Daimar, mentre Elan era corso a dare l'allarme. Pochi istanti prima che potesse farlo, però, un essere incredibilmente rapido lo aveva colto di sorpresa, colpendolo duramente al collo. Daimar, accortosi del pericolo, era corso verso il centro del campo, seguendo i velocissimi movimenti di quell'essere: lo aveva raggiunto all'altezza del sacco a pelo di sir Thomas, non prima che questi potesse sferrare un colpo su di esso. Immediatamente dopo lo aveva ingaggiato, riuscendo a bloccare con lo scudo una delle sue artigliate. A quel punto, stando alle parole di Daimar, Kayah era intervenuta in suo aiuto: l'essere, illuminato dalla luna, aveva incominciato a muoversi più lentamente, consentendo al paladino di resistere mentre chiamava aiuto e a sir Thomas di raccogliere la spada e di unirsi allo scontro, chiamando anche lui a raccolta i suoi uomini. Immediatamente dopo quegli eventi, un attimo prima che il resto del campo si svegliasse, la creatura era scomparsa senza lasciare traccia. Nel frattempo Rob, rimasto da solo contro i lupi, era riuscito ad avere la meglio su due di loro, riportando però diverse ferite di artigli e morsi, fortunatamente più dolorose che gravi.

Per Elan di Passorosso non c'era più nulla da fare: una profonda artigliata gli aveva squarciato il lato sinistro del collo, trapassandolo quasi da parte a parte. Nessuno dei soldati fu in grado di spiegarsi quell'assurda ferita, neppure Malaki: da parte mia, non avevo dubbi in proposito. Gli altri paladini rimasero in silenzio, assorti e preoccupati.

La ferita di sir Thomas era piuttosto grave: quasi identica a quella che aveva ucciso Elan, era però penetrata nella spalla, pochi centimetri sotto al punto mortale. Malaki si apprestò a medicarla, chiedendo l'aiuto mio e quello di Jen. L'esperienza pratica di Malaki si rivelò più utile delle conoscenze frutto dei miei studi: di fatto, mi limitai a lavare le bende e a preparare le erbe di cui aveva bisogno.

Sir Thomas era cosciente, ma l'emorragia subita lo rendeva incapace di liberarsi di Malaki, cosa che probabilmente avrebbe voluto. "Dobbiamo prenderla", disse. "E' a piedi, non andrà lontano".

"L'unica cosa che prenderemo sarà la direzione per casa", rispose Malaki. "o il vostro braccio sarà da buttare nel giro di qualche ora. Non ho mai visto un'artigliata così profonda, solo gli Dei sanno che razza di infezioni può portare".

Non appena i feriti furono stabilizzati, Malaki mi disse che avremmo fatto meglio ad abbandonare le colline: tanto Rob quanto sir Thomas avevano bisogno di cure migliori, e una ricerca notturna avrebbe costretto a ulteriori divisioni. Quell'attacco era una prova a vantaggio delle dichiarazioni del prigioniero di Valamer, e il mio compito era di mettere a parte mio padre della faccenda senza correre ulteriori rischi. Ogni ipotesi di dividerci in due o più gruppi andava scartata: per quanto ne sapevamo poteva trattarsi di una trappola, e se dodici persone erano più che sufficienti a garantire la sicurezza dei feriti, la metà o un terzo di loro sarebbe potuta facilmente cadere vittima di un'imboscata. Le sue ragioni erano valide, quindi acconsentii: forte del mio assenso, Malaki mise tutti a parte della decisione: con sir Thomas in quelle condizioni era lui il soldato più alto in grado, e tutti si prepararono a rimettersi in marcia dopo aver recitato una preghiera per Elan, il cui sacrificio aveva protetto tutti noi: la sua salma sarebbe tornata con noi a Beid, dove avrebbe trovato degna sepoltura.

Quando arrivammo a Beid il sole era già alto. Malaki mi consigliò di recarmi immediatamente da mio padre: Jen e gli uomini di sir Thomas avrebbero condotto il capitano e Rob alla chiesa di Reyks, mentre lui avrebbe pensato a occuparsi di Elan e di avvisare la sua famiglia.

Fu in quelle condizioni che tornai a palazzo: gli eventi di quell'ennesima notte insonne mi avevano turbata al punto di farmi quasi dimenticare che quello era il giorno della vigilia. Persone allegre e indaffarate di muovevano veloci intorno a me, in un'atmosfera di festa e di preparativi che sembrava innaturale. Yera, una delle ancelle, mi vide e mi fermò poco dopo l'ingresso.

"Lady Solice", disse sorpresa. "Ma dove eravate? Vi ho cercata per tutta la giornata di ieri! Dovete assolutamente venire con me, dobbiamo provare il vestito! Inoltre... quei capelli, sono un vero disastro! Non potete certo presentarvi in queste condizioni al torneo!".

Il torneo... L'avevo dimenticato. Mio padre aveva organizzato una giostra per gli invitati al ricevimento: nell'ottica del ducato non era certo un evento della massima importanza, ma erano anni che Beid non ne organizzava una: una tradizione che mio padre aveva deciso di ripristinare, a partire dal matrimonio di Ryan.

"Sarò da te tra poco, Yera", le dissi. "Prima devo parlare con mio padre...".

"Oh, lord Kenson non è qui", mi interruppe Yera. "E in ogni caso, non accetto un no come risposta: dovreste guardarvi, siete... siete impresentabile! Dobbiamo lavare quei capelli e poi dovrete farvi una bella dormita. Vi porterò il pranzo io stessa quando vi sarete svegliata! Sarà qualcosa di leggero comunque... visto il banchetto di questa sera! Coraggio, cos'e' quella faccia? Dovete farvi bella! Non vorrete che vostro fratello e sir Thomas vi vedano cosi'!"

Alzai le spalle. Avrei evitato di dirle che sir Thomas non avrebbe certo preso parte al torneo: la voce si sarebbe sparsa comunque, ma Yera sarebbe riuscita a farla arrivare fin quasi a Delos nel giro di poche ore e non ero sicura che fosse la cosa migliore. La guardai: era evidente, non vedeva l'ora di andare al torneo e di godersi i festeggiamenti. Quella che per mio padre era una importante e delicata questione diplomatica, da quasi chiunque altro veniva percepita come una imperdibile occasione per divertirsi, conoscere gente e dimenticare le proprie preoccupazioni tra balli, banchetti e risate.

"D'accordo", dissi sforzandomi di sorridere. "Andiamo a farci belle per la festa".

Per prima cosa, mi fece provare il vestito. Quando lo vidi restai a bocca aperta. "E'... e' bellissimo", dissi.

"Vi piace? E' un regalo di vostro fratello. Lo ha voluto rosso a tutti i costi, in modo che potesse intonarsi ai vostri capelli ricordando i colori di Pyros".

Annuii: era indubbiamente un vestito splendido. Passai quasi un'ora a provarlo e riprovarlo, mentre Yera zompettava intorno a me, annotando gli aggiustamenti necessari come una sarta provetta.

"Vi sta a pennello", disse soddisfatta. "Dobbiamo soltanto accorciarlo un pò".

Dopo il vestito fu la volta dei capelli. Yera aveva in mente qualcosa di molto diverso dalla mia treccia abituale. "Non capisco perché vi costringiate i capelli in questo modo", disse mentre mi pettinava. "State meglio quando li portate sciolti".

"Non sono molto pratici quando si viaggia", dissi. In effetti, avevo incominciato a intrecciarli da quando avevo lasciato il monastero. Ogni tanto li avevo sciolti, ma prima o poi poi finivo sempre con l'intrecciarli di nuovo.

A quel punto, Yera mi chiese dei miei viaggi. Fu molto sorpresa - e incuriosita - quando le dissi che avevo viaggiato con un gruppo di gente cosi' numeroso. Mi tempestò di domande su Abel e sugli altri compagni, il che mi mise a disagio in parte perché potevo raccontarle ben poco, in parte perché cominciavano a mancarmi. Mi chiese chi di loro fosse il più alto, chi il piu' bello, quale mi piacesse di piu' e altre domande che mi aspettavo.

"Ecco fatto", disse quando ebbe finito con la spazzola. "Li ho allisciati per bene: quando vi sveglierete li pettineremo. Ora fatevi una bella dormita, o non sarò in grado di distogliere l'attenzione dalle quelle occhiaie! Penserò io a portarvi il pranzo". Il suo tono non ammetteva rifiuti. In ogni caso, mio padre non sarebbe tornato dalla caccia: lo avrei incontrato direttamente al torneo. Chiusi gli occhi, buttandomi sul letto: prima di addormentarmi, lo sguardo mi cadde sul comodino che avevo visto bruciare in sogno qualche giorno prima. La carta raffigurante il fante di quadri era ancora lì. "Ti prego, Pyros", mormorai. "concedimi la grazia di un sonno senza sogni".

Le mie preghiere furono ascoltate. Quando mi svegliai ero sufficientemente riposata: il mio letto ondeggiava, come una barca mossa dalle onde del mare.

"Presto!", disse Yera, continuando a scuotermi. "Siamo in ritardo!"

I minuti seguenti furono piuttosto frenetici: Yera mi aiutò a truccarmi, pettinarmi e vestirmi, e io feci lo stesso con lei: anche il suo abito era bellissimo. "Anche questo è opera di suo fratello", mi disse. Ryan aveva fatto davvero di tutto per rendere speciali questi giorni, pensai. Immersa nei pensieri e nelle vicende degli ultimi giorni avevo trascurato fin troppo questo evento: mi ripromisi che avrei fatto tutto il possibile per evitare di portare via da lui l'attenzione che meritava. Era il suo matrimonio, e avevo il dovere di onorarlo con tutta me stessa.

Al termine dei preparativi ci recammo di corsa davanti allo specchio grande: una volta li' ci specchiammo una dopo l'altra, simulando un inchino. I vestiti erano davvero meravigliosi: in quel momento, per un attimo la mia mente si svuotò di tutti i pensieri e il cuore mi si riempì di speranza. Sir Thomas era salvo, il prigioniero di Valamer aveva detto la verità: forse Pyros avrebbe ascoltato le mie preghiere, e Rosalie sarebbe tornata a casa sana e salva. Mio fratello stava per sposarsi... Dovevo essere felice, per lui e per mio padre.

Vedendomi esitare di fronte allo specchio, Yera mi afferrò per un braccio: "coraggio, non vi imbambolate: dobbiamo andare!" esclamò, spingendomi frettolosamente fuori e poi trascinandomi di corsa giù per le scale: prima di raggiungere la carrozza fummo salutate dalle guardie di palazzo, che Yera omaggiò con ampi e calorosi sorrisi stringendosi a me. Poi salimmo in carrozza, dove ci aspettavano i nostri accompagnatori. Salutai nuovamente Yurae e Varal, che avevo lasciato soltanto poche ore prima in compagnia di Jen e Malaki dopo il nostro ritorno a Beid.

Varal cominciò a parlare con Yera, più che felice di conversare con il giovane soldato. "Sir Thomas le manda i suoi saluti", si limitò a dire Yurae, approfittando della sua distrazione. "Ci vorrà del tempo, ma pare che il braccio se la caverà". Annuii, sollevata. La carrozza prese rapidamente velocità, muovendo alla volta del largo pianale dove mio padre aveva fatto allestire lo spazio della giostra.


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12 maggio 517
Mercoledì 11 Aprile 2007

Verso il matrimonio

Sir Thomas e i suoi uomini vennero ritrovati la mattina del 12 maggio da uno degli altri gruppi di ricerca. Malaki, Jen ed io fummo messi a parte della lieta novella soltanto quella sera, impegnati come eravamo a seguire le tracce che avevamo trovato nei pressi degli alberi segnati; le impronte tracciavano una pista che riuscimmo a percorrere per molte ore e, prima di perdersi inghiottite dal sottobosco, lasciavano pochi dubbi su quale potesse essere la loro destinazione: quando ci fermammo, incerti sul da farsi, potevamo intravedere la solida e massiccia figura del castello di Adare ergersi maestosa al di sopra delle cime degli alberi.

Soltanto per la seconda volta nella mia vita il mio sguardo si posava sulla più antica fortificazione di Keib: il castello nero, una delle prime roccaforti umane presenti nel ducato. Più volte distrutto e ricostruito nel corso dei secoli buii, era alfine entrato in possesso di una importante famiglia deliota, i Keiros, oltre due secoli fa: gli ultimi proprietari si erano occupati dell'ultima ristrutturazione, rimpiazzando l'antica pietra nanica con quella più scura proveniente dalle cave della zona orientale di Keib e innalzando tanto le torri quanto il maschio centrale. Una serie di scelte che avevano ottenuto l'effetto di rendere quella fortificazione imponente e temibile, trasformando le preziose miniere di argento che circondavano quella zona in un tetro cimitero per i numerosissimi soldati di Beid che morirono ai piedi di quel gigante spietato.

Il castello di Adare mantenne la sua inviolabilità per oltre 200 anni: la sua leggendaria capacità di respingere ogni tipo di attacco fu decisiva durante la guerra del 496-497, dove i migliori reparti dell'esercito del padre di mio padre vennero annientati ai suoi piedi. Mi guardai intorno; molti di questi alberi avevano il fusto grande a sufficienza per aver visto il vano tentativo di ritirata da parte dei pochi superstiti di quello scontro: a nessuno di loro fu concesso di tornare indietro.
Il mio sguardo si posò su Malaki e Jen: gli occhi di entrambi erano fissi su quelle mura nere. Con tutta probabilità erano assorti nei miei stessi pensieri.

"Raccontami la loro storia" chiesi, dopo qualche minuto di silenzio.

Malaki prese la parola. "La maggior parte di loro morì nei pressi delle mura: quegli spalti consentono di scagliare frecce a una grande distanza e l'altezza consente all'arciere di mantenere la traiettoria tesa, capace di perforare qualsiasi armatura. E se il colpo non uccideva subito, non di rado il veleno finiva il lavoro per lui". Malgrado facesse di tutto per trattenersi, potevo sentire l'amarezza e la rabbia presente nelle sue parole. Non aveva preso parte a quella battaglia, ma molte persone a lui vicine avevano perso la vita in quel modo: amici, parenti, compagni d'armi.

Dopo un momento di silenzio, si sforzò di proseguire. "Il dio dei miasmi aveva fatto la sua comparsa qualche mese prima, in occasione del loro primo attacco. Il morso di qualsiasi freccia era mortale, a meno che non venisse trattato nel giro di poche ore: purtroppo non eravamo equipaggiati per una simile evenienza, e subimmo grandi perdite nel corso dei primi scontri. L'avanzata delle truppe di Keib portarono la guerra oltre le colline, a ovest: la loro ondata si infranse contro il castello di Valamer, da dove partì la nostra controffensiva. E fu a quel punto che i nostri nemici decisero di ripiegare: i soldati di Beid vinsero un paio di battaglie marginali sulle colline e quegli effimeri successi li condussero fino a qui, dove incontrarono una morte crudele e spietata, che ci costò la guerra e la perdita di tutti i territori a ovest di Valamer".

"... E la vita di mio nonno", aggiunsi: Malaki si limitò ad annuire. Non avevo mai conosciuto il padre di mio padre, quasi quattro anni mi separavano dalla sua morte. Una morte che era avvenuta a poche centinaia di metri da dove mi trovavo, ai piedi di quella creatura nera la cui gigantesca carcassa giaceva ferita a morte di fronte a me.

"Dove sono sepolti?" chiesi ancora, riprendendo fiato.

"I pochi che ebbero la fortuna di morire tra questi alberi restarono qui: molti di loro vennero recuperati e fu loro data una sepoltura dignitosa nei pressi di Valamer. Purtroppo", aggiunse, "tuo nonno non ebbe questa sorte: perse la vita insieme alla maggior parte dei suoi uomini, nei pressi delle mura".

"E... cosa ne fu, di loro?"

Malaki scosse la testa. "La maggior parte dei corpi venne trasportata verso le cave d'argento. Quella zona è piena di scavi interrotti e spaccature naturali, la maggior parte di loro venne gettata lì".

"E' orribile", pensai.

Malaki annuì. "Per anni Adare fu considerato un posto maledetto dai nostri soldati: un luogo mortalmente pericoloso, infestato dagli spiriti e dalle anime insepolte dei tanti morti di quel giorno. Questa fama portò all'isolamento dei Keiros, la famiglia che viveva al suo interno e che sembra avesse diffuso tra l'esercito di Keib le pratiche sacre al dio dei miasmi..."

"E soltanto nove anni dopo", lo interruppe Jen, "fu causa della loro disfatta". Proseguì nel racconto, raccontando altri eventi di cui ero a conoscenza: il castello di Adare era caduto nel 506 dopo un lungo assedio portato dagli uomini di mio padre: la perdita di quel baluardo costò a Keib la perdita dei territori acquisiti nove anni prima e il lato orientale delle colline Khadan, che comprendeva le cave d'argento. "In tal modo", concluse fieramente, "i morti del 497 tornarono finalmente a riposare in terra di Beid, e fu possibile dar loro degna sepoltura".

Abbandonammo quella zona qualche ora dopo, non senza aver celebrato una funzione in memoria delle innumerevoli vite che si erano spente nel corso degli anni passati. D'altronde, era improbabile che Sir Thomas avesse continuato in quella direzione: gli uomini di guardia al castello di Adare risposero a Malaki di non aver visto nulla di insolito, e di certo non avrebbero potuto non notare tre uomini a cavallo, specie considerando che non avevano alcun motivo per nascondere la loro presenza o le loro insegne. Tanto Malaki quanto Jen storsero il naso quando mi sentirono includere i caduti di Keib nella preghiera: il nostro giudizio nei loro confronti aveva il dovere di arrestarsi al momento della loro morte, e da quel punto in avanti diventava prerogativa degli Dei e loro soltanto.

La sera del 12 ci ritrovammo con gli altri gruppi al centro delle colline, presso il punto d'incontro precedentemente designato. Fu lì che, con mia grande sorpresa, incontrai lo sguardo di sir Thomas.

"Non dovevate correre questo rischio", mi disse scendendo dal suo cavallo e avvicinandosi a me. "Se porto questa spada è anche per far sì che non dobbiate mai salire su queste colline".

"Sono felice di vedere che state bene", risposi. "Avevamo modo di credere che poteste essere in pericolo".

Scosse la testa. "A dire il vero, le nostre spade sono sempre rimaste nel fodero. La nostra non era che una missione di ricognizione per conto di vostro padre: e a questo proposito", aggiunse accennando un inchino, "vi chiedo di consentire a me e ai miei uomini di proseguire con l'incarico che ci è stato assegnato. Abbiamo perso le prime ore dell'alba, ma se gli Dei ci doneranno un'altra giornata di sole potremmo essere di ritorno l'indomani sera, in tempo per il ricevimento di dopodomani".

Il suo sguardo si rabbuiò quando mi vide scuotere la testa. "Non posso farlo", dissi. "Vi chiedo il favore di tornare a palazzo".

"Temo di essere costretto a smentirvi", rispose dopo una breve pausa: "ma mi trovo obbligato a ricordarvi che l'incarico che ho ricevuto proviene direttamente da vostro padre, ed è a lui che rispondo... non a voi".

Non mi lasciai scoraggiare: avevo ascoltato la conversazione tra mio padre e sir Thomas, e sapevo di non infrangere alcun ordine specifico di mio padre. Al contrario, le notizie che erano giunte in mio possesso, se vere, rischiavano di mettere a repentaglio la vita di un soldato che per mio padre sarebbe stato impossibile rimpiazzare. "Ho ricevuto alcune informazioni in base alle quali siete a rischio di un attentato alla vostra vita", risposi restando calma. "Qualcuno che conosce il vostro valore come soldato potrebbe aver deciso di volervi morto, e sappiamo che i nostri nemici non esitano a chiedere ogni sorta di aiuto per raggiungere i loro scopi. Per questo motivo, vi chiedo di essere prudente al punto da tornare a palazzo con tutti noi".

"Non è una decisione che posso prendere", rispose sir Thomas. "Il mio compito non prevede la possibilità di essere scontato nè dalla prudenza nè dalle vostre richieste. Non appena sarò di ritorno prenderò in massima considerazione queste informazioni, ma ora sono costretto a chiedervi il permesso di lasciar proseguire me e i miei uomini". Il suo tono era rispettoso quanto deciso: non lo avrei convinto, non con questo tipo di argomentazioni. Tirai fuori l'incartamento consegnatomi da mio padre il marchese: prima di porgerlo a sir Thomas volsi lo sguardo in direzione di Malaki, che sorrise sotto i baffi, scuotendo la testa.

"Questo", disse il capitano, mentre lo leggeva, "dice che siete incaricata di svolgere le mie mansioni fino al mio ritorno. Il marchese vi ha dato l'autorità di occuparvi del palazzo", aggiunse poi, consegnandomi indietro il foglio, "non di ordinarmi di rientrare".

"E' vero: non posso ordinarvi di rientrare, ma posso svolgere le vostre stesse mansioni. Se davvero volete continuare la perlustrazione, verrò con voi".

"Non credo proprio", esclamò lui. "Non posso certo permetterlo, specialmente dopo quanto mi avete detto: con tutto il rispetto voi non siete un soldato, e queste colline sono pericolose".

"Sono un soldato esattamente quanto voi", risposi prontamente. "E queste colline rischiano di essere più pericolose per voi che per me: non ho l'autorità per ordinarvi di rientrare, ma tanto mio padre quanto la mia chiesa mi danno quella necessaria per impedirvi di affrontare un simile pericolo da solo".

La discussione durò un pò di tempo: il vantaggio di conoscere i dettagli del suo incarico mi consentiva di spingermi al di là di quanto normalmente avrei potuto fare, ed alla fine le mie argomentazioni riuscirono a spuntarla sulla risoluzione di sir Thomas. Il punto più difficile fu sostenere il suo sguardo quando rivelai la fonte delle informazioni che avevo ricevuto: potevo percepire la sua fatica nel mantenere un tono calmo e composto, non appena seppe di essere stato scavalcato.

"E sia", disse alla fine, "torneremo a Beid insieme e ascolteremo le dichiarazioni di questo individuo. Voglio sperare che non abbia abusato del vostro buon cuore, individui del genere non aspettano altro che trovare un animo gentile su cui far leva". Annuii in silenzio, senza dire nulla: piu' tardi mi sarei trovata a riflettere sui molti significati di quella frase.

E fu così che, in quindici persone, decidemmo di accamparci per la notte. La mattina seguente avremmo mosso tutti insieme in direzione di Beid, raggiungendo il palazzo in tempo per i preparativi dell'imminente matrimonio.

Nessuno di noi era preparato al tragico e inspiegabile evento che sarebbe accaduto di li' a poco.

(continua)

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12 maggio 517
Giovedì 5 Aprile 2007

Il sesto giorno

La conversazione con Jen era piuttosto stimolante e, a differenza dell'ultima volta, ero io quella con più viaggi sulle spalle e un numero maggiore di cose da raccontare. Certo, se al posto mio ci fosse stata Jen con gli amici di Caen, le cose sarebbero andate molto diversamente: il malvagio Hakon, il razziatore che non si fece scrupolo di depredare un santuario di Pyros, avrebbe avuto una spada in più rivolta verso di sè e la sua armata di vigliacchi. E qualcosa sarebbe cambiato anche nelle profondità del Miestwode: forse lei sarebbe stata capace di difendere Abel... Tuttavia, non era andata così: la sorte aveva deciso di mettere me a ricoprire quel ruolo, ed ogni singola volta le mie ginocchia si erano piegate, incapaci di sorreggermi quel tanto che bastava per adempiere ai miei doveri e difenderli con la spada.

Jen ascoltava i miei racconti in silenzio, mentre cavalcava. A differenza di Malaki, il suo atteggiamento nei miei confronti era spigliato e decisamente diretto.

"Devi ringraziare di essere ancora viva: i Nordri sono guerrieri formidabili, non c'è niente di cui vergognarsi a perdere uno scontro con loro. E poi il loro capo è morto, no?"

Era vero. Hakon il malvagio era morto, il suo corpo orribilmente macerato dall'operato di forze arcane provenienti dalla voce e dai gesti dello stregone che nostro malgrado ci aveva seguito. Stando al racconto di Eric egli aveva pronunciato parole arcane, aggravando a dismisura le già compromesse condizioni di salute del barbaro e provocandone la morte in preda a spasmi di dolore.

Lothar: lo stesso individuo che, pochi giorni prima, aveva salvato dalle fiamme gli occupanti di una casa che non ero riuscita a mettere in salvo. Colui che di lì a poco sarebbe diventato il maestro di Guelfo, colpito dall'efficacia del suo tremendo potere in misura di certo maggiore che non dai miei patetici tentativi di difendere quel sacro suolo. Fino a quel momento, malgrado fossi cosciente dei miei limiti con la spada, ero convinta di poter dare se non altro un segnale, un esempio della forza degli ideali professati dalla mia fede: ma era davvero cosi'?

Non raccontai a Jen i dettagli di quello scontro, così come le tenni nascosto il mio giuramento e l'impegno di servire gli obiettivi della Rosa. Ma non riuscii a tenerle nascosti i dubbi che mi attanagliavano da quando Malaki aveva appoggiato la punta della sua spada sul mio cuore, provocando in me una ferita non meno grave di quanto avrebbe prodotto un affondo portato a piena forza.

"Andiamo, cos'è quella faccia? Sei ancora giovane, hai tutta la vita davanti!", si limitò a dirmi inizialmente, mentre addentava una mela durante una delle nostre pause. Ero talmente immersa nei miei pensieri che mi dimenticai di risponderle... grosso errore. Un torsolo di mela mi colpì sul capo, producendo un rumore simile a una bottiglia di vetro sigillata quando la si apre per la prima volta.

STOC!

La guardai perplessa, non sapendo cosa fare. Perche' lo aveva fatto?

"Visto? Suona a vuoto! Quindi è inutile che fai finta di pensare", disse alzandosi e venendo verso di me, "tanto non ci crede nessuno. La verità è soltanto una, e la sai benissimo. Non sei tagliata per questa vita: vivere all'aperto, cibarsi di bacche, cacciare, pescare, arrangiarsi, tirare di spada contro qualcosa di diverso da un manichino o un istruttore che ti faccia vincere apposta... Questa è la verità. Questo è il mio mondo, ma non il tuo: per te il posto è soltanto uno, l'altare, e dovresti ringraziare il cielo di poter scegliere se stare in piedi dietro di esso o davanti e in ginocchio".

Continuai a guardarla, senza dire una parola: le sue parole facevano male.

"Tra l'altro", continuò portandosi un dito alla fronte, "io fossi in te non ci starei troppo a pensare: tuo padre guarda lontano e non si accorge tu hai già scelto qualcuno di molto, molto vicino. Non è forse cosi'?" disse sorridendo.

Scossi la testa, senza ricambiare il sorriso. "No", risposi costernata, "non è così. E mi ferisce davvero che tu possa crederlo. Credevo che mi volessi bene, che potessi comprendere ciò che sto passando e rispettare le scelte che ho fatto". Possibile che parlasse sul serio? D'un tratto non la riconoscevo più. Guardai Malaki, intento a lavare le scodelle su cui avevamo appena pranzato. Anche lui non batteva ciglio, malgrado avesse quasi certamente sentito tutto.

"Non mi sembra che tu faccia nulla per difenderle o sostenerle: nulla di pratico, almeno. La spada si studia, si impugna, si vive. Tu forse la impugni? No, apri la bocca e parli. La sfoderi forse ogni giorno per allenarti? No, apri i libri e leggi. Tu sei fatta per impugnare la penna, non la spada: è così che hai impostato la tua vita, e anche se sei ancora in tempo per cambiare ti consiglio di chiederti se è quello che realmente vuoi". E cosi' dicendo mi tirò un altro torsolo.

STOC!

"Tu potresti allenarmi", le chiesi dopo un attimo di esitazione. "Potresti..."

"O magari", mi interruppe subito, "posso convincerti a indossare la tunica invece dell'armatura. Potresti servire gli dei senza sanguinare, senza provare vergogna per te e per loro ogni volta che rovini a terra".

Scossi la testa, energicamente: era un discorso che mi era stato ripetuto almeno altre due volte, da entrambi i padri a cui gli Dei mi avevano affidato: tanto il mio genitore quanto padre Jacques a Foucault avevano espresso la loro perplessità di fronte alla scelta che intendevo compiere, ed entrambi avevano finito con l'accettare la mia decisione a intraprendere la strada che maggiormente sentivo. E, malgrado la sensazione di impotenza degli ultimi giorni, quella scelta continuava ad ardere al centro del mio cuore, alimentata da una fiamma tanto ardente e vigorosa da non poter essere spenta da nessuna lacrima.

Prima di rispondere, mi alzai in piedi. "Il mio posto è qui, con voi: con l'armatura, con la spada. Posso scegliere di non sfoderare quest'ultima, e di combattere con altri mezzi, ma non possiedo la facoltà di stabilire la direzione che la mia fede deve intraprendere a seconda delle mie emozioni".

Jen mi guardò per alcuni istanti. Poi sorrise, annuendo con il capo. Guardandola, mi resi conto dello sforzo che dovevano esserle costate le precedenti parole: a suo modo aveva cercato di aiutarmi, come Malaki. Erano molto diversi tra loro, ma l'affetto che provavano nei miei confronti era lo stesso. La ringraziai con lo sguardo, in silenzio: "vorrei davvero che fosse così semplice come lo è per te, Jen", pensai mentre la guardavo.

In seguito non parlammo più di questa cosa. Restammo sulle colline Khadan per quasi 2 giorni, senza trovare alcuna traccia di sir Thomas e dei suoi uomini. Le visioni smisero temporaneamente di tormentarmi, senza però che il mio sonno si decidesse a stabilizzarsi: giorno dopo giorno continuavo ad accumulare stanchezza, e sebbene mi sforzassi di tenerlo nascosto ai miei compagni di viaggio mi era diventato pressoché impossibile compiere qualsiasi azione diversa dallo stare a cavallo e dal mangiare. Al termine del secondo giorno, poco prima dell'imbrunire, Jen si fermò ad osservare la corteccia di un albero con fare preoccupato.

"Guarda qui", disse rivolta al fratello, che si affrettò a confermare la sua impressione. Per quello che potevo vedere, la corteccia non aveva che alcune venature, più che normali su un albero di quell'età e di simili dimensioni.

"Cosa succede?" chiesi, vedendoli preoccupati.

"Cugini", rispose Jen. "Il loro linguaggio degli alberiè cambiato e non sono capace di leggerlo, ma di certo sono stati qui da poco: questi segni sono ancora freschi".

Il linguaggio degli alberi: ero al corrente di questa particolarità dei soldati di Keib, addestrati a marcare il territorio ostile con segni in grado di poter essere riconosciuti dai loro compagni d'armi: successivamente alla guerra del 506, l'alto numero di prigionieri catturati sul campo di battaglia aveva dato alla marca di Beid il vantaggio di poter apprendere tale strumento nel corso degli anni, costringendoli a modificarlo progressivamente.

"Perché utilizzare il linguaggio degli alberi se l'obiettivo è sir Thomas?" chiesi. "Significa forse che sono organizzati in più squadre, come noi?"

"Ne dubito", rispose Malaki. "Una singola pattuglia ha discrete possibilità di eludere le torri di avvistamento, se è poco numerosa e si muove con circospezione: ma molte pattuglie rischiano di commettere molti errori, e uno solo di essi potrebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza di tutte".

"E allora, perché..."

"Ci sono varie possibilità", intervenne Jen. "La prima è che abbiano un esploratore davanti a loro, con il compito di segnalare la posizione delle delle nostre vedette al drappello che lo segue a ragionevole distanza".

"E la seconda?" Chiesi: il suo tono di voce era strano, potevo leggere la preoccupazione di entrambi.

Malaki impiegò alcuni minuti per scrutare il terreno che circondava quell'albero: dopo qualche passo si fermò, indicando con la punta dello stivale quella che poteva essere la traccia di un uomo solo.

"La seconda", disse poi, gravemente, "è che non segnalino affatto le sentinelle o le vedette di Beid".

Alzò la testa, incontrando il mio sguardo che lo fissava con aria interrogativa.

"Keib", disse poi, indicando verso est. "Chiunque abbia lasciato quei segni, lo ha fatto per qualcuno diretto in quella direzione".

"Questo potrebbe significare che sir Thomas sta bene!", intervenne Jen, con aria sollevata. "Magari è semplicemente un segnale rivolto ad altre vedette più avanzate".

"O magari", continuò Malaki, "rivolto a qualcuno che abbia motivo di temere le vedette di Keib. Magari su queste colline c'è davvero qualcuno intenzionato a togliere di mezzo sir Thomas", aggiunse poi, tenendo lo sguardo fisso, "ma comincio a pensare che potrebbe avere ben poco a che spartire con i nostri cugini".


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11 maggio 517
Martedì 3 Aprile 2007

Il quinto giorno

Il sole era ormai prossimo al tramonto quando Jen decise di fermare il cavallo, indicandoci un avvallamento distante un centinaio di metri dal sentiero che stavamo percorrendo. Non sembrava comodo, ma se non altro avrebbe fornito un riparo abbastanza sicuro.

"C'è anche un torrente da quelle parti" esclamò con un sorriso, notando la mia espressione perplessa. "E' l'ideale, ha tutte le comodità". Così dicendo scese dalla sua cavalcatura con l'intenzione di piantare le tende finché c'era luce. Prima che io e suo fratello potessimo seguirla era già a una ventina di metri.

"Avanti, pelandroni!" disse voltandosi a guardarci.

"Non provocarmi, rospetta" le rispose Malaki, "quando deciderò di muovermi alla svelta non ci capirai niente. E cerca non allontanarti da noi in questo modo, ricorda quello che stiamo facendo".

Jen alzò le spalle, guardandosi intorno: "conosco questo sentiero come le mie tasche: vengo spesso da queste parti quando ho voglia di stare un pò da sola o per allenarmi con la spada o a cavallo, e posso assicurarvi che non ho mai incontrato anima viva".

Probabilmente aveva ragione: la zona ovest delle colline Khadan era saldamente sotto il controllo dei soldati di Beid da diversi anni: inoltre, le torri d'avvistamento costruite dagli uomini di mio padre fornivano una visibilità sufficiente a rendere poco prudente un'avanzata ostile. Eppure, stando a quanto dichiarato dall'uomo-dal-nome-impronunciabile, Rosalie si trovava in un luogo ancora più vicino alla mia città natale: una caverna in cui lui stesso era stato imprigionato, senza peraltro conoscerne l'ubicazione. Lo avevano bendato, cosi' aveva detto.

...

"Come osi pronunciare simili menzogne davanti a un paladino di Pyros? Sir Thomas sarebbe pronto a dare la vita per la sua città e per mio padre!" La voce uscì dalla gola rapida come il vento prima che potessi spogliarla dell'ira che, vincendo per un istante il mio controllo, era riuscita a spillare il suo veleno nelle mie vene.

"A giudicare da questa reazione", commentò l'individuo dietro le sbarre, "qualsiasi monito sarebbe inutile. Non temete milady, non ho intenzione di infrangere un'altra volta il mio giuramento al vostro cospetto: il vostro cavaliere possiede verso la vostra terra una fede forte almeno quanto quella che voi stessa riponete in lui. Ed è proprio per questo, e per le sue abilità di comandante e di uomo d'armi, che hanno deciso di farlo a pezzi. E credetemi se vi dico", aggiunse poi scostandosi i capelli dal collo, "che non è uno scontro che si possa vincere con le armi che quelli come lui e come me siamo soliti impugnare".

Feci per parlare, ma la bocca rifiutò di muoversi, restando semiaperta di fronte alla ferita che l'individuo di fronte a me aveva deciso di mostrarmi attraverso le sbarre. Arretrai, terrorizzata: sebbene non l'avessi mai vista prima, ricordavo fin troppo bene le parole di chi aveva provato a descrivermela; artigli profondi come quelli impressi in quella ferita avevano già incominciato a scavare nel mio passato.

L'uomo di Focault. Il misterioso individuo che tutti avevano sentito e che nessuno aveva visto, che secondo il racconto di Valerie ci aveva protette da un grande pericolo per poi svanire nell'oscurità della notte dopo aver riportato una gravissima ferita al collo. "Pesanti artigliate, come quelle di un enorme lupo: il marchio del Caos Primitivo": queste erano state alcune delle parole della mia amica. La mia mente sapeva che poteva trattarsi di una coincidenza, ma lo sguardo con cui l'individuo dietro le sbarre osservava il mio sgomento sembrava asserire il contrario in modo altrettanto deciso.

"Cosa... cosa significa?" mi limitai a balbettare, confusa e spaventata.

"Che Sir Thomas è il primo della lista", rispose. "Lo toglieranno di mezzo prima del matrimonio, nei giorni in cui Beid sarà troppo occupata a guardare altrove per dar peso alla sua scomparsa... Passeranno alcuni giorni, troppi: poi alla festa seguirà il dolore, ma a quel punto sarà troppo tardi".

Come lava che sgorga fuori dalla bocca di un vulcano quel fiume di parole ardeva senza produrre fuoco, incenerendo l'aria intorno a me senza lasciar intravedere alcuna traccia della luce di Pyros, impedendomi di respirare. Sir Thomas era il primo della lista: chi sarebbe venuto dopo? Mio padre? Mio fratello?

Accortosi delle mie difficoltà ad accettare tale rivelazione, Malaki si affrettò a intervenire. "E sentiamo, genio della lampada", esclamò, "quale plotone di soldati di Keib ha deciso di andare incontro a morte certa volgendo le armi contro sir Thomas e i suoi uomini?"

E fu a quel punto che l'uomo fece per la prima volta quel nome: il Caos Primitivo. Ci parlò di uno strumento di morte, le cui corde erano manovrate dall'immonda divinità il cui nome atroce non è degno di essere pronunciato. Uno strumento giovane e potente, la cui anima corrotta è stata ricompensata con doni tali da renderlo pressoché invincibile. "Nell'istante stesso in cui l'ho affrontata", aggiunse, "ho capito che non possedevo la fede sufficiente per averne ragione. Le omissioni simili a menzogne che ero stato costretto a adoperare per arrivare a lei giustificavano forse il mio fine, ma avevano finito col togliermi l'unica cosa che avrebbe potuto garantirmi la vittoria".

"Questo non mi stupisce affatto", aggiunse Malaki, "considerando il casino che sei riuscito a fare qui da noi".

Dopo quella rivelazione, l'interrogatorio si avviò rapidamente alla sua conclusione: avevo bisogno di molte altre risposte, ma le dichiarazioni sul pericolo corso da sir Thomas e da Beid richiedevano un'immediata conferma o smentita: non c'era tempo da perdere.

Fu con il cuore gonfio di quelle parole gravi che io e Malaki spendemmo le successive due ore scendendo per il ripido sentiero che da Valamer ci avrebbe riportati a Beid: la storia di June e Joan era servita per allontanare temporanemente quella tensione, ma Malaki sapeva che non era certo un rimedio momentaneo quello che avevo intenzione di ottenere quando gli chiesi di aiutarmi a compiere ciò che sentivo di dover fare.

"Fatemi indovinare. Noi due da soli sulle colline Kadhan all'inseguimento di Sir Thomas, per avvertirlo del pericolo imminente e riportarlo a palazzo sano e salvo. Sapete, c'è una cosa che devo proprio insegnarvi sulle favole: hanno il brutto vizio di funzionare molto meglio quando è il cavaliere a salvare la principessa, e non il contrario...".

"Non si tratta di salvarlo, ma di andare in suo aiuto. Non da soli, certo: se facciamo in fretta possiamo organizzare due o tre gruppi e partire domattina all'alba. In ogni caso, io farò parte di uno di loro; che tu lo voglia o no io non sono una principessa, ma una semplice Paladina con il dovere di farlo".

"Con tutto il rispetto", mi rispose scuotendo la testa, "Voi avete soltanto il dovere di avvisare vostro padre: non siete un soldato. Avete molte qualità e coraggio da vendere, ma vi ho osservato quanto basta per sapere che c'è una cosa che non sapete fare".

"Se vi riferite al combattere", lo interruppi, "vi state sbagliando: ho imparato a utilizzare la spada tanto in caserma quanto in seguito, sul camp..."

Ero talmente concentrata a difendere le mie ragioni che non lo sentii neppure arrivare: il fendente sfiorò il mio volto cona rapidità impressionante, quasi invisibile.

"Ed era nel fodero", disse Malaki, con un'espressione grave. Con un rapido movimento del polso cambiò leggermente l'impugnatura della spada, poi si proiettò addosso a me con tutto il suo peso: questa volta riuscii a schivarlo, ma non ad allontanarmi quanto bastava per sottrarmi alla sua presa. La sua mano guantata mi strinse il collo, spingendomi per un paio di metri fino a piantarmi con le spalle contro un albero. Non potevo vederla, ma sentivo la punta della sua spada sfiorarmi appena il petto, all'altezza del cuore.

"Voi avete coraggio e siete molto convincente", disse poi, guardandomi negli occhi: "ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".

Restò per alcuni secondi a guardarmi: poi mi lasciò, volgendomi le spalle. Non gli piaceva vedermi piangere. Ma questa volta le lacrime restarono prigioniere dei miei occhi. Erano tante, troppe per farle uscire ora: le avrei liberate soltanto dopo, da sola.

"Non mi importa", dissi.

"Beh, a me si: non intendo portarvi al macello per sostenere la vostra ostinazione a portare alla cinta uno strumento di morte che riuscite a malapena a sguainare. Organizzeremo quei gruppi, ma voi non verrete con noi: qualcuno deve portare la notizia a vostro padre nel caso in cui non dovessi torn... ehm, trovare Sir Thomas".

"Non mi importa di essere inutile", esclamai con maggior forza. "Mi limiterò a difendermi, evitando i colpi dei miei nemici senza aprire la mia guardia, aspettando il vostro aiuto. E se non vorrete che impugni questa spada, ebbene non la impugnerò, ma in ogni caso mi recherò su quelle colline: il sacerdote con cui ho parlato mi considerava un soldato degli Dei, e ho intenzione di adempiere al mio incarico. Inoltre non ci recheremo lassù per combattere, ma solo per avvisare Sir Thomas e i suoi uomini della minaccia imminente. Quanto alla notizia a mio padre sarò io stessa a dargliela, ma non sarete nè tu nè lui a impedirmi di partecipare".

La giornata proseguì senza sosta: Malaki parlò con alcuni soldati di sua conoscenza mentre io mi recai alla chiesa di Pyros, rivelando le informazioni apprese sulla possibile presenza del Caos Primitivo all'interno delle colline Khadan: come risultato dei miei sforzi, due paladini chiesero e ottennero l'onore di accompagnare i gruppi che Malaki stava organizzando. Il sole era già calato quando ci radunammo per contarci: dodici uomini. Il piano di Malaki prevedeva di battere la zona collinare più vicina a Beid in quattro gruppi da tre alla ricerca di tracce, per poi unirsi in due gruppi da sei prima di addentrarsi nella zona più confinante con Keib: i miei due compagni sarebbero stati Malaki e sua sorella Jen, buona combattente e ottima esploratrice.

La cosa più difficile quel giorno fu convincere mio padre: il nostro colloquio durò diverso tempo, nel corso del quale gli spiegai quanto la mia presenza fosse necessaria. Ad essere minacciate erano le nostre terre, e nè lui nè Ryan avevano modo di allontanarsi in quei giorni tanto importanti quanto delicati. Questo faceva di me l'unica rappresentante della famiglia in grado di prendere parte attiva all'impresa; lo pregai di mantenere l'impegno preso il giorno precedente nel consentirmi di esercitare il mio compito di Paladina. E alla fine, malgrado le forti resistenze, riuscii ad ottenere il suo permesso.

Una volta nelle mie stanze, decisi di liberare la mente e allontanare ogni pensiero che potesse portarmi sogni o visioni: avevo bisogno di recuperare le forze, e per far questo era necessario riempire la mente di volti amici e ricordi felici. Con questo spirito decisi di scrivere una lettera alla mia amica Julie, indirizzandola al luogo dove l'avevo lasciata l'ultima volta. Il pensiero rivolto agli amici di Caen riuscì effettivamente a liberare la mia mente, che quella notte non fu oggetto di sogni o visioni. Ma quella vittoria fu l'ultima che ottenni: il sonno decise ancora una volta di ignorare le mie preghiere, limitandosi a cullarmi per due o tre ore lontane tra loro.

...

Il campo era solido e ben riparato, proprio come aveva detto Jen. La nostra cena fu un pasto frugale a base di pane, frutta e noci: il giorno seguente, tempo permettendo, sarebbe stata la volta della carne. Prima di coricarci per la notte tirammo a sorte per stabilire i turni di guardia. A me toccò il primo. Lo passai in silenzio, osservando a tratti i due fratelli addormentati: sarei riuscita a fare la mia parte per proteggerli, o ero davvero destinatata ad essere un peso? Ripensai alla conversazione avuta con Malaki, alla sua spada puntata sul mio cuore. No, non sarei riuscita a fare la mia parte: non sarei mai riuscita a proteggerli, nè loro nè tantomeno Julie e gli altri amici di Caen; non con la spada che portavo al fianco.

La luna mi guardava, dall'alto: ripensai ad Abel, al modo in cui sapeva infondere sicurezza e fiducia nei momenti in cui tutto sembrava perduto; al ruolo insostituibile che aveva, al vuoto che aveva lasciato e che mai nessun altro sarebbe riuscito a colmare. Mai come in questo momento mi mancavano la sua forza e il suo coraggio. "Perchè, Abel?", mormorai. "Perchè te ne sei andato?"

Questa volta le lacrime non vollero sentire ragioni; misi una mano davanti agli occhi e le lasciai cadere, abbandonandomi lentamente ad esse.


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10 maggio 517
Lunedì 2 Aprile 2007

Il quarto giorno (terza parte)

June e Joan erano le due figlie di un ricco mercante che viveva in una piccola città tra i monti Allston. Nonostante fossero molto simili nell'aspetto avevano un carattere molto diverso: June amava la vita mondana, i viaggi e il divertimento, mentre Joan preferiva restare a casa, dedicandosi allo studio e allo svolgimento delle faccende domestiche. Nel corso di uno dei suoi viaggi June conosce un individuo tanto affascinante quanto malvagio che la convince a venire via con lui: riuscito nell'intento, costui tenta di far confessare alla ragazza il luogo dove il padre custodisce i proventi dei suoi commerci, ma la ragazza, accortasi della troppa insistenza, si rifiuta di rivelarlo. Quel rifiuto accende l'ira dell'uomo, che la rinchiude nella sua dimora e le strappa il ciondolo che porta al collo.

Quello stesso giorno, l'individuo si reca alla residenza del padre con l'intento di chiedere un riscatto in oro per la vita dell'ancora ignara ragazza, ma una volta giunto a destinazione si imbatte in Joan: attratto dalla possibilità di rapire anche lei si presenta come un mercante amico del padre, ma la ragazza non gli concede altro che una breve conversazione, declinando cortesemente l'invito di recarsi a passeggio con lui e rendendo di fatto impossibile il rapimento. Furioso per l'ennesimo rifiuto, l'uomo le rivela di aver rapito la sorella mostrandole il ciondolo strappato, dichiarando di volere come riscatto non già l'oro, ma lei stessa.

Dopo qualche attimo di riflessione Joan prende la decisione di accettare, ma soltanto a patto che la sorella venga rilasciata il giorno stesso, e che non sia informata di tale accordo: dà la propria parola che, una volta che questo sarà avvenuto, non avrebbe mancato di mantenere il suo impegno. L'uomo, soddisfatto per aver ottenuto tale impegno, acconsente alla richiesta e libera June, che una volta a casa corre ad abbracciare la sorella convinta che la triste avventura sia finita. Joan ascolta il racconto di June e le dice che non dovrà più preoccuparsi, per poi uscire per sempre dalla porta del suo palazzo per non tornare mai più.

"E poi?" Chiese Malaki, visibilmente insoddisfatto della conclusione.

Lo guardai perplessa: "e poi... non c'è un poi. Finisce cosi', con Joan che si allontana all'orizzonte..."

"Non ci credo", esclamò scuotendo la testa. "Non è certo così che finisce una favola."

"Non è una favola, infatti", risposi sorridendo. "è una leggenda che ha ispirato una serie di canzoni e di ballate, molte delle quali possono essere ascoltate in molte delle locande di Beid e della zona sud di Amer".

"Dopo quello che ho sentito in quelle segrete, non ho intenzione di intristirmi ulteriormente", sentenziò Malaki. "Non esistono leggende che non abbiano almeno un lieto fine, e non riesco a immaginare nessuno migliore di voi a trovarne uno nel caso in cui questa facesse eccezione: quindi, principessa", continuò lanciandomi uno sguardo di divertita severità, "il vostro umile servitore vi chiede di impegnarvi a farlo".

Erano passate quasi due ore da quando avevamo lasciato Valamer. La mia espressione, a seguito della conversazione avuta con l'individuo che fino a poco prima chiamavo Jack e il cui nome richiedeva ora uno sforzo mnemonico non indifferente, non doveva essere delle migliori. Malaki aveva rispettato i miei pensieri per molteplici minuti, per poi rompere il silenzio con l'unica domanda che poteva riuscire nell'intento di distogliermi per qualche tempo dal loro peso.

"Perchè ti chiamava Joan?", aveva detto. E quasi senza accorgermene, nel giro di qualche minuto mi ero già addentrata nella narrazione degli eventi di una delle letture più affascinanti in cui avevo avuto modo di imbattermi nel periodo che precedeva la mia esperienza a Focault.

"Mi avete ingannata", dissi scuotendo la testa e ricambiando lo sguardo arcigno e divertito: "conoscevate già la storia di June e Joan, compreso il suo finale alternativo".

"Ah, no di certo", si affrettò a rispondere il cavaliere. "A dire il vero qualcosa avevo sentito qui e là, ma non avevo mai avuto modo di ammirare il quadro completo. Quanto al finale alternativo", aggiunse, "confesso di preferirlo. Joan muore come un'eroina, ed è di certo un destino migliore che non abbandonarsi alle grinfie di quel bastardo".

In effetti, la leggenda di June e Joan possedeva più di un finale, frutto di una serie più o meno vasta di aggiunte e tradizioni differenti. La maggior parte dei cantastorie di Beid era solita aggiungere alcune strofe al finale originario: Joan avrebbe assunto del veleno subito prima di prestare fede al suo accordo; l'uomo malvagio lo avrebbe scoperto al momento di condurla all'interno della sua abitazione, vedendo la ragazza sbiancare e cadere in terra priva di vita. Respinto per la terza volta, il rapitore avrebbe quindi commesso il suo ultimo errore recandosi nuovamente al palazzo delle due sorelle, deciso ad ucciderle entrambe e finendo così preda delle guardie cittadine avvisate da June: e sono proprio le sue parole rotte dal pianto, mentre stringe tra le braccia il corpo senza vita della sorella, a costituire l'epilogo di questa versione dei fatti.

"Ecco, cosi' va molto meglio", esclamò raggiante Malaki non appena sentì il secondo finale. "Mantiene la sua tragicità e mi fa dormire sonni tranquilli: non voglio immaginare una ragazza come Joan viva e nelle mani di quell'individuo spregevole! Non la pensate così anche voi, principessa?"

"No", risposi con decisione. Malaki mi guardò, aspettandosi una motivazione.

Feci del mio meglio per non deluderlo. "La Joan della seconda versione prende la decisione di suicidarsi: un gesto che può essere visto da noi come coraggioso e in alcune circostanze persino nobile, ma che non è di certo tale agli occhi degli Dei. Coloro che ci hanno donato la vita sono gli unici ad avere il potere di togliercela, ed è alla loro benevolenza che dobbiamo trovare la forza di affidarci persino quando tutto sembra perduto: il suicidio indica il rifiuto di volerlo fare, chiudendosi ad ogni speranza, ad ogni fiducia che possano liberarci dalla nostra disperazione. No, la Joan di quel finale non mi fa certo dormire sonni tranquilli... E lo stesso dovrebbe valere anche per voi."

Malaki non disse nulla, limitandosi a riflettere su quanto avevo detto. "Non ci avevo pensato", disse dopo alcuni minuti. "Tuttavia, questo non depone certo a vostro favore: vi ho chiesto un finale migliore, e me ne avete fornito uno che ora so essere persino peggiore del primo".

"E' vero", dissi sorridendo. "Mi dispiace. Come posso rimediare?"

"Ne voglio uno che faccia dormire sonni tranquilli, tanto a me quanto a voi. Accettate la sfida?"

"Quanto tempo ho?" chiesi, divertita da quell'insolita richiesta.

"Il tempo di tornare a palazzo".

"Se riesco nell'intento, promettete di aiutarmi a compiere quello che devo?"

Malaki a quel punto si fermò, guardandomi con aria improvvisamente seria. Era una richiesta difficile, un impegno che non valeva certo quanto il finale di una leggenda.

L'individuo in precedenza noto come Jack aveva dichiarato di chiamarsi Netjerikhet Zauemia Ruinethot: tre parole che costituiscono allo stesso tempo, stando a quanto ci ha raccontato, un nome e un titolo nobiliare, secondo le usanze di un'antica civiltà presente in alcune zone di Amer fin dai secoli dimenticati, prima che la luce rischiarasse le tenebre in cui brancolava la popolazione di Greyhaven. Sempre stando alle sue dichiarazioni, tale nome non appartiene originariamente a lui bensì ad un individuo vissuto oltre 200 anni fa: uno stregone che, insieme ad altri come lui, compiva degli studi in contrasto con la tradizione magica esistente. Tali studi non hanno mai raggiunto gli occhi di un sacerdote che potesse giudicarli poiché l'intera scuola è stata spazzata via da una famiglia nobiliare ansiosa di mostrarsi solerte ed efficace di fronte all'inquisizione al punto da imporre il proprio giudizio a quello del suo stesso tribunale.
Questo atto efferato ha di fatto provocato una reazione da parte di quegli uomini, emotiva quanto la persecuzione subita e satura del medesimo rancore. Per mezzo di un potente incantesimo lanciato dal loro maestro, gli spiriti di quegli uomini hanno potuto scegliere di restare sul piano materiale legando la loro essenza a quella di un certo numero di artefatti dall'aspetto di comuni carte da gioco. Da quel momento in poi la loro storia è fonte d'ispirazione e stimolo per la ricerca per un ristretto numero di individui, venuti a contatto con queste carte nel corso dei decenni e decise a continuare tale ricerca: uomini che in origine condividevano il medesimo fine ma che nel corso dei decenni hanno incominciato a dividersi in misura sempre maggiore, in parte inginocchiandosi di fronte alla Luce di Pyros, in parte rifuggendola per timore, rabbia o vigliaccheria.

"Se sei uno stregone, perché sei ancora in gabbia?" gli aveva chiesto a quel punto Malaki.

Ma a quanto pare, Netjerikhet Zauemia Ruinethot non era affatto un praticante di magia. La sua stirpe ha un legame di sangue con uno dei discepoli di tale scuola, e che ha deciso di portare avanti questa battaglia nonostante i suoi membri non possiedano più da decenni alcuna capacità magica: e fu proprio suo padre, stando alle sue parole, ad averlo chiamato con lo stesso nome che fu del suo antenato, per prepararlo a quella che secondo lui sarebbe stata "l'ultima battaglia". L'ultima, perché determinati fatti occorsi durante la guerra tra Beid e Keib intrapresa nel 506 avevano avuto l'effetto di accelerare in un modo o nell'altro l'epilogo della vicenda.

Quelle parole non mi aiutavano affatto: non erano antiche ricerche magiche o dubbie interpretazioni di avvenimenti remoti ad interessarmi in quel momento quanto informazioni su Rosalie: null'altro mi importava, neppure i sogni che mi tormentavano da quando avevo preso in mano quella carta che sembrava così innocua. "E' tutto collegato", fu la risposta alle mie richieste. Stando alle sue parole, tanto io quanto Rosalie possediamo le caratteristiche per prendere parte a questa battaglia. E lo stesso vale per altre persone, molte delle quali lui stesso afferma di non conoscere e che con tutta probabilità io per prima conosco meglio di lui.

"Ma in ogni caso ne conosci alcune", gli dissi a quel punto. "Di chi stai parlando?".

"Se te lo dicessi, Joan" mi rispose, "potresti voler correre da loro. E credimi, sarebbe l'ultima cosa da fare, specialmente con me dietro queste sbarre".

"E cosa dovrei fare, allora?"

"Devi essere prudente: evitare di correre rischi, di recarti in posti aperti o vulnerabili. E avvisare i vostri comandanti di un possibile attacco imminente da parte della baronia di Keib. Se avete degli esploratori, mandateli sulle colline a est: confermeranno quello che vi sto dicendo.".

Quella notizia mi fece gelare il sangue: senza bisogno di esploratori, le informazioni che avevo erano tristemente compatibili con quella rivelazione. Tuttavia, questa coincidenza non provava nulla, non da sola.

"Non ho modo di verificare una sola parola di ciò che hai detto", replicai di rimando. "Speri forse che quanto mi hai rivelato sarà sufficiente per farti uscire?"

"C'e' qualcosa che puoi verificare senza muoverti dal tuo palazzo, Joan: quanto al resto", aggiunse, rivolgendosi questa volta a Malaki: "di quanti uomini si compone la sua scorta?"

"Dipende", intervenne Malaki. "Per il momento uno, a cui si spaccheranno le nocche contro la tua faccia la prossima volta che la chiamerai con un nome diverso dal suo".

"Posso organizzare una spedizione", dissi: "di quanti uomini avrò bisogno?"

"Piu sono meglio è: l'importante è che sir Thomas Keen non sia tra questi".

Quell'affermazione mi sorprese: "Perché non dovrei? E' l'uomo più fidato agli ordini di mio padre, oltre che una delle migliori lame di Beid!"

"Questo", disse l'uomo dietro le sbarre, "è esattamente il motivo per cui non è salutare averlo vicino".

(continua)


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10 maggio 517
Venerdì 30 Marzo 2007

Il quarto giorno (seconda parte)

La carta, dimenticata sul mio comodino, bruciava lentamente di un pallido fuoco del colore della vaniglia; i miei occhi osservavano rapiti quella danza irregolare, mentre ombre increspate si componevano e ricomponevano sulle pareti e lungo il soffitto in legno di Veremar. Avrebbe preso tutto fuoco? Nel mio cuore speravo di no: era la mia camera, dopo tutto.

Non è il fuoco di Pyros: ho gia visto queste fiamme, ma non ricordo dove. Proviene da posti che non possono essere visitati. Eppure l'ho visto, ne sono sicura. Proviene da posti che non possono essere visitati. Sono certa di conoscerlo. Se lo conosci, conosci anche quelli come me. Chi sei tu? Uno stregone. E cosa vuoi da me? Due cose: la prima, ringraziarti. La seconda, farti ascoltare la mia storia. Ringraziarmi? Non ho fatto nulla. Hai fatto molto, invece: il tuo nome è innocente, il tuo sangue ci ha vendicato. Vendicato? Non capisco, cosa c'è da vendicare? La mia morte. La nostra morte. Vuoi ascoltare la mia storia? Aspetta: come può un morto sopravvivere, come può comunicare con me come stai facendo tu? Fino a quando qualcuno si ricorderà di lui, egli sopravviverà. Dimmi il tuo nome, allora. Non è così semplice. Parlami dei tuoi amici. I miei... cosa? Lo stregone. Il paladino. I guerrieri. Le due ragazze. Tieni molto a loro? Io non... Dimmi i loro nomi e ti saprò dire se corrono qualche pericolo... Non posso. Ascolta la mia storia, allora. Come fai a conoscerli? chi sei? Ti ho già risposto, ora tocca a te rispondere. Non intendo farlo. Non ti fidi di me? lo hai detto tu stesso: il tuo fuoco non è quello di Pyros. Neanche quello di Francois. Come conosci questo nome? In nome degli dei, chi sei? Cosa importa? Non è il suo vero nome. Non ho intenzione di parlare ancora con te. Non avevi sonno? Non ho intenzione di parlare ancora con te. Quando ti addormenterai di nuovo verrò a chiedertelo ancora. Se le cose stanno cosi', non succederà più. Perché non vuoi ascoltarmi? Non ho il diritto di poter essere ascoltato da te? Non sei forse una servitrice degli dei? Perchè... perchè mi stai facendo questo? A dire il vero te lo sei fatta da sola, prendendo quella carta. Per favore... lasciami in pace. Dunque è cosi'? Non vuoi ascoltare la mia storia? Sono così stanca... non riesco a pensare. La prossima volta che ti addormenterai ci incontreremo ancora e mi darai la tua risposta. E poi riuscirò a dormire? temo... che questo non succederà per un pò di tempo.

Riaprii gli occhi, sollevandomi a sedere e scostando la coperta che qualcuno doveva aver messo sopra i miei abiti. Mi guardai intorno, convinta di incontrare da un momento all'altro lo sguardo severo di mio padre o il volto apprensivo e preoccupato di mio fratello: i miei occhi spaziarono invece all'interno di un lungo salone occasionalmente percorso da soldati che vestivano le insegne di Beid. Uno di loro, vedendomi, si mise sull'attenti. "Salute a voi", disse battendo uno stivale in terra.

"Quando morirò", disse una voce proveniente dalle mie spalle "si potranno dire tante cose sul mio conto: troppo vino, forse anche troppe donne. Ma una cosa non voglio che venga detta: che ho disubbidito a un ordine della mia principessa". Cosi' dicendo, Malaki si alzò in piedi, muovendosi attorno a me fino ad incontrare il mio sguardo. "Come state?" mi chiese poi, abbassando la voce.

"Vi ringrazio", risposi. "Vi ringrazio tanto". Ero raggiante: aveva esaudito le mie preghiere, portandomi dove gli avevo chiesto.

Malaki alzò le spalle, borbottando qualcosa. "Siete tale e quale vostro padre: la notte non dormite, il giorno non dormite. Spero che mi concederete l'onore di potervi riportare a casa in buona salute, cosi' da non incorrere nelle sue ire".

Annuii con un sorriso. "Quanto ho dormito?", gli chiesi poi. "E come siamo arrivati qui?"

"Avete dormito due, forse tre ore direi: durante le quali, se la modestia me lo consente, mi sono fatto una bella passeggiata".

"A piedi? Con me?" Lo guardai con gratitudine: per quello che ricordavo, la strada per Valamer era assolata e in salita.

"Ho pensato che era una buona occasione per buttare via qualche chilo di troppo: e poi, che diamine, non rinuncerei mai a portare a passeggio la mia principessa".

Risi di gusto, mentre lo ascoltavo: è bello essere nuovamente a casa, pensai. Poi la mia mente tornò a mettere a fuoco la carta che bruciava: ripensai ai particolari del sogno che si era appena concluso... La voce dentro di me aveva un qualcosa di minaccioso, ma sentivo anche dell'altro: paura, forse... oltre a un desiderio incontenibile di comunicare le proprie sensazioni, le proprie emozioni. Forse avrei davvero dovuto ascoltarlo, forse il mio dovere di Paladina lo richiedeva. Poi ripensai a Rosalie, e improvvisamente, ricordai che c'era del lavoro da fare.

"Malaki", dissi: "nei sotterranei di questo castello è rinchiuso l'individuo che mi ha aggredita. Possiedo l'autorizzazione di mio padre a fare le veci di sir Thomas, e intendo fare uso di questa autorità per chiedere ai soldati di guardia il permesso di parlare con lui.

"Non sarà facile", disse. "Se sir Thomas è partito senza essere al corrente di questo, avrà di certo messo degli uomini che non saranno certo contenti di assumersi la responsabilità di farvi passare".

La conferma delle sue paure venne qualche minuto dopo, quando raggiungemmo la porta che conduceva alle segrete: non conoscevo i volti dei due soldati posti ai lati della robusta porta di ferro, ma lo sguardo di Malaki era sufficientemente eloquente prima ancora che la conversazione avesse luogo.

"Nessuno può scendere nelle segrete", disse uno dei due. "L'ordine è del capitano Thomas".

Malaki fece del suo meglio per presentare me e l'incarico affidatomi da mio padre, ma non ottenne alcun risultato: le due guardie erano intenzionate a non far passare nessuno. Tuttavia, il mio accompagnatore non si diede per vinto: nel giro delle successive due ore chiese e ottenne udienza con l'anziano sir Duran.

Il "vecchio Steve", come lo chiamava lui, era da anni la massima autorità all'interno del castello di Valamer, cavaliere di Beid fin dai tempi del padre di mio padre e suo buon amico e compagno d'armi. Prima di andare a parlare con lui, Malaki mi consigliò di raggiungere nuovamente la coperta e riposarmi un altro pò. Lo ringraziai, scuotendo la testa: non avrei dormito. Non avrei fatto un'altra conversazione con quell'individuo misterioso prima di aver ottenuto delle risposte dall'uomo che si trovava nelle segrete poste pochi metri sotto di me.

Grande fu la mia gioia quando Malaki fu di ritorno scortato da un ufficiale che ebbe cura di aprirci personalmente le porte delle segrete, scavalcando i due increduli soldati. "Sir Thomas non sarà contento", disse uno di loro, guardandomi e scuotendo la testa. Aveva ragione, non lo sarebbe stato: ma la responsabilità che sentivo dentro di me non era meno grande della sua, e forse al suo ritorno mi avrebbe dato la possibilità di spiegargli le mie ragioni.

Per la prima volta mi trovai a scendere quelle scale, buie e silenziose. Malaki guidava con attenzione i miei passi, reggendo una lanterna. "Potrebbe essere il caso di tapparsi le orecchie", mi disse sottovoce una volta raggiunto lo stretto corridoio che conduceva alle celle. "Ci sono altri due prigionieri che non hanno molto da aggiungere alla loro condanna". Passai davanti al primo dei tre, un individuo molto corpulento che mi scrutò da lontano, annusando l'aria. Non disse nulla, e io feci lo stesso: l'ospitalità in quel luogo mi era stata faticosamente concessa e dovevo attenermi al mio incarico.

Il secondo prigioniero che vidi era colui che mi si era presentato come Jack: si trovava in una cella poco distante dalla prima. Era sveglio, seduto in terra. Non appena mi vide, si alzò.

"Ciao, Joan. Sono felice di vederti qui", mi disse avvicinandosi alle sbarre. A parte un accenno di barba, i giorni passati in cella non avevano avuto altri effetti sul suo aspetto.

"Stà zitto, verme" lo interruppe Malaki, "parla lei". L'uomo che diceva di chiamarsi Jack annui', spostando il suo sguardo prima su di lui, poi su di me.

Avevo pensato a lungo sulla frase con cui avrei iniziato questa conversazione, ma in quel momento ci fu una cosa sulla quale si concentrarono le mie parole: "Ho preso la tua carta", esclamai, cercando di cogliere la sua reazione. Niente. Continuava a guardarmi, fisso e attento.

"Credo... credo che mi abbia parlato. Nel sonno, forse. Io..."

"Il bestione è fidato?" mi chiese, interrompendo la mia frase, volgendo nuovamente lo sguardo verso Malaki che si limitò a guardarlo male, senza rispondere alla provocazione.

"Non saranno le tue parole a stabilire se ci sono o meno bestie tra noi", risposi, prima di continuare il mio discorso. "E le persone malfidate sono solite stare dal tuo lato delle sbarre. La tua carta mi ha parlato", aggiunsi, imponendomi di restare calma: non era alla collera o al raconre che avrei dovuto chiedere consiglio su come condurre questa conversazione. "Ma non è stata l'unica voce che ho ascoltato in queste notti insonni: altri messaggi hanno raggiunto la mia mente, e se ancora è la nebbia a offuscare la mia vista, ora i miei occhi sono più aperti rispetto al nostro primo incontro".

"Sono contento", mi rispose. "Ma se hai intenzione di chiuderli ancora, ti consiglio di riconsegnarmi quella carta".

"Spiegami perché dovrei fare qualcosa di diverso dal distruggerla".

"Non lo farai comunque: non mi sembri il tipo di persona che risolve i problemi uccidendo chi gli fa la domanda, o sbaglio? In ogni caso, distruggerla o meno non avrebbe alcuna importanza. Quella persona è già morta, ti limiteresti a consegnarne lo spirito nelle mani degli Dei."

"Se quello che dici è vero, cosa mantiene il suo spirito su questo mondo?".

"L'ingiustizia di cui è stato vittima", rispose. "Ed ora che questa ingiustizia è stata lavata non c'è piu' nulla che possa farlo. Malgrado i suoi sforzi, in un modo o nell'altro è destinato a svanire".

Non capivo i suoi discorsi: "Se il suo scopo è stato raggiunto, perché si trova ancora qui? perché mi ringrazia, e perché vuole raccontarmi la sua storia?"

"Perché è giusto che qualcuno possa raccontarla, e non ha saputo resistere all'occasione di raccontarla a quella che in forse è l'unica persona che potrebbe realmente far si che ciò avvenga".

Continuavo a non capire. "Perché proprio io?".

"La risposta a questa domanda non posso dartela io: se desideri conoscerla, ascolta la storia e capirai: se ho capito bene che tipo di persona sei", aggiunse, "probabilmente non ti pentirai di averlo fatto".

"Perché mi hai aggredita?"

"Avevo poco tempo, troppo poco per convincerti in altro modo: ho scelto di rischiare e mi è andata doppiamente male: speravo di avere ragione e scoprirlo da uomo libero, invece avevo torto e l'ho scoperto un attimo prima di finire dietro le sbarre".

"Cosa dovevi capire?"

"Che completi un quadro: tu e le persone che hai incontrato nell'ultimo periodo della tua vita. Un quadro bellissimo e doloroso, come una rosa ricoperta di spine. Speravo che tu non ne facessi parte ma avevo torto, ti credevo innocente e invece eri l'Innocenza. Divertente, no?"

Scossi la testa: era divertente quanto il delirio di un pazzo. Eppure, quella massa di parole senza senso avrebbe cominciato lentamete a prendere una forma definita di li' a poco.

La conversazione durò poco meno di un'ora, nel corso della quale rispose a tutte le mie domande: le informazioni che mi rivelò sono troppe per essere trascritte in modo coerente, cercherò di metterle insieme nel corso dei prossimi giorni una volta che sarò riuscita a ricomporle in modo ordinato nella mia mente.

"Uscirò mai di qui, Joan?" mi chiese, al termine del mio inaspettatamente fruttuoso interrogatorio.

Scossi la testa, rifiutandomi di rispondere: anche se fosse riuscito a convincermi, non sarebbe stato facile. "Se quello che mi hai rivelato corrisponde al vero, devi aspettare e avere fede: se mi hai mentito, invece" aggiunsi dopo alcuni istanti, "no, non uscirai mai".

Fu a quel punto che mi chiese di pregare.
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10 maggio 517
Venerdì 23 Marzo 2007

Il quarto giorno

Nonostante tutte le mie preghiere i miei sogni continuano ad essere inquieti e agitati: all'alba del quarto giorno, dopo la terza visione incomprensibile e altrettante notti insonni, ho chiesto a Malaki di accompagnarmi alla chiesa del Santo Custode.

"Ti senti bene, principessa?" Mi ha detto, scrutando il mio volto con aria preoccupata. No, avrebbe voluto che gli rispondessi: ma non avevo il diritto di mettere a repentaglio il riconoscimento del mio ruolo da parte di mio padre faticosamente ottenuto nella giornata precedente, cosi' lasciai alla mia voce stanca l'onere di comunicare le mie condizioni al soldato che si era messo a mia disposizione.

"Ho soltanto bisogno di parlare con Padre Barkev. Lui saprà darmi le indicazioni che ci servono per iniziare la nostra ricerca".

Bartoughimeos Barkev ricopre, fin da prima che io nascessi, la funzione di prevosto della città di Beid. A lui i sacerdoti e i paladini delle chiese e degli altri luoghi di culto che circondano la mia città natale chiedono da sempre consiglio sui dubbi legati ai misteri della fede e dell'esistenza: la maggior parte di loro sostiene che, a differenza di molti sacerdoti più giovani impazienti di comunicare le proprie sensazioni, padre Barkev possiede il dono innato di saper ascoltare. Si tratta di un uomo solitario e schivo e ho avuto l'onore di incontrarlo soltanto in due occasioni, entrambe prima della mia partenza per Focault: la seconda volta ero insieme a Patrick: avevo quindici anni, e ricordo distintamente il suo sguardo su di noi mentre mio fratello gli parlava, agitato. Era impossibile non accorgersi della profondità di quegli occhi, che in oltre sessant'anni si erano posati su innumerevoli cose in giro per il mondo, in particolare in terra di Delos, la sua patria: quel giorno, padre Barkev fu in grado di rispondere alle domande che gli rivolse mio fratello, dissipando tutte le sue incertezze: era senza dubbio la persona giusta con cui parlare.

Sulla strada per la chiesa del Santo Custode io e Malaki ci siamo imbattuti in una festa paesana: una piccola orchestra di musici suonava su un palco improvvisato al centro di piazza dei Mercanti, circondata da una folla danzante e allegra. Il mio accompagnatore, leggendo sul mio volto la mia sorpresa, si è affrettato a spiegarmi che doveva trattarsi di una iniziativa del borgomastro analoga ad altre che aveva già visto nei giorni passati: una buona parte dei cittadini di Beid e degli abitanti dei territori circostanti non riusciva a partecipare a molti dei ricevimenti e dei banchetti organizzati a palazzo e nella zona dei festeggiamenti, a volte per ragioni di spazio, altre volte perchè le feste non erano aperte a tutti. Per questo motivo venivano organizzate di giorno in giorno una serie di attività cittadine con lo scopo di far vivere a tutti il clima di festa e di felicità di quei giorni.

Mi fermai alcuni istanti ad osservare quella folla che danzava e cantava a ritmo di musica, rapita da quei volti felici: la maggior parte di quelle persone aveva sicuramente avuto una vita molto meno fortunata della mia, eppure riusciva a mettere da parte ogni fatica o preoccupazione per regalare a se stessa e agli altri la pace e la gioia di quei momenti. Tra loro potevo scorgere maniscalchi, cameriere, contadini, braccianti e operai: di fronte a molti di quei lavori la mia stanchezza era ben poca cosa eppure erano li', decisi a vivere quel momento prima di ricominciare il loro compito. Da quando ero uscita dal monastero, il compito di alleggerire il loro peso spettava a me: continuai a guardare i loro movimenti, promettendo a me stessa che avrei fatto del mio meglio per essere per loro quello che padre Barkev sarebbe stato quel giorno per me.

"Non so ballare" disse improvvisamente Malaki, facendomi sobbalzare. "Mi spiace", aggiunse poi alzando le spalle in risposta al mio sguardo stupito: colta alla sprovvista cercai invano di correggere il suo equivoco scuotendo la testa, senza riuscire a trattenere le risate. Malaki era al servizio di mio padre da molti anni: forse non mi avrebbe mai vista come una paladina, e per lui sarei rimasta per sempre la "piccola principessa"; e forse, tutto sommato, era giusto cosi'.

Il colloquio con padre Barkev fu lungo e intenso: Malaki restò ad aspettarmi davanti alla chiesa mentre l'anziano sacerdote tenne fede alla sua fama, ascoltando con pazienza le dettagliate descrizioni delle mie esperienze oniriche e senza interrompere i miei goffi tentativi di spiegarli, nel tentativo di ricondurli a una logica che comunque non capivo. Infine mi osservò per alcuni istanti, prima di parlare.

Accolsi le sue parole con la gioia di un pellegrino assetato, il cui sguardo si posa sul contorno diafano di un'oasi: a quanto pare, ero stata scelta da una divinità antica e potente, una delle manifestazioni primordiali della dea Harkel, la cui identità era rivelata dalla conformazione della creatura misteriosa che aveva popolato il mio ultimo sogno: una sorta di cervo dalle sembianze umane alto diversi metri e dagli occhi tristi. Padre Barkev mi spiegò che, nei territori che circondavano la foresta del Miestwode, era diffuso fino ad alcuni secoli prima un culto legato a due spiriti che condividevano lo stesso tempio: Marduk e Etemenanki, opposti e al tempo stesso inscindibili tra loro come l'individuo e la collettività. Il primo, votato all'individualismo, era solito commettere errori e sovente cadeva preda dell'ingratidudine e dell'egoismo; il secondo, al contrario, era aperto al perdono ed all'armonia che trae origine dalla fratellanza e dall'esperienza collettiva della vita e del lavoro di gruppo. Mi disse come gli Dei della Luce vennero in aiuto al culto di Etemenanki, che accettò i dettami della Chiesa e i cui discepoli trovarono asilo nel grembo della dea Harkel; e mi spiegò di come questo non avvenne per il culto di Marduk, che preferì continuare la sua rivalsa contro il fratello arrivando a rinnegare quella stessa Chiesa che lui aveva accettato: in tal modo libero' il culto di Etemenanki dal vincolo che lo vedeva costretto a convivere con lui e i suoi seguaci scelsero le vie della solitudine, scomparendo nell'ombra.

Vedendomi turbata a seguito di quel racconto, padre Barkev continuò a parlarmi delle mie visioni: i luoghi sacri a Etemenanki sono quelli incontaminati, che non conoscono il suono delle parole dell'uomo. Presto o tardi quei luoghi sono destinati ad essere raggiunti, per colpa o per merito dello spirito esplorativo umano. Tale esplorazione può essere benevola, se guidata dalla Luce, o portare grandi scompensi se procede senza regole e pilotata da intenti egoistici. Se spiriti come Etemenanki si manifestano, di certo è per far si' che coloro che si dichiarano fedeli ai principi della giustizia e dell'altruismo affrontino e reagiscano alle azioni di chi non possiede simili ideali.

Al termine della conversazione ero a dir poco scossa: una volta congedatami da padre Barkev sono rimasta per diversi minuti a riflettere su quelle parole, inginocchiata di fronte all'icona di Harkel presente nella chiesa del Santo Custode. La battaglia tra Marduk ed Etemenanki si mostrava in buona sostanza come lo scontro, inevitabile e spesso sanguinoso, tra le aspirazioni dell'individuo e i bisogni e i principi della collettività: uno scontro che, secondo l'interpretazione dei miei sogni da parte di padre Barkev, vedeva oggi in me uno dei soldati; di certo uno dei meno importanti, a giudicare dall'incapacità che avevo di restare sveglia... Ma se non altro, ora sapevo che c'era un motivo. Quando alfine mi rialzai dall'inginocchiatoio le mie membra erano ancora stanche, ma la mia mente lottava per dibattersi dal torpore: ero un soldato. E la prima cosa che dovevo fare era confrontarmi con il mio avversario, la persona che si era introdotta a palazzo per mettermi alla prova e rivelare a se stesso la mia identità prima ancora che io stessa potessi comprenderla. Cosa avrebbe fatto, se non fosse arrivato sir Thomas? Non sembrava in procinto di volermi attaccare, ma di certo le sue azioni palesavano una forte spinta individualista che non sembrava affatto associabile con gli ideali nominati da padre Barkev. Probabilmente non ero io il suo obiettivo, o forse non solo: magari la sua missione era quella di scoprire chi era coinvolto in questa storia e metterlo fuori gioco. Ripensai a Rosalie, alla sua lettera insanguinata: la mia migliore amica, mia sorella. Quell'uomo l'aveva vista dopo il suo rapimento, con tutta probabilità aveva assistito alle sue torture... senza fare nulla.

Come fantasmi impazziti, stralci delle sue parole cominciarono a danzare all'interno della mia mente:

"Ogni notte la morde in un posto diverso, staccando dal suo corpo lembi di pelle."

"... avevano ragione. Sei davvero... l'innocenza".

"Rosalie è già in viaggio... E ora ho la certezza che avevano ragione anche su di lei."

"La profezia ha iniziato a compiersi, e tu ne prenderai parte come gli altri".

"Un'ora con lei... Ho bisogno di parlarle, da solo. Concedetemi questo e vi darò ogni informazione in mio possesso"
.

Voleva parlarmi ad ogni costo, da sola. Lo avrei presto accontentato, ma non sarebbe andata come si aspettava.

La testa mi doleva quando misi piede fuori dal sagrato della chiesa. Malaki mi venne incontro, quasi a sorreggermi.

"Voi non state bene, principessa", disse con aria grave, guardandomi in volto. "E io non posso permettervi di fare un altro passo".

"Dovrete farlo, invece", mormorai continuando a camminare con le mie gambe. "Dobbiamo andare".

"Dove, di grazia?" Dal suo tono si capiva bene che non avrebbe gradito nessuna risposta, tantomeno quella che sarebbe arrivata l'istante successivo.

"A Valamer", risposi. "Se non perdiamo tempo, possiamo essere li' per l'ora di pranzo".

"L'unico posto dove posso accompagnarvi" disse Malaki, scuotendo la testa, "è a palazzo. Avro' personalmente cura di depositarvi tra le braccia di vostro padre o di vostro fratello, che provvederanno a mettervi a letto".

"No!" risposi, scuotendo la testa, la quale non smise di fermarsi quando mi fermai. "Andremo a Valamer, è davvero importante. Dico davvero, Malaki! Devo recarmi li'".

Poi ricordo di aver perso i sensi, o forse mi sono addormentata: in ogni caso credo di averlo fatto in piedi, poiché quando ho riaperto gli occhi, un istante dopo, il mio volto era a pochi centimetri dal selciato di pietra chiara che pavimentava il cortile esterno della chiesa del Santo Custode, con Malaki che mi sorreggeva per le spalle. Mi girò, guardandomi negli occhi con un'espressione tanto eloquente da farmi venire le lacrime agli occhi. Riportarmi a palazzo in quelle condizioni avrebbe costretto mio padre e mio fratello a tenermi a letto per i prossimi giorni: come potevo spiegargli che non potevo rinunciare a quella che sarebbe stata l'unica occasione per fare la mia parte, per essere il soldato che gli Dei volevano, per riportare indietro Rosalie?

"Ti prego" gli dissi, non sapendo cos'altro fare. "Non portarmi a casa... Dobbiamo andare a Valamer. Per favore Malaki... ti prego..."

E poi, d'un tratto, calò la notte.

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9 Maggio 517
Sabato 24 Febbraio 2007

Il terzo giorno

La giornata di ieri è trascora in relativa tranquillità. L'assenza obbligata di sir Thomas ha provocato l'inevitabile rinvio dell'interrogatorio al mio aggressore. Ho saputo che la lettera sigillata è stata aperta e il suo contenuto letto da mastro Malkhas, chiamato a palazzo per l'occasione: se c'è qualcuno in grado di comprendere la sua eventuale pericolosità penso che sia lui; purtroppo non sono riuscita ad ottenere alcuna informazione in merito alle sue scoperte, in quanto le mie domande non hanno ricevuto risposte precise.

Prima di cena, ho chiesto e ottenuto il permesso di parlare con mio fratello Ryan. E' stato molto felice di sapere che sentivo il bisogno di parlare nuovamente con lui, e in poco tempo ho potuto fargli menzione di tutti i miei timori. Dal suo sguardo potevo capire tutta la sua preoccupazione: anche lui aveva avvertito la strana sensazione che qualcosa si stesse verificando proprio in questi giorni, ma i preparativi e gli impegni per il matrimonio gli avevano impedito di ottenere informazioni troppo dettagliate. In ogni caso mi ha confidato di essere al corrente di insoliti movimenti da parte dei cugini di Keib, ma ha anche cercato di tranquillizzarmi: il territorio collinare che marca il confine tra i due feudi è da molti anni oggetto di un serrato quanto continuo braccio di ferro, che prevede spesso l'invio di piccoli contingenti con il compito di sondare il terreno. Mi ha spiegato di come tali pratiche avessero uno scopo prevalentemente difensivo, che nella maggior parte dei casi si limitava a controllare che sull'altro versante vi fosse lo stesso quantitativo di soldati.

E' stato bello sentire mio fratello parlare delle nostre terre in modo cosi' competente e preciso: dopo il matrimonio sarà di grandissimo aiuto a nostro padre, e di certo lo affiancherà nello svolgere le faccende relative alla guida della marca. Ha anche avuto cura di rispondere a tutte le mie domande riguardanti le condizioni degli abitanti di quelle zone di confine, spiegandomi con cura i loro problemi e l'operato costante dei paladini e sacerdoti in quei luoghi difficili.

Malgrado la sua disponibilità, confesso che le sue parole sono riuscite a turbarmi: per la prima volta ho la sensazione di osservare il mio paese natale in tutti i suoi aspetti, compresi quelli difficili e dolorosi. E la cosa peggiore, è che gli ultimi mesi trascorsi in viaggio mi hanno insegnato che ciò che succede tra Beid e Keib non è dissimile rispetto ad altre vicende che accadono altrove, capaci di provocare sofferenze e tragedie anche maggiori. Comincio a credere che forse non è un caso che Pyros mi abbia chiamata nuovamente qui: forse il mio compito come soldato della sua verità deve ricominciare dalle origini, dalle delicate situazioni che si verificano proprio nella mia terra natale.

Purtroppo la mia età non consente a mio padre di vedermi con occhi diversi da quelli di una bambina; inoltre, la mia condizione di Paladina non è suffragata dalla forza e dall'abilità richiesta a chi solitamente ricopre tale incarico. Ma non posso e non devo perdermi d'animo: "il cuore e la parola possono essere impugnati tanto quanto una spada: è soltanto molto più difficile". Queste furono le parole che mi disse padre Esteban la prima volta che mi vide a terra, sconfitta per l'ennesima volta durante gli allenamenti con l'arma. Quella frase mi diede la forza di rialzarmi dopo ogni caduta, e confido che riuscirà a conferire un senso alle mie azioni anche ora.

Ho passato la serata in preda ai miei pensieri, sfogando nella musica la frustrazione di non poter fare niente tanto per Rosalie quanto per aiutare sir Thomas, mastro Malkhas o chiunque altro a svolgere i propri incarichi. Mentre suonavo, avrei voluto sentire la voce di Julie accompagnare le mie note: i ragazzi di Caen... mi mancano. Spero di poterli riabbracciare presto.

Recarmi al banchetto organizzato per cena è stato inaspettatamente faticoso: la stanchezza accumulata per via della precedente notte insonne si è fatta sentire all'improvviso. In ossequio alle preghiere per la mia gente avevo deciso di astenermi dal cibo, ma se devo essere sincera in questi giorni mi sarebbe ben piu' difficile mangiare quello che mi portano: fortunatamente a godere di questa grande abbondanza è tutto il popolo della città, che può partecipare ai banchetti sia pure in una zona diversa da quella riservata alle famiglie nobiliari.

Ancora una volta a decidere il mio posto è stato mio padre: ho declinato piu' gentilmente che potevo gli inviti e le conversazioni offerte da chi mi sedeva intorno: non mi era consentito di fare lo stesso con alcuni piccoli doni ricevuti. A tratti sentivo i miei occhi appesantirsi, ansiosi di chiudersi e di sottrarmi a quell'ambiente enorme e rumoroso: fortunatamente credo che nessuno se ne sia accorto. In ogni caso, prima o poi dovro' parlare con mio padre e mio fratello a questo proposito: il giuramento prestato a Focault non mi fa certo sentire a mio agio nell'essere oggetto di tanta attenzione.

Una volta riuscita a congedarmi sono tornata nelle mie stanze: ero certa che, una volta a letto, mi sarei addormentata di colpo. Ma non e' andata cosi'.

Una catena d'oro, sulla quale era fissato quello che sembrava grosso anello dello stesso materiale. L'altra estremità scompariva dentro un buco nel muro di pietra, piccolo e buio. Una stanza buia, con le pareti piene di incisioni e raffigurazioni. Simboli strani, forse antichi. Non credo di averli mai visti: scene di caccia, danze, balli. Popoli antichi? Difficile dirlo. Perche' mi trovo qui? L'odore di questo posto è strano: odora di morte. Mi giro, guardandomi intorno... Poi vedo i muri, rossi di sangue.

Mi sono svegliata di soprassalto, matida di sudore. Malgrado i miei sforzi, non sono piu' riuscita a prendere sonno se non per pochi minuti consecutivi, destandomi poco dopo. Istintivamente ho incominciato a pregare rivolgendomi a Pyros e alla dea della Luna, con la consapevolezza che anche quella notte sarebbe passata insonne.

E cosi' arriviamo a oggi: ho passato la mattina con un forte mal di testa, incapace di concentrarmi o di pensare. La stanchezza prolungata comincia mio malgrado ad avere effetti sulla mia volontà, lasciando terreno ai dubbi che si fanno avidamente strada dentro di me: forse mi sbaglio a cercare un senso a quello che succede, a quello che mi succede. Sono qui per il matrimonio, e i sogni agitati non sono altro che manifestazioni delle mie paure e delle mie incertezze. Forse tutto questo non è che una prova che Pyros ha messo sul mio cammino: sento la necessità di confidarmi con un sacerdote, lo farò non appena riuscirò ad avere un quadro piu' preciso di quello che sta accadendo.

Ho aspettato il ritorno di sir Thomas per tutto il giorno, inutilmente: sento la necessità di leggere il contenuto di quella pergamena, il cui contenuto potrebbe forse illuminarmi: e voglio ascoltare le parole dell'individuo che mi ha aggredita. E' possibile che abbia delle informazioni fondamentali per poter ritrovare Rosalie, sentire cosa ha da dire è quantomai urgente.

A sera ho chiesto e ottenuto udienza da mio padre: ho passato piu' di un'ora davanti allo specchio nel tentativo di mascherare la stanchezza innegabilmente dipinta sul mio volto, onde evitargli ulteriori preoccupazioni. Mi sono fatta coraggio, e l'ho messo al corrente di quanto avevo appreso due giorni prima. La scomparsa di Rosalie, il suo probabile rapimento, le strane e sfuggenti parole del mio aggressore e la pergamena misteriosa. Ho pregato che acconsentisse, qualora sir Thomas non fosse tornato l'indomani, a concedermi la facoltà di svolgere le sue mansioni in qualità di paladina di Pyros.

Lui mi ha ascoltato senza dire una parola: sentivo il suo sguardo pensoso su di me, come se mi stesse valutando. Al termine del mio discorso lo guardai negli occhi, implorando che non vedesse in me la bambina che era partita per Focault bensi' la paladina che da li' aveva fatto ritorno.

E poi, con mia grande gioia, ha acconsentito alle mie richieste. Mi ha detto che sir Thomas non sarebbe tornato prima di un paio di giorni, e che contava in ogni caso di incaricare qualcuno affinche' prendesse il suo posto a palazzo. In condizioni normali, non avrebbe mai permesso a sua figlia di occuparsi di incarichi di quel tipo. "Ma tu non sei piu' soltanto mia figlia ora, e intendo rispettare questa tua condizione". Quelle parole riempiranno per sempre il mio cuore di gratitudine.

Raggiante di gioia, ho chiesto il permesso di ritirarmi nelle mie stanze per pregare e prepararmi per la giornata seguente: e ora sono qui, seduta sul letto a ringraziare gli dei con tutta me stessa.

Ovviamente, mio padre aveva posto delle condizioni in merito al mio incarico. Non potro' rimpiazzare sir Thomas da sola: Malaki riceverà il compito di scortarmi nei miei giri, mentre Jen si occuperò delle guardie di palazzo e avrebbe organizzato il trasferimento del prigioniero a Valamer. Non sarei mai stata sola e non avrei mai fatto nulla senza la presenza di Malaki, ma la cosa non aveva importanza: avrei potuto servire il volere di Pyros, cercando la risposta alle mille domande che vagavano nella mia testa.

Spero solo di riuscire a dormire: avro' bisogno di tutte le mie forze per l'indomani. Chiedo soltanto qualche ora che mi consenta di poter pensare: sono cosi' stanca...

Yahwn...

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8 maggio 517
Martedì 20 Febbraio 2007

Il secondo giorno

Mancano soltanto 6 giorni al grande evento che tutti aspettano con ansia: il 14 Maggio dell'anno 517 mio fratello Ryan prenderà in sposa lady Amy Ripley, sancendo l'unione tra le nostre due famiglie.

In tutta la città si riesce a percepire un clima di festa e di gioia, e i fatti relativi alla mia insolita esperienza non sono stati di certo sufficienti a rovinarlo.

Mio fratello, non appena informato dell'incidente, si è precipitato nelle mie stanze: ha voluto che gli raccontassi tutto con dovizia di particolari, poi mi ha tenuta stretta per tutta la sera senza dire nulla, rifiutandosi di andare via anche quando vennero a chiamarlo per il banchetto del vespro. Abbiamo pregato insieme e parlato tantissimo, ed è stato grazie a lui che sono riuscita ad allentare la presa che la strana serie di eventi aveva cominciato a esercitare sulla mia mente. Ha insistito perché gli raccontassi le mie ultime esperienze a Focault e con i miei amici, ed è stato molto sorpreso di sentire che non si trattava di uomini di chiesa. Spiegargli tutto ha richiesto molto tempo, ma alla fine mi ha visto convinta della nobiltà d'animo dei miei nuovi compagni e credo che abbia deciso di fidarsi di me. La cosa che più mi è dispiaciuta è stata il non potergli dire della promessa fatta a padre Lorenzo: provo un sentimento di disagio a tenergli nascosto qualcosa, ma tale è il volere degli dei e ho tutta l'intenzione di onorare il mio giuramento e la fiducia che mi è stata accordata.

Ryan mi ha anche confidato tutte le sue paure a proposito del matrimonio: la sua paura di sentirsi inadeguato o inadatto al ruolo di consorte e di futuro feudatario ricorda molto da vicino i miei timori nei confronti della fede nel dio della Luce e della Verità. Ho cercato di trovare le parole giuste per rassicurarlo, spero tanto di essere riuscita a ricambiare parte dell'aiuto che mi ha dato.

Il sogno che ho fatto quella notte mi ha lasciata molto turbata. Probabilmente è stata l'impressione per i fatti avvenuti nel pomeriggio, ma mi è capitato di sognare Jack.

In realtà non lo vedevo, ma al tempo stesso ero consapevole della sua presenza durante tutto il sogno. Sapevo che mi osservava, forse nascosto da qualche parte, ma non riuscivo a capire dove: questo pensiero mi metteva addosso una certa ansia e mi impediva di fare qualsiasi cosa fuorché cercarlo. Inizialmente ero convinta di trovarmi nel palazzo di mio padre qui a Beid, ma man mano che aprivo le porte delle varie stanze il corridoio diventava via via più simile a quello del monastero di Focault.

D'un tratto, spalancando l'ennesima porta, mi trovai di fronte la stessa stanza che per molti mesi ebbi modo di condividere con Rosalie e Valerie. Ripensai a come, sia pure per motivi diversi, entrambe abbandonarono quel luogo molto prima di me, e a quanto mi fossero mancate durante l'ultimo periodo della mia permanenza li'. Eravamo molto legate: io ero la piu' piccola delle tre, e non capivo come mai quella stanza per loro fosse così stretta.

"ma ora lo sai, no?"

A parlare era Jack, seduto su quello che una volta era stato il letto di Valerie. Aveva ragione, col tempo l'avevo capito. Durante le cinque settimane in cui convinsero padre Fran a farle uscire dal monastero fecero di tutto per portarmi con loro, ma io sapevo di non poterlo fare: avrei disonorato la mia fede e la mia famiglia.

"quindi le tue compagne hanno disonorato la loro fede e la loro famiglia".

No, erano più grandi di me e in ogni caso non hanno fatto nulla di male.

"se non hanno fatto nulla di male, potevi uscire anche tu". No non potevo, mi sarei persa e in ogni caso non ne avevo l'intenzione. "non ne avevi l'intenzione o non ne avevi il coraggio?" avevo promesso di non uscire mai. "quindi le tue compagne hanno infranto una promessa?" avevano ricevuto l'incarico da un sacerdote "lo sai benissimo come Rosalie ha ottenuto quell'incarico" no non lo so "si lo sai" no non lo so "si che lo sai" ho detto che NON LO SO "non lo sai o non lo vuoi sapere" NON LO SO!!! "non dovresti dire le bugie a quel punto tanto valeva uscire e andare a divertirsi" sono sempre tornate al monastero sempre sempre "e ti raccontavano cosa avevano fatto cosa avevano visto" non ascoltavo quei discorsi "si che lo facevi" non ascoltavo quei discorsi "volevi uscire" non volevo uscire "si che volevi uscire" NO NON VOLEVO USCIRE "non c'è niente di male a voler uscire" NON VOLEVO USCIRE NON VOLEVO USCIRE "non c'è niente di male a uscire" BENE ALLORA ESCI DALLA MIA TESTA

... e fu a quel punto che mi svegliai. Li' per li' ero terrorizzata, ma piano piano riuscii a calmarmi ascoltando i miei stessi respiri al buio; nessuno mi osservava.

Cominciai a pregare, poi mi assalì il pensiero di Rosalie e della sua lettera: piansi un po',per poi pregare ancora. Non potevo proprio fare nulla per lei a parte pregare? L'unica speranza era appesa al filo portato dai soldati di Beid incaricati di ritrovarla. Sir Thomas mi aveva detto che si trattava di persone che conoscevano suo padre, avrebbero fatto di tutto per ritrovarla.

Dopo essermi calmata del tutto, mi alzai dal letto alla ricerca di un pò d'acqua. In camera non ne avevo, così aprii la porta e mi incamminai nel corridoio in direzione delle scale. Passando di fronte allo studio, fui sorpresa di vedere la luce accesa malgrado l'ora tarda; quasi involontariamente mi fermai ad ascoltare la discussione che stava avendo luogo proprio in quel momento, dietro quella porta.

"Quanti ha riferito di averne contati?"

"Tre plotoni completi, in arme".

"Non avrebbe senso... non in uniforme. Non sarebbe la prima volta, ma... non in uniforme".

"Così ha detto di aver visto. E' possibile che si sia sbagliato".

"Quanti ne sono al corrente?"

"Soltanto il mio secondo, signore, al quale ho impartito l'ordine di non dire una parola".

"E la manterrà? Non ho intenzione di far si' che il panico comprometta la cerimonia".

"Con tutto il rispetto, signore... Dobbiamo anche pensare a cosa questo può significare. Non siamo amati al di là del confine, e in quattro giorni..."

"Non ho intenzione di discutere ulteriormente. Avete l'autorità necessaria per fare luce sulla vicenda senza disturbare mio figlio".

"Lord Ryan resta comunque il secondo in comando, io penso che aiuterebbe molto una sua..."

"Sir Thomas, siete troppo abile con la spada per essere sordo. Devo dedurre che siete stanco, il che mi sembra un ottimo motivo per concedervi di ritirarvi".

"Ma..."

"Potete andare".

Ebbi appena il tempo di scostarmi dall'area di apertura della porta, prima che sir Thomas Keen uscisse a passo veloce dallo studio di mio padre. Il Capitano della Guardia scese rapidamente le scale, poi picchiò violentemente con il pugno guantato sul muro, producendo un rumore secco che svegliò Sigmund, lo stalliere che dormiva lì nei pressi.

"Comandi!" disse sobbalzando, ancora mezzo addormentato.

"Spada e cavallo. Subito. E sveglia Yurae e Varal, di' loro che li aspetto all'uscita delle stalle."

Sigmund si limitò ad annuire, ripedendo frammenti di parole: poi si precipitò ad eseguire gli ordini. Sir Thomas sembrava davvero preoccupato, d'altro canto la conversazione che avevo appena ascoltato non lasciava molti dubbi su quello che poteva essere il suo umore.

Come avrei dovuto interpretare quelle parole? Il loro significato mi sembrava fin troppo evidente: ma cosa potevo fare? Se mio padre voleva tenere all'oscuro persino Ryan fino al termine delle nozze, di certo non avrebbe detto nulla a me; avrei potuto parlarne con sir Thomas al suo ritorno, ma non avevo alcuna garanzia che avrebbe acconsentito: inoltre, l'indomani sarebbe stato il giorno dell'interrogatorio di Jack.

Jack... continuai a pensare a quel nome mentre tornai a rapidi passi verso la mia camera: il suo arrivo stava cominciando a coincidere con troppi eventi insoliti. Forse avrei dovuto provare a convincere sir Thomas a farmici parlare: malgrado l'assurdità e l'inspiegabilità del suo gesto, a tratti mi sembrava insolitamente sincero. O forse ero ancora influenzata da quello strano sogno... Difficile dirlo.

Tornai sotto le coperte. Avevo dimenticato l'acqua: meglio cosi', pensai, non avevo molta voglia di sognare ancora e la sete mi avrebbe tenuta sveglia fino all'indomani. Nell'atto di spegnere la lanterna, la mia mano sfiorò la carta da gioco che avevo lasciato vicino al tavolo posto di fianco al letto. Per un attimo mi venne un pensiero assurdo, ma subito lo scacciai scuotendo la testa, con una risata. Non poteva certo essere...


E cosi', torniamo a oggi. Mi sono "svegliata", se cosi' si puo' dire, molto presto. Ho incontrato mio padre per colazione, apprendendo una notizia che già sapevo: sir Thomas, Yurae e Varal erano andati a compiere un giro di perlustrazione. Ho provato per qualche minuto ad annuire soltanto, ma poi guardandolo negli occhi non ce l'ho piu' fatta: era mio padre, doveva sapere che sapevo.

"Ne sono a conoscenza. Li ho visti partire, ieri notte".

"Davvero? Sono sorpreso, pensavo fossi tra le braccia di Kayah".

"Non riuscivo a dormire. Ho fatto uno strano sogno, quindi sono uscita e vi ho sentito discutere..."

Pronunciai quelle parole guardando negli occhi mio padre, Lord Elias Kenson. Mi aspettavo un rimprovero, una giustificazione... Non ci fu niente di tutto questo.

"Non sono piu' una bambina, papà. Se qualcosa vi preoccupa, voglio saperlo".

"Non c'è nulla che mi preoccupa, piccola mia. Qualche soldato di Keib ha oltrepassato il confine, e allora? Lo fanno da anni. I nostri soldati ci sono apposta per impedire che possano fare qualcosa di piu' che rubarsi qualche pecora o tagliare un albero o due".

"Sir Thomas sembrava preoccupato".

"Sir Thomas è ancora un ragazzo, il suo sangue è caldo: se avesse una donna al suo fianco, non vedrebbe battaglie imminenti dove non ve ne sono".

"Padre", dissi nel modo piu' rispettoso che potevo, "non è mia intenzione mancarvi di rispetto: voglio che voi sappiate che, se ci fosse qualcosa che vi dovesse turbare, sono pronta a saperlo. Mi avete protetta a sufficienza dalle insidie del mondo, è giusto che impari a conoscere cosa minaccia la nostra terra".

Lui mi guardò sorridendo. "Piccola mia. Sei cresciuta cosi' tanto... Mi ricordi tua madre, faceva gli stessi discorsi. Ti ringrazio per la tua buona volontà", aggiunse, "ma ti assicuro che non abbiamo niente da temere. In ogni caso, sir Thomas sta controllando le testimonianze di chi dice di aver visto questi soldati. Presto sapremo quante pecore hanno rubato i nostri simpatici cugini".

Cugini. Era questo l'epiteto con cui gli abitanti di Beid e Keib si chiamavano l'un l'altro, fingendo di considerare le violente e sanguinose guerre occorse nell'ultimo secolo come una antipatica lite familiare. Non avevo mai visto i miei cugini, i miei fratelli mi dicevano sempre che era un bene, visto che ci avrebbero voluti vedere tutti quanti morti. Ryan, lui a volte li aveva incontrati: era stato inviato in piu' di un'occasione al castello di Adare, in rappresentanza di mio padre. Ad accompagnarlo c'erano sempre stati anche sir Thomas, Yurae, Varal e anche zio Jerome, Malaki, Jen e molti altri.

Fu con quei pensieri che mi congedai dal tavolo di mio padre. Jack e le sue frasi enigmatiche e minacciose, i soldati in uniforme, il mio sonno agitato: cominciavo a pensare che qualcosa di molto, molto grosso sarebbe accaduto di li' a poco.

Ma cosa?
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7 Maggio 517
Venerdì 9 Febbraio 2007

Il primo giorno

Il pugno lo colpì al viso con una forza tale da sbilanciarlo: immediatamente dopo un altro lo raggiunse alla bocca dello stomaco, costringendolo ad accasciarsi al suolo. Lo sconosciuto che mi aveva detto di chiamarsi Jack riprese lentamente fiato, mettendo una mano sull'elsa della spada.

"Sfoderala", gli disse sir Thomas con aria di sfida, facendo altrettanto.
"Avanti, sfoderala. Un pretesto è tutto ciò che mi serve".

Il mio assalitore si guardò intorno, contando i tre uomini intenti a circondarlo, quattro considerando il loro capitano. Sir Thomas era comparso meno di un minuto prima dietro le sue spalle; con un forte strattone lo aveva costretto ad abbandonare la presa su di me, per poi affrontarlo a mani nude. Lo scontro, se cosi' si poteva chiamare, era durato poco: il capitano della guardia di mio padre, considerato uno dei più abili combattenti di Beid, viveva all'altezza della sua fama.

"Non intendo battermi" disse Jack, sputando sangue. "Ritieniti fortunato".

"Alzati".

Abbozzò un sorriso. "Vuoi picchiarmi ancora?"

"Hai tre scelte di fronte a te", continuò sir Thomas ignorando la domanda. "Combattere da uomo, morire o arrenderti. E ti prometto una cosa, non sarai in grado di distinguere la prima dalla seconda".

Jack si alzò, lentamente. Nel giro di pochi secondi gli uomini di mio padre gli furono addosso, disarmandolo e privandolo dello scarso equipaggiamento che aveva indosso. In terra, oltre alla sua spada vennero gettati un sacchetto di monete, una pergamena sigillata e... una carta da gioco?

"Tutto bene?" La voce di sir Thomas mi distrasse di colpo da quegli oggetti.

"Si, io... vi ringrazio", fu tutto quello che riuscii a dire. Malgrado la mia risposta vidi che continuava a fissarmi negli occhi, con espressione poco convinta.

"Siete certa di stare bene?" mi chiese nuovamente, osservandomi da capo a piedi alla ricerca di possibili ferite. Istintivamente feci un passo indietro ma sir Thomas mi fermò all'istante.

"Attenta!" disse, indicando qualcosa che si trovava dietro di me. Seguendo con lo sguardo la traiettoria tracciata dal suo dito mi resi conto con orrore che si trattava dell'esito del conato avuto pochi minuti prima.

Per una frazione di secondo pensai che quella scena quasi surreale avrebbe fatto ridere moltissimo in un contesto diverso, magari raccontata attorno al tavolo di una locanda insieme alla mia amica Julie e agli altri ragazzi di Caen: Julie, Guelfo, Loic... Ricordi di pochi giorni prima, che in quel momento sembravano infintamente distanti.

Le immagini dei miei compagni svanirono l'istante successivo, quando i ricordi legati alle rivelazioni del cavaliere misterioso tornarono ad affacciarsi violentemente sulla mia mente.

"Rosalie", dissi a sir Thomas, "Quell'uomo è coinvolto in un progetto di rapimento che riguarda Rosalie Lambert! Dobbiamo trovarla, si trova in grave pericolo! Mi ha mostrato una sua lettera, forse in questo momento si trova..."

Mi fermai di scatto: ero talmente concentrata sulle mie parole da aver notato con colpevole ritardo l'espressione di tristezza che, con mio grande stupore, si era formata sul volto del capitano a seguito delle mie parole.

"Che... che succede?" chiesi, cercando di decifrare quello sguardo. Poi capii.

"Voi...voi lo sapevate?"

"Mi dispiace", disse chinando il capo. "Mi è stato esplicitamente ordinato di non dirvi nulla".

"Come avete potuto? Chi è stato a costringervi a fare una cosa del genere?"

Mentre parlavo sentivo tornare la disperazione, ma questa volta non portava con sè il pianto; era più simile a una spenta tristezza, che gelava il cuore invece di infiammarlo.

"E' stato mio padre?"

Sir Thomas annui'. "Il marchese ha preferito contenere la notizia affinché non avesse impatti negativi sui festeggiamenti. Puo' sembrare una scelta spietata e in cuor mio non la condivido, ma vi garantisco che la comprendo se penso alla posizione che ricopre. In ogni caso, il mio parere non conta: non ho altra scelta se non quella di onorare il giuramento che ho prestato. Sappiate soltanto che ha incaricato uno dei migliori uomini di Valamer di ritrovarla, un vecchio amico di suo padre".

Non appena ebbe pronunciato queste parole, tornò a voltarsi in direzione del prigioniero.

"Ti vedo bene insieme a lei", disse Jack mascherando con un sorriso l'espressione di dolore provocata dalle corde che i soldati gli avevano nel frattempo stretto ai polsi. "A conti fatti, siete due vittime di un giuramento. Beh, ho una brutta notizia per te: stai per giocarti l'unica possibilità che hai per continuare a onorare il tuo".

"Dove si trova Rosalie Lambert?"

"Che senso ha rispondere? Mi torturerete comunque, preferisco spendere il poco che so nel corso dell'interrogatorio cosi' da non farvi pensare che ci sia dell'altro, perchè credimi, non c'è".

"Parla ora" rispose sir Thomas, "aiutaci a ritrovarla sana e salva e faro' in modo di non farti torturare. Ma se non parli", aggiunse, "sarò io stesso a farlo". Potevo sentirlo, diceva la verità.

"Un'ora con lei", disse il prigioniero, fissandomi. "Ho bisogno di parlarle, da solo. Concedetemi questo e vi darò ogni informazione in mio possess.." un forte quanto improvviso manrovescio gli spezzò la frase, impedendogli di continuare.

Sir Thomas si avvicinò al suo volto, guardandolo negli occhi. "Non provare neppure a pensare di poter contrattare qualcosa nelle tue condizioni. Tu mi dirai quello che voglio sapere, o la tua testa rotolerà prima della fine della primavera".

"Forse", rispose Jack. "Ma tu non sarai li' a vederla, visto che sarai morto nel giro di sette giorni". Il suo tono era sprezzante ed evidentemente di scherno, tuttavia quando ascoltai quelle parole avvertii una strana sensazione... Che potesse esserci del vero?

"Portatelo via", sentenziò sir Thomas. "Non intendo mostrare a lady Solice uno spettacolo inadeguato alla sua vista". I soldati ubbidirono, trascinandolo fuori dal giardino.

"Un'ora, Joan" esclamò Jack mentre lo spingevano verso l'esterno. "Ti chiedo solo un'ora, e saranno tutti salvi!".

Sir Thomas si chinò a terra, raccogliendo la pergamena e la carta da gioco. Passò alcuni istanti a osservare il disegno di quest'ultima, in silenzio.

"Fante di quadri", disse dopo un po'. "Un portafortuna, forse".

Annuii, con poca convinzione. In realtà l'unica cosa su cui riuscivo a concentrarmi era su Rosalie, e su mio padre... Perchè tenermi nascosta una faccenda tanto grave? Aver temuto per i festeggiamenti era una spiegazione plausibile, in quelle circostanze una notizia tanto spiacevole avrebbe scatenato il panico specie considerando la storia della famiglia di Rosalie... Ma perchè non dirlo a me, sua figlia? Quale lo scopo di tenermi all'oscuro?

"Dovete dirmi chi ha il comando della spedizione di ricerca", chiesi a sir Thomas. Ho intenzione di partecipare, metterò al suo servizio la mia spada e le mie capacità".

Il capitano scosse la testa. "Mi spiace, ma questo non è possibile".

"Perche'? E' come una sorella per me, sono intenzionata a compiere tutto quello che serve per riaverla".

Sir Thomas mi guardò con espressione triste. "Sono partiti da due giorni", disse poi. "C'e' la possibilità che abbiano trovato alcune possibili tracce. Nessuno è in grado di dire esattamente qual è la loro posizione attuale, e qualsiasi nuova aggiunta non farebbe altro che rallentarli... inoltre suo padre mi ha raccomandato di vegliare su di voi, ed è quello che intendo fare".

"Vi ringrazio di nuovo, ma non voglio essere un peso per voi, non dentro le mura di questa casa".

"Credetemi, non siete affatto un peso. In ogni caso, fino a quando sarete a Beid sarà mio compito proteggervi: ovunque avrete intenzione di andare", aggiunse con un sorriso, "non sperate di liberarvi di me".

Annuii, riproponendomi di tentare quel discorso più tardi, magari con mio padre. "La lettera è sigillata?" chiesi poi.

"Sembra proprio di si. Mi chiedo che senso abbia, di certo non ha avuto modo di leggerla a meno che non sia lui stesso l'autore".

"Avete intenzione di aprirla?" Chiesi guardando il sigillo da una certa distanza: sembrava piuttosto anonimo, senza incisioni o stemmi particolari ad eccezione di un simbolo dall'aspetto piuttosto elementare.

Sir Thomas mi guardò. "Non posso fare altrimenti: se c'è anche solo una minima speranza che possa aiutarci a ritrovare Rosalie o a spiegare le motivazioni dietro all'aggressione che avete subito, ho bisogno di saperlo al piu'presto... A meno che un paladino non me lo impedisca".

"Non lo farò", dissi scuotendo la testa. "Ma, se non posso muovermi liberamente, vi prego almeno di consentirmi di prendere parte allo studio e alla lettura di queste informazioni".

"Non credo sarebbe una buona idea; potreste aver modo di leggere informazioni crudeli o difficili da digerire, gli dei ce ne scampino".

"Non ho paura della verità", dissi.

"Molto bene allora. Se è così che dev'essere, così sarà". Cosi' dicendo, mi porse la mano contenente la carta da gioco.

Lo guardai con aria interrogativa. "Non mi sembra di aver chiesto quella..."

"Il contenuto della pergamena potrebbe essere pericoloso per più di un motivo", mi spiegò, notando il mio sguardo perplesso. "Per quanto improbabile, ritengo sia piu' sicuro controllarla con attenzione prima di affrontarne la lettura diretta. Fortunatamente" aggiunse con un sorriso "non c'è questo rischio per le carte da gioco... anche se mi rendo conto che sia un indizio di portata assai minore".

Il tono spavaldo dell'ultima frase tradiva il reale significato delle sue parole. Era preoccupato per me, temeva ancora che il contenuto di quella pergamena avrebbe potuto sconvolgermi o mettermi in una condizione ancora piu' difficile.

"Ho intenzione di leggere comunque quella pergamena non appena l'avrete controllata. Qualsiasi sia il contenuto". Cosi' dicendo, presi la carta dalle sue mani.

"E sia."

"Dite davvero?"

"Non temete", aggiunse notando la mia espressione incredula, "onorerò la parola data. In fondo, possedete una conoscenza dei testi scritti di molto superiore alla mia, siete senz'altro piu' indicata di me ad affrontarne la lettura. Ora vi chiedo di scusarmi, ma ho bisogno di parlare ancora un pò con il nostro nuovo ospite".

Annuii, salutandolo mentre si allontanava. Sapevo bene cosa andava a fare, e non si sarebbe trattato certo di una chiacchierata: d'altronde, sapevo di non avere alcuna autorità per poter assistere a quel primo interrogatorio o per impedire che avesse luogo.

Tirai un profondo sospiro: per quanto breve, quella discussione era riuscita a distrarmi dalla tragicità delle rivelazioni di poco prima.

Rimasta sola, abbassai lo sguardo verso la carta da gioco ospitata dal palmo della mia mano. A giudicare dallo stile e dal tratto, il disegno sembrava particolarmente vecchio, forse addirittura antico... Ma era in ogni caso una semplice carta da gioco, che di certo non mi avrebbe fornito alcuna informazione.

"Fante di quadri", dissi ad alta voce. "Scommetto che avresti un sacco di cose da raccontarmi, se soltanto potessi parlare".

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7 Maggio 517
Martedì 23 Gennaio 2007

Il cavaliere misterioso (terza parte)

La grafia della lettera non lasciava dubbi. La mano le tremava, e volte l'inchiostro si confondeva allargandosi dentro piccole macchie scure che sembravano lacrime, ma era lei. "Rosalie", pensai mentre leggevo quelle poche righe. "Cosa ti hanno fatto?"

"Come vedi," disse impassibile il mio interlocutore, "le manchi molto. Del resto non credo abbia molta voglia di stare li' dove si trova. Ogni mattina..."

"Accetto".

Fece una pausa, guardandomi negli occhi. Poi riprese a parlare, ignorandomi. "Ogni mattina, un cavaliere dall'armatura del colore dell'ebano viene a farle visita. Il primo giorno le ha strappato i vestiti, dopo non è stato piu' necessario, non li aveva piu'. Il secondo giorno ha cominciato a picchiarla..."

"Ho detto che accetto". Mi chinai lentamente, posando il liuto sul prato del giardino. Respirai profondamente, augurandomi di rivederlo in futuro.

"Non credo tu abbia capito", continuo' lui. "Dopo averla violata, ha cominciato a picchiarla. Credo che abbia una predilezione per le paladine che piangono, a giudicare dalle urla che si sentivano". Poi mi guardo' negli occhi, sorridendo. "Sai, non credo che gliene freghera' niente del fatto che sei una lady. Potrà solo eccitarlo di piu'".

Non riuscivo a capire. Per quale motivo mi stava dicendo quelle cose? Sapevo che le conseguenze dela decisione che ero costretta a prendere sarebbero state tragiche, ma quelle parole non erano certo quello che ci voleva per convincermi. Lentamente, sentii le mie gambe mentre incominciavano a tremare. Per quanto ci provassi, non c'era alcun modo di fermarle. Cosa mi stava succedendo? Pensai a Rosalie, alle sofferenze che quell'individuo abominevole mi stava descrivendo cosi' dettagliatamente; la cosa peggiore era riuscire a percepirne la sincerita', la veridicità.

Il mio interlocutore continuò a parlare, descrivendo violenze oscene quanto empie. Mentre apprendevo i dettagli delle torture subite da Rosalie, qualcosa iniziava lentamente a contorcersi dentro di me. Ora che avevo accettato, avrei subito io quelle violenze? Le parole, le situazioni che stavo ascoltando erano vere. Mostruosamente vere. Non ero mai arrivata cosi' vicina a detestare il dono che Pyros mi aveva dato. Lo stomaco mi faceva male. Cominciai rapidamente a non volerle piu' sentire: non volevo sapere la verita', non volevo sapere niente.

"Ogni notte la morde in un posto diverso, staccando dal suo corpo lembi di pelle. La divora lentamente, succhiandone poi il sangue dalle ferite. Com'e' il tuo sangue, Joan? Scommetto che e' dolce..."

Pochi istanti dopo caddi in ginocchio, stringendo la mia testa con le mani all'altezza delle orecchie piu' forte che potevo, singhiozzando. No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, NO! Non volevo sentire. Soffrivo per l'amica a cui volevo bene come a una sorella, ma piu' di ogni altra cosa - Pyros, perdonami - soffrivo per la sincerità di quelle parole: avrei preso io il posto di Rosalie. Il suo inferno sarebbe terminato, il mio stava per iniziare. Lo volevo davvero? ero abbastanza forte per volerlo? Immagini partorite dalle parole che avevo appena sentito cominciarono a infestare il mio cervello. Vidi gli occhi terrorizzati di Rosalie, spalancati e colmi di lacrime... Poi mi accorsi che non erano i suoi occhi. Erano i miei. Cominciai a tossire violentemente, dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Facevo schifo. Facevo schifo. Pensavo di farcela, ma mi sbagliavo. Mi facevo schifo.

Il mio interlocutore mi osservò a lungo, guardandomi dall'alto verso il basso. Ebbe cura di fornirmi qualche altro dettaglio, poi mi guardò vomitare.

Aspettò pazientemente che riprendessi fiato. "Non preoccuparti, Joan", disse sorridendo: "capisco perfettamente come ti senti. In realta', a dispetto di quanto tu creda..."

"...."

Si fermo'. "Cosa?"

Dicono che non si smette mai di scavare. Quel giorno capii quanto questo non fosse vero. Avevo tradito Pyros, avevo tradito Rosalie. Se quel pozzo aveva un fondo, ero riuscita a forarlo, e in quel momento mi trovavo in bilico su un baratro entro il cui abisso infinito avrei continuato per sempre a sprofondare. Null'altro avrebbe potuto rendermi piu' vile, piu' vigliacca, piu' meschina. Non mi avrebbero mangiata, ma da quel momento in avanti non avrei meritato altro. Non avrebbero bevuto il mio sangue, lo avrei reso per sempre avvelenato. Neppure la morte avrebbe potuto lavare la mia coscienza, nessuno - ne' Pyros, ne' Rosalie - sarebbe mai riuscito a perdonarmi. Sarei morta in ogni caso, non avrebbe fatto alcuna differenza. In quel momento capii di non avere altra scelta.

"A..Accett..to", dissi lentamente. Per due volte tentai di rialzarmi ma le mie gambe non furono in grado di sorreggermi, facendomi cadere con la faccia riversa sul prato.

Il mio interlocutore mi guardò sorpreso. "Non stai dicendo sul serio", disse preoccupato. Non capii il senso di quella domanda, ma non mi importava.

"Accetto", dissi ancora. Stavolta riuscii ad alzarmi in piedi. Cercai di ripulirmi con la mano. "Sul mio onore di Paladina, prendo l'impegno di mantenere la mia parola."

Scosse la testa, arretrando di un passo. Il modo con cui mi guardava era strano, non riuscivo a capire. Non gli stavo forse dando ciò che aveva detto di volere fin dall'inizio?

Balbetto' alcune parole che non avevano alcun senso. "... avevano ragione. Sei davvero... l'innocenza". Dopo pochi istanti riusci' a riprendere il controllo, ed il suo sguardo riacquistò lentamente colore.

Ripresi a parlare. "Voglio che tu mi dica l'ora e il luogo in cui lascerete andare Rosalie. Avra' bisogno di cure. Non appena sara' al sicuro, faro' cio' che vuoi".

Impallidii quando lo vidi scuotere la testa. "Mi spiace", disse con voce piatta. "Non accadrà".

"Cosa vuoi dire? Abbiamo fatto un patto! Ho accettato le tue richieste, verrò con te!" Non riuscivo a crederci: come mai si stava tirando indietro? Le sue parole erano veritiere, la lettera era veritiera. Rosalie si trovava nelle loro mani. Cosa stava succedendo?

"Non immaginavo che avresti accettato. Ero quasi certo che la profezia si sbagliasse, ma era necessario avere la conferma. Ora ce l'ho, la conferma che ero nel torto. E che loro hanno ragione." La sua espressione si rabbuiò.

"Non... Non lascerete andare Rosalie, non è cosi'?"

Con mio sommo sconforto, scosse la testa. "Rosalie è già in viaggio", disse poi. "E ora ho la certezza che avevano ragione anche su di lei."

"Di cosa stai parlando!" gridai, in preda al dolore. Piu' parlava, piu' mi sentivo cieca. "Perche' state facendo questo? Chi siete? Chi sono loro?"

"Noi non siamo niente: e' questo il problema. Ma tu", disse, indicandomi, "sei in grave pericolo. La profezia ha iniziato a compiersi, e tu ne prenderai parte come gli altri".

"Chi sono gli "altri"?" Non capivo. Non capivo nulla. "Dimmi cosa devo fare per salvarla, dimmi cosa vuoi che faccia!"

Ancora una volta scosse la testa. "Non c'e' nulla che tu possa fare. Non lo capisci?" Un attimo dopo mi fu addosso. Non me l'aspettavo; prima che potessi reagire mi afferrò saldamente per la spalla, scuotendomi.

"Lasciami!", dissi, cercando di scuotermi dalla morsa.

"Non lo capisci?" ripetè. Riuscivo a leggere la frustrazione, la rabbia nei suoi occhi. "Presto sarai morta. Faranno tutto quello che serve affinche' questo accada, lo capisci?" Si guardò intorno, per poi posare ancora lo sguardo su di me. "Verranno qui, e non si fermeranno di fronte a niente. Ci sarà una guerra, se sarà necessario."

Qualunque cosa stesse dicendo, potevo sentire che era convinto di dire la verità. "Chi sono "loro"? Chi verrà qui?" Continuai a chiedergli, ma era evidente che non aveva alcuna intenzione di rispondermi.

Poi, ad un tratto, accadde qualcosa che ne' io ne' lui avevamo previsto.

[continua]

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7 Maggio 517
Lunedì 25 Dicembre 2006

Il cavaliere misterioso (seconda parte)

"Come hai fatto a entrare? l'ingresso ai giardini è controllato!" La mia voce tradiva una certa agitazione.

"Volevo rivederti."

"Potevi chiedere alle guardie, ti avrebbero scortato dentro."

"Ho provato a farlo," disse sorridendo, "ma si sono dimostrate oltremodo apprensive: ho preferito passare dal retro: l'agrifoglio è bello e costoso, ma non è certo un muro... non per me."

"L'agrifoglio tiene lontani gli animali con le sue spine ricurve. Le tue vesti sono intatte" mormorai, arretrando di un passo: forse potevo distanziarlo quel tanto che bastava per raggiungere i portici, li' avrei potuto trovare qualcuno.

"Hai paura, Paladina?" domandò con voce strana, facendo un passo in avanti.

"Tu non sei un cavaliere", risposi continuando ad arretrare. "Le tue parole suonano false come i manoscritti di Gargutz. Vattene, o...".

"Cosa farai, Paladina? Chiamerai in aiuto le guardie di tuo padre il Marchese? Se avessi voluto ucciderti, saresti già morta: invece mi servi viva e in salute. In ginocchio e legata magari, ma viva e in salute". Cosi' dicendo, estrasse un piccolo sacchetto da una delle sacche della cintura e lo tirò ai miei piedi. All'impatto con il terreno la corda che ne fissava l'estremità si allentò, fino a far fuoriuscire l'estremità di un pendaglio di rame. "Se tu fossi una puttana, questo sarebbe il tuo prezzo".

Riconobbi quel pendaglio: era identico a quello che mi consegnò Padre Esteban il giorno della mia iniziazione ai misteri di Pyros. Chiunque gliel'avesse dato, non lo aveva fatto di sua spontanea volontà.

"Ho ricevuto quel simbolo quando promisi di servire il mio Dio," risposi arretrando ancora, "e sarà nel suo nome che verrai giudicato". Mi voltai di scatto, aprendo la bocca per gridare agli allarmi.

"Fai un altro passo, e Lei muore. Fai un suono, e Lei muore." Tuonò lui, senza muoversi di un passo. Mi fermai, serrando le labbra. Questa volta, per la prima volta, non stava mentendo.

"Inginocchiati e implora la misericordia del Dio", esclamai ignorando le sue parole, continuando a dargli le spalle.

"Chiama aiuto e Lei muore," continuò lui, calmo. "Ignora le mie parole, e Lei muore".

"Inginocchiati e implora la misericordia del Dio".

"Voltati e raccoglilo." Alludeva al sacchetto e al suo contenuto. "Non vuoi sapere a chi appartiene?".

"Inginocchiati e implora la misericordia del Dio".

"Il suo nome è Rosalie", proseguì. "Rosalie Lambert".

Sentire quel nome mi fece mancare il fiato: mi voltai lentamente mentre lui, dopo una pausa, riprese a parlare.

"Abbiamo parlato molto di te, sai? Dice che siete cresciute insieme, e che vi volete bene come due sorelle. La cosa non mi stupisce affatto: tu suoni il liuto, conosci la canzone di June e Joan? Erano due sorelle, proprio come voi. Lei è June, tu sei Joan."

"Inginocchiati", gli ordinai cercando di mantenere la voce ferma, "e implora la misericordia del Dio".

"D'accordo, Joan" mi rispose con un sorriso. "Tutto quello che vuoi." Così dicendo mise un ginocchio a terra. "Ti imploro, Pyros, fa che questa tua Paladina capisca che se non fa quello che le dico Rosalie...".

"Silenzio!" Gridai. "Non ti permetterò di pronunciare altre blasfemìe. Nulla di ciò che dici potrà salvarti dall'essere catturato e giudicato: non credo alle tue parole avvelenate e mai vi crederò.".

"June è con me, Joan.", si limitò a rispondere, calmo. "Ti ha scritto una lettera. Non vuoi leggerla? è nel sacchetto".

Scossi la testa. Non avevo bisogno di leggere niente, non volevo la certezza di ciò che già sentivo essere vero. Non adesso. "Verrai giudicato dagli uomini per le tue azioni", gli dissi, "poni fine a tutto, e potrai sperare nel perdono degli Dei".

"Porre fine a tutto? Solo tu puoi farlo: io non voglio lei, voglio te. Non l'hai forse giurato su quel simbolo li' in terra? Non sei pronta a dare la tua vita per la sua?".

"Non c'è cosa al mondo che tu possa fare affinche' io creda a una sola delle tue parole", risposi. "Non ho consacrato la mia vita a Pyros per sacrificarla sul tuo menzognero altare".

"Oh non preoccuparti," riprese con un sorriso. "Non dovrai fidarti di me. Tutto quello che dovrai fare ora è giurare che manterrai la tua parola, una volta che - e soltanto una volta che - io avro' mantenuto la mia. Dentro quel sacchetto c'è la prova che June è in mano nostra: tu stessa potrai sincerarti della sua scomparsa al termine della nostra conversazione. Se tu giurerai, io mi impegno a liberarla domani mattina all'alba: la riabbraccerai tu stessa prima di partire. Se non giurerai beh... Conosci la fine della storia."

"Perché coinvolgere Rosalie? Perché non hai rapito me fin da subito?"

"Perchè non posso gestire una tua scomparsa: nessuno potrebbe farlo. Tu sei una Lady, Joan: un esercito verrebbe a cercarti, e presto o tardi ti troverebbe, per poi torturare ed impiccare l'autore del misfatto. Ma se sei tu a scegliere di andare, nessuno lo farà: le Lady non si rapiscono, si conquistano... ma sedurti avrebbe richiesto tempo che sfortunatamente ora non possiedo". Fece una pausa, guardando in direzione del sole. "E a proposito di tempo, se vuoi che possa mantenere la mia parte dell'accordo ho bisogno di tornare subito da June. Quindi raccogli quella lettera, leggila, accetta il tuo destino e giura.".

(continua)
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7 Maggio 517
Sabato 7 Ottobre 2006

il cavaliere misterioso

Questa mattina mi sono svegliata con un forte mal di testa.

Tra le altre cose, ho chiesto un po' di informazioni sull'individuo che mi aveva trattata in malo modo la sera prima... Con un po' di fortuna sono riuscita a risalire al suo nome, si tratta di un Cavaliere di Achenar, tale Sir Maynard, piuttosto noto per la sua generale insofferenza nei confronti della nobiltà. Questo ben spiegava il suo attacco nei miei confronti...

Ho passato il pomeriggio con i miei fratelli, ai quali ho parlato della mia intenzione di parlare con mio padre a proposito di un mio possibile futuro matrimonio. Ryan mi ha incoraggiata molto, penso che uno dei prossimi giorni prendero' il coraggio a due mani e chiedero' udienza al Marchese.

Prima di cena, passato il mal di testa, sono andata a suonare il liuto vicino alle statue del frutteto: è stato proprio li' che ho imparato a suonare, da piccola, con il liuto che mio padre mi regalo' per il mio decimo compleanno.

Dopo circa mezz'ora, la mia musica è stata interrotta dal rumore secco di una spada sguainata, a pochi metri da me! Mi sono girata di scatto, in preda al terrore: non avevo armi con me, nè armature di alcun tipo, e per giunta il frutteto è poco frequentato dalle guardie di palazzo...

Grande è stata la mia sorpresa nel trovarmi di fronte Sir Maynard, in piedi a poca distanza da me, con la spada sguainata. Deve aver notato il mio sguardo spaventato, poiche' dopo pochi istanti ha fatto un sorriso soddisfatto.

"Non dovresti stare qui tutta sola: chiunque potrebbe aggredirti", mi ha detto indicandomi con la spada.

Gli ho risposto che non mi aspettavo che un invitato alle nozze di mio fratello potesse essere cosi' vigliacco da tradire la fiducia accordatagli dalla mia famiglia.

"Non ho intenzione di farti male, non preoccuparti", ha risposto riponendo la spada nel fodero. "Ti va di parlare?".

"Non credo di aver niente da dirvi, sir..." ho replicato, scuotendo la testa.

"Maynard..." mi ha risposto, prontamente. "... ma puoi chiamarmi Jack".

[continua...]
scritto da Solice , 14:54 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
6 Maggio 517
Sabato 7 Ottobre 2006

ehm...

Credo di aver capito come mai cosi' tanta gente non vede l'ora di conoscermi: mio fratello Ryan mi ha detto che mio padre sta cercando... di...

di...

...di trovare un marito! per me...

Ma come mai non mi ha detto nulla in proposito? Da quando sono tornata non sono riuscita a parlare molto con lui per via dei preparativi per le nozze di Ryan... Forse è troppo impegnato. Tuttavia, non credo proprio che potrò accontentare questo suo desiderio: tutte le persone che ho conosciuto in questi giorni sono accomunate da una cosa: la profonda distanza che separa il loro modo di vivere da quello che ho scelto al momento della mia ordinazione, distanza che mi renderebbe una pessima moglie.

Devo trovare il coraggio di affrontare mio padre e di comunicargli la mia scelta, sono sicura che la rispetterà.



Ah... un'ultima cosa, anche se in fondo non è poi cosi' importante.

Ieri sera ho chiesto il permesso di non partecipare al banchetto (ma come fa la gente a mangiare cosi' tanto?), e ne ho approfittato per passeggiare all'aperto, lungo i giardini del palazzo. Ero talmente immersa nei miei pensieri che sono quasi andata a sbattere contro una persona... Per fortuna mi sono fermata in tempo! E cosi' mi sono imbattuta in questo tipo strano, un ragazzo più grande di me (quanti anni avra' avuto? 30?), vestito in abiti normali. Mi ha guardato piuttosto male e mi ha chiesto piuttosto bruscamente cosa ci facessi in giardino, guardando per aria e con la testa fra le nuvole, e chi fossi. Incredibile, per la prima volta dal mio arrivo avevo incontrato un ragazzo che non mi conosceva! Doveva avermi preso per una domestica o una cameriera...

A quel punto, una parte di me avrebbe davvero voluto dirgli che ero proprio una cameriera: sarebbe stato un ottimo modo per avere una conversazione "normale", senza che il suo atteggiamento cambiasse una volta sentito il mio cognome. Ma, come Pyros insegna, non sarebbe stata affatto la cosa giusta da fare, motivo per cui gli ho subito detto il mio nome.

A quel punto mi aspettavo le solite presentazioni di rito... grande è stato invece il mio sconcerto nel sentire le sue parole in risposta al mio nome:

"Solice Kenson, eh? Devi essere la figlia paladina del marchese... Non dovresti stare a Benson a combattere? Preferisci le feste, eh?"

Sono rimasta a bocca aperta. Ho fatto per spiegargli che al momento della chiamata alle armi non ero ancora una paladina, ma lui ha continuato imperterrito, ignorando le mie parole:

"Comodo mettersi abiti eleganti e a banchettare mentre la gente muore!"

Subito dopo aver detto questo si è girato e se ne è andato, voltandomi le spalle e lasciandomi impietrita e mortificata, oltre che tremendamente offesa. Mi vergogno a dirlo, ma ho dovuto trattenere le lacrime: sono stata piuttosto male per tutta la sera e ho dormito malissimo, ripensando in continuazione a quelle parole dure e ingiustificate piovute bruscamente sulla mia testa.

Perche' lo ha fatto? Perche' mi ha detto quelle cose?
scritto da Solice , 07:27 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
5 Maggio 517
Sabato 7 Ottobre 2006

di nuovo a casa

Non immaginavo che tornare a Beid mi avrebbe fatto questo effetto: rivedere dopo tanto tempo i luoghi in cui sono nata, toccare le pareti che mi hanno visto crescere fino a quando non sono entrata in monastero, rivedere le facce sorridenti delle domestiche e delle persone con cui ho passato i miei primi 12 anni... queste cose hanno risvegliato in me sensazioni che pensavo di aver dimenticato, concentrata come ero sulle responsabilità e sui doveri che fanno ora parte della mia vita.

La prima cosa che ho fatto è stata riabbracciare i miei fratelli.

Karl è cresciuto tantissimo ed è già più alto di me: hp passato ore e ore a raccontargli le storie ascoltate nelle città e nei paesi dove sono stata: abbiamo riso e scherzato insieme tutto il tempo, e poi gli ho cantato alcune delle canzoni che ho imparato ascoltando Julie. E' un ragazzo intelligentissimo, sicuramente diventerà una persona importante e che farà grandi cose.

Ryan è quasi... irriconoscibile... in senso buono. E' diventato un uomo, parla come un principe, un condottiero: spero tanto che mio padre sia fiero di lui, so quanto significhi per Ryan la sua approvazione.

Ho anche conosciuto la futura sposa: è davvero bellissima! Come sir Thomas mi aveva detto, e' una delle figlie del Conte di Verriere Alex Ripley, una delle personalità politiche più importanti di Amer! Il suo nome è Amy: purtroppo ho potuto scambiare con lei solo qualche parola, è impegnatissima viste le imminenti nozze...

Purtroppo non si hanno ancora notizie di Patrick: mi hanno detto che le stazioni di posta funzionano molto male nelle zone intorno a Benson... Spero che Pyros lo protegga e faccia si che possa tornare presto a casa sano e salvo.

E' bello sentirsi a casa... Anche se, malgrado le feste e i ricevimenti, non riesco a sorridere del tutto: a tratti mi torna in mente il crudele e insensato massacro dei nani di Nur-Had-Dun... e poi il pensiero corre ai miei amici, a Julie, Loic, Eric, Guelfo, Desiree e Quixote... Cosa staranno facendo? Prego Pyros affinche' possa vegliare su di loro e illuminarne il cammino durante le avversità.

E' incredibile la quantità di persone che vuole conoscermi: non capisco come sia possibile, in fondo nessuno o quasi dovrebbe conoscermi o ricordarsi di me... Come mai?
scritto da Solice , 06:52 | permalink | markup wiki | commenti (0)