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Crystal Kanban
 
creato il: 03/08/2007   messaggi totali: 81   commenti totali: 80
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10 aprile 518
Giovedì 2 Marzo 2023

Giustizia

E così alla fine l'ho fatto.

A me è toccato il compito di dare fiato al tuo progetto, ai tuoi obiettivi, a tutto ciò per cui ti sei spesa in questi lunghi ed estenuanti mesi. Sono riuscita a non vanificare i tuoi sforzi? Vorrei esserne certa. Ma so che era questo che ti aspettavi da me, dal giorno in cui mi hai chiesto di tornare a indossare l'abbraccio dell'angelo. "Mi serve il tuo aiuto". E poi mi hai raccontato il tuo sogno: una prospettiva visionaria che in quel momento, con le truppe di Ghaan intente ad assediarci scagliandoci addosso orde di risvegliati, non aveva alcun senso. In tutta Angvard non c'era anima viva che potesse comprendere quel disegno, neppure tuo fratello... Nessuno che non fosse in grado di scorgere nei tuoi occhi, di avvertire nelle tue parole la fulgida luce di Dytros. Il giorno dopo ero nuovamente al tuo fianco, pronta a seguirti come facevo da bambina: con lo stesso spirito di quando, tenendoci per mano, ci avventuravamo alla ricerca dei misteri sepolti nei meandri sotterranei della Sacra.



Ricordo tutti gli incontri, i consigli di guerra, le discussioni estenuanti avute con i nostri ufficiali, consiglieri e alleati: Alman, Zaaver, Vonner, Acab. Ricordo la tua passione e le loro espressioni scettiche: ai loro occhi sembravi una sprovveduta, un'ingenua, una pazza. Più volte sei stata sul punto di essere esautorata. Eppure non ti sei mai arresa. Hai sempre puntato sugli altri, sulla loro capacità di ascoltare, comprendere e perdonare: amici o nemici che fossero.

Come quel giorno in cui Ymir Braccia d'Orso ti precipitò giù dal burrone: in quell'occasione arrivasti a mettere in gioco la tua stessa vita pur di raggiungerlo, parlare la sua lingua, scuotere i suoi valori. E i tanti che all'epoca si affrettarono a raccontare la tua disfatta vengono oggi smentiti dalla presenza di un suo ambasciatore che attende il tuo risveglio per offrirti un'alleanza.

O come quando, sola in tutta Angvard, prendesti la decisione di rilasciare Mandy Sphere, autrice di un sanguinoso attacco condotto all'interno delle nostre case con l'obiettivo di attentare alla tua stessa vita, in cambio dell'unica persona che poteva indicarci l'accesso alla Sacra. Gran parte degli scettici che all'epoca si scagliarono contro una scelta apparentemente così scriteriata si trovano oggi oltre quella fortezza, all'interno di una città entro le cui mura nessuno era mai riuscito a entrare.

Questa è la giustizia che hai portato tra gli uomini in guerra, accecati da un conflitto che ha separato comunità, parentele, affetti, credenze, amori... e che, in questo giorno sacro, ho provato a raccontare in tua vece. Ma non sono in grado di andare oltre questa rappresentazione: nessuno lo è. Per questo ti chiedo, ti imploro di tornare. E se offrire la mia vita può servire a qualcosa, chiedo solennemente a Dytros, nel giorno a lui consacrato, di prender...

Vesa il Bandito - Immagine

«Chi sei? Come hai fatto a entrare?»

«Non gridare, non chiamare aiuto: se lo fai, qualcuno morirà».

Così dicendo, la figura incappucciata entra nella stanza. Un passo dopo l'altro, lentamente, lasciando dietro di sé una scia di sangue che osservo con orrore. Dev'essere uno degli Innalzati superstiti di Ghaan. Eppure qualcosa nelle sue movenze, nei suoi abiti, riporta alla mia mente il ricordo di un'altra persona. L'Uomo senza Volto, la belva assetata di sangue che spense gli occhi innocenti di Kyr in quell'infausto giorno alla Rocca di Horen: Joad Kempf.

«Chi hai ucciso, assassino?» Esclamo. Penso a Peter, ad Hans e agli altri soldati di guardia a quest'ora: mi si stringe il cuore al pensiero che siano morti. Sento il desiderio di vendetta che mi pervade, mentre cerco con lo sguardo il mio braccio di legno. E lo vedo lì, sulla sedia dove l'ho lasciato pochi istanti fa in preda al dolore, grosso modo equidistante tra me e lui.

«Te l'ho già detto: non sono qui per uccidere nessuno. Anzi, intendo complimentarmi per il discorso che hai fatto».

«Risparmiami il tuo sarcasmo e dimmi cosa vuoi». Mi alzo, ma mi rendo conto che ogni tentativo di raggiungere la protesi prima di lui sarebbe vano: e anche se ci riuscissi, indossarla richiederebbe del tempo. La mano che mi resta raggiunge l'elsa della spada: sia come sia, venderò cara la pelle.

«Ho bisogno che tu ti finga morta per un pò». Si avvicina al mio braccio, lo osserva, lo prende: la vista della sua mano che lo stringe, dei suoi occhi che contemplano la mia incompletezza, è un oltraggio che mi ferisce intimamente. Sguaino la spada.

«Se vuoi vedermi morta, dovrai...»

Non mi lascia neppure terminare la frase. I suoi colpi sono rapidi, precisi, spietati. Eppure, non posso perdere questo scontro: devo fermarlo, o almeno dare l'allarme. La scrivania mi aiuta a tenerlo a bada: sembra sorpreso, forse non si aspettava tanta resistenza da parte di una come me. Aspetto il momento buono, poi rompo la mischia e apro la bocca per urlare...

... Ma il maledetto non aspettava altro. Con una rapidità inumana chiude la distanza che avevo faticosamente costruito tra noi e mi colpisce al ventre con l'elsa della lama, togliendomi il fiato: poi, non contento, afferra la coda dei miei capelli e la strattona verso il basso, spalancandomi la bocca in un disperato bisogno di aria.

E infine soffia, sputandomi in faccia qualcosa che aveva tenuto in bocca fino a quel momento. L'aria intorno a me si riempie di un odore di aceto, agrumi e fiori appassiti.

«Perdona i miei modi, Paladina di Dytros, ma abbiamo poco tempo: è giunto il momento che tu chiuda gli occhi».

Mi sento afferrare dietro la schiena, poi sollevare da terra. Vorrei impedirlo, ma il mio corpo è diventato improvvisamente molto più pesante. Osservo impotente la sostanza vischiosa colarmi sul viso, sulle labbra. Credo che si tratti dello stesso preparato anestetico che abbiamo trovato in uno dei laboratori sotterranei di questo edificio. L'odore è lo stesso, ma non dovrebbe essere così potente. Provo a divincolarmi, ma le mie membra rispondono in ritardo. Dirotto le energie residue in un ultimo, disperato tentativo di gridare, ma il mio aggressore è lesto a tapparmi la bocca con un panno umido imbevuto della stessa sostanza di prima.

«Credimi, così è meglio per tutti: e comunque dicevo davvero, prima: il discorso mi è piaciuto... e non è morto nessuno. Non ancora, almeno». Così dicendo mi toglie la spada e mi lega alla sedia. Poi esce così come era entrato, lasciandomi lì, con la testa china sulla scrivania: cosciente, ma impossibilitata ad aprire gli occhi o a gridare.

Perché lo ha fatto? Che senso ha correre un rischio simile in una città invasa da truppe nemiche se lo scopo è quello di lasciarmi in vita? Pensa, Crystal: rifletti, adesso che è l'unica cosa che puoi fare. Ragiona con la testa di Yara, in questo giorno sacro e cruciale per il futuro del tuo tempio, dei tuoi fratelli e di queste lande martoriate dalla guerra.

Crystal Kanban
scritto da Crystal Kanban , 04:06 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
10 Aprile 518
Domenica 5 Febbraio 2023

Neter



Adesso

La paladina ha finito il suo discorso e si accinge a percorrere la strada che la separa dal Sanatorio. Bohemond la segue come un'ombra e in generale i soldati di Angvard mi sembrano tutti sul chi vive: evidentemente Kailah ha passato le informazioni che le ho fornito a chi di dovere. Bene così. Francamente dubito che qualcuno di loro potrebbe fare granché nel malaugurato caso in cui lei decidesse di entrare in azione, ma se non altro avranno il tempo di suonare il corno, o quantomeno di urlar...

AAAaaagh-

Eccolo: il rantolo di un povero disgraziato colpito a morte in qualche vicolo intorno alla Fortezza. Praticamente impercettibile in questo casino, ma non per me.

Chi hai fatto fuori, stavolta? Mi bastano pochi passi per scoprirlo: una guardia di Angvard. Il suo compagno è ancora vivo. Lo hai lasciato così apposta per farlo urlare, in modo che possa attirare l'attenzione. La porta a cui le tue vittime facevano la guardia conduce alla caserma: non esiste posto più stupido per tentare una sortita. Non è qui che vuoi colpire.

Mi avvicino al soldato superstite, che sta cercando di portarsi alla bocca il corno. Quando mi vede ha un sussulto, come se per un attimo mi avesse scambiata per il suo aggressore. Lo prendo come un complimento.

Mi guardo intorno: nessuna traccia di lei.

«Aiutaci... ti prego...»

Alzo le spalle. «Non sono un medico, ma non hai niente di troppo grave: la buona notizia è che te la caverai». La cattiva è che il suo compagno invece è già stecchito, ma non è il caso che lo sappia adesso. Poi gli sfilo delicatamente il corno dalle mani, scuotendo la testa. «Atteniamoci al programma: la musica parte alle nove e trenta, dopo la cena sociale».

«Ferma... che fai...»

«Ti salvo la vita, genio: ma con discrezione, senza trascinare in questo evidente diversivo decine di soldati che devono invece restare al loro posto.»

Mi avvicino alla porta e suono il batacchio con tutta la forza che ho: poi, per sicurezza, sferro anche due pugni e un calcio. Dovrebbe essere sufficiente. «Ascoltami bene: quando verranno a soccorrerti, dì loro di non suonare il corn...» Troppo tardi: ha già perso i sensi. E pensare che c'è chi si stupisce che quell'inetto di Athos Alman voglia far fare tutto a noi Innalzati.

Torniamo a noi. Dove sei andata? Nel vicolo non ci sono impronte né tracce recenti. Alzo lo sguardo. I palazzi della Contrada della Scure hanno tetti sufficientemente robusti per saltarci sopra, evitando le strade affollate e illuminate a festa. Del resto, siamo state addestrate anche per questo... una vita fa.



Una vita fa

«Coraggio, ragazze: è molto più facile di quello che sembra». La voce di Kzar è tranquilla, rassicurante. Mentre parla tende persino la mano, come a voler comunicare che, nel malaugurato caso in cui le esaminande dovessero cadere, penserà lui ad afferrarle. Manuel e Sir Wilson osservano la scena dal basso, senza dire una parola.

«A sentire te sembra tutto facile», gli dico a bassa voce. Ci troviamo sul tetto del secondo edificio più alto della città: cadere da questa altezza forse non equivale a morte certa per un Innalzato, ma quasi.

«Beh, noi ce l'abbiamo fatta senza problemi: ce la faranno anche loro».

«Chi lo sa». E' in questi momenti che comprendo quanto Kzar sia migliore di me... Non soltanto come Innalzato, ma anche dal punto di vista umano. Per lui quelle due sono potenziali compagne, per me sono più che altro delle possibili rivali. Lui fa il tifo per loro, io no... o comunque, non me ne frega niente. Del resto, l'esame di oggi è anche una sfida tra il gruppo di Manuel e le nuove leve di Sir Wilson. Noi siamo i bambini prodigio, quelli che riescono a spostarsi di tetto in tetto in armatura senza problemi: loro... Beh, tra poco vedremo.

La prima a saltare è Felda. La meno dotata, almeno secondo me, ma anche la più disciplinata. In prove come questa la virtù più importante non è la forza del sangue o dei muscoli, ma la consapevolezza dei propri limiti. Anche perché, come dice Manuel, la prima crescerà, col tempo e l'esercizio: la seconda, no.

Lo slancio di Felda è buono, ma la distanza percorsa in aria è a malapena sufficiente per raggiungere il tetto dove ci troviamo. I piedi atterrano pericolosamente vicini al cornicione, a pochi centimetri dal vuoto: se al posto nostro ci fossero dei nemici, basterebbe un calcio sferrato al momento giusto per vanificare il tentativo e precipitarla giù. Noi abbiamo saltato molto meglio di così. Ma Kzar alza il pugno in segno di esultanza; sir Wilson annuisce, visibilmente soddisfatto; Manuel applaude, addirittura. L'elogio della sufficienza. Rabbrividisco al pensiero del giorno in cui Felda dovrà coprirmi le spalle in battaglia, ma in fondo ha ragione Kzar: devo imparare ad essere più fiduciosa, per cominciare va bene anche così.

E' il momento di Cyanide... O Nox, come preferisce farsi chiamare. Effettivamente con un nome così orrendo mi sarei trovata un'alternativa anch'io. Manuel ci ha raccontato che sua madre è stata stuprata da un pirata di Norsyd durante un saccheggio e che poi è morta subito dopo averla messa al mondo: quello scherzo di nome le è stato dato dagli zii, gli stessi che poi l'hanno venduta a Sir Wilson per quattro spicci. Dicono che il suo sangue sia migliore di quello di Felda, ma che la capacità di controllo lasci ancora un pò a desiderare.



Nox si getta in avanti con uno scatto rapidissimo, disegnando un arco molto più stretto di quello di Felda... troppo stretto. Il piede colpisce a grande velocità il delicato innesto che divide il cornicione e la gronda, frantumando entrambi. Le sue ginocchia ruotano verso il basso, colpendo violentemente la prima fila di tegole poste alla base del tetto. L'impatto restituisce tutta la spinta del salto all'indietro, scaraventando la poveretta verso il basso. Esame fallito, direi così ad occhio.

Istintivamente, non capisco neppure io perché, mi getto verso di lei: non riesco ad afferrarla per un soffio. Quindi, spinta più dall'istinto che dalla ragione, decido di seguirla, precipitandomi nel vuoto. Non so cosa mi prende: che il buon cuore di Kzar mi abbia contagiata a tal punto? Forse la storia della sua infanzia mi ha fatto più pena di quello che pensavo: o magari, più semplicemente, mi va di fare bella figura con Manuel e Sir Wilson, agguantandola con un gesto atletico prima che la sua testa si sfracelli sul selciato a pochi passi da loro.

Il problema è che si tratta di un tentativo stupido, non appena mi trovo in aria capisco che non ce la farò mai. Riesco a raggiungerla, la mia mano la sfiora, ma non ho modo di agguantarla né di arrestare la nostra caduta. A saltare me la cavo bene, ma per compiere questo salvataggio serviva avere un paio di ali. Non posso fare altro che osservare Nox precipitare insieme a me, con l'amara consapevolezza che a breve toccheremo terra entrambe: lei di testa, io di schiena. Lei morirà sul colpo, io potrei cavarmela con qualche osso rotto... Forse.

Poi, un attimo prima che le punte dei suoi capelli bianchi tocchino terra, Nox mi mette un piede in pancia, si dà una vigorosa spinta ed effettua una giravolta in aria che le consente di atterrare in piedi: da lì si produce in un'altra capriola, scaricando a terra gran parte della forza d'impatto, per poi rimettersi in piedi con un unico movimento elegante e aggraziato. Una manovra da manuale.

Immediatamente dopo sono io a toccare terra, schiantandomi di schiena su un carretto di paglia a dir poco provvidenziale. Quando si dice la fortuna...

Per qualche istante vedo tutto nero: capisco di essere ancora viva quando sento gli applausi divertiti di Sir Wilson. Apro gli occhi e vedo una mano: l'afferro, pensando che sia quella di Manuel, e mi rialzo a fatica, poi mi accorgo che è quella di Nox.

Nox - Immagine 3

«Sei viva», mormora con voce fredda. Non è una domanda, ma una constatazione. Sembra quasi delusa. La guardo: non sembra molto amichevole, eppure se è riuscita a fare quel numero da circo è anche merito dei miei addominali. La sua mano stringe con forza la mia, come se volesse frantumarla. I suoi occhi biancastri mi scrutano con aria di sfida, come a dirmi "pensavi che sarei stata io a schiantarmi, e invece..."

Alzo le spalle, sottraendo con uno strattone la mia mano alla sua morsa non appena riesco a rimettermi in piedi: nell'istante in cui lo faccio, sento una fitta lancinante trafiggermi il fianco. Le pallide orbite di Nox mi scrutano il ventre con morbosa curiosità. Seguo il suo sguardo e mi accorgo che ho una grossa scheggia di legno che mi spunta dalle viscere.

«Fa male, vero?» Non rispondo. Altroché, se fa male: chissà chi ha messo in giro la leggenda che gli Innalzati non sentono il dolore. Lo sopportiamo ma lo sentiamo, eccome se lo sentiamo. Piuttosto, perché questa scema continua a guardarmi con malcelata delusione per il fatto che ancora respiro? Ha capito che sono saltata giù per aiutarla, o...

La sua mano raggiunge la punta della scheggia. «Puoi gridare, se vuoi...» mi dice, guardandomi negli occhi con aria fredda e inespressiva. Le sue dita si serranno sul legno, imbrattandosi del mio sangue. Poi, lentamente, comincia a spingere. Ma cosa cazz...

Adesso basta. La spingo via con forza, sopportando ben volentieri un'altro spasmo di dolore pur di mettere un pò di distanza tra me e questa stronza sadica. «Ma tutto a posto?» Esclamo, visibilmente infastidita. Lei mi guarda impassibile, senza tradire alcuna emozione. Che razza di...

«Tutto a posto, Ayza?» Manuel e Sir Wilson ci raggiungono, interrompendo la nostra conversazione. «State bene, ragazze?» Fa eco Kzar dal tetto sopra di noi. Lei mi guarda, portandosi un dito alle labbra in segno di silenzio. Riesco a sentire il mio sangue, su quel dito. Avevo ragione: vuole sfidarmi.

Stà tranquilla: non sarà adesso che ti farò fare la figura di merda che meriti. Nel frattempo, impara a saltare.



Adesso

Sono passati diversi minuti dal diversivo e ancora non è successo niente. Qual è il tuo obiettivo, Nox? Madre Magdalene è protetta da un soldato esperto e la sua fede le consente di mascherare il suo odore, quindi non puoi trovarla facilmente. Lady Yara non è verosimile, troppi soldati e porte di ferro tra te e lei. Quanto a Crystal... lei è un bersaglio facile, il Sanatorio a quest'ora è sicuramente a corto di soldati: mi conviene andare lì.

La Strada dei Ponti, che collega la piazza della Fortezza al Sanatorio, è gremita di tavolate e gente che attende di essere servita. I bambini, non paghi delle pignatte che hanno spaccato per tutto il pomeriggio, giocano e corrono da tutte le parti. Con questo casino di suoni e odori capire chi c'è e cosa succede dentro al Sanatorio è impossibile anche per me: non mi resta che dare un'occhiata di persona. Fortunatamente non hanno ancora riparato il rosone. Mentre atterro dentro alla sala di meditazione ripenso a quando Kzar ed io lo abbiamo rotto, meno di due mesi fa, poche ore prima che lui incontrasse il suo destino. Peccato che non ci sia lui al posto mio, ora... Saprebbe cosa fare. Soprattutto, saprebbe come comportarsi con Annie, cosa che io...

All'improvviso mi assale un terribile sospetto: Annie, la Pristina della Mantide. E se fosse lei, l'obiettivo di Nox? Annuso l'aria, cercando di concentrarmi, mentre corro verso le scale che portano ai piani inferiori. Sento l'odore di Crystal e quello di Bohemond: stanno parlando. Intorno a loro, nelle altre stanze, avverto la presenza di altre persone, probabilmente malati e soldati. Non sembra esserci alcun problema, almeno per ora, a parte il tanfo pestilenziale della Carminia. Che faccio? Resto qui o faccio un salto a vedere come sta Annie? Lei e Colin sono venuti a sentire l'ultima parte del discorso di Crystal, Nox potrebbe averli visti e seguiti fino alla casa dell'erborista. Con loro ci sono soltanto una vecchia e un soldato anziano, se li attacca non ce la faranno mai.

Risalgo in fretta le scale fino alla sala di Meditazione, quindi mi arrampico sullo scheletro del rosone fino a raggiungere il tetto. La casa dell'erborista è a sud-ovest da qui, ma gli echi delle tavolate mi impediscono di...

... E poi la vedo, in piedi sul tetto della casa a nord del Sanatorio: lo stesso da cui spiccò quel salto, una vita fa.

Non dice una parola, ma non è necessario: mi è sufficiente osservare il bianco dei suoi occhi, freddo e inespressivo, per capire come stanno le cose. Il suo obiettivo non è Madre Magdalene, Lady Yara, Crystal, e neppure Annie. Il suo obiettivo, stanotte, sono io.



Una vita fa

«Siete ancora in tempo per ripensarci».

La voce di Kzar tradisce una certa preoccupazione. Il suo è un tentativo velleitario, ma come sempre ha ragione: se sarò sconfitta, lui perderà una valida compagna d'armi... e forse, perché no, una buona amica; ma anche se vincessi, Manuel non sarà affatto contento... e Sir Wilson andrà su tutte le furie.

Comunque andrà, saremo tutti puniti duramente: una tra me e Nox con la morte, l'altra per aver commesso il fatto, e tutti gli altri per non avercelo impedito. Eppure, non è certo il primo regolamento di conti tra Innalzati a cui assistiamo da quando siamo qui: l'unica differenza è che stavolta il livello è davvero molto simile, quindi il rischio di farsi male, davvero male, è concreto... Specie considerando che lei non vede l'ora di togliermi di mezzo.

Nox - Immagine 2



I nostri compagni si dispongono ai lati dello spiazzo dove ci troviamo, in attesa che lo scontro abbia inizio.

«Sei pronta, Ayza?» mi chiede Vesa: a lui spetterà il compito di interrompere lo scontro se Nox non sarà in grado di dichiararsi sconfitta. Il mio padrino, ovviamente, sarà Kzar.

«Si», esclamo: «sono pronta». Kzar rivolge la stessa domanda a Nox, che si limita ad annuire e a sollevare la sua imponente lama nera verso il cielo.

Un istante dopo mi è addosso. E' drammaticamente più veloce dell'ultima volta che l'ho vista combattere, ma il problema vero è il peso della sua arma rispetto alle mie. I suoi colpi mi schiacciano a terra, togliendomi il tempo di reagire come vorrei.

Il principale punto debole di un'arma a due mani è il cambio di ritmo, in quanto chi la brandisce ha bisogno di mantenere una certa regolarità tra offesa e difesa; ma la tecnica con cui Nox manovra la sua lama si basa su un presupposto diverso, che soltanto un essere con la forza di un Innalzato può mettere in pratica. Le sue mani ruotano in continuazione intorno all'elsa, facendo mulinare la lama come un vortice che non si ferma mai: l'unico modo per colpirla è penetrare all'interno di quel vortice, rischiando di essere fatta a pezzi...

... Oppure colpirla a distanza, che è proprio ciò che intendo fare non appena sarò riuscita a mettere un pò di spanne tra me e lei. Metto dentro una serie di finte quindi salto all'indietro, evitando i suoi affondi e uscendo dalla portata della sua lama. Continuo a saltare una, due, tre volte, quindi mi piego sulle ginocchia e scaglio con forza le mie due spade verso di lei: quella di destra al ventre, quella di sinistra al torace, così da chiuderle ogni velleità di schivata. Se vuole sopravvivere dovrà bloccarle entrambe con un colpo estremamente preciso della sua lama, altrimenti sarà lei ad essere tagliata in due.

Le mie lame impattano all'unisono il vortice nero che la circonda: una delle due le lambisce appena il fianco, l'altra rimbalza a terra a poca distanza da lei, tra le grida entusiastiche degli Innalzati che osservano lo scontro. Non credo ai miei occhi: è riuscita a deviarle entrambe. Come diavolo ha fatto a diventare così forte? Adesso sono io ad essere nei guai.

Mi sento addosso lo sguardo di Kzar. So cosa sta pensando: sono disarmata, arrendermi ora non sarebbe troppo disonorevole. Scuoto la testa. Per lui, forse: per me non è un'opzione.



Adesso

«Vuoi la rivincita, eh? D'accordo: la avrai». E' venuta preparata, come e più dell'altra volta: posso sentire il profumo della Garmonbozia che la pervade dalla testa ai piedi. Si prepara a spiccare il volo per raggiungermi, elegante e bellissima come sempre: lo stesso luogo, lo stesso salto di una vita fa. Va bene, stronza: vediamo se hai imparato a non romperti i piedi sul cornicione.

Ci lanciamo nel vuoto insieme, librandoci in aria come due predatori notturni. Combattere in aria quando non sai volare è la cosa più difficile da imparare in assoluto: e io e lei, dopo Kzar, eravamo le migliori.



Il mio tetto è più alto, cosa che mi fa pensare di avere un minimo di vantaggio. Grosso errore: la portata della sua lama mi prende in contropiede, costringendomi a difendermi e a perdere stabilità.

E poi arriva il peso, sotto forma di pressione fortissima sulle mie spade. La sua arma mi sale addosso come una ruota, colpendomi una, due, tre volte grazie al vortice scaturito dall'innaturale rotazione impressa dalle sue mani. Quelle dannate braccia le sono ricresciute meglio di prima. Riesco a deflettere il primo colpo, al secondo ci pensa l'armatura, il terzo mi penetra tra il fianco e il dorso. Sento il suono del corpetto che si squarcia come fosse carta, quindi il freddo mortale di quel ferro nero che mi scava dentro la schiena. L'impatto mi scaglia verso il basso, proiettandomi giù, nel vuoto. Rivivo la caduta di una vita fa, ma stavolta Nox non si trova sotto di me in procinto di schiantarsi ma sopra, in alto, con i piedi ben saldi sul tetto del Sanatorio. Questa volta è mio il corpo che precipita verso il selciato, sono io ad aver fallito l'esame.



Una vita fa

Si mette male. Ho recuperato le mie spade, ma per farlo ho dovuto incassare due o tre colpi che non promettono nulla di buono. Non so se oggi questa sadica è in stato di grazia o sono io ad essere particolarmente lenta, ma non riesco a mettere a segno un colpo che sia uno.

Guardo in direzione di Kzar: lo so cosa stai pensando, amico mio. Forse dovrei davvero arrendermi, se non fosse che non ho alcuna intenzione di farlo. Piuttosto la morte, la sofferenza, l'inferno di ghiaccio, le fiamme eterne, le tempeste di acido di Aghvan: ma la resa, mai.

Ayza Reich - Immagine 3

Poi, appena dietro Kzar, i miei occhi mettono a fuoco qualcosa di impossibile. Una cascata di capelli biondi che circondano un viso angelico, due occhi dello stesso colore del cielo che mi guardano carichi di affetto, comprensione e speranza: una bambina... no, è una ragazza ormai. Ireena? Riesco a scorgerla solo per un attimo, poi la visione viene interrotta dalla sagoma di Nox che si staglia di fronte a me, elegante e spaventosa, in procinto di darmi il colpo di grazia.

«Fa male, vero?»

Ancora quella domanda: quanti mesi sono passati da quel giorno? Abbastanza per trasformare una ragazzina sadica in una guerriera spietata... ma non per renderla più forte di me. Non ancora. All'epoca non le risposi, adesso ho tutta l'intenzione di farlo.

«Altroché, se fa male. Ma stavolta non ci sono Manuel e Sir Wilson a cui rendere conto: siamo solo tu, io e i nostri compagni, di fronte ai quali stai per fare la figura che meriti.»

Chiudo gli occhi, concentrandomi sull'immagine di Ireena. Il sangue degli Antecessori ribolle dentro le mie vene: tutte le energie che mi restano si concentrano nei muscoli delle gambe, mentre mi preparo a sferrare un ultimo, micidiale colpo.



Adesso

Ironia della sorte, anche questa volta lo schianto della mia caduta viene attutito da un carretto di paglia a dir poco provvidenziale. Chissà se il proprietario è lo stesso: dovrei riempirlo di soldi, è la seconda volta che mi salva la vita.

L'impatto è comunque devastante. Sento schegge da tutte le parti, proprio come quel giorno di una vita fa. Stavolta però Nox non mi porgerà una mano per farmi rialzare, ma la maledetta lama nera con cui intende farmi fuori. Chissà se mi toccherà sentire ancora quell'odiosa domanda: sarebbe la terza volta. Certo, la risposta che le diedi l'ultima volta dovrebbe esserle rimasta particolarmente impressa: pensava di avermi in pugno, e invece rimase senza fiato... e senza braccia.

Io stessa non riuscii a capire cosa mi successe, come fui in grado di compiere quello scatto fulmineo che la lasciò immobile sul posto, sconfitta e mutilata. In seguito Manuel mi avrebbe spiegato che alcuni Innalzati, quando vengono messi di fronte a situazioni di vita o di morte, possono sviluppare una facoltà innata. Quel giorno, in quel preciso istante, io sviluppai la mia. Quando Manuel comprese la sua versatilità decise di chiamarla neter, dal nome di una sostanza alchemica che si trova nei sotterranei dell'Avamposto e in diverse altre zone di Ghaan. Una polvere biancastra che può essere utilizzata in vari modi: come detergente, come fertilizzante... o come esplosivo.

«Cosa è stato?»

«Sembrava uno schianto!»

«Siamo sotto attacco? Chiamate qualcuno, presto!»

Le strade sono affollate e illuminate: la gente passeggia e mangia per strada, in attesa che inizi la musica e si aprano le danze. E' piuttosto normale che ci abbiano notate: il punto è capire se è un bene o un male.

Due bambini mi si avvicinano, osservandomi alla luce della torcia che arde a poca distanza da noi. Male, direi: molto male.

«Sei ferita, signora? Guarda, Ron... è ferita!» Seguo i suoi occhi e mi accorgo della grossa scheggia di legno che mi spunta dalle viscere, proprio come una vita fa. Mi viene da ridere: ci mancava anche questa. Ti prego, bambina, non chiedermi se fa male.

«Ma cosa dici, Yanna! non è sangue vero, quello... E poi, non vedi che sta sorridendo? E' una recita... stanno recitando!».

Yanna guarda Ron con espressione interrogativa, quindi sposta nuovamente lo sguardo su di me: «Davvero state recitando?» Poi entrambi sollevano gli occhi sopra di noi, fino a raggiungere la sagoma nera di Nox che si staglia sul tetto del Sanatorio contro il cielo stellato, in attesa che quella conversazione finisca per scendere a darmi il colpo di grazia... Sempre che gliene freghi qualcosa di risparmiare questi due marmocchi. Nel dubbio, meglio non rischiare.

Annuisco a Yanna. «Si, certo», le dico dandomi una pacca sulla ferita. «E' tutto finto, non vedi? Io e la mia amica lassù stiamo preparando un numero... Se andate verso il palco, tra poco lo vedrete. Avanti... andate, adesso!».

Yanna tira un sospiro, visibilmente sollevata. «Possiamo vedervi mentre vi allenate?» chiede Ron.

Scuoto la testa. «Assolutamente no! Vi rovinereste lo spettacolo...» E, cosa ancor più grave, rischiereste di crepare. «Forza, correte al palco: ci vediamo lì!». Caro Dytros, se non vuoi che la tua prima festa qui a Ghaan resti impressa nelle lapidi di questi due mocciosi, aiutami a farli smammare.

I ragazzini cominciano a correre. Poi a un tratto Yanna si ferma e si volta verso di me, proprio sotto alla torcia che illumina l'angolo della strada. la sua chioma di capelli biondi si apre a incorniciarle il viso, mentre mi guarda con due occhi dello stesso colore del cielo.

«Chi è più forte, signora? Tu, o la tipa sul tetto?»

Incomincio lentamente ad alzarmi, sfilandomi di dosso le schegge più fastidiose: venti metri sopra la mia testa Cyanide Noctis solleva la sua lama verso il cielo stellato, preparandosi a saltare giù per finire il lavoro. Pare proprio che questa festa non sarà così pallosa, dopo tutto.

«Io, Yanna: sono più forte io.»

Ayza Reich - Immagine
scritto da Ayza Reich , 16:35 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
9 Aprile 518
Venerdì 6 Gennaio 2023

E' stato bello finché è durato



Dodicimilaquattrocentoquindici, dodicimilaquattrocentosedici, dodicimilaquattrocentodiciassette...

E così alla fine è successo. Era inevitabile? Si. Però non mi sarebbe spiaciuto se fosse durata un pò di più. Magari fino alla festa che stanno organizzando i suoi compagni, che sono certa sarà molto pallosa.

Ho sempre avuto un rapporto strano con le feste. Quando ero piccola non mi facevano scendere in strada per paura che mi prendessi chissà che malattia, la quale mi avrebbe di certo uccisa visto come erano messi i miei polmoni. A volte partecipavo dalla finestra, con il migliore vestito che avevo, scrutando quel mondo festoso e distante dai vetri della mia camera; altre volte mi disinteressavo e andavo a dormire presto, fingendo di preferire la solitudine e il silenzio a quegli eventi mondani e rumorosi; e poi c'erano i giorni in cui stavo semplicemente troppo male per alzarmi, e allora mi veniva da odiare ferocemente tutti quei ruffiani e quelle cortigiane imbellettate che ballavano e si divertivano mentre io a stento riuscivo a respirare.

La mia famiglia non era povera, ma le cure al Nosocomio costavano troppo. Se sono viva è solo grazie a zia Masha e ai medicamenti che vendeva sotto costo a mio padre, togliendo il pane di bocca alle sue figlie e sfidando le ire dell'arcigno marito. Fino a quando la malattia arrivò a un punto tale che neanche i decotti di zia Masha riuscivano più a liberarmi i polmoni... e allora non restò che accettare l'offerta che il Camerlengo faceva a tutti i malati più o meno terminali: offrirsi volontari per un farmaco segreto che alcuni ricercatori stavano sperimentando altrove. Il prezzo da pagare era soltanto uno: rinunciare al proprio nome e alla propria famiglia, per sempre.

Fu così che me ne andai... letteralmente. Venni dichiarata morta a 17 anni, con tanto di esequie. Al cimitero di Trost c'è persino una piccola lapide a mio nome. Nei mesi successivi conobbi Messer Kurr, che a sua volta mi introdusse a Sir Wilson: fu proprio lui a dirmi che avrei dovuto affrontare un lungo viaggio, il più lungo della mia vita... ma che ne sarebbe valsa la pena. Aveva ragione? Non lo so. Mi verrebbe da dire di si, visto che poi alla fine non sono più morta. Poi però, quando mi trovo al cospetto di quelli che sono vivi davvero, mi chiedo se posso ancora definirmi tale.

Non è da me deprimermi in questo modo. La verità è che mi manca Ireena, in questo momento avrei davvero bisogno di lei. Ma dopo quello che ho fatto non posso più rischiare di metterla in pericolo.. e così non mi resti che tu, putrida marmellata di carne morta arancione dal nome impronunciabile. Io e te, ancora una volta avvinte in una spirale di agonia ed estasi, finché morte (quella vera) non ci separi. Ti vedo, mentre mi osservi dall'angolo buio in cui ti ho nascosta, ansiosa di entrarmi dentro e soddisfare la bestia che vive dentro di me. Ma so anche quanto puoi essere pericolosa per chi non ti conosce e non riesce ad assumerti a piccole dosi.

Chissà cosa sarebbe successo se quell'indiota di un soldato Greyhavenese ti avesse scagliata addosso a me: magari saresti riuscita a fottermi di brutto di nuovo, o magari no. Chi se ne frega, mi viene da dire, visto che ormai non penso di averne ancora per molto. E invece sei finita in faccia ad Annie, la quale invece qualche compagno e aspettativa di vita ce l'ha ancora. E quindi no, vederla leccare le fughe del pavimento di quella recondita stanzetta nei sotterranei del Sanatorio nella speranza di raccogliere qualche scolatura di te non mi sta bene. Perché Annie è sotto la mia protezione. Ho fatto una promessa e intendo mantenerla, quindi toglitela proprio dalla testa.

Purtroppo però io non sono Ireena, Manuel, Dharkan, o chiunque altro possa fornirle un valido supporto. Mi ha tollerata solo per una manciata di giorni, fin quando ho continuato a centellinarti per ridurre il trauma del distacco. E durante quel periodo è stata eccezionale, accontentandosi di quel poco che le davo senza mai fare storie. Io al posto suo probabilmente l'avrei ammazzata, come ho cercato di fare con Manuel: lo amavo, eppure sono stata più volte sul punto di frantumagli la testa a cazzotti pur di avere un pò più di te. Alla fine ha dovuto rinchiudermi per giorni... per il mio bene, certo, ma anche per il suo.

Annie è diversa: è ''speciale''. Sia Manuel che Kzar me lo dissero più volte, ma io mi rifiutavo di dar loro retta. Forse ero gelosa, magari volevo essere io quella ''speciale''. E invece avevano ragione loro. Lei è una ''pristina'', non è nata da una fiala inoculata da uno scienziato pazzo ma dall'unione fisica tra una donna e un demone. La differenza tra lei e me è la stessa che intercorre tra lo sperma e il piscio. Cosa pensavo di fare? Diventare amiche? Prendere il posto della sua adorata Ali? Ovvio che no. Un serbatoio di droga, questo sono stata, uno spirito neanche troppo affine con cui confrontarsi e scontrarsi fino all'arrivo dei suoi veri compagni. Saranno loro a fornirle il supporto che io non posso darle.

In ogni caso, il fantasma di Ali non ha nulla da temere: non ho intenzione di venir meno alla parola data. Farò in modo di tenere Annie in vita, anche se non passeremo più le notti insieme a parlare finché non ci viene sonno (ovvero mai) o a scrutare l'orizzonte in cerca di meraviglie che possiamo vedere soltanto noi. Il problema è che per farlo mi servi tu, dannata merda arancione, perché le bestie con cui presto o tardi ci dovremo misurare non hanno mai smesso di prenderti e io senza il tuo aiuto non li reggerò mai.

Laèl, il Re Muto; Temu, il Mordighiaccio; Vesa, il Bandito; Jarva, il Nordro; Sami, l'Orbo; Nox, la Dama Bianca. Ognuno di noi aveva un soprannome assegnatogli personalmente da Sir Wilson. Io, modestamente, sono (anzi, ero) la Dama Sterminatrice. Persino Annie ne ha uno: la Pristina della Mantide. A sentirlo incute un gran timore, peccato che non sia ancora in grado di onorarlo sul campo. E dire che stavamo facendo grandi progressi: poi sei arrivata tu e hai dovuto rovinare tutto... come al solito.

"Ayza, ma tu invece la prendi la Garmonbozia?" Ma vaffanculo, stupido maschio giudicante: cosa diavolo ne vuoi sapere tu, pensa a scolarti il tuo liquorino afrodisiaco e non rompere i coglioni.

Va beh, inutile rimuginarci: tanto vale tornare a contare le pecore. Dov'è che ero rimasta?

Dodicimilaquattrocentodiciotto, dodicimilaquattrocentodiciannove, dodicimilaquattrocentoventi...

Ayza Reich - Immagine


scritto da Ayza Reich , 02:43 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
25 marzo 518
Giovedì 30 Dicembre 2021

Non guardare in basso



«Non guardare in basso».

Annuisco. Fossi matta! E poi, non credo che ci riuscirei neanche se lo volessi: tutta la mia concentrazione è impegnata a sopprimere il dolore al braccio e a ignorare le artigliate del gelido vento del Nord, che da settimane ci circonda come un branco di lupi.

Mentre June mi ripete i dettagli del piano non posso fare a meno di osservare, di sentire la stretta delle corde che mi cingono a questo stregone sconosciuto, schiena contro schiena, mentre vengono serrate sempre di più. Cosa succederà se non dovessero reggere? Domanda stupida. La risposta si trova 300 metri più in basso, analoga a quella che un destino eroico ma impietoso ha voluto fornire al tenente Ramsey, a sir Brian Sturm, e chissà a quanti altri prima di loro. E' forse un pensiero blasfemo, questo? No: Padre Jamel ci ha spiegato che è normale avere paura, e di certo l'esperienza con sir Bloch ce lo ha confermato tante volte.

Tante volte al giorno, negli ultimi tempi.

«Non guardare in basso: io te l'ho detto, eh?»

Annuisco nuovamente, poi mi rendo conto che per come siamo messi lo streg... sir Dust non può vedermi: provo a parlare, ma il freddo e la paura non mi hanno lasciato neanche un filo di voce.

«Puoi farcela».

Mi sento stupida.

«Puoi farcela, May».

June mi guarda seria, cercando di infondermi coraggio con la sua voce calma. Mi sono offerta di andare al posto suo, costringendo entrambe ad accettare questa insolita inversione dei ruoli: io quella che va, lei quella che resta.

No, non mi sono offerta: l'ho imposto, a lei e a sir Bloch. L'ho fatto perché era la cosa più logica, al di là di qualsiasi considerazione formale. Non siamo forse tutti uguali, quando indossiamo la Cappa? E poi con questo braccio sarei stata un peso ancora più grande, forse insostenibile per la nostra spedizione: persino sir Bloch non è in grado di scendere giù da un crepaccio portandomi sulle spalle. Li avrei costretti a tornare indietro: non potevo permetterlo.

Eppure, non vedo alcuna preoccupazione nei suoi occhi: lei ci crede davvero, che io possa farcela. Voglio crederci anch'io. Il primo passo da fare è proprio qui, pochi metri di fronte a me.

Nel vuoto.

«Bene, allora noi andiamo: buona discesa!»

Un istante dopo, i miei piedi artigliano l'aria. Il buio della notte e il non vedere nulla si spogliano immediatamente di ogni carattere salvifico e ghermiscono impietosi i nervi dei miei sensi ottenebrati. Le corde si serrano all'inverosimile attorno alle spalle e alla vita, togliendomi il respiro e torcendomi il braccio che reagisce scalciando vividi lampi di dolore puro, pristino, assoluto. Non mi resta che stringere i denti e pregare, mentre sir Dust si sforza di nuotare trascinando il peso di entrambi attraverso il nulla.

[...]

«Sei sveglia?»

la voce di sir Dust sembra arrivare da molto lontano, complice il torpore e le strane correnti in cui siamo immersi da tempo immemorabile.

«Siamo... siamo vicini?» chiedo speranzosa: ormai dovremmo esserci.

«Si procede: diciamo che tra poco saremo a metà».

Oh, Dèi! Più che volare, sembra che stiamo precipitando all'infinito. Ma posso farcela. Devo solo stringere i denti ancora un pò.

[...]

L'atterraggio non è stato semplice: lo streg... sir Dust ha cercato di fare del suo meglio, ma il mio braccio non ha voluto saperne di collaborare.

«Stai bene?»

Non posso mentire, quindi non dico nulla: posso solo restare qui, raggomitolata a terra in mezzo alle corde che ancora mi stringono mentre i soldati che ci hanno visto arrivare ci circondano, spianando una varietà di armi minacciose contro di noi.

«E voi chi cazzo siete, di grazia? Vi dò venti secondi per convincermi a non riempirvi di frecce e buttarvi di sotto».

«Tranquilli», dice sir Dust. «Veniamo in pace: lei è una Paladina, io sono un... beh, un noto alleato della Signoria».

«Hai sprecato dieci secondi», gli risponde quello che sembra essere il capo dei soldati. «Continua così e tra poco scopriremo se sai volare anche da morto».

Mentre cerco di recuperare il fiato per poter dire qualcosa, un altro soldato mi si avvicina. Scruta le corde, il braccio, le vesti.

«Forse dice il vero», esclama all'indirizzo del comandante, quindi si china a guardarmi il viso. Non appena mi riconosce si toglie l'elmo, quindi la riconosco anch'io. La tensione si scioglie in un sospiro di sollievo: siamo salvi.

«Dave, corri a chiamare Lach: è ferita. Mark, vieni ad aiutarmi: la portiamo noi».

Siamo salvi, penso. Ma il dolore non accenna a passare e sento gli occhi che mi si chiudono. Non è il momento di perdere i sensi, ma il mio corpo non è d'accordo. Sento le braccia dei miei soccorritori che mi tirano su delicatamente, mentre le loro voci si fanno sempre più lontane, man mano che mi perdo nuovamente nell'oscurità.

«Che cazzo fai, Luna? Li conosci? Chi cazzo sono?»

«Lui, non ne ho idea. Ma lei è Lady May Van Laren... e credimi, l'ultima cosa che puoi augurarti è che muoia per colpa nostra».

[...]

Un drago che volteggia intorno a una torre, librandosi su fiamme color zaffiro. La torre ha il nome di una dama bellissima: tutti avrebbero voluto sposarla, ma lei decise di non donarsi a nessuno. Una Paladina... no, non andò così. Il Drago vacilla, colpito da qualcosa, quindi precipita: le fiamme o i soldati, nessuna scelta è esente da conseguenze. L'impatto è violento, le urla agghiaccianti.

Apro gli occhi di scatto, cercando di agguantare gli ultimi frammenti del sogno prima che sfuggano via per sempre. Il braccio resta fermo, immobile, di fianco a me.

«Fate attenzione, Milady: siete ferita».

Scuoto la testa. Non so dove mi trovo ma l'ansia mi assale: quanto tempo ho dormito? E' già troppo tardi? Osservo con orrore le due persone che vegliano al mio capezzale: una è Lady Luna, l'altro non credo di averlo mai visto prima.

«Devo... devo avvertire i miei compagni: vi prego...»

«State tranquilla», mi risponde Lady Luna. «Ci penso io». E comincia a chiedermi cosa mi serve, senza farmi domande su altro. Quando le ho spiegato tutto, mi chiede se me la sento di alzarmi. Non posso mentire, ma posso stare zitta. E alzarmi.

«Lach, resta con lei e assicurati che sia in grado di muoversi: io vado a dire al Comandante che saliamo sulla Torre».

«Scommetto che la prenderà benissimo», commenta il soldato chiamato Lach. Poi si gira verso di me: sembra simpatico. «Allora, principessa... te la senti di dirmi dove ti fa male?»

Sorrido. «Non sono una principessa! E tu, invece? Sei un caporale o un soldato scelto?»

Lach scuote la testa: «Soldato semplice. Ma so curare le ferite, per questo sono qui: ti prometto che ce la metterò tutta per non farti male... non più del necessario, almeno. D'accordo?».

«Va bene».

[...]

Le successive ore trascorrono in modo frenetico: non appena il Comandante Arthur Gramm ha modo di verificare la mia identità, il suo atteggiamento sospetto nei confronti miei e di sir Dust lascia il posto a una passiva accettazione delle mie volontà. Detesto farlo, ma la situazione è tale da costringermi a sconfessare ogni dichiarazione d'intenti che possa ostacolare quello che devo fare. Del resto è per questo che sono voluta andare io, no? Ed è per questo che sir Bloch si è arreso all'idea di mandare me.

Con mia grande sorpresa sir Dust mi confida che per il momento preferisce farsi da parte, lasciando a me l'onere (ma anche l'onore) di condurre i negoziati con il comando della Sacra: a quanto pare non ama mettersi in mostra, o forse non gli piace molto avere a che fare con i soldati.

In ogni caso, grazie all'intercessione di Lady Luna riesco a ottenere la collaborazione degli altri caporali, cosa che mi consente di comunicare a June e agli altri tutte le informazioni di cui hanno bisogno.

In breve:

- La Sacra è affidata a due plotoni di Angvard, comandati dai caporali Alan Fabre e Gerald Ritter, e a uno di Dossler, guidato dal Caporale Scelto Luna Regent: in tutto, gli effettivi sono meno di 20.

- Il comandante in capo è il Caporale Scelto Arthur Gramm, succeduto al Sergente Maggiore Karl Heines, nominato da Lady Yara e deceduto alcuni giorni fa.

- Nessuna notizia sull'esito della guerra o sulle sorti di Lady Yara Raleigh.

- I soldati di Angvard si chiedono perché Lady Yara non sia tornata a dare notizie alla guida del Wyrm, che dovrebbe poter percorrere la distanza tra Ghaan e la Sacra in tempo ragionevole.

- Oltre agli effettivi, la Sacra ospita anche alcuni prigionieri: uno di loro, un certo Joad Kempf, è riuscito a evadere dalla cella in cui era stato rinchiuso e adesso vaga per la Sacra, sfruttando evidentemente delle conoscenze pregresse sull'edificio.

- Il fuggiasco ha ucciso tre effettivi, tra cui il Sergente Maggiore Karl Heines: il comando è quindi formalmente passato al suo vice, il caporale scelto Arthur Gramm, benché il suo grado sia pari a quello di Lady Luna.

- L'ingresso della Sacra è bloccato da qualche settimana dal clan Nordro degli Jotnar, guidato dal temibile Ymir Braccia d'Orso: la sua presenza, oltre a bloccare l'uscita, impedisce l'arrivo di ogni messaggio proveniente dall'esterno.

Le informazioni che riesco a trasmettere consentono ai miei compagni di approntare un piano d'azione, che richiede un ulteriore lavoro da parte mia: dovrò convincere il comandante ad autorizzare una sorta di "finta sortita" all'indirizzo dei Nordri, così da distrarli quel tanto che basta per consentire al gruppo di attraversare la spianata alle loro spalle senza farsi notare.

Non sarà facile: il comandante finora ha finito con l'assecondarmi, ma a giudicare da come si comporta con Lady Luna sospetto che non abbia alcuna intenzione di farsi dire cosa fare da una come me. Probabilmente mi considera una nobile viziata che, forte dei suoi titoli, si diverte a giocare alla guerra spiegando ai soldati veterani cosa devono fare... E il fatto che sia stata costretta a tirare fuori il mio lignaggio pochi istanti dopo essere atterrata sulla sua torre più alta insieme a uno stregone non mi consente certo di dargli torto.

Mi aspetta una lunga serata.

[...]

Pyros sia lodato! Fino all'ultimo ho temuto che sir Gramm e sir Ritter non mi avrebbero dato ascolto, ma alla fine Lady Luna e sir Fabre sono riusciti a vincere le sue ritrosìe: è stata proprio la decisione di Lady Luna di mettersi alla guida della spedizione al comando dei suoi uomini a convincerlo - o per meglio dire a costringerlo, visto che l'alternativa sarebbe stata lasciarla sola e fare rischiare la vita all'ultimo plotone di Dossler.

Spero che, quando diventerò grande come lei, riuscirò anch'io ad avere un pò del coraggio e della tenacia di Lady Luna: la sua calma e la capacità di prendere sempre la decisione giusta mi ricordano June. Ed è proprio con lei che devo mettermi in contatto adesso, visto che sono praticamente l'unica che, per ovvi motivi, non può partecipare alla sortita. Con me sono rimasti solo Stephanie e Duncan, due soldati di Angvard che hanno il compito di portarmi nuovamente sulla torre e assicurarsi che non rimanga da sola, vista la presenza inquietante dell'ospite indesiderato.

La Sacra è davvero imponente, ma le ombre della notte, la neve e il fatto che sia quasi deserta la rendono a tratti spettrale. Ho sentito delle storie, a Dossler, su questo luogo: storie di uomini che sono riusciti a sopravvivere per decenni all'interno di queste mura, isolati dal resto del Continente, sfidando la rigidità delle intemperie, gli attacchi degli eserciti nemici e persino la presenza di mostri ancestrali.

«Come si chiama questa torre?» Chiedo a Stephanie, che mi precede lungo la prima rampa di scale.

«Non mi ricordo», risponde lei... «Aspetta, ce l'ho sulla punta della lingua: mi pare... mi pare...»

«Torre della Speranza», risponde il soldato dietro di me con uno strano tono di voce. «Quella che sta per abbandonarti».

«Come dite?» Chiedo mentre mi giro verso il suono della voce del soldato che mi hanno detto chiamarsi Duncan. Ma non c'è nulla, lì: soltanto oscurità.

Poi un calcio fortissimo mi colpisce proprio lì, sul braccio, provocandomi una fitta lancinante di dolore e precipitandomi al suolo.

Joad Kempf - Immagine

«Aithan Sèth, Kaairhàn», sibila Duncan sguainando la spada. No, non è una spada... e non è neppure Duncan.

«Tutto ok?» domanda Stephanie poco sopra di noi, ignara di ciò che sta per compiersi: mezza rampa di scale è tutto ciò che ci separa, eppure non farà mai in tempo. Non potrò avvertire June e gli altri della situazione al passaggio segreto, di quello che sono riuscita a ottenere.

I miei giorni finiscono qui, al piano terreno della Torre della Speranza. Sir Bloch, è stato un onore servire Pyros sotto il vostro comando. Alla fine avevate ragione voi: era una mossa troppo rischiosa. Ma c'è qualcosa che non sia troppo rischioso per una come me?

Addio June: solo gli Dèi sanno quanto non vorrei darti questo dispiacere, mi auguro che tu riesca a comprendere che non hai alcuna colpa di questo sfortunato epilogo.

Mamma, papà... avrei voluto rendervi più fieri di me. Padre Jamel saprà come consolarvi: vi dirà che, se non altro, sono morta all'interno di una Sacra della Luce.

Ma allora perché intorno a me non vedo altro che tenebre?

May Van Laren - Immagine
scritto da May Van Laren , 21:16 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
4 febbraio 518
Martedì 23 Novembre 2021

La Vecchia Guardia



I venti del Nord si presentano col Samhain, ma è tra Gennaio e Febbraio che fanno i danni veri. Il fiato del Samaelen: così lo chiamavano ad Angvard fino a non molto tempo fa, prima che la Guerra delle Lande e le piaghe che ne sono derivate mettessero definitivamente sotto terra quel poco che restava della mia generazione.

«Sai per caso quanto manca, Jim?»

La sfrontatezza di quelle parole mi rammenta in un baleno che no, sfortunatamente non tutta la vecchia guardia è stata richiamata in servizio presso gli Dei: c'è anche chi, ad oggi, continua a dimostrarsi indegno persino di crepare.

«Non ne ho idea», mormoro scuotendo la testa. «Arriveremo quando arriveremo. E ti ho detto cento volte di non chiamarmi così». Accelero il passo, con l'obiettivo di liberarmi di quella presenza sgradevole. Tentativo velleitario, a quanto pare: dopo pochi istanti sento nuovamente il peso della sua mano tozza gravare sulla spalla della mia armatura, come ad aggiungere fastidio al fastidio.

«Eddai, non fare il burbero: ne abbiamo passate tante, insieme. Pensavo che ci avessimo entrambi messo una pietra sopra...»

«Quando sarai morto, forse». Gli tolgo la mano con un gesto secco. «O quando lo sarò io. Aspettiamo che arrivino quelle, di pietre».

Cork alza gli occhi al cielo. «Te la leghi troppo al dito, Jim. 'Ste guerre del cazzo non meritano l'impegno e la passione che ci metti te».

«Sono tramontati i giorni in cui potevi parlare di merito, Cork: li hai fatti tramontare tu, a forza di ripetere queste fanfaronate da sfaticato travestito da irredentista. Dì piuttosto che non ti va di fare il tuo dovere, ché fai miglior figura. Anzi, non dire niente: risparmia il fiato, così forse non stramazzi nella neve come il somaro recalcitrante che sei diventato».

Cork sospira. «Ho capito, ho capito: ce l'hai ancora con me. Non me la sento di biasimarti, in fondo. Né posso pretendere che tu comprenda i miei motivi. Speravo solo che potessi almeno apprezzare il fatto che sto qua, a marciare in mezzo alla neve, proprio come te... ».

«Lo sai benissimo perché ti trovi qui.»

«Si: perché voglio contribuire alla battaglia di Lady...»

«No», esclamo voltandomi di scatto verso di lui. «Sei qui perché l'alternativa era la forca. E non t'azzare a nominare chi ha avuto la benevolenza di concedertela, questa scappatoia: non voglio sentirti pronunciare il suo nome.»

«D'accordo», dice, alzando le mani, «d'accordo. Non sono degno neanche di pronunciare il suo nome: posso almeno pensare che, FORSE, disperdere le forze in questo modo, per giunta nel mese più freddo dell'anno e contro avversari equipaggiati molto meglio di noi, non si sta rivelando quell'idea geniale che magari poteva sembrare sulla carta?».

«Tienila bene a mente questa tua opinione, Cork» gli rispondo, volgendogli le spalle e rimettendomi in marcia: «è il motivo per cui io sono al comando di questa spedizione, mentre tu sei quello che tra poco monterà le tende».


Rak-Jim - Immagine 2


Come se poi l'avessi chiesto, di essere al comando di questa spedizione. Intendiamoci, Lady Yara ha sempre ragione e se lei vuole che io metta radici sul Valico di Mulligan per guardarle le spalle mentre lei va a rischiare la vita a Ghaan non chiedo di meglio, anche se questo significa non poter essere al suo fianco quando perforerà il cuore del Signore di Ghaan e di Aghvan l'(ancora per poco) invitto con la lancia sacra che ho forgiato per lei... Una privazione che mi lacera il cuore, e che pur tuttavia riesco a farmi violenza al punto di sopportare.

Ma condannarmi a trascinarmi dietro Corcazzo no, questo è un tiro mancino che proprio non meritavo.

Non molto dopo il costruttivo scambio di opinioni con il neo-reintegrato sergente Cork raggiungiamo finalmente la cima del costone che conduce al Valico di Mulligan, la cui vista ci offre uno spettacolo da mozzare il fiato. L'Angelo di Pietra si staglia solenne verso il cielo, con il sole al tramonto che lo avvolge di un mantello di fiamme possenti e rigogliose: alle sue spalle, fiera nelle sue antiche vestigia di pietra nera, si erge la Sacra dei Difensori. Non sono molte le meraviglie in grado di suscitarmi simili emozioni, specie da quando il destino ha deciso di condurmi qui: ma questa vista, questo scorcio glorioso al centro di una landa fredda e desolata, non può lasciare indifferente neppure il cuore ormai invecchiato di un esule di Ammerung. Mi chiedo cosa penserebbe Mastro Greb Kun di fronte a quest'opera di ingegno così magnificamente incastonata nella roccia.


Angelo di Pietra - Immagine


Una volta Minar il Bianco mi raccontò che uno dei Runi apocrifi del Khal-Valàn attribuisce la costruzione della Sacra a Vainar, figlio di Ilmarinen: secondo la leggenda, il fabbro leggendario progettò e fece costruire quel maniero per condurre gli esperimenti che lo portarono a costruire la Sposa d'Argento e d'Oro, il simulacro con le sembianze della sua defunta moglie Maaren più volte menzionato nel canone: un tentativo di creare la vita oltrepassando i limiti imposti dalla natura e violandone dunque i dettami, espondendosi in tal modo alla collera divina. I figli di Krynn hanno un nome proibito per riferirsi a questo tipo di costrutti: una parola che nessuno dei miei fratelli pronuncia a cuor leggero, in quanto è da secoli considerata tabù. Un termine bandito dall'uso comune che designa un organismo privo di vita e dunque di significato, tragico risultato di ricerche compiute in preda all'orgoglio, alla vanità e alla bramosìa, ma anche all'amore più folle, cieco e disperato. E non posso fare a meno di chiedermi se non sia stata anche la perversione malsana di questo sentimento a guidare i primi passi compiuti dai nostri abietti avversari nei recessi dei laboratori di Ghaan. Mentre questi pensieri mi attraversano la mente continuo a osservare quel manto argenteo di neve illuminato dai raggi dorati del sole che si staglia innanzi ai miei occhi e mi domando se l'Angelo di Pietra, in fondo, altro non sia che...

«Accidenti, che spettacolo!»

La voce del soldato scelto Dresden, vibrante di sincera emozione nonché decisamente meno fastidiosa di quella di Corcazzo, mi restituisce bruscamente alla realtà. E mi fa pensare che in fondo, perché no, questo "spettacolo" merita di essere valorizzato.

«E' il vostro giorno fortunato, pelandroni!» esclamo rivolgendomi alla truppa: «vi concederò una breve pausa prima di raggiungere la cima: chissà che la maestosità di questo panorama non riesca a rendervi dei soldati decenti!».

I ragazzi annuiscono e rompono le file: non siamo in marcia da molto, ma il terreno e il freddo li hanno già resi esausti. C'è chi cerca un sasso dove sedersi tra la neve che ci circonda a perdita d'occhio e chi ne approfitta per pisciare o mangiare; altri ancora mi raggiungono sul ciglio del costone per ammirare l'Angelo e la Sacra. Tra questi c'è Dresden, accompagnato da Julia, la ragazza con cui si è fidanzato qualche mese fa. Ricordo ancora il giorno in cui me lo disse e il mio brusco commento di disapprovazione: i rapporti tra soldati di uno stesso esercito portano solo problemi, specie se vengono a trovarsi addirittura nello stesso squadrone. Eppure, questi due non hanno mai fatto nulla che potesse mettere in imbarazzo me o l'esercito... Anche perché ho fatto sempre in modo di tenerli separati. Tuttavia, in questa missione mi hanno chiesto di farsi assegnare alla stessa unità, e io... beh, ho deciso di accontentarli. Ebbene si, lo ammetto: per una volta ho deciso di fare uno strappo alle mie stesse regole. L'ho fatto perché ho ben presente le difficoltà di ciò che stiamo facendo e le scarse probabilità di tornare a casa che ha ciascuno di questi ragazzi... ciascuno di noi. Quell'impenitente farabutto di Corcazzo non ha tutti i torti: se non ci uccideranno i Nordri, i Risvegliati, gli Innalzati o i soldati di Ghaan, è probabile che lo farà il freddo. Ma questi ragazzi sono entrati nell'esercito di Angvard nel momento più difficile, e quando hanno capito cosa li aspettava non si sono tirati indietro. A quanto ho capito, se tutto andrà bene, Julia e Dresden contano di sposarsi in primavera: saranno gli Dèi a stabilire se avranno la possibilità di vivere mano nella mano, ma fino ad allora non sarò io a negar loro quella di andarsene insieme. E questo non vale soltanto per loro, ma per tutti i soldati di Angvard che ho addestrato e che hanno scelto di...

«Tiè, guarda là: che je poi dì a 'sto montarozzo, Jim?»

A lui, niente: a te, invece, che consumi la mia aria, penso nervosamente. Eppure, tocca ammettere che persino un pusillanime come Corcazzo, sia pure con l'ascia del boia alla gola, alla fine ha deciso di mettersi al servizio di Lady Yara. Conoscendolo, poteva sicuramente riuscire a farsi dare un'assegnazione meno rischiosa: magari dai suoi amici alla Rocca di Horen, dove pure - bisogna dargliene atto - non è mai scappato. "Non sono miei amici", mi ha detto dopo la cattura, l'unica volta in cui ne abbiamo parlato.


Stephen Cork - Immagine 2


«Perché non sei andato a Horen?» gli chiedo a un certo punto. Non so perché lo faccio, visto che in fondo non me ne frega niente. Ma le parole mi escono così, quasi da sole.

«Te l'ho già detto, Jim: quelli non sono amici miei». Stavolta il tono della sua voce è diverso: come se, in qualche strano modo, il soldato di un tempo fosse riuscito a farsi strada in quella pavida carcassa strafottente per vedere questo tramonto con i suoi occhi. «Mi sono rifiutato di arrestarli perché non mi sembrava giusto... e anche perché non mi fidavo del giudizio dei marmocchi di Tankenborst. Ma mi sbagliavo, Jim: ho visto la luce negli occhi di quella ragazza... quella che non vuoi che chiamo per nome. E credo che hai ragione, sai? Non sono degno di farlo: non ancora. Ma lo sarò, al termine di questa guerra. La chiamerò per nome, a lei e a suo fratello, e saranno la mia Lady e il mio Dominus».

Lo lascio parlare. Non so se e quanto sia sincero, e a dirla tutta neanche mi interessa: i bei discorsi valgono poco finché non godono del supporto di azioni e imprese non dico epiche o gloriose, ma quantomeno adeguate. Tornare a imbracciare lo scudo di Angvard non basta di certo... ma è il primo passo. Questo, se non altro, glielo posso concedere.

Ma non una spanna di più. «Avanti, pelandroni!» esclamo riprendendo il passo: «vediamo di mettere i piedi su quel valico prima che faccia buio: non voglio rischiare di arrivare dopo quei montati di Greyhaven».

Mi chiedo come stiano andando le cose agli altri: tra una manciata ore dovrebbero arrivare ad Antjel e dare inizio alle mosse finali di questa lunga partita. Mi auguro che vada tutto bene.


Valico di Mulligan - Immagine


Il campo è pronto per ospitarci in questa prima notte di veglia sul Valico: se non altro Corcazzo sa ancora come si monta una tenda. La notte su queste cime è fredda il doppio del giorno... o calda la metà, come preferiscono dire a Skogen.

Ogni volta che penso a Skogen mi torna in mente la grottesca parabola di Zodd, il maniscalco che si riciclò soldato, si fece amico del Dominus, ne disonorò la sorella e infine riuscì ad atteggiarsi a gran signore, il tutto senza mai combattere una sola battaglia; o al suo degno compare Vanjar Plank, che iniziò all'ombra della fama e delle glorie del fratello e finì per raccattarne i titoli e il prestigio. Questi uomini e il pragmatismo amorfo che contraddistingue ogni loro azione sono il disonore dell'Altopiano del Tuono: non c'è da stupirsi che ci troviamo su schieramenti opposti. Ed è per colpa loro che siamo qui: Lady Yara teme un attacco alle spalle sferrato da Norsyd e da Ghaan, ma questa eventualità può verificarsi solo con la complicità di Skogen e di Horen. Su Skogen ci avrei potuto scommettere la barba, ma da Horen non mi sarei mai aspettato. Per colpa loro abbiamo dovuto impiegare tre squadroni a proteggere le nostre retrovie: Dossler alla Locanda del Puma, noi al Valico di Mulligan e Greyhaven a far la spola tra qui e l'Angelo di Pietra.

... A proposito, ma dove cazzo sono finiti? A quest'ora dovrebbero essere già arrivati da un pezzo, invece non ce n'è traccia.

Un corno risuona in lontananza, come in risposta alla mia preoccupazione. Poi un altro. E un altro ancora.

«Questa non è Greyhaven», mormora Corcazzo guardandomi negli occhi.

Scuoto la testa. No: questi sono Nordri.

«Tutti in piedi!», esclamo a gran voce, mentre cerco di raggiungere un punto sufficientemente alto per capire cosa ci sta per piombare addosso: «vediamo di regalare una notte indimenticabile a questi scappati di casa».

«Dovremmo essere il doppio di quanti siamo, Jim», mi dice Corcazzo mentre si stringe i lacci dell'armatura. «Dove accidenti sta lo squadrone Vachter, Water, o come cazzo si chiama?»

«Non ne ho idea», rispondo scuotendo la testa. «Spero solo che non li abbiano beccati a valle... altrimenti c'è il rischio che stiano molto peggio di noi». Cork annuisce, serio. Sappiamo entrambi cosa stiamo pensando, e lo sanno anche i nostri ragazzi: quell'esaltato con il martello è ancora in giro e finora chi ha avuto la sfortuna di affrontarlo in campo aperto non ne è uscito bene. Il problema di questi combattenti che brandiscono armi leggendarie non è dato solo da ciò che impugnano, ma anche dall'impatto di quelle diavolerie sul morale delle truppe avversarie. Del resto è una scommessa su cui abbiamo puntato parecchio anche noi, altrimenti non avremmo messo Yrakavin nelle mani di Lady Yara...

«...e un Wyrm sotto alle sue sacre terga». La chiosa di Cork mi fa sobbalzare: per la barba di Vainar, stavo forse parlando ad alta voce? Beh, giunti a questo punto importa poco: se tra i Nordri che stanno arrivando c'è il Signor Martello, c'è un concreto rischio che Corcazzo non dovrà mai pagare per l'oltraggiosa uscita che ha appena...

BBBOOOOOMMMM!

Una scossa di terremoto scuote il Valico, costringendo gran parte di noi a terra. Non facciamo neanche in tempo a mettere la faccia fuori dalla neve che ne arriva un'altra; poi un'altra, quindi un'altra, e poi un'altra ancora. Restare in piedi è praticamente impossibile a meno di non avere un baricentro particolarmente ottimizzato, e io su questo me la cavo piuttosto bene. Lo sapevo, porcaccia Shasda: vedi un pò se non si tratta di quel martello di merda!

«Avanti pigroni, finitela di rotolarvi a terra e alzatevi in piedi: se vogliamo vedere quello che succederà tra poco dobbiamo accendere qualche luc...»

Ma nessuno dei miei ragazzi mi sta ascoltando: l'attenzione di tutti è rapita dalla sagoma gigantesca che di punto in bianco si staglia tra noi e la luna.


Colosso di Mulligan - Immagine


«Cosa cazz...» Comincia a dire Julia. Ma è l'ultima cosa che dice: una mano mostruosa fuoriesce dall'ombra gigante che ci sovrasta e la schiaccia sulla neve come se fosse un insetto. Un istante dopo non c'è più, al suo posto non resta che una macchia nera dalla forma indistinta.

«Scappate!» Esclamo con tutto il fiato che ho in gola. E' un Risvegliato, ne sono certo: uno di quelli grossi. Titanus, Gigantibus, o come diavolo li chiamano giù a Uryen. A dire il vero non so neanche se esiste: o meglio, so per certo che esiste, visto che ce l'ho davanti. Esiste e continua a sbracciare: la sua seconda mossa colpisce in pieno Ethan e spacca lo sperone di roccia sottostante, facendo precipitare nell'abisso il suo corpo devastato insieme a quelli di Damian, Thomas e Victoria.

«Figlio di puttana!» Grido nella sua direzione. Come possiamo affrontare una bestia del genere in queste condizioni? Non riusciamo neppure a vederlo: lui, invece, sembra perfettamente in grado di capire dove siamo. Le sue braccia colpiscono ancora una volta il terreno, precipitandomi nuovamente nella neve. Annaspo impotente in quel mare d'argento, le orecchie piende delle urla dei miei ragazzi mentre vengono dilaniati da quegli arti mostruosi.

«Sta salendo, Jim». Sento la voce di Corcazzo a qualche metro da me: «sta venendo dove siamo noi». Sta urlando con tutto il fiato che ha in gola, ma il frastuono che ci circonda è tale che riesco a udirlo a malapena. E' come se la montagna si stesse spaccando tutto intorno a noi.

«Dobbiamo andarcene da qui», urlo a mia volta. Devo ripeterglielo due volte per farmi sentire. Quindi mi rialzo, cercando di capire qual è il punto migliore dove mettermi ad aspettarlo. Il pendio dove ci troviamo è in discesa: ora che è salito, può solo scendere verso di noi.

Poi arrivano, tutte insieme: piccole, grandi, enormi. Una grandinata di pietre che non ci lascia scampo. Urlo di sollevare gli scudi, poi sento un dolore lancinante alla gamba. Al diavolo il dolore, non ho tempo né voglia di rendermi conto: tutto quello che voglio è portare via i miei ragazzi, salvarne il più possibile, ad ogni costo. Mi guardo intorno per capire se Corcazzo è ancora vivo, ed è in quel momento che lo vedo.

Dresden. Riverso al suolo, nel punto dove fino a qualche istante fa esisteva ancora Julia, il collo trafitto da una scheggia di roccia lunga più di me. Non riesco neppure a capire se è morto nell'assurdo tentativo di proteggere quella macchia informe dalla tempesta di detriti di prima o se, più semplicemente, è stato colpito mentre cercava di mettersi in salvo. Il risultato, ahimé, non cambia.


Sangue sulla Neve - Immagine 2


«E' morto, Jim».

Annuisco. «Porta via i ragazzi», dico a Cork: «dirigetevi a valle».

«A valle? In bocca ai Nordri?»

«Si. Coi Nordri possiamo giocarcela, con questo affare no. E poi magari persino le loro zucche vuote potrebbero capire che non è esattamente la nottata migliore per suonarcele. Andate, presto!»

«E tu cosa vorresti fare, invece?»

«Proverò a ritardarlo. Ora vai, presto!»

Corcazzo annuisce e corre via, sbracciandosi e urlando per attirare l'attenzione. Purtroppo per lui ci riesce fin troppo bene: fa circa dieci passi, poi una mano gigantesca lo raggiunge, lo schiaccia in terra, quindi lo afferra e lo solleva.

E' una scena che riesco a vedere a malapena, fiocamente illuminata dalla luce della luna e dalle poche torce che qualcuno dev'essere riuscito ad accendere nonostante questo casino: eppure non riesco a distogliere gli occhi. Il mio sguardo segue impotente il lento e inesorabile percorso di quell'arto mostruoso, il corpo di Corcazzo avvinto in una stretta mortale malgrado i furiosi tentativi di dimenarsi, fino all'antro di ingresso di quella specie di cranio deforme. Poco dopo cominciano i rumori. E' uno spettacolo orribile, ma se non altro mi consente di capire come diamine è fatta questa immonda creatura. E di illudermi che forse, dopo tutto, ho una possibilità.

Osservo per l'ultima volta quello che resta del nostro accampamento. Stralci di frasi pronunciate soltanto poche ore fa tornano a risuonarmi nella testa, come a prendersi gioco di me e della devastazione che mi circonda. Aspettiamo che arrivino quelle, di pietre. Scuoto la testa. Mantieniti concentrato, vecchia carcassa di un Nano: ti resta ancora un lavoro da fare.

«Ascoltatemi bene! Chiunque riesca a salvarsi sappia fin d'ora che ha il dovere di raggiungere la Sacra e raccontare tutto questo a Lady Yara! E adesso correte verso l'Angelo di Pietra con tutto il fiato che avete in corpo: mi avete sentito, pelandroni? E' un ordine!» Urlo più forte che posso, nella speranza di attirare su di me le attenzioni della bestia. Fortunatamente è proprio quello che succede. Ma un Nano è un brutto cliente per un gigante: o almeno questo è ciò che spero, mentre mi accingo a passargli sotto le gambe, ignorando il frastuono pazzesco che accompagna ogni suo movimento e fingendo di non vedere i pugni che sferra a pochi centimetri dal mio corpo.



Non è facile come pensavi, eh? Non lo è neanche per me: ormai le torce sono distanti e la luna è coperta dalla mole del mio avversario, quindi non vedo nulla. Ma quando siamo arrivati c'era ancora un barlume di luce, e ricordo piuttosto bene com'era fatta la parete di roccia che, secondo Corcazzo, ci avrebbe protetto dal vento. Povero diavolo, penso mentre mi arrampico, ricordando i tanti momenti trascorsi insieme. La bestia impiega qualche istante per capire dove sono e mi concede un pò di tempo, ma non abbastanza: la sua mano gigantesca è sul punto di ghermirmi quando, improvvisamente, uno squarcio di luna illumina la parete di roccia, rivelandomi una nicchia entro cui potermi rifugiare. Ed è lì che, rintanato come un topo, resisto ai suoi tentativi di farmi fare la fine di Corcazzo. Bravo, continua a perdere tempo con me: fino a quando non desiste, nuovamente attratto dalle più facili prede che si stanno riversando a valle. E nel farlo, finalmente, mi dà le spalle. Grosso errore, come conto di potergli insegnare tra poco: non appena riuscirò ad arrampicarmi fino a un punto della parete di roccia sufficientemente alto per fare quello che c'è da fare.

La gamba mi fa un male cane, ma non è certo questo il momento di lamentarsi. Il mostro fa un passo, poi un altro: ancora uno e sarà fuori portata, quindi devo saltare ora. Solo adesso, un istante prima di librarmi nel vuoto, mi rendo conto della tragica inutilità dell'azione che mi accingo a compiere. Persino la nuca, punto debole per eccellenza di ogni predatore, è interamente ricoperta da spessi strati di pietra.

Ma se Yog-Shoggoth pensa che l'amara consapevolezza della vacuità del gesto impedirà alla mia ascia di piantarsi tra le scapole di questa immonda creatura nella gloria sempiterna di Dytros, ebbene, tra pochi istanti avrò ben modo di dimostrargli quanto si sbaglia.

E' così, dunque: non vedrò Lady Yara brandire Yrakavin, non vedrò la fine di questa guerra. Ma non ho alcun rimpianto, perché il ruolo che mi è stato assegnato è esattamente questo: e se anche solo uno dei miei ragazzi riuscirà a salvare la pelle, allora ne sarà valsa la pena.

Per Lady Yara.

Per Ilmatar, Ilmarinen e Vainar.

Per Julia e Dresden.

Per il Sergente Cork.

Per Ammerung.

Per Angvard.

Rak-Jim - Immagine


From the misty dreams of nighttime
I sought the clarity of my days
From the shades of longing
Looked for the familiar glow

The death of my wife's slayer
Brought no comfort to me
No shape from loneliness
For a dream

A queen of gold I made
A silver bride I built
From the Northern summer night
From the winter moon

Responded not my girl
No beating heart I felt
I brought no sighs to the silver lips
No warmth from the cold

Within my heart a flame of desires
Provoked the power of my will
Forced into a silver shape
A golden queen for me

I made our bed under the stars
Covers a plenty, bear skin hides
Stroked the arc of golden curves
Kissed the lips of silver

Queen of gold, I made
A silver bride, I built
From the Northern summer night
From the winter moon

Responded not my girl
No beating heart I felt
I brought no sighs to the silver lips
No warmth to the cold

(Queen of gold) No heart
(Silver bride) I built her
(Queen of gold) No heart
(Silver bride) No warmth
(Queen of gold) I made her
(Silver bride) I built her
(Queen of gold) No heart
(Silver bride) No warmth
scritto da Rak-Jim , 14:14 | permalink | markup wiki | commenti (0)
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