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- Vodan Thorn -
 
Solice Kenson
Cronache della Campagna di Caen
Solice Kenson
"Voi avete coraggio e siete molto convincente: ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".
creato il: 20/05/2005   messaggi totali: 91   commenti totali: 32
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Scritto il 27/04/2007 · 40 di 91 (mostra altri)
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17 maggio 517
Venerdì 27 Aprile 2007

Rivelazione

Il matrimonio si era concluso nel migliore dei modi, e il favore degli Dei che aveva consentito ai festeggiamenti di procedere senza alcun tipo di complicazione continuò ad arridere alla mia famiglia anche nei giorni immediatamente successivi.

Il 15 maggio ci fu l'attesa premiazione della giostra: sir Georg Poe, lady Joanne Chirac e sir Steven DeRavin, splendidi nelle loro armature, precedettero gli altri cavalieri nella parata conclusiva, per poi ricevere dalle mani del Conte di Verrière e di sua figlia i premi che mio padre aveva fatto preparare per l'occasione. Come da tradizione si trattava di oggetti finemente realizzati da sapienti artigiani, più adatti a una parata o a dei festeggiamenti in tempo di pace che non a un vero e proprio utilizzo sul campo di battaglia: questa usanza, fortemente voluta dalla chiesa della Luce, simboleggiava ulteriormente la natura festosa e gioiosa dell'evento.

A sir Georg venne consegnato il premio più prezioso, un bellissimo elmo d'argento arricchito da venature scure e decorato con una collana di perle del colore del marmo. Il cavaliere ebbe cura di ringraziare con profondi inchini il conte, sua figlia e mio padre: pronunciò poche parole, con le quali espresse la sua profonda graditudine per l'ospitalità ricevuta e per il corretto svolgimento del torneo. Fu poi la volta di Lady Joanne, la cui presenza suscitò applausi forse addirittura superiori: maschi e femmine applaudivano a quella giovane e bellissima donna che aveva sorprendentemente mantenuto una posizione tanto alta, giungendo a sfiorare la vittoria. Lady Joanne ricevette un elmo da giostra ornato da due ali dorate, impreziosito da un drappo rosso fiammante: forse intimidita da un'accoglienza tanto calorosa si limitò a ringraziare, senza pronunciare altre parole.

Fu infine la volta di sir Steven, che si inchinò profondamente al Conte di Verriére prima di ricevere il suo premio: un mantello finemente intessuto di colore rosso scuro ornato da una spilla argentata, opera di abili tessitori e di sapienti artigiani. Sir Steven non pronunciò che una manciata di parole, ringraziando il Conte, mio padre e la terra di Beid, per poi scendere dal palco.

"Avete visto?", disse Yera vedendolo scendere. "Ha chiaramente guardato in questa direzione! Scommetto che, se fosse arrivato primo, vi avrebbe dedicato la vittoria!"

Guardai Yera con affetto: la felicità e l'energia con cui stava vivendo quei giorni erano luminose quanto il riflesso del sole nei suoi verdi e grandi occhi. Sperai con tutto il cuore che sir Leon si dimostrasse cavaliere al punto di non dimenticarsi di lei al termine dei festeggiamenti: Yera non sapeva leggere né scrivere, ma sarei stata più che felice di aiutarla a mantenere attiva una corrispondenza che di certo le avrebbe riscaldato il cuore per molto, molto tempo. "Ne sono certa anche io", dissi abbracciandola.

"Hey! Fate piano... non sono mica robusta come sir Steven!" disse, ridendo.

Dopo la premiazione, spendemmo il resto della mattina e il pomeriggio a osservare le restanti competizioni: la gara di tiro con l'arco venne vinta da un ufficiale di Beid che seppe sfruttare al meglio il lieve va deciso vento che si alzò nel corso della giornata. La corsa dei cavalli venne vinta dal velocissimo Yurae, che non ebbe problemi a imporsi sugli altri concorrenti vista l'assenza di tutti i cavalieri che avevano partecipato alla giostra e che tradizionalmente si astenevano dalle altre competizioni; degni di nota i piazzamenti di degli scudieri di Amer e di Chalard, in particolare del piccolo Kasper che arrivò tra i primi cinque e con il quale corsi a complimentarmi. "Un giorno se vorrai ti insegnerò a cavalcare veloce!" mi disse soddisfatto: annuii con decisione, avrei di certo avuto molto da imparare.

Nel corso del pomeriggio ci fu un clamoroso tentativo di Yera di far prendere parte a sir Leon al gioco della pentolaccia, e a nulla valsero i miei tentativi di dissuaderla: grande fu la mia sorpresa quando fui costretta a ingoiare le mie perplessità; dopo uno scambio verbale che durò quasi due ore il cavaliere acconsentì a farsi bendare per poi amministrare tre solidi colpi ad altrettante pignatte sospese, provocando la fuoriuscita (nell'ordine) di salsicce e insaccati, piume e coriandoli; la cosa più incredibile fu vedere come Yera riuscì persino a evitare di partecipare in prima persona, preoccupata com'era di rovinare il vestito donatole da mio fratello!

"Avete visto? Me ne dovete una!" mi disse, tornando trionfante. Scossi la testa, fingendo disperazione.

Passai il resto della giornata a suonare, cantare e conversare con alcuni degli invitati: gradii in particolar modo l'interesse mostrato nei miei riguardi da parte della mia nuova cognata. Lady Amy sembrava molto interessata a conoscermi meglio, e mi fece domande piuttosto precise sul paladinato e sul mio percorso iniziatico: fui lieta di illustrarle come avevo vissuto quegli anni e di spiegarle i motivi per cui avevo compiuto una scelta simile.

Quel giorno non era comunque destinato a concludersi serenamente come era iniziato: a sera, poco dopo l'inizio di quello che sarebbe stato l'ultimo banchetto nei pressi della piazza della giostra, mio padre ricevette infatti una visita inaspettata che mi fece venire la pelle d'oca.

A preannunciare l'arrivo di questi nuovi, inattesi ospiti fu un messo proveniente da palazzo, che ci informò che una piccola delegazione di cavalieri chiedeva udienza; si trattava di un'altra delegazione proveniente da Anthien, più numerosa di quella formata da sir Steven e da sir Leon: erano uomini inviati in rappresentanza di Lord Albert Keitel.

Non appena appresi la notizia, il panico si impadronì di me: sapevo perfettamente che mio padre non avrebbe potuto far altro che invitarli a prendere parte al banchetto. Chi faceva parte di quella misteriosa delegazione? Per quanto potevo saperne, tra di loro poteva esserci lord Albert in persona: una persona della quale nè mio fratello nè mio padre avevano un'ottima considerazione, ma in ogni caso del tutto inattaccabile a livello ufficiale, tanto più in un contesto come quello. Il pensiero di essere costretta dalle circostanze a sorridere a colui che sapevo essere responsabile di un dolore così grande, di vedere mio padre costretto a stringere quelle mani insanguinate mi faceva sentire male: istintivamente mi allontanai nascondendomi dietro ad altri commensali, ripromettendomi che avrei fatto del mio meglio per evitare ogni sorta di contatto visivo e verbale con quegli uomini.

Quando la delegazione arrivò, fu presto chiaro a tutti che Lord Albert non era presente: a rappresentarlo vi era un certo Sir Eldon Tallard, un uomo alto e dal viso sottile, che ebbe cura di porgere a mio fratello una lettera da parte del suo signore e a Lady Amy un piccolo scrigno in regalo. Attenta com'ero a non farmi notari non potei sentire che alcuni stralci del suo discorso: in compenso lo osservai molto attentamente nell'eventualità che, un giorno, il destino avesse deciso di incrociare ancora le nostre strade. Sir Tallard e i suoi furono ben lieti di poter partecipare al banchetto, e dopo essersi profusi in inchini e ringraziamenti furono lesti ad appagare il loro appetito e a fare conversazione con molti dei commensali: Sir Tallard in particolare parlò a lungo con mio fratello e con Lady Amy, poi con Lady Joanne e con i cavalieri di Anthien, avendo cura di farsi raccontare quanto era successo e scusandosi in più occasioni con il suo colpevole ritardo dovuto, a suo dire, alla cattiva condizione delle strade e al tempo non sempre favorevole. Aveva un modo di parlare decisamente accattivante, in grado di interessare l'interlocutore con poche, semplici frasi.

"Guardateli il meno possibile", disse a un certo punto una voce alle mie spalle: "non vorreste mai che si accorgessero di aver fatto presa sui vostri occhi". Prima di voltarmi, sapevo già a chi appartenesse. Guardai Peter Gremaud, che aveva un'espressione fin troppo eloquente. Non disse altro, non ce n'era bisogno: accettai di buon grado il suo consiglio, e fui ben lieta di distogliere la mia attenzione dal gruppo di cavalieri.

Quando il banchetto terminò, mi recai da mio fratello: lo trovai di buon umore, felice di come si era svolta quella giornata: fui lieta di appurare che neppure quella visita inattesa era riuscita ad intaccare la sua felicità. Anche Lady Amy sembrava al settimo cielo: quando la guardai, era intenta a fissare il contenuto dello scrigno da poco ricevuto in dono. Notando il mio sguardo incuriosito me lo porse. Guardando il contenuto fui sorpresa di vedere che conteneva delle erbe sbriciolate, non troppo dissimili dall'incenso di cui a volte si faceva uso a Focault. L'odore che sentivo era però completamente diverso. Quando sollevai la testa, per un attimo gli occhi faticarono a rimettere a fuoco la mia interlocutrice.

"E' tabacco", mi disse sottovoce notando la mia reazione, attenta a non farsi sentire. "Penso che venga da Delos: se è così, è estremamente prezioso. Sentite che buon odore?".

Non dissi nulla, limitandomi ad arretrare rapidamente. No, avrei potuto dire molte cose a riguardo di un simile dono, ma di certo nessuna volta a celebrare le lodi di quell'odore intenso che ancora non abbandonava le mie narici. Lady Amy si accorse della mia espressione e si affrettò a chiudere lo scrigno, facendolo sparire di lì a poco.

"Stai bene?" mi disse mio fratello. Annuii, prima di chiedergli informazioni su quanto appena successo. Ryan si limitò a dirmi che sir Tallad era stato molto cordiale, scusandosi a nome del suo signore per il ritardo e per l'assenza: a quanto sembrava, non c'era nulla di cui preoccuparsi. Sollevata tornai da Yera, restando con lei fino al termine della giornata.

Il 16 e il 17 maggio passarono altrettanto velocemente: i miei sogni sembravano essersi tranquillizzati, consentendomi di dormire a sufficienza e di recuperare tutte le mie energie; passai a trovare sir Thomas e fui sorpresa di apprendere che non si trovava già più presso la chiesa di Reyks: incredibilmente si trovava già a Valamer, in procinto di riprendere le sue mansioni. Riuscii anche a parlare con mio padre, al quale spiegai per la seconda volta - la prima era avvenuta in conseguenza del resoconto di Malaki - la situazione delle colline Khadan e la presenza di quella misteriosa ragazza ancora in libertà. Mio padre mi disse che sir Thomas si sarebbe occupato della faccenda insieme ai suoi luogotenenti, e che non c'era da preoccuparsi: viste le mie insistenze e la mia determinazione nel prendere parte attiva alla ricerca di informazioni che potessero condurre al ritrovamento di Rosalie, acconsentì comunque a lasciarmi libera di compiere le mie indagini: a differenza di prima, però, avrei dovuto rendere conto a Sir Thomas.

E fu proprio da lui che mi recai, la mattina del 17 maggio: Malaki mi accompagnò di buon grado a Valamer, dove sir Thomas stava organizzando due o tre gruppi per pattugliare i confini con la baronia di Keib e la zona delle colline Khadan che avevamo visitato pochi giorni prima.

"Ancora non vi siete sdebitata", mi disse il cavaliere mentre percorrevamo la salita che ci avrebbe portati al castello. "Non vi facevo così poco di parola".

Lo guardai con aria interrogativa. "Di cosa parlate?" gli chiesi, sorpresa.

"Non ricordate? Ci trovavamo proprio qui, percorrendo questa strada in direzione opposta: mi avevate promesso di raccontarmi un finale alternativo della storia di June e Joan, un epilogo in grado di farmi dormire sonni tranquilli", mi disse, annuendo gravemente e simulando una profonda delusione. "Tutto in cambio del mio aiuto: aiuto che io, fidandomi di voi, ho diligentemente prestato. E dunque ora vi chiedo, dov'è la mia storia?"

Annuii, ammettendo le mie colpe. "Avete assolutamente ragione", dissi con aria solenne. "Prometto che avrete la vostra storia entro domani. D'accordo?"

"E sia", disse Malaki, annuendo soddisfatto. "Ma questa volta vi terrò d'occhio, non tollererò ulteriori ritardi!"

Quando arrivammo a Valamer, Malaki chiese per mio conto udienza al capitano Thomas. I soldati ci fecero attendere per quasi un'ora prima di condurmi in una larga sala, dove il cavaliere mi attendeva, in piedi. I segni della sua ferita erano ancora piuttosto evidenti, ed una lunga fasciatura gli copriva la spalla sinistra. Questo non gli impediva comunque di reggersi saldamente in piedi, e di fissarmi con i suoi occhi penetranti nel momento stesso in cui varcai la soglia.

"Lady Solice", mi disse, accennando un inchino. "Cosa posso fare per voi?".

"Vi chiedo di ascoltare le mie richieste", dissi. "Ho bisogno di parlare ancora con il prigioniero: le sue informazioni si sono rivelate preziose, e ritengo giusto metterlo al corrente".

"Mi rincresce", replicò sir Thomas, "ma mi trovo costretto a non poter acconsentire. Le motivazioni che spingono il prigioniero a parlare non sono ancora ben chiare, e per quanto ne sappiamo potrebbe avere validi motivi per tradire i suoi stessi alleati".

"Non è mia intenzione liberarlo o dargli un credito maggiore di quanto non intendiate fare voi stesso", gli dissi di rimando. "Ho solo interesse ad ascoltare le sue parole, in modo che Pyros possa giudicare la sua reazione meglio di quanto è concesso a noi".

La discussione andò avanti per qualche altro minuto: sir Thomas si dimostrò risoluto nella sua prudenza, ma al tempo stesso disposto a sentire le mie ragioni e, nei limiti del possibile, ad assecondarle.

"Sta bene", replicò infine, avvicinandosi. "Andremo ad ascoltarlo insieme".

Lo osservai mentre camminava: la sua ferita, il cui rossore a tratti ancora permeava dalle bende, non doveva essere troppo dissimile da quella che aveva provocato le cicatrici viste sulla spalla del prigioniero. Con tutta probabilità, la stessa immonda creatura aveva imposto la medesima firma su quei due combattenti: nessuno dei due era morto, ma entrambi avrebbero con tutta probabilità portato in eterno quel marchio impresso nel profondo delle loro carni.

"Sono felice di vedervi ancora vivo", esordì sir Thomas non appena l'individuo noto come Netjerikhet si avvicinò al margine esterno della sua cella: rispetto a qualche giorno prima aveva la barba più lunga, e lo sporco e il sudore di quella cella avevano intaccato pesantemente il suo aspetto; ciònonostante, il fante di quadri conservava uno stile che i giorni di prigionia non erano ancora riusciti a soffocare.

"Sono felice di poter dire lo stesso", rispose Netjerikhet. "Confesso di avervi dato per spacciato. Devo dedurre che siate veloce quanto basta", aggiunse, misurando le parole: "probabilmente siete un buon combattente".

"Gli Dei proteggono la mia causa", rispose sir Thomas, "e di questo li ringrazio: per una volta vi chiedo di fare lo stesso, dimostrando a Pyros e al portavoce che avete di fronte la vostra intenzione di dire la verità".

"E' quello che intendo fare", esclamò con convinzione Netjerikhet.

La discussione proseguì per alcuni minuti: sir Thomas chiese informazioni sui movimenti degli uomini di Keib e sul misterioso individuo che lo aveva assalito. Il fante di quadri confermò i suoi legami con alcuni emissari provenienti da Keib e decisi a fare del loro meglio per aprire un fronte consistente ai danni dei due feudi, particolarmente auspicato dall'entità oscura artefice dell'aggressione. Sir Thomas chiese maggiori dettagli, e Netjerikhet parlò di un contingente militare abbastanza numeroso e ben equipaggiato che, stando alle informazioni che erano in suo possesso, era probabilmente in procinto di chiudere la via d'accesso principale tra Chalard e Beid: il piano, a quanto ne sapeva, era di compiere tale chiusura subito dopo la partenza degli invitati al matrimonio, in modo da non allarmare gli altri feudi e isolare al tempo stesso la marca da ogni possibile interferenza o aiuto esterno.

Sir Thomas si dimostrò particolarmente incredulo: era difficile credere che Keib tentasse una manovra tanto azzardata, considerando i rapporti di forza attuali. Il fante di quadri, d'altro canto, sottolineava come fossero in gioco forze particolari, il cui obiettivo non era tanto la vittoria di Keib quanto piuttosto una temporanea confusione che fosse in grado di accecare, sia pure temporaneamente, la marca e impegnare i suoi baluardi di difesa, allentandone la guardia e provocando una temporanea perdita di controllo territoriale. A quel punto sir Thomas cominciò a chiedere come mai sapesse tutte quelle informazioni: Netjerikhet si dichiarò colpevole di aver mantenuto un atteggiamento ambiguo nei confronti degli artefici di questo crudele piano: un atteggiamento che, nei suoi piani, era l'unico modo per poter raggiungere la sua meta.

"La vostra meta era dunque questa prigione?" chiese sir Thomas, giunti a quel punto.

"In un certo senso", rispose il fante di quadri. "Qui posso parlare liberamente a Joan senza che possano tapparmi la bocca per sempre. Una volta che uscirò di qui sarò in pericolo quanto tutti voi, ma mi lascerete uscire soltanto quando capirete di potervi fidare di me: a quel punto varrà la pena di correre quel rischio".

Mentre diceva queste parole mi guardava: i suoi occhi erano profondi, intensi... e dentro di loro riuscivo a leggere qualcosa: convinzione, fiducia... speranza. Si, speranza: ma di cosa? Non c'era nulla che potessi fare , se non liberarlo come atto di fede in lui e nelle sue parole. Una decisione che non avevo comunque l'autorità di poter prendere, e che avrebbe comunque provocato una situazione tale da costringerlo a fuggire o a finire nuovamente in cella: due alternative che di certo non erano in accordo con quanto aveva appena detto. La volontà del fante di quadri era quella di uscire da quella cella conquistando la nostra fiducia.

Sir Thomas decise di interrompere la conversazione: disse al prigioniero che avrebbe controllato le sue dichiarazioni, ma che la sua storia non era certo sufficiente da sola ad avvalorare una tesi che potesse condurre a una sua rapida liberazione. Gli chiese se avesse altro da aggiungere, ma Netjerikhet si limitò a scuotere la testa e a mormorare una breve frase: "tutto ciò che posso dire", concluse, guardandomi negli occhi, "è che spero che Joan capisca".

Malaki mi aspettava all'ingresso del castello: fu lì che sir Thomas mi salutò, promettendomi che lui e le sue squadre avrebbero controllato la situazione nei dintorni di Beid e i luoghi indicati dal fante di quadri. Annuii, ringraziandolo per la fiducia accordatami, per poi tornare verso la città insieme al mio accompagnatore: le ombre della sera scendevano lentamente, accompagnandoci lungo la strada.

Una volta tornata a palazzo decisi che mi sarei esercitata con il liuto: suonare e liberare la mente poteva essere un buon modo per riflettere sulle parole che Netjerikhet aveva pronunciato poche ore prima. Una volta preso lo strumento mi recai in giardino, nello stesso punto in cui, dieci giorni prima, avevo incontrato per la prima volta Net.

Di lì a poco, cominciai a lavorare sulla ballata che avevo promesso di cantare a Malaki l'indomani: era una delle prime volte che mi cimentavo nella composizione, e ben presto persi completamente la cognizione del tempo. Il sole scomparve ben presto costringendomi ad accendere una lanterna, poi anch'essa si spense, lasciandomi al buio: continuai ugualmente a suonare e a cantare, cercando la rima giusta e sforzandomi di trovare le corde alla cieca. Quando alla fine terminai l'opera, un coro di grilli insonni faceva da contralto ai miei accordi.

Fu a quel punto che, quasi dal nulla, un fiore si materializzò davanti ai miei occhi: i suoi petali erano così candidi da risaltare perfettamente, illuminati da una luna che aveva appena incominciato a abbandonare il suo stato di grazia.

"Odio i fiori", disse una voce dietro di me, "ma visto quello che state suonando, ho pensato che magari vi avrebbe fatto comodo, visto che l'avete dimenticato".

Presi in mano il fiore. "Cosa volete dire?", domandai: ma non era quella la domanda che avrei voluto fare. Cosa ci faceva li'? Come mi aveva trovato? E soprattutto, perché non era a dormire come tutti gli altri? Il mio respiro era affannato, faticavo a controllarlo: che bisogno c'era di darmi questo fiore? Perché non potevo stare da sola? Quel giardino era forse preda di una qualche maledizione, che lo condannava ormai ad essere un assurdo teatro di eventi bizzarri e inspiegabili?

"Voglio dire che avete dimenticato un pezzo: June e Joan... Anche dalle mie parti la cantano, ma da noi il finale è più triste. Joan muore, perlomeno a Anthien: ma a parte il finale", aggiunse prendendomi il fiore dalle mani, "la cosa fondamentale è questa". E così dicendo, mi fissò delicatamente il fiore tra i capelli.

Quel semplice gesto mi fece impallidire: era vero. Mi ero talmente fissata sul finale e sulle sue molteplici implicazioni che avevo finito per dimenticare un particolare molto più evidente, una strofa tanto semplice quanto onnipresente in tutte le versioni e le varianti che avevo mai avuto occasione di sentire di quella ballata: un tassello colpevolmente ignorato alla ricerca di chissà quale assurdo significato recondito, che ora, in modo del tutto inaspettato, mi tornava prepotentemente alla memoria. Per un attimo, l'assurdità dei tempi e dei modi dell'improvvisa scoperta mi resero sospettosa nei confronti di sir Steven: ma quando lo guardai negli occhi, riconobbi lo stupore ingenuo di chi non aveva idea della scintilla che aveva provocato e che rapidamente quanto inaspettatamente aveva generato un incendio. No, non era la volontà di sir Steven, ma quella degli Dei: avevo compreso, e forse ero ancora in tempo.

Mi alzai di scatto, posando rapidamente il liuto. "Vogliate scusarmi", esclamai a sir Steven, avendo agevolmente la meglio su un imbarazzo ormai quasi interamente svanito. "Vi ringrazio infinitamente, ma ora devo andare". Così dicendo, dopo un rapido inchino, mi allontanai velocemente, incominciando a correre verso il palazzo, poi verso la porta, e poi, aprendola, verso le strade deserte della città di Beid ancora immersa nelle ombre della notte. Indossavo ancora il vestito della festa e, anche se ero troppo emozionata per rendermene conto, la rosa bianca che mi aveva donato sir Steven si trovava ancora ben salda tra i miei capelli.

Mentre correvo a perdifiato lungo le vie della città dormiente non potevo certo sapere che, in quello stesso esatto momento, Desiree si trovava di fronte a una scelta tanto problematica e difficile quanto evidente e chiara sembrava la mia. Pur trovandoci a chilometri di distanza, le decisioni che stavamo per prendere quella notte avrebbero cambiato profondamente i giorni a venire.

(continua)

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Scritto il 27/04/2007 · 40 di 91 (mostra altri)
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