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- Kailah -
 
Solice Kenson
Cronache della Campagna di Caen
Solice Kenson
"Voi avete coraggio e siete molto convincente: ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".
creato il: 20/05/2005   messaggi totali: 91   commenti totali: 32
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Scritto il 15/04/2007 · 36 di 91 (mostra altri)
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13 maggio 517
Domenica 15 Aprile 2007

Il settimo giorno

Ho dei ricordi piuttosto vaghi e confusi della notte tra il 12 e il 13 maggio: il sonno che mi tormentava da quasi una settimana tornò con violenza ad aggredire le mie membra, costringendomi ad ammettere di essere inadatta a sostenere un turno di guardia. Passai la prima parte della notte a pregare Pyros, ringraziandolo per aver protetto la nostra spedizione e non aver permesso che il crudele presagio formulato dall'individuo noto come Fante di Quadri si avverasse. Nelle mie preghiere però non consideravo che quella notte faceva ancora parte dei sette giorni vaticinati a seguito della mia aggressione: gli eventi che sarebbero occorsi nelle ore successive mi avrebbero costretto a scontrarmi duramente con tale imprecisa approssimazione.

Non ricordo esattamente quando la vidi. Era lì, in piedi a qualche decina di metri di distanza che mi osservava pregare, in silenzio. A prima vista sottostimai la sua altezza, che mi fece pensare inizialmente che potesse trattarsi di una bambina: solo in seguito mi resi conto che era alta più o meno quanto me, e che doveva avere almeno 20 o 25 anni.

Non appena si accorse che l'avevo notata cominciò ad avvicinarsi, lentamente. Rischiarata dalla luce del campo le sorrisi, sorpresa e un pò preoccupata di una simile apparizione nel bel mezzo della notte: cosa ci faceva una bambina, o una ragazza della mia età, nel bel mezzo delle colline da sola? Ma il mio sorriso si tramutò in sgomento quando vidi meglio ciò che stava avanzando, quando riconobbi un viso che avevo incontrato una volta, in passato: un volto che avevo dimenticato, e che i recenti avvenimenti avevano cominciato lentamente a ricondurre alla mia memoria, e che ora completava quell'assurdo e inspiegabile quadro fatto di tante, troppe coincidenze per essere opera di un pennello mosso dal caso.

Kira Klay: questo era il nome con cui ci era stata presentata, circa quattro anni fa. Occhi verdi, capelli neri e lisci come l'ebano. Muta, con lo sguardo spento. Il nostro precettore ci disse che era l'unica superstite di una carovana partita da Sarthe e diretta a Focault, senza fornirci ulteriori dettagli. Il suo nome era stato recuperato da alcuni documenti trovati sul corpo della zia che la accompagnava, scritto sui fogli con cui avrebbe dovuto presentarla all'Abate pregandolo di accettarla come iniziata. Nessuno sapeva se fosse muta dalla nascita o se fosse stato a causa di quanto aveva visto durante l'attacco subito dalla carovana: in assenza dell'abate, che in quei giorni si trovava a Chalard, il priore decise che la sventurata sarebbe stata accolta tra le mura del monastero. Ricordo la pena che provai nei confronti di quella ragazza sfortunata, e la preghiera che noi tutte recitammo quel giorno affinché Pyros potesse offuscare l'esperienza di morte che aveva avuto e alleviare le sofferenze che albergavano nel suo cuore: il giorno che precedette i fatti dell'"uomo di Focault", che provocarono la scomparsa di quella ragazza: una scomparsa che cessò presto di essere tale: un giorno di settembre il decano affidato alla nostra ala ci disse che la luce di Pyros aveva dissolto le tenebre che offuscavano il mistero di quella notte, e da quel momento nessuno ne parlò più. Pochi giorni dopo Valerie venne perdonata per le sue azioni e inviata presso la caserma di Rigel. Da quel giorno io e Rosalie le scrivemmo due lettere, che non ebbero però alcuna risposta.

"Kira?" mormorai, incredula. Ero ancora convinta che fosse muta, mi aspettavo un cenno del capo come risposta: grande fu la mia sorpresa quando la sentii articolare parola.

"Stai dormendo", mi disse piano. La sua voce era strana, sembrava spettrale. "Ti regalerò un sogno che non dimenticherai".

Cosi' dicendo alzò le mani: non verso il cielo, ma tenendole ai lati della sua testa, con il dorso rivolto verso di me. Con orrore vidi che le sue nocche cominciarono a deformarsi e poi a sanguinare, mentre rigide protuberanze cominciavano a farsi largo tra le ossa, tra le carni. Rossi filamenti acuminati si fecero lentamente strada verso l'alto lungo il dorso delle sue mani, provocando un suono simile a quello di ossa frantumate e disegnando rivoli di sangue che percorsero rapidamente gli avambracci per poi perdersi nello spazio vuoto che li separava dal terreno.

Di fronte a me si ergeva qualcosa che per anni mi ero preparata ad affrontare, qualcosa di tremendamente simile a quello che Abel aveva affrontato nel Miestwode con coraggio, al prezzo della vita. Un emissario delle divinità oscure, del Caos Primitivo, del sangue, della sofferenza e del dolore. Ma in questo momento non c'era Abel: c'ero io. Le gambe mi tremavano: dovevo fare qualcosa, ma cosa? Pensare, dovevo pensare. Cosa avrebbe fatto Abel? Di certo lo avrebbe affrontato, con la sua alabarda. Sguainai la spada, puntandogliela contro. "Fermati e arrenditi, in nome di Pyros" gli dissi. Pronunciare quella frase mi diede coraggio. Anche io ero un emissario, non meno di lei.

Un istante dopo aver pronunciato quelle parole capii quanto Malaki avesse ragione. Ero morta. Non vidi neppure gli artigli arrivare, nè la mia spada nè il mio corpo riuscirono a muoversi, colti di sorpresa dalla velocità innaturale di quell'attacco portato ai miei danni. In un attimo era di fronte a me, la mano sulla mia fronte, a spingerla indietro esponendo il collo indifeso alla voracità di quegli artigli. Sentii il freddo che mi penetrava, poi il peso del mio corpo che mi trascinava giù. Ero morta, ma i miei occhi vedevano ancora. La vidi avvicinarsi verso il campo, oltrepassando silenziosamente i primi sacchi a pelo. La vidi avvicinarsi a uno di loro in particolare. No, pensai. Vi prego, Dei, no. No, no, no, no, NOOOOOOOOOOO!

Un grido d'allarme mi svegliò di soprassalto. Balzai in piedi, guardandomi intorno. Eravamo stati attaccati: uno degli uomini di Malaki, Elan di Passorosso, era a terra in un lago di sangue, immobile: l'altro soldato che montava di guardia con lui, il cui nome credo fosse Rob, giaceva anch'esso in terra, muovendosi a fatica: intorno a lui vi erano i cadaveri di due lupi. Al centro del campo si trovava, in piedi, il terzo membro di quel gruppo: Daimar, uno dei paladini che avevano ricevuto l'incarico di accompagnarci. Il suo scudo, illuminato dalla luce della luna, recava impressa una profonda artigliata che solcava, senza cancellarlo, il simbolo della Dea. Al suo fianco si trovava sir Thomas, anche lui con la spada in pugno. Non indossava l'armatura, la sua spalla sinistra sanguinava. La luce di Kayah illuminava la zona, consentendo a tutti quelli che si stavano svegliando di rendersi rapidamente conto della situazione.

Nel giro di pochi minuti fummo in grado di ricostruire gli eventi: il campo era stato attaccato da un branco di lupi: un comportamento ben strano da parte di animali solitamente non aggressivi, specialmente contro un accampamento così numeroso e protetto da due fuochi. In ogni caso, gli animali avevano impegnato duramente Rob e Daimar, mentre Elan era corso a dare l'allarme. Pochi istanti prima che potesse farlo, però, un essere incredibilmente rapido lo aveva colto di sorpresa, colpendolo duramente al collo. Daimar, accortosi del pericolo, era corso verso il centro del campo, seguendo i velocissimi movimenti di quell'essere: lo aveva raggiunto all'altezza del sacco a pelo di sir Thomas, non prima che questi potesse sferrare un colpo su di esso. Immediatamente dopo lo aveva ingaggiato, riuscendo a bloccare con lo scudo una delle sue artigliate. A quel punto, stando alle parole di Daimar, Kayah era intervenuta in suo aiuto: l'essere, illuminato dalla luna, aveva incominciato a muoversi più lentamente, consentendo al paladino di resistere mentre chiamava aiuto e a sir Thomas di raccogliere la spada e di unirsi allo scontro, chiamando anche lui a raccolta i suoi uomini. Immediatamente dopo quegli eventi, un attimo prima che il resto del campo si svegliasse, la creatura era scomparsa senza lasciare traccia. Nel frattempo Rob, rimasto da solo contro i lupi, era riuscito ad avere la meglio su due di loro, riportando però diverse ferite di artigli e morsi, fortunatamente più dolorose che gravi.

Per Elan di Passorosso non c'era più nulla da fare: una profonda artigliata gli aveva squarciato il lato sinistro del collo, trapassandolo quasi da parte a parte. Nessuno dei soldati fu in grado di spiegarsi quell'assurda ferita, neppure Malaki: da parte mia, non avevo dubbi in proposito. Gli altri paladini rimasero in silenzio, assorti e preoccupati.

La ferita di sir Thomas era piuttosto grave: quasi identica a quella che aveva ucciso Elan, era però penetrata nella spalla, pochi centimetri sotto al punto mortale. Malaki si apprestò a medicarla, chiedendo l'aiuto mio e quello di Jen. L'esperienza pratica di Malaki si rivelò più utile delle conoscenze frutto dei miei studi: di fatto, mi limitai a lavare le bende e a preparare le erbe di cui aveva bisogno.

Sir Thomas era cosciente, ma l'emorragia subita lo rendeva incapace di liberarsi di Malaki, cosa che probabilmente avrebbe voluto. "Dobbiamo prenderla", disse. "E' a piedi, non andrà lontano".

"L'unica cosa che prenderemo sarà la direzione per casa", rispose Malaki. "o il vostro braccio sarà da buttare nel giro di qualche ora. Non ho mai visto un'artigliata così profonda, solo gli Dei sanno che razza di infezioni può portare".

Non appena i feriti furono stabilizzati, Malaki mi disse che avremmo fatto meglio ad abbandonare le colline: tanto Rob quanto sir Thomas avevano bisogno di cure migliori, e una ricerca notturna avrebbe costretto a ulteriori divisioni. Quell'attacco era una prova a vantaggio delle dichiarazioni del prigioniero di Valamer, e il mio compito era di mettere a parte mio padre della faccenda senza correre ulteriori rischi. Ogni ipotesi di dividerci in due o più gruppi andava scartata: per quanto ne sapevamo poteva trattarsi di una trappola, e se dodici persone erano più che sufficienti a garantire la sicurezza dei feriti, la metà o un terzo di loro sarebbe potuta facilmente cadere vittima di un'imboscata. Le sue ragioni erano valide, quindi acconsentii: forte del mio assenso, Malaki mise tutti a parte della decisione: con sir Thomas in quelle condizioni era lui il soldato più alto in grado, e tutti si prepararono a rimettersi in marcia dopo aver recitato una preghiera per Elan, il cui sacrificio aveva protetto tutti noi: la sua salma sarebbe tornata con noi a Beid, dove avrebbe trovato degna sepoltura.

Quando arrivammo a Beid il sole era già alto. Malaki mi consigliò di recarmi immediatamente da mio padre: Jen e gli uomini di sir Thomas avrebbero condotto il capitano e Rob alla chiesa di Reyks, mentre lui avrebbe pensato a occuparsi di Elan e di avvisare la sua famiglia.

Fu in quelle condizioni che tornai a palazzo: gli eventi di quell'ennesima notte insonne mi avevano turbata al punto di farmi quasi dimenticare che quello era il giorno della vigilia. Persone allegre e indaffarate di muovevano veloci intorno a me, in un'atmosfera di festa e di preparativi che sembrava innaturale. Yera, una delle ancelle, mi vide e mi fermò poco dopo l'ingresso.

"Lady Solice", disse sorpresa. "Ma dove eravate? Vi ho cercata per tutta la giornata di ieri! Dovete assolutamente venire con me, dobbiamo provare il vestito! Inoltre... quei capelli, sono un vero disastro! Non potete certo presentarvi in queste condizioni al torneo!".

Il torneo... L'avevo dimenticato. Mio padre aveva organizzato una giostra per gli invitati al ricevimento: nell'ottica del ducato non era certo un evento della massima importanza, ma erano anni che Beid non ne organizzava una: una tradizione che mio padre aveva deciso di ripristinare, a partire dal matrimonio di Ryan.

"Sarò da te tra poco, Yera", le dissi. "Prima devo parlare con mio padre...".

"Oh, lord Kenson non è qui", mi interruppe Yera. "E in ogni caso, non accetto un no come risposta: dovreste guardarvi, siete... siete impresentabile! Dobbiamo lavare quei capelli e poi dovrete farvi una bella dormita. Vi porterò il pranzo io stessa quando vi sarete svegliata! Sarà qualcosa di leggero comunque... visto il banchetto di questa sera! Coraggio, cos'e' quella faccia? Dovete farvi bella! Non vorrete che vostro fratello e sir Thomas vi vedano cosi'!"

Alzai le spalle. Avrei evitato di dirle che sir Thomas non avrebbe certo preso parte al torneo: la voce si sarebbe sparsa comunque, ma Yera sarebbe riuscita a farla arrivare fin quasi a Delos nel giro di poche ore e non ero sicura che fosse la cosa migliore. La guardai: era evidente, non vedeva l'ora di andare al torneo e di godersi i festeggiamenti. Quella che per mio padre era una importante e delicata questione diplomatica, da quasi chiunque altro veniva percepita come una imperdibile occasione per divertirsi, conoscere gente e dimenticare le proprie preoccupazioni tra balli, banchetti e risate.

"D'accordo", dissi sforzandomi di sorridere. "Andiamo a farci belle per la festa".

Per prima cosa, mi fece provare il vestito. Quando lo vidi restai a bocca aperta. "E'... e' bellissimo", dissi.

"Vi piace? E' un regalo di vostro fratello. Lo ha voluto rosso a tutti i costi, in modo che potesse intonarsi ai vostri capelli ricordando i colori di Pyros".

Annuii: era indubbiamente un vestito splendido. Passai quasi un'ora a provarlo e riprovarlo, mentre Yera zompettava intorno a me, annotando gli aggiustamenti necessari come una sarta provetta.

"Vi sta a pennello", disse soddisfatta. "Dobbiamo soltanto accorciarlo un pò".

Dopo il vestito fu la volta dei capelli. Yera aveva in mente qualcosa di molto diverso dalla mia treccia abituale. "Non capisco perché vi costringiate i capelli in questo modo", disse mentre mi pettinava. "State meglio quando li portate sciolti".

"Non sono molto pratici quando si viaggia", dissi. In effetti, avevo incominciato a intrecciarli da quando avevo lasciato il monastero. Ogni tanto li avevo sciolti, ma prima o poi poi finivo sempre con l'intrecciarli di nuovo.

A quel punto, Yera mi chiese dei miei viaggi. Fu molto sorpresa - e incuriosita - quando le dissi che avevo viaggiato con un gruppo di gente cosi' numeroso. Mi tempestò di domande su Abel e sugli altri compagni, il che mi mise a disagio in parte perché potevo raccontarle ben poco, in parte perché cominciavano a mancarmi. Mi chiese chi di loro fosse il più alto, chi il piu' bello, quale mi piacesse di piu' e altre domande che mi aspettavo.

"Ecco fatto", disse quando ebbe finito con la spazzola. "Li ho allisciati per bene: quando vi sveglierete li pettineremo. Ora fatevi una bella dormita, o non sarò in grado di distogliere l'attenzione dalle quelle occhiaie! Penserò io a portarvi il pranzo". Il suo tono non ammetteva rifiuti. In ogni caso, mio padre non sarebbe tornato dalla caccia: lo avrei incontrato direttamente al torneo. Chiusi gli occhi, buttandomi sul letto: prima di addormentarmi, lo sguardo mi cadde sul comodino che avevo visto bruciare in sogno qualche giorno prima. La carta raffigurante il fante di quadri era ancora lì. "Ti prego, Pyros", mormorai. "concedimi la grazia di un sonno senza sogni".

Le mie preghiere furono ascoltate. Quando mi svegliai ero sufficientemente riposata: il mio letto ondeggiava, come una barca mossa dalle onde del mare.

"Presto!", disse Yera, continuando a scuotermi. "Siamo in ritardo!"

I minuti seguenti furono piuttosto frenetici: Yera mi aiutò a truccarmi, pettinarmi e vestirmi, e io feci lo stesso con lei: anche il suo abito era bellissimo. "Anche questo è opera di suo fratello", mi disse. Ryan aveva fatto davvero di tutto per rendere speciali questi giorni, pensai. Immersa nei pensieri e nelle vicende degli ultimi giorni avevo trascurato fin troppo questo evento: mi ripromisi che avrei fatto tutto il possibile per evitare di portare via da lui l'attenzione che meritava. Era il suo matrimonio, e avevo il dovere di onorarlo con tutta me stessa.

Al termine dei preparativi ci recammo di corsa davanti allo specchio grande: una volta li' ci specchiammo una dopo l'altra, simulando un inchino. I vestiti erano davvero meravigliosi: in quel momento, per un attimo la mia mente si svuotò di tutti i pensieri e il cuore mi si riempì di speranza. Sir Thomas era salvo, il prigioniero di Valamer aveva detto la verità: forse Pyros avrebbe ascoltato le mie preghiere, e Rosalie sarebbe tornata a casa sana e salva. Mio fratello stava per sposarsi... Dovevo essere felice, per lui e per mio padre.

Vedendomi esitare di fronte allo specchio, Yera mi afferrò per un braccio: "coraggio, non vi imbambolate: dobbiamo andare!" esclamò, spingendomi frettolosamente fuori e poi trascinandomi di corsa giù per le scale: prima di raggiungere la carrozza fummo salutate dalle guardie di palazzo, che Yera omaggiò con ampi e calorosi sorrisi stringendosi a me. Poi salimmo in carrozza, dove ci aspettavano i nostri accompagnatori. Salutai nuovamente Yurae e Varal, che avevo lasciato soltanto poche ore prima in compagnia di Jen e Malaki dopo il nostro ritorno a Beid.

Varal cominciò a parlare con Yera, più che felice di conversare con il giovane soldato. "Sir Thomas le manda i suoi saluti", si limitò a dire Yurae, approfittando della sua distrazione. "Ci vorrà del tempo, ma pare che il braccio se la caverà". Annuii, sollevata. La carrozza prese rapidamente velocità, muovendo alla volta del largo pianale dove mio padre aveva fatto allestire lo spazio della giostra.


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Scritto il 15/04/2007 · 36 di 91 (mostra altri)
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