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Solice Kenson
Cronache della Campagna di Caen
Solice Kenson
"Voi avete coraggio e siete molto convincente: ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".
creato il: 20/05/2005   messaggi totali: 91   commenti totali: 32
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17 maggio 517
Venerdì 27 Aprile 2007

Rivelazione

Il matrimonio si era concluso nel migliore dei modi, e il favore degli Dei che aveva consentito ai festeggiamenti di procedere senza alcun tipo di complicazione continuò ad arridere alla mia famiglia anche nei giorni immediatamente successivi.

Il 15 maggio ci fu l'attesa premiazione della giostra: sir Georg Poe, lady Joanne Chirac e sir Steven DeRavin, splendidi nelle loro armature, precedettero gli altri cavalieri nella parata conclusiva, per poi ricevere dalle mani del Conte di Verrière e di sua figlia i premi che mio padre aveva fatto preparare per l'occasione. Come da tradizione si trattava di oggetti finemente realizzati da sapienti artigiani, più adatti a una parata o a dei festeggiamenti in tempo di pace che non a un vero e proprio utilizzo sul campo di battaglia: questa usanza, fortemente voluta dalla chiesa della Luce, simboleggiava ulteriormente la natura festosa e gioiosa dell'evento.

A sir Georg venne consegnato il premio più prezioso, un bellissimo elmo d'argento arricchito da venature scure e decorato con una collana di perle del colore del marmo. Il cavaliere ebbe cura di ringraziare con profondi inchini il conte, sua figlia e mio padre: pronunciò poche parole, con le quali espresse la sua profonda graditudine per l'ospitalità ricevuta e per il corretto svolgimento del torneo. Fu poi la volta di Lady Joanne, la cui presenza suscitò applausi forse addirittura superiori: maschi e femmine applaudivano a quella giovane e bellissima donna che aveva sorprendentemente mantenuto una posizione tanto alta, giungendo a sfiorare la vittoria. Lady Joanne ricevette un elmo da giostra ornato da due ali dorate, impreziosito da un drappo rosso fiammante: forse intimidita da un'accoglienza tanto calorosa si limitò a ringraziare, senza pronunciare altre parole.

Fu infine la volta di sir Steven, che si inchinò profondamente al Conte di Verriére prima di ricevere il suo premio: un mantello finemente intessuto di colore rosso scuro ornato da una spilla argentata, opera di abili tessitori e di sapienti artigiani. Sir Steven non pronunciò che una manciata di parole, ringraziando il Conte, mio padre e la terra di Beid, per poi scendere dal palco.

"Avete visto?", disse Yera vedendolo scendere. "Ha chiaramente guardato in questa direzione! Scommetto che, se fosse arrivato primo, vi avrebbe dedicato la vittoria!"

Guardai Yera con affetto: la felicità e l'energia con cui stava vivendo quei giorni erano luminose quanto il riflesso del sole nei suoi verdi e grandi occhi. Sperai con tutto il cuore che sir Leon si dimostrasse cavaliere al punto di non dimenticarsi di lei al termine dei festeggiamenti: Yera non sapeva leggere né scrivere, ma sarei stata più che felice di aiutarla a mantenere attiva una corrispondenza che di certo le avrebbe riscaldato il cuore per molto, molto tempo. "Ne sono certa anche io", dissi abbracciandola.

"Hey! Fate piano... non sono mica robusta come sir Steven!" disse, ridendo.

Dopo la premiazione, spendemmo il resto della mattina e il pomeriggio a osservare le restanti competizioni: la gara di tiro con l'arco venne vinta da un ufficiale di Beid che seppe sfruttare al meglio il lieve va deciso vento che si alzò nel corso della giornata. La corsa dei cavalli venne vinta dal velocissimo Yurae, che non ebbe problemi a imporsi sugli altri concorrenti vista l'assenza di tutti i cavalieri che avevano partecipato alla giostra e che tradizionalmente si astenevano dalle altre competizioni; degni di nota i piazzamenti di degli scudieri di Amer e di Chalard, in particolare del piccolo Kasper che arrivò tra i primi cinque e con il quale corsi a complimentarmi. "Un giorno se vorrai ti insegnerò a cavalcare veloce!" mi disse soddisfatto: annuii con decisione, avrei di certo avuto molto da imparare.

Nel corso del pomeriggio ci fu un clamoroso tentativo di Yera di far prendere parte a sir Leon al gioco della pentolaccia, e a nulla valsero i miei tentativi di dissuaderla: grande fu la mia sorpresa quando fui costretta a ingoiare le mie perplessità; dopo uno scambio verbale che durò quasi due ore il cavaliere acconsentì a farsi bendare per poi amministrare tre solidi colpi ad altrettante pignatte sospese, provocando la fuoriuscita (nell'ordine) di salsicce e insaccati, piume e coriandoli; la cosa più incredibile fu vedere come Yera riuscì persino a evitare di partecipare in prima persona, preoccupata com'era di rovinare il vestito donatole da mio fratello!

"Avete visto? Me ne dovete una!" mi disse, tornando trionfante. Scossi la testa, fingendo disperazione.

Passai il resto della giornata a suonare, cantare e conversare con alcuni degli invitati: gradii in particolar modo l'interesse mostrato nei miei riguardi da parte della mia nuova cognata. Lady Amy sembrava molto interessata a conoscermi meglio, e mi fece domande piuttosto precise sul paladinato e sul mio percorso iniziatico: fui lieta di illustrarle come avevo vissuto quegli anni e di spiegarle i motivi per cui avevo compiuto una scelta simile.

Quel giorno non era comunque destinato a concludersi serenamente come era iniziato: a sera, poco dopo l'inizio di quello che sarebbe stato l'ultimo banchetto nei pressi della piazza della giostra, mio padre ricevette infatti una visita inaspettata che mi fece venire la pelle d'oca.

A preannunciare l'arrivo di questi nuovi, inattesi ospiti fu un messo proveniente da palazzo, che ci informò che una piccola delegazione di cavalieri chiedeva udienza; si trattava di un'altra delegazione proveniente da Anthien, più numerosa di quella formata da sir Steven e da sir Leon: erano uomini inviati in rappresentanza di Lord Albert Keitel.

Non appena appresi la notizia, il panico si impadronì di me: sapevo perfettamente che mio padre non avrebbe potuto far altro che invitarli a prendere parte al banchetto. Chi faceva parte di quella misteriosa delegazione? Per quanto potevo saperne, tra di loro poteva esserci lord Albert in persona: una persona della quale nè mio fratello nè mio padre avevano un'ottima considerazione, ma in ogni caso del tutto inattaccabile a livello ufficiale, tanto più in un contesto come quello. Il pensiero di essere costretta dalle circostanze a sorridere a colui che sapevo essere responsabile di un dolore così grande, di vedere mio padre costretto a stringere quelle mani insanguinate mi faceva sentire male: istintivamente mi allontanai nascondendomi dietro ad altri commensali, ripromettendomi che avrei fatto del mio meglio per evitare ogni sorta di contatto visivo e verbale con quegli uomini.

Quando la delegazione arrivò, fu presto chiaro a tutti che Lord Albert non era presente: a rappresentarlo vi era un certo Sir Eldon Tallard, un uomo alto e dal viso sottile, che ebbe cura di porgere a mio fratello una lettera da parte del suo signore e a Lady Amy un piccolo scrigno in regalo. Attenta com'ero a non farmi notari non potei sentire che alcuni stralci del suo discorso: in compenso lo osservai molto attentamente nell'eventualità che, un giorno, il destino avesse deciso di incrociare ancora le nostre strade. Sir Tallard e i suoi furono ben lieti di poter partecipare al banchetto, e dopo essersi profusi in inchini e ringraziamenti furono lesti ad appagare il loro appetito e a fare conversazione con molti dei commensali: Sir Tallard in particolare parlò a lungo con mio fratello e con Lady Amy, poi con Lady Joanne e con i cavalieri di Anthien, avendo cura di farsi raccontare quanto era successo e scusandosi in più occasioni con il suo colpevole ritardo dovuto, a suo dire, alla cattiva condizione delle strade e al tempo non sempre favorevole. Aveva un modo di parlare decisamente accattivante, in grado di interessare l'interlocutore con poche, semplici frasi.

"Guardateli il meno possibile", disse a un certo punto una voce alle mie spalle: "non vorreste mai che si accorgessero di aver fatto presa sui vostri occhi". Prima di voltarmi, sapevo già a chi appartenesse. Guardai Peter Gremaud, che aveva un'espressione fin troppo eloquente. Non disse altro, non ce n'era bisogno: accettai di buon grado il suo consiglio, e fui ben lieta di distogliere la mia attenzione dal gruppo di cavalieri.

Quando il banchetto terminò, mi recai da mio fratello: lo trovai di buon umore, felice di come si era svolta quella giornata: fui lieta di appurare che neppure quella visita inattesa era riuscita ad intaccare la sua felicità. Anche Lady Amy sembrava al settimo cielo: quando la guardai, era intenta a fissare il contenuto dello scrigno da poco ricevuto in dono. Notando il mio sguardo incuriosito me lo porse. Guardando il contenuto fui sorpresa di vedere che conteneva delle erbe sbriciolate, non troppo dissimili dall'incenso di cui a volte si faceva uso a Focault. L'odore che sentivo era però completamente diverso. Quando sollevai la testa, per un attimo gli occhi faticarono a rimettere a fuoco la mia interlocutrice.

"E' tabacco", mi disse sottovoce notando la mia reazione, attenta a non farsi sentire. "Penso che venga da Delos: se è così, è estremamente prezioso. Sentite che buon odore?".

Non dissi nulla, limitandomi ad arretrare rapidamente. No, avrei potuto dire molte cose a riguardo di un simile dono, ma di certo nessuna volta a celebrare le lodi di quell'odore intenso che ancora non abbandonava le mie narici. Lady Amy si accorse della mia espressione e si affrettò a chiudere lo scrigno, facendolo sparire di lì a poco.

"Stai bene?" mi disse mio fratello. Annuii, prima di chiedergli informazioni su quanto appena successo. Ryan si limitò a dirmi che sir Tallad era stato molto cordiale, scusandosi a nome del suo signore per il ritardo e per l'assenza: a quanto sembrava, non c'era nulla di cui preoccuparsi. Sollevata tornai da Yera, restando con lei fino al termine della giornata.

Il 16 e il 17 maggio passarono altrettanto velocemente: i miei sogni sembravano essersi tranquillizzati, consentendomi di dormire a sufficienza e di recuperare tutte le mie energie; passai a trovare sir Thomas e fui sorpresa di apprendere che non si trovava già più presso la chiesa di Reyks: incredibilmente si trovava già a Valamer, in procinto di riprendere le sue mansioni. Riuscii anche a parlare con mio padre, al quale spiegai per la seconda volta - la prima era avvenuta in conseguenza del resoconto di Malaki - la situazione delle colline Khadan e la presenza di quella misteriosa ragazza ancora in libertà. Mio padre mi disse che sir Thomas si sarebbe occupato della faccenda insieme ai suoi luogotenenti, e che non c'era da preoccuparsi: viste le mie insistenze e la mia determinazione nel prendere parte attiva alla ricerca di informazioni che potessero condurre al ritrovamento di Rosalie, acconsentì comunque a lasciarmi libera di compiere le mie indagini: a differenza di prima, però, avrei dovuto rendere conto a Sir Thomas.

E fu proprio da lui che mi recai, la mattina del 17 maggio: Malaki mi accompagnò di buon grado a Valamer, dove sir Thomas stava organizzando due o tre gruppi per pattugliare i confini con la baronia di Keib e la zona delle colline Khadan che avevamo visitato pochi giorni prima.

"Ancora non vi siete sdebitata", mi disse il cavaliere mentre percorrevamo la salita che ci avrebbe portati al castello. "Non vi facevo così poco di parola".

Lo guardai con aria interrogativa. "Di cosa parlate?" gli chiesi, sorpresa.

"Non ricordate? Ci trovavamo proprio qui, percorrendo questa strada in direzione opposta: mi avevate promesso di raccontarmi un finale alternativo della storia di June e Joan, un epilogo in grado di farmi dormire sonni tranquilli", mi disse, annuendo gravemente e simulando una profonda delusione. "Tutto in cambio del mio aiuto: aiuto che io, fidandomi di voi, ho diligentemente prestato. E dunque ora vi chiedo, dov'è la mia storia?"

Annuii, ammettendo le mie colpe. "Avete assolutamente ragione", dissi con aria solenne. "Prometto che avrete la vostra storia entro domani. D'accordo?"

"E sia", disse Malaki, annuendo soddisfatto. "Ma questa volta vi terrò d'occhio, non tollererò ulteriori ritardi!"

Quando arrivammo a Valamer, Malaki chiese per mio conto udienza al capitano Thomas. I soldati ci fecero attendere per quasi un'ora prima di condurmi in una larga sala, dove il cavaliere mi attendeva, in piedi. I segni della sua ferita erano ancora piuttosto evidenti, ed una lunga fasciatura gli copriva la spalla sinistra. Questo non gli impediva comunque di reggersi saldamente in piedi, e di fissarmi con i suoi occhi penetranti nel momento stesso in cui varcai la soglia.

"Lady Solice", mi disse, accennando un inchino. "Cosa posso fare per voi?".

"Vi chiedo di ascoltare le mie richieste", dissi. "Ho bisogno di parlare ancora con il prigioniero: le sue informazioni si sono rivelate preziose, e ritengo giusto metterlo al corrente".

"Mi rincresce", replicò sir Thomas, "ma mi trovo costretto a non poter acconsentire. Le motivazioni che spingono il prigioniero a parlare non sono ancora ben chiare, e per quanto ne sappiamo potrebbe avere validi motivi per tradire i suoi stessi alleati".

"Non è mia intenzione liberarlo o dargli un credito maggiore di quanto non intendiate fare voi stesso", gli dissi di rimando. "Ho solo interesse ad ascoltare le sue parole, in modo che Pyros possa giudicare la sua reazione meglio di quanto è concesso a noi".

La discussione andò avanti per qualche altro minuto: sir Thomas si dimostrò risoluto nella sua prudenza, ma al tempo stesso disposto a sentire le mie ragioni e, nei limiti del possibile, ad assecondarle.

"Sta bene", replicò infine, avvicinandosi. "Andremo ad ascoltarlo insieme".

Lo osservai mentre camminava: la sua ferita, il cui rossore a tratti ancora permeava dalle bende, non doveva essere troppo dissimile da quella che aveva provocato le cicatrici viste sulla spalla del prigioniero. Con tutta probabilità, la stessa immonda creatura aveva imposto la medesima firma su quei due combattenti: nessuno dei due era morto, ma entrambi avrebbero con tutta probabilità portato in eterno quel marchio impresso nel profondo delle loro carni.

"Sono felice di vedervi ancora vivo", esordì sir Thomas non appena l'individuo noto come Netjerikhet si avvicinò al margine esterno della sua cella: rispetto a qualche giorno prima aveva la barba più lunga, e lo sporco e il sudore di quella cella avevano intaccato pesantemente il suo aspetto; ciònonostante, il fante di quadri conservava uno stile che i giorni di prigionia non erano ancora riusciti a soffocare.

"Sono felice di poter dire lo stesso", rispose Netjerikhet. "Confesso di avervi dato per spacciato. Devo dedurre che siate veloce quanto basta", aggiunse, misurando le parole: "probabilmente siete un buon combattente".

"Gli Dei proteggono la mia causa", rispose sir Thomas, "e di questo li ringrazio: per una volta vi chiedo di fare lo stesso, dimostrando a Pyros e al portavoce che avete di fronte la vostra intenzione di dire la verità".

"E' quello che intendo fare", esclamò con convinzione Netjerikhet.

La discussione proseguì per alcuni minuti: sir Thomas chiese informazioni sui movimenti degli uomini di Keib e sul misterioso individuo che lo aveva assalito. Il fante di quadri confermò i suoi legami con alcuni emissari provenienti da Keib e decisi a fare del loro meglio per aprire un fronte consistente ai danni dei due feudi, particolarmente auspicato dall'entità oscura artefice dell'aggressione. Sir Thomas chiese maggiori dettagli, e Netjerikhet parlò di un contingente militare abbastanza numeroso e ben equipaggiato che, stando alle informazioni che erano in suo possesso, era probabilmente in procinto di chiudere la via d'accesso principale tra Chalard e Beid: il piano, a quanto ne sapeva, era di compiere tale chiusura subito dopo la partenza degli invitati al matrimonio, in modo da non allarmare gli altri feudi e isolare al tempo stesso la marca da ogni possibile interferenza o aiuto esterno.

Sir Thomas si dimostrò particolarmente incredulo: era difficile credere che Keib tentasse una manovra tanto azzardata, considerando i rapporti di forza attuali. Il fante di quadri, d'altro canto, sottolineava come fossero in gioco forze particolari, il cui obiettivo non era tanto la vittoria di Keib quanto piuttosto una temporanea confusione che fosse in grado di accecare, sia pure temporaneamente, la marca e impegnare i suoi baluardi di difesa, allentandone la guardia e provocando una temporanea perdita di controllo territoriale. A quel punto sir Thomas cominciò a chiedere come mai sapesse tutte quelle informazioni: Netjerikhet si dichiarò colpevole di aver mantenuto un atteggiamento ambiguo nei confronti degli artefici di questo crudele piano: un atteggiamento che, nei suoi piani, era l'unico modo per poter raggiungere la sua meta.

"La vostra meta era dunque questa prigione?" chiese sir Thomas, giunti a quel punto.

"In un certo senso", rispose il fante di quadri. "Qui posso parlare liberamente a Joan senza che possano tapparmi la bocca per sempre. Una volta che uscirò di qui sarò in pericolo quanto tutti voi, ma mi lascerete uscire soltanto quando capirete di potervi fidare di me: a quel punto varrà la pena di correre quel rischio".

Mentre diceva queste parole mi guardava: i suoi occhi erano profondi, intensi... e dentro di loro riuscivo a leggere qualcosa: convinzione, fiducia... speranza. Si, speranza: ma di cosa? Non c'era nulla che potessi fare , se non liberarlo come atto di fede in lui e nelle sue parole. Una decisione che non avevo comunque l'autorità di poter prendere, e che avrebbe comunque provocato una situazione tale da costringerlo a fuggire o a finire nuovamente in cella: due alternative che di certo non erano in accordo con quanto aveva appena detto. La volontà del fante di quadri era quella di uscire da quella cella conquistando la nostra fiducia.

Sir Thomas decise di interrompere la conversazione: disse al prigioniero che avrebbe controllato le sue dichiarazioni, ma che la sua storia non era certo sufficiente da sola ad avvalorare una tesi che potesse condurre a una sua rapida liberazione. Gli chiese se avesse altro da aggiungere, ma Netjerikhet si limitò a scuotere la testa e a mormorare una breve frase: "tutto ciò che posso dire", concluse, guardandomi negli occhi, "è che spero che Joan capisca".

Malaki mi aspettava all'ingresso del castello: fu lì che sir Thomas mi salutò, promettendomi che lui e le sue squadre avrebbero controllato la situazione nei dintorni di Beid e i luoghi indicati dal fante di quadri. Annuii, ringraziandolo per la fiducia accordatami, per poi tornare verso la città insieme al mio accompagnatore: le ombre della sera scendevano lentamente, accompagnandoci lungo la strada.

Una volta tornata a palazzo decisi che mi sarei esercitata con il liuto: suonare e liberare la mente poteva essere un buon modo per riflettere sulle parole che Netjerikhet aveva pronunciato poche ore prima. Una volta preso lo strumento mi recai in giardino, nello stesso punto in cui, dieci giorni prima, avevo incontrato per la prima volta Net.

Di lì a poco, cominciai a lavorare sulla ballata che avevo promesso di cantare a Malaki l'indomani: era una delle prime volte che mi cimentavo nella composizione, e ben presto persi completamente la cognizione del tempo. Il sole scomparve ben presto costringendomi ad accendere una lanterna, poi anch'essa si spense, lasciandomi al buio: continuai ugualmente a suonare e a cantare, cercando la rima giusta e sforzandomi di trovare le corde alla cieca. Quando alla fine terminai l'opera, un coro di grilli insonni faceva da contralto ai miei accordi.

Fu a quel punto che, quasi dal nulla, un fiore si materializzò davanti ai miei occhi: i suoi petali erano così candidi da risaltare perfettamente, illuminati da una luna che aveva appena incominciato a abbandonare il suo stato di grazia.

"Odio i fiori", disse una voce dietro di me, "ma visto quello che state suonando, ho pensato che magari vi avrebbe fatto comodo, visto che l'avete dimenticato".

Presi in mano il fiore. "Cosa volete dire?", domandai: ma non era quella la domanda che avrei voluto fare. Cosa ci faceva li'? Come mi aveva trovato? E soprattutto, perché non era a dormire come tutti gli altri? Il mio respiro era affannato, faticavo a controllarlo: che bisogno c'era di darmi questo fiore? Perché non potevo stare da sola? Quel giardino era forse preda di una qualche maledizione, che lo condannava ormai ad essere un assurdo teatro di eventi bizzarri e inspiegabili?

"Voglio dire che avete dimenticato un pezzo: June e Joan... Anche dalle mie parti la cantano, ma da noi il finale è più triste. Joan muore, perlomeno a Anthien: ma a parte il finale", aggiunse prendendomi il fiore dalle mani, "la cosa fondamentale è questa". E così dicendo, mi fissò delicatamente il fiore tra i capelli.

Quel semplice gesto mi fece impallidire: era vero. Mi ero talmente fissata sul finale e sulle sue molteplici implicazioni che avevo finito per dimenticare un particolare molto più evidente, una strofa tanto semplice quanto onnipresente in tutte le versioni e le varianti che avevo mai avuto occasione di sentire di quella ballata: un tassello colpevolmente ignorato alla ricerca di chissà quale assurdo significato recondito, che ora, in modo del tutto inaspettato, mi tornava prepotentemente alla memoria. Per un attimo, l'assurdità dei tempi e dei modi dell'improvvisa scoperta mi resero sospettosa nei confronti di sir Steven: ma quando lo guardai negli occhi, riconobbi lo stupore ingenuo di chi non aveva idea della scintilla che aveva provocato e che rapidamente quanto inaspettatamente aveva generato un incendio. No, non era la volontà di sir Steven, ma quella degli Dei: avevo compreso, e forse ero ancora in tempo.

Mi alzai di scatto, posando rapidamente il liuto. "Vogliate scusarmi", esclamai a sir Steven, avendo agevolmente la meglio su un imbarazzo ormai quasi interamente svanito. "Vi ringrazio infinitamente, ma ora devo andare". Così dicendo, dopo un rapido inchino, mi allontanai velocemente, incominciando a correre verso il palazzo, poi verso la porta, e poi, aprendola, verso le strade deserte della città di Beid ancora immersa nelle ombre della notte. Indossavo ancora il vestito della festa e, anche se ero troppo emozionata per rendermene conto, la rosa bianca che mi aveva donato sir Steven si trovava ancora ben salda tra i miei capelli.

Mentre correvo a perdifiato lungo le vie della città dormiente non potevo certo sapere che, in quello stesso esatto momento, Desiree si trovava di fronte a una scelta tanto problematica e difficile quanto evidente e chiara sembrava la mia. Pur trovandoci a chilometri di distanza, le decisioni che stavamo per prendere quella notte avrebbero cambiato profondamente i giorni a venire.

(continua)

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14 maggio 517
Martedì 24 Aprile 2007

Il matrimonio di Ryan (terza parte)

Quella notte i miei sogni furono confusi quanto diafani: aprii gli occhi alle prime luci dell'alba. Provai per alcuni minuti a ricordare i volti che avevano popolato il mio sonno: Desiree, Loic, Eric e Julie... Quixote... forse anche Guelfo. E poi c'erano le mie vecchie compagne di Focault, Valerie e Rosalie. Purtroppo, ogni istante che passava portava via alla mia memoria preziosi frammenti che componevano il mosaico dei ricordi di quegli eventi onirici, che svanirono ben presto senza lasciare altro che tracce vaghe e incomprensibili. Sorrisi ripensando ai miei compagni: dopo tutto, forse gli Dei mi avevano concesso quei due giorni di tregua.

Alzandomi dal letto mi recai alla porta che mi separava dalla camera di Yera: bussai con forza crescente, sperando che i fumi dell'alcol ingurgitato la sera precedente si fossero ormai diradati. La mancata risposta mi convinse ad aprire la porta per assicurarmi che stesse bene. Era così: la mia ancella giaceva ancora a faccia in giù sul letto, nella stessa posizione in cui, una manciata di ore prima, l'avevo abbandonata tra le braccia di Kayah.

"Leon...", disse nel dormiveglia con voce sognante. Sorrisi, richiudendo la porta: il sole non era ancora alto, aveva ancora tempo per sognare il suo cavaliere. Tornando nella mia stanza, il mio sguardo fu catturato dalla figura rossa e blu della carta raffigurante il Fante di Quadri: erano passati otto giorni dalla mia aggressione, senza che fossi riuscita a risolvere l'enigma legato ad essa. Il significato di quella carta era ancora un mistero, così come le reali intenzioni dell'uomo che ora aspettava in silenzio nelle segrete di Valamer: dovevo inoltre ancora inoltre prendere visione del contenuto della pergamena sigillata che recava con se, della quale non aveva fatto menzione durante il nostro colloquio e che sir Thomas aveva consegnato a mastro Malkhas.

Dopo aver rivolto le mie preghiere a Pyros ed essermi preparata, decisi di scendere nel salone dei ricevimenti. Le cameriere del palazzo avevano fatto un lavoro incredibile: le tracce del banchetto conclusosi soltanto poche ore prima erano scomparse, e il salone era ora invaso dai molti nobili, cavalieri e attendenti che avevano trascorso la notte a palazzo o negli alloggamenti preparati nei pressi di esso. In meno di un'ora tutti quanti si sarebbero trovati alla piazza d'armi, dove il torneo sarebbe proseguito fino all'ora di pranzo: a quel punto sarebbe partita la processione alla volta del castello di Valamer dove, alla presenza di padre Barthougimenos Barkev, sarebbe stato celebrato il matrimonio tra Ryan e Lady Amy. Il torneo sarebbe terminato nel primo pomeriggio, per lasciare poi spazio al banchetto di nozze che si sarebbe protratto per tutta la sera e la notte seguente. Cercai con lo sguardo Yurae o Varal con l'intento di chiedere notizie su sir Thomas o su Rosalie, ma nessuno dei due era presente.

Yera si svegliò appena in tempo: questa volta fui io ad aiutarla a prepararsi e a farsi bella. Non appena fummo entrambe pronte ci affrettammo a prendere parte alla lunga carovana che partì da Palazzo. Ebbi cura di portare con me il liuto: quel giorno avrei rotto per la prima volta il mio imbarazzo suonando in onore degli sposi davanti a un vero pubblico, onorando la promessa fatta a Ryan il giorno del mio arrivo.

La mia ancella cercò invano con lo sguardo il suo Leon: "accidenti", disse delusa dopo aver ispezionato accuratamente le varie carrozze con i suoi grandi occhi verdi; "speravo di poterlo salutare prima del torneo".

Annuii, sorridendo. "Probabilmente lui e gli altri ci hanno preceduto", dissi: "vedrai che quando arriveremo saranno già in sella ai cavalli, pronti per incominciare".

Yera equivocò il mio sorriso: "scommetto che anche voi non vedete l'ora di rivedere sir Steven!", disse guardandomi negli occhi. "Voi non sapete mentire, quindi non provateci neppure".

Alzai le spalle. "Sir Steven è forte e molto abile", risposi, "e sarò felice di rivederlo con la lancia in pugno: lo stesso vale sir Gremaud, Jen, Malaki e molti altri".

Yera scosse la testa, poco convinta. "Voi non me la contate giusta", si limitò a dire, ridacchiando ancora di più quando mi vide abbassare lo sguardo.

"Piuttosto", risposi per uscire dall'imbarazzo, "siete pronta a cantare con me? Non ci siamo potute certo esercitare quanto avremmo dovuto." Non appena pronunciai quelle parole mi resi conto di essere appena caduta dalla padella nella brace.

"Lo so benissimo" rispose Yera, guardandomi con aria di rimprovero: "e la colpa non è certo mia!" Era tristemente vero: nonostante Yera avesse una voce bellissima, che ricordava molto quella della mia amica Julie, non avevamo avuto il tempo per provare a lungo i brani che avremmo proposto di lì a poche ore: una mancanza che, viste le mie attività degli ultimi giorni, non era di certo possibile imputare a lei.

Una volta arrivate ci sbrigammo a prendere posto: di lì a poco assistemmo per la seconda volta alla grande sfilata dei cavalieri, in tutto e per tutto simile a quella del giorno precedente...

... Fino a quando i due cavalieri di Anthien passarono davanti a noi.

"SIR LEOOONNN!!! SIR LEOOOON!!! SIETE BELLISSIMO!!!!!" Gridò a squarciagola Yera, facendomi sobbalzare. Tanto sir Leon quanto sir Steven si voltarono, scrutandoci da dietro i loro pesanti cimieri: come se non bastasse, la mia ancella si affrettò a nascondersi dietro di me, sparendo di fatto alla loro vista.

"Mi ha visto? Mi ha visto?" disse poi non appena si voltarono per proseguire il loro giro, dopo un'attimo che sembrò un'eternità. Continuò a chiedermelo per quasi un minuto senza ricevere risposta, pietrificata com'ero dall'imbarazzo.

Gli scontri di quella mattina regalarono ulteriori sorprese, e consentivano di aggiornare la classifica che ormai cominciava ad assumere una conformazione piuttosto chiara:

Sir Georg Poe, cavaliere di Amer, con 47 lance e 14 vittorie
Sir Steven DeRavin, cavaliere di Anthien, con 44 lance e 12 vittorie
Lady Joanne Chirac, cavaliere di Amer, con 44 lance e 12 vittorie
Lord Peter Gremaud di Chalard, con 38 lance e 10 vittorie
Lord Jerome Kenson, Colonnello di Beid, con 36 lance e 10 vittorie
Sir Zaki Yetvart, cavaliere di Keib, con 35 lance e 9 vittorie
Lady Jen Akhnal, cavaliere di Beid, con 37 lance e 9 vittorie
Sir Leon Perrineau, cavaliere di Anthien, con 33 lance e 9 vittorie
Sir Malaki Akhnal, cavaliere di Beid, con 32 lance e 9 vittorie
Sir Al Fennec, cavaliere di Amer, con 33 lance e 8 vittorie
Sir Albert Von Trier, colonnello di Verriere, con 29 lance e 8 vittorie
Lord Ryan Kenson di Beid, con 27 lance e 7 vittorie
Lord Konon Desyenne di Amer, con 25 lance e 6 vittorie
Lord Zadig, fratello minore di lord Krikor, delle montagne orientali, con 18 lance e 5 vittorie
Lord Hrant, barone della Piana del Vento, con 14 lance e 4 vittorie
Lord Baldur Ripley di Verriere, con 15 lance e 3 vittorie
Sir Olivier Elliott, cavaliere di Amer, con 14 lance e 3 vittorie
Sir Rosdom Khachi, cavaliere di Keib, con 15 lance e 3 vittorie
Lord Krikor, delle montagne orientali, con 11 lance e 1 vittoria

Sir Georg Poe teneva il comando mantenendo buone distanze dai suoi inseguitori: sir Steve DeRavin riuscì a sorprendermi con una prova davvero eccezionale, sconfiggendo in tenzone tanto sir Georg, quanto mio fratello, quanto Jen; nella tenzone contro Lord Jerome Kenson fu particolarmente fortunato: la sua lancia non si spezzò sotto lo scudo di mio zio, costringendo quest'ultimo giù da cavallo e provocandone la sconfitta al primo scontro. Fortunatamente zio Jerome era un combattente di grande esperienza, e non riportò gravi danni in conseguenza dell'imprevista caduta tanto da riuscire ad alzarsi in tempo per stringere la mano al suo avversario, accorso di gran lena per sincerarsi delle sue condizioni, in una scena che suscitò molti applausi e lodi a entrambi. "Ora capisco perché vi piace sir Steven!", esclamò Yera battendo le mani.

Lady Joanne vinse contro Peter Grimaud in uno scontro molto bello ma non riuscì ad imporsi contro due combattenti di grande esperienza: Zio Jerome e sir Von Trier di Verriere: l'onore della città ducale venne ripristinato da sir Al Fennec, che nel corso di una mirabile prova riuscì ad avere la meglio su entrambi i colonnelli arrestando il loro recupero ed escludendoli definitivamente dalla vittoria.

Lord Peter Grimaud continuò la sua ottima prova, avendo la meglio tanto su mio fratello quanto su sir Al Fennec. Perse però gli scontri con i due più forti cavalieri di Amer: 3-1 contro Lady Joanne e 3-2 contro sir Steve DeRavin; quest'ultimo, dopo averlo battuto, si tolse l'elmo e si voltò nella mia direzione. "Avete visto?" Mi disse ancora Yera, ostinata a non darmi tregua. "Deve avervi visto parlare con sir Gremaud ieri, forse ci tiene a farvi sapere chi è il più forte!".

Jen perse molti scontri, nonostante avesse una serie di avversari facili: rispetto a ieri era visibilmente poco concentrata. Ma soprattutto perse quello che forse era lo scontro più atteso, contro sir Zaki Yetvart di Keib che riuscì ad abbatterla con un gran colpo ribaltando un iniziale 2-1 tra il silenzio imbarazzato della folla. L'onore di Beid ricadeva interamente sulle spalle di Malaki, il cui scontro con sir Zaki era atteso nel pomeriggio.

Il matrimonio venne celebrato da padre Barkev presso la splendida cornice offerta dal castello di Valamer, che dominava la vallata che custodiva la città marchesale. Lady Amy, accompagnata da suo padre il Conte, fece il suo ingresso maestoso abbagliando tutti gli astanti con bellezza e grazia degne di una principessa delle fiabe. La gioia negli occhi di mio fratello era indescrivibile: a pochi metri da lui, mio padre osservava felice tanto la sua gioia quanto il coronamento di quello che era al tempo stesso il suo sogno e il suo obiettivo. Mentre gli sposi si scambiavano le reciproche promesse mi trovai a guardare incantata quel panorama meraviglioso: rivolsi le mie preghiere agli Dei, sperando con tutto il cuore che non sarebbe successo nulla in grado di sovvertire quel lieto evento. Poi i musici incominciarono a suonare, e tutti cantammo in onore degli sposi.

Dopo il matrimonio, mio fratello fece un lungo discorso a tutti gli astanti: ebbe modo di ringraziare i presenti per l'onore che avevano fatto a lui e alla nostra terra, parlò della felicità con cui aveva vissuto quei giorni e del privilegio che gli Dei gli avevano concesso dandogli la possibilità di prendere in sposa Lady Amy. Ma parlò anche della necessità di rivolgere le nostre preghiere a chi in quel momento non si trovava a Beid, e a tutti coloro che erano partiti per difendere il nostro Ducato e il futuro dei suoi abitanti: parlò dei soldati e dei paladini coinvolti nella guerra a Benson, tra cui si trovava anche nostro fratello Patrick; parlò del difficile rapporto con i Nordri di Surok e delle dolorose condizioni in cui versavano i vicini territori di Delos, dei quali Beid raccoglieva alcune centinaia di abitanti. Infine, rinnovava i ringraziamenti ai cavalieri di Keib per essere intervenuti alle nozze, auspicando una progressiva risoluzione del rancore che da anni insanguinava inutilmente entrambi i territori. Il grande applauso che si levò al termine delle sue parole distolse un pò l'attenzione da me e da Yera che, silenziose e imbarazzate, ci accingemmo a cominciare la nostra parte.

Fortunatamente, quando le nostre voci si levarono nell'aria accompagnate dalle corde del mio liuto, una parte degli astanti si era già rivolta in direzione del percorso che li avrebbe riportati verso la giostra. Questo mi diede il coraggio sufficiente per concentrarmi unicamente sulla musica: in quel momento, sentii di suonare unicamente per mio fratello e per Lady Amy, che accolsero la nostra canzone con grande trasporto. Quando smisi di suonare mio fratello venne ad abbracciarmi.

"Te l'avevo detto che non avrei dovuto suonare", gli dissi sorridendo mentre mi stringeva. "Ti ho persino fatto piangere".

"Che scema", disse stringendomi forte. "Grazie", mi disse poi.

Nel giro di un'ora eravamo nuovamente tutti sugli spalti della giostra: mancavano soltanto pochi scontri, che di lì a poco avrebbero consentito di stendere la classifica finale e definitiva del torneo.


01. Sir Georg Poe, cavaliere di Amer, con 56 lance e 17 vittorie
02. Lady Joanne Chirac, cavaliere di Amer, con 53 lance e 16 vittorie
03. Sir Steven DeRavin, cavaliere di Anthien, con 50 lance e 15 vittorie
04. Lord Jerome Kenson, Colonnello di Beid, con 46 lance e 13 vittorie
05. Lord Peter Gremaud di Chalard, con 48 lance e 13 vittorie
06. Lady Jen Akhnal, cavaliere di Beid, con 50 lance e 12 vittorie
07. Sir Zaki Yetvart, cavaliere di Keib, con 43 lance e 11 vittorie
08. Sir Leon Perrineau, cavaliere di Anthien, con 41 lance e 11 vittorie
09. Sir Al Fennec, cavaliere di Amer, con 41 lance e 10 vittorie
10. Sir Malaki Akhnal, cavaliere di Beid, con 39 lance e 10 vittorie
11. Sir Albert Von Trier, colonnello di Verriere, con 36 lance e 10 vittorie
12. Lord Ryan Kenson di Beid, con 38 lance e 8 vittorie
13. Lord Konon Desyenne di Amer, con 30 lance e 7 vittorie
14. Lord Zadig, fratello minore di lord Krikor, delle montagne orientali, con 26 lance e 6 vittorie
15. Lord Hrant, barone della Piana del Vento, con 23 lance e 6 vittorie
16. Lord Baldur Ripley di Verriere, con 21 lance e 4 vittorie
17. Sir Rosdom Khachi, cavaliere di Keib, con 21 lance e 4 vittorie
18. Sir Olivier Elliott, cavaliere di Amer, con 17 lance e 3 vittorie
19. Lord Krikor, delle montagne orientali, con 17 lance e 2 vittorie
(etc.)

Sir Georg Poe subì un'incredibile botta d'arresto da parte del colonnello Von Trier, che si tolse la soddisfazione di sbattere a terra il campione dopo un incerto 1-1 iniziale e riaprì momentaneamente il torneo. Il cavaliere Amerita riuscì comunque a mantenere la calma, vincendo i successivi 3 scontri e mantenendosi ai vertici impedendo ogni possibilità di rimonta.

Lady Joanne vinse tutti gli scontri, lottando come una tigre per riconquistare il secondo posto contro sir Steven DeRavin che, in caso di parità di vittorie, si sarebbe comunque trovato sopra di lei. Sir Steven trovò la sua nemesi in un Lord Konon Desyenne ormai fuori dai giochi ma che riuscì comunque ad essere determinante per il suo paese colpendo con rara precisione il cavaliere di Anthien sull'elmo, rifilandogli un secco 3-1 e regalando di fatto ad Amer anche il secondo posto.

Sir Peter Grimaud si classificò quinto: il quarto posto gli venne sottratto dall'ineffabile Zio Jerome che riuscì a strappare lo scontro diretto in un memorabile 4-3 e superandolo in classifica proprio in conseguenza di tale vittoria, nonostante il minor numero di lance spezzate in suo possesso.

A Malaki spettò l'onore di chiudere le tenzoni di Beid con quello che, pur quasi del tutto irrilevante ai fini della classifica, era senza ombra di dubbio lo scontro più atteso. Il cavaliere non deluse le aspettative del suo popolo, regalando una tenzone di grandissima intensità e riuscendo a imporsi con grande determinazione in un combattutissimo 3-2: purtroppo, lo scontro non gli consentì comunque di superare sir Zaki in classifica.

Mio fratello spezzò moltissime lance, ma perse tre scontri di misura (3-2, 3-2, 4-3) e non riuscì a entrare nella metà superiore della classifica: si dichiarò in ogni caso contentissimo del risultato ottenuto, e fu ben lieto di lasciare spazio e gloria agli altri cavalieri. La premiazione dei vincitori ci sarebbe stata l'indomani.

Nel lunghissimo banchetto che seguì il torneo ebbi modo di parlare con molti dei cavalieri che non avevo avuto occasione di conoscere la sera prima: parlai inoltre ancora con Lord Peter, con Lord Baldur e con Knel della Stirpe dei Nani, che mi venne presentato con l'altisonante titolo di Rangis Al Fre'Ah'Omm. Quest'ultimo mi raccontò alcuni retroscena legati al campione del torneo sir Georg Poe in una lunga conversazione nel corso della quale cercò di allenare il mio nanico: al termine del nostro discorso si offrì di darmi qualche lezione ulteriore nei giorni a venire, cosa che fui ben lieta di accettare. Mi spiegò anche il significato del suo titolo, che in Greyhaven può essere tradotto con: ufficiale di grado inferiore e buon conoscitore degli Umani.


Io e Yera ricevemmo molti complimenti per la nostra esibizione canora e musicale: ci fu più volte chiesto di suonare e cantare ancora, e fummo liete di variare il nostro repertorio spaziando dai canti religiosi alle ballate più diffuse tra quelle note ai menestrelli di Beid: tanto gli insegnamenti di Yera quanto quelli di Julie e delle locande in cui ero stata con gli amici di Caen mi tornarono utili; nondimento, a forza di suonare e di cantare scoprivo quanto quella dimensione mi fosse mancata negli ultimi mesi. Decisi che d'ora in poi, dovunque fossi andata, avrei trovato il modo di portare il liuto con me.

Naturalmente la battaglia di Yera nei confronti di sir Leon non conobbe tregua: lentamente ma inesorabilmente i cavalieri di Anthien vennero strappati ai loro interlocutori dagli inchini e dalla parlantina della mia ancella e costretti ad assistere ai nostri concerti improvvisati. Fortunatamente riuscii a dileguarmi in tempo per non finire in un'altra situazione imbarazzante, mentre Yera fu ben lieta di scambiare un'altra lunga, intensa chiacchierata con sir Leon.

Nel corso della serata e della nottata che seguì ebbi modo di stare un pò con Jen e Malaki, che mi raccontarono le loro gesta negli scontri degli ultimi giorni. Parlammo anche di sir Thomas, del quale fortunatamente portavano buone notizie: mi ripromisi di andarlo a trovare l'indomani. Parlai anche un pò con Lady Amy, che mi ringraziò moltissimo per la canzone e si dimostrò una conversatrice di rare intelligenza e classe. Infine, dedicai il mio tempo a mio fratello Karl: gli raccontai di quanto fossimo fortunati a vivere quei giorni, e di quanto gli Dei ci amassero. Gli promisi anche che presto avremmo potuto riabbracciare tutti insieme Rosalie: lui mi chiese se sarei rimasta sempre lì con lui, a Beid, e io gli risposi che non potevo saperlo: l'ideale che avevo giurato di servire aveva la priorità su ogni mia decisione, ma gli promisi che avrei fatto comunque in modo di vegliare su di lui. Poi mi chiese di parlargli della mamma: mentre parlavo lo stringevo forte, e a tratti mi trattenevo dal piangere. Poi lo presi in braccio, e dissi a mio padre che probabilmente era il caso di essere riaccompagnata a palazzo, dove avrei potuto metterlo a dormire.

Strappai Yera alla sua infinita conversazione, ricevendo in cambio diverse e svariate gomitate lungo il viaggio di ritorno, in carrozza: "Stavamo per baciarci! Mancava pochissimo..." mi disse, fingendo di essere molto arrabbiata. "E dire che ho persino fatto tutto un discorso per mettervi in ottima luce di fronte a sir Steven..." Un brivido mi corse lungo la schiena, pensando a cosa mai Yera avrebbe mai potuto dire dopo due o tre bicchieri di droppo: scossi la testa, e poi ci mettemmo entrambe a ridere come matte con Karl che ci guardava, divertito e incuriosito, mentre le luci del palazzo si facevano sempre più vicine.


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13 maggio 517
Venerdì 20 Aprile 2007

Il matrimonio di Ryan (seconda parte)

Per quanto riguardava la giostra, le regole adottate dagli araldi d'arme erano rispettose dei dettami della Chiesa in misura analoga a quanto da sempre avveniva al grande palio di Krandamer; per fortuna, Ryan e mio padre avevano spinto per l'esclusione i giochi che, relativamente al palio delle Gilde e dei Clan, erano da sempre bersaglio di numerosi interventi di vescovi e cardinali volti a limitarne i pericoli: non era dunque previsto il torneo alla spada, nè alcuna battaglia o battagliola. Oltre alla giostra erano previste una competizione di tiro con l'arco, una corsa dei cavalli e una variante della quintana.

Al termine della prima giornata di torneo, l'esito degli scontri consentiva di stilare una prima, provvisoria classifica (limitandomi ai nomi più rappresentativi):

Sir Georg Poe, cavaliere di Amer, con 24 lance e 8 vittorie
Lady Joanne Chirac, cavaliere di Amer, con 21 lance e 7 vittorie
Sir Steven DeRavin, cavaliere di Anthien, con 17 lance e 5 vittorie
Lord Peter Gremaud di Chalard, con 16 lance e 5 vittorie
Lady Jen Akhnal, cavaliere di Beid, con 16 lance e 5 vittorie
Sir Zaki Yetvart, cavaliere di Keib, con 16 lance e 4 vittorie
Sir Leon Perrineau, cavaliere di Anthien, con 16 lance e 4 vittorie
Lord Jerome Kenson, Colonnello di Beid, con 15 lance e 4 vittorie
Sir Al Fennec, cavaliere di Amer, con 15 lance e 3 vittorie
Lord Konon Desyenne di Amer, con 14 lance e 3 vittorie
Lord Ryan Kenson di Beid, con 13 lance e 3 vittorie
Sir Malaki Akhnal, cavaliere di Beid, con 13 lance e 3 vittorie
Sir Albert Von Trier, colonnello di Verriere, con 11 lance e 2 vittorie
Lord Zadig, fratello minore di lord Krikor, delle montagne orientali, con 9 lance e 2 vittorie
Lord Baldur Ripley di Verriere, con 8 lance e 1 vittoria
Sir Olivier Elliott, cavaliere di Amer, con 7 lance e 1 vittoria
Lord Hrant, barone della Piana del Vento, con 5 lance e 1 vittoria
Sir Rosdom Khachi, cavaliere di Keib, con 6 lance e 0 vittorie
Lord Krikor, delle montagne orientali, con 5 lance e 0 vittorie

Sir Georg Poe di Amer fu il protagonista assoluto di quella prima giornata di torneo, riuscendo a vincere tutti gli scontri: al termine di tutte le tenzoni, ricevette dal conte di Verriere il titolo di campione della giornata. Il prestigio della città dei cento torrenti fu ulteriormente impreziosito dalla splendida prova di Lady Joanne, che sconfisse tutti i suoi avversari con la sola eccezione di sir Steve DeRavin, che riuscì a disarcionarla con una mossa velocissima giudicata corretta dagli araldi d'arme e che lasciò tutti a bocca aperta, sulla quale io e Yera ci ripromettemmo di indagare. La marca di Beid veniva rappresentata al meglio da Jen, autrice di una splendida prova contro alcuni degli avversari più forti del torneo. Lo scontro più bello in assoluto fu comunque quello che vide Peter Grimaud di Chalard opporsi a Sir Zaki Yetvart di Keib: il giovane, colpito sull'elmo al primo scontro, riuscì a recuperare l'enorme svantaggio spezzando le successive due lance sul torace dell'avversario: venne dunque disputato lo scontro finale dove entrambi riuscirono a spezzare, portando il risultato sul 3 a 3: ebbero diritto così ad un ulteriore scontro, nel corso del quale Peter disarcionò di netto il favorito di Keib per venire poi sommerso dal boato della folla in estasi, con Yera che quasi mi svenne in braccio. Peter vinse anche contro mio fratello il quale si trovava comunque in buona posizione, mantenendo alto l'onore della sua marca: degno di nota il suo scontro con Malaki, il quale lo mandò in vantaggio di due lance per poi abbatterlo impietosamente al terzo scontro, gridando "qui non si fanno regali a nessuno!" in direzione della folla, tra le risate generali.

Al termine degli scontri e della premiazione i cavalieri tornarono nelle loro tende. L'indomani avrebbe portato nuovi emozionanti scontri: Lady Joanne avrebbe affrontato Sir Georg, mentre Jen se la sarebbe dovuta vedere contro Peter Grimaud.

Tutti i cavalieri erano invitati al banchetto che si sarebbe tenuto quella sera stessa a palazzo, ma alcuni di loro decisero di non prendervi parte. Malaki e Jen scelsero di non venire per mantenere alta la concentrazione, e anche i due cavalieri di Keib scelsero di sfruttare la facoltà che era loro concessa di declinare il gentile invito. Con grande sorpresa e meraviglia di tutti, non venne neppure il campione del giorno: la versione ufficiale fu che preferiva non distrarsi e conservare le energie sottraendosi all'ennesimo banchetto, ma a quanto pare il motivo della sua scelta era da ricondurre alla delegazione nanica giunta da Nair-Al-Zaurak. A quanto sembrava, le argomentazioni di Yera erano esatte: il tempo non aveva mitigato il rancore nell'animo del cavaliere, così come non aveva cancellato dal suo volto i segni di quella tragica vicenda.

Al banchetto Yera fece il possibile per vincere la mia volontà a mantenere un profilo tranquillo: "non ce ne andremo prima di aver parlato almeno una volta con TUTTI i cavalieri!", mi disse con un tono che non ammetteva repliche. In ogni caso, la sua era una raccomandazione inutile: mio padre era presente, e non lo avrei mai messo in imbarazzo dimostrandomi scortese con i suoi ospiti. Inoltre, tanto il banchetto quanto il ballo che seguì pullulavano di gente molto più interessante di me.

L'ospite d'onore della serata, oltre che protagonista assoluto, era senza dubbio Lord Konon Desyenne: il cugino del Duca diede prova tanto della sua grande personalità quanto dei sani e robusti appetiti, tenendo lungamente banco prima al tavolo di mio padre e del Conte e, in seguito, sulla pista da ballo, dove non c'era dama che non fosse disposta a fare la fila pur di danzare con lui. Da parte mia, io ebbi un bel da fare a evitare i calci che Yera cercava di menarmi da sotto il tavolo ogni volta che qualcuno (a detta sua) posava lo sguardo su di noi. Era incredibile quanto fosse migliore di me a ricordare facce e nomi di tutta quella gente: conosceva non soltanto i cavalieri ma anche gli scudieri, i soldati, le guardie e persino parte degli attendenti e della servitù. In ogni caso, la presenza in sala della bellissima Lady Joanne dirottava la gran parte delle attenzioni, e a ragione: lo straordinario risultato conseguito una manciata ore prima aveva dissipato ogni diceria sulla sua presunta carriera lampo all'interno della guardia di Palazzo di Amer, dimostrando il suo indiscutibile valore di combattente. "E' una vera fortuna che sir Thomas non sia presente", sentenziò Yera: "quella sciacquetta potrebbe mettersi in testa chissà cosa!". In realtà, Lady Joanne sembrava la sorella maggiore di Jen: la sua avvenenza era di certo più evidente, cionostante non riscontravo in lei alcun comportamento aristocratico o altezzoso. Sembrava una ragazza davvero interessante, magari avrei avuto modo di parlarle più avanti.

Prima dei balli ebbi modo di conversare piacevolmente con Lord Baldur: a un certo punto, io e Yera fummo avvicinate dai due cavalieri di Anthien. A dire il vero, sospetto che fu proprio la mia ancella a orchestrare quell'incontro, con l'evidente intenzione di perdersi in una intensa conversazione con sir Leon; da parte mia, mi trovai davanti sir Steven DeRavin, con il quale scambiai di buon grado qualche parola: il cavaliere mi parlò di vini e di luoghi esotici, mettendo a dura prova le mie conoscenze agricole e geografiche, e sembrò quasi sorpreso quando gli chiesi delucidazioni sulla mossa con cui era riuscito a sconfiggere Lady Joanne. Mi spiegò che si trattava della "presa del lancillotto", un espediente che sfruttava a proprio vantaggio il punto di forza dell'avversario esercitando una pressione dello scudo sul braccio capace di far perdere tanto la presa sulle redini quanto l'equilibrio. Purtroppo commisi l'errore di dirgli che non avevo capito, dando il via a una catena di eventi che fortunatamente non portarono alcuna conseguenza: in risposta alla mia richiesta di spiegazioni, sir Steven decise di darmi una dimostrazione pratica. Prima che potessi accorgermene il suo braccio premette contro il mio, imprigionandolo contro il fianco; la velocità della sua azione non mi permise di reagire: la mia mano si aprì, facendomi cadere il bicchiere. Per bilanciarmi mi chinai all'indietro, consentendogli di continuare il movimento e di sorreggermi con l'altro braccio, come in un ballo, mentre con l'altra mano, velocissimo, recuperò il bicchiere rimasto come sospeso in aria.

Yera applaudì estasiata, subito seguita da altri che avevano notato la scena. Tra essi c'era però anche Lord Hrant della piana del vento, che non aveva alcuna intenzione di battere le mani: con due rapidi passi intervenne in direzione di sir Steven che si affrettò a posare in terra il mio bicchiere, del quale non aveva versato neanche una goccia.

"Da dove venite, sir?" Domandò Lord Hrant, dopo essersi assicurato che stavo bene.

"Anthien è la mia patria, myLord", rispose pacatamente sir Steven.

"Dev'essere un posto interessante: ditemi, vi insegnano anche a ricevere le spallate o si limitano a istruirvi su come darle alle vostre dame?".

"Sarò lieto di scusarmi con Lady Solice", rispose sir Steven, "qualora avesse reputato inappropriata la mia dimostrazione. Ma, perdonatemi, in che modo questo potrebbe destare il vostro interesse? L'unico bicchiere che vi compete lo avete in mano: vuoto, ma al suo posto".

Lord Hrant non la prese bene: il suo sguardo sembrava davvero molto minaccioso.

Decisi di intervenire in fretta. Mossi velocemente un passo verso i due, intervenendo prima che la discussione avesse modo di continuare. "Sir Steven, vi pregherei di osservare un comportamento più rispettoso. Prima mi avete chiesto dei vini della mia terra: ebbene, parte del vino che avrete il piacere di bere nel corso di questa festa proviene dalle cantine di Lord Hrant. Lui è onorato di avervi come ospite, e noi tutti ci aspettiamo che l'onore sia reciproco".

Sir Steven mi guardò, sorpreso dalle mie parole. Un istante dopo si scusò tanto con me quanto con Lord Hrant, che annuì, mi sorrise e tornò sui suoi passi, evidentemente soddisfatto.

"Le vostre parole mi hanno colpito", mi disse sir Steven. "Normalmente combatto per me stesso, ma mi sento in dovere di riparare all'imbarazzo che vi ho provocato. E' per questo che non posso esimermi dal chiedervi se avete già dato a qualcuno il privilegio di poter combattere in vostro onore".

Sapevo di questa usanza, particolarmente in voga a Krandamer ma di fatto presente in ogni torneo, secondo cui un cavaliere dedicava le proprie vittorie a una dama che, in caso di vittoria, diventava la Regina del Torneo. Scossi la testa con decisione: "vi ringrazio, ma non è davvero quello che voglio. Non chiedo altro onore che quello di assistere alla giostra: ho dei doveri che mi tolgono ogni interesse diverso dal prendervi parte come spettatrice".

Sir Steven annuì, senza insistere ulteriormente. "E sia", disse. "In ogni caso, nel caso in cui dovessi vincere spero non vorrete negarmi la possibilità di potervi nominare. Le possibilità non sono alte, ma questa sarà per me una motivazione forte".

Scossi la testa nuovamente, ma questa volta sir Steven fece in modo di evitare il rifiuto: in un attimo era scomparso, come risucchiato dal ballo che nel frattempo era incominciato. Non feci neppure in tempo a voltarmi che Yera mi venne quasi addosso, passando a meno di un millimetro dal bicchiere rimasto in terra, che subito mi chinai a raccogliere.

"Lady Solice!" mi disse. "Ho visto tutto! E' stato tutto cosi' romantico come sembrava da lontano?"

Scossi la testa, per la terza volta in pochi istanti. "E' stato inopportuno" risposi, sorridendo. "Se non altro, ora so come sir Steven ha disarcionato Lady Joanne": scoppiammo a ridere, poi ci raccontammo un pò di cose: io finii a malapena il mio primo bicchiere di vino, mentre lei ne buttò giù tre o quattro. Capii che avrei fatto meglio a tenerla d'occhio: Yera era una ragazza in gamba e non avrebbe fatto niente di stupido, ma c'era pur sempre un sacco gente intenzionata a divertirsi e la maggior parte di loro non li conoscevamo neppure.

Nel corso della serata venni presentata alla delegazione nanica di Nair-Al-Zaurak: il mio interlocutore, Knel, fu lieto di rispondere a molte delle mie domande che avevo maturato a seguito del viaggio all'interno del Miestwode: apprese con interesse il mio interesse per la lingua dei figli di Krynn e, quando ci salutammo, mi promise che avrebbe avuto cura di aiutarmi ad affinare le mie capacità.

ballai con Lord Zadig delle montagne orientali e poi con Lord Baldur, come promesso durante il banchetto. Subito dopo fui raggiunta da mio fratello, che mi chiese di ballare inchinandosi e prendendomi la mano, un gesto che quasi mi commosse. "Lo so che lo fai per me e di questo ti ringrazio, ma so anche che non puoi mentire ed è per questo che te lo chiedo: ti stai divertendo?", mi disse, sorridendo, mentre mi conduceva lungo la pista: con sua grande gioia, fui felice di potergli rispondere di si senza timore di infrangere alcun voto.

"Ragazzo, tu reclami troppe fanciulle in questi giorni", disse qualcuno alle spalle di Ryan quando il nostro ballo volgeva ormai al termine. "E spetta ai vecchi come me il compito di raddrizzarti: quindi, vola dalla tua dama!" Era la voce dell'instancabile Lord Konon, al quale né la giostra né la lauta cena avevano impedito di danzare con la maggior parte delle dame presenti in sala. Ryan mi sorrise, per poi inchinarsi al cospetto del cugino del Duca: "come comandate, vostra Signoria", gli disse tra il serio e il faceto, prima di salutarmi e di tornare verso la sua sposa.

"A dire il vero", mi sussurrò Lord Konon dopo alcuni passi di danza, "temo di essere troppo ubriaco per continuare. Ma non vi disperate", mi disse ridacchiando sotto i baffi, "vi porto da un cavaliere che troverete persino più affascinante di me!". E cosi' dicendo mi condusse da mio padre, che mi accolse tra le sue braccia per quello che fu il più bel ballo in assoluto di tutta la sera.

"Padre", gli dissi a un certo punto, incapace di trattenermi. "Quando... non appena sarà possibile, vi dovrò parlare. E' molto, molto importante: solo gli Dei sanno quanto non vorrei darvi preoccupazioni in questi giorni di gioia, ma..."

"Non preoccuparti", mi disse. "Ho già ricevuto alcune informazioni da Malaki. Avremo modo di parlare, molto presto: ora pensa dare pace ai tuoi pensieri per un istante: in questo momento io ho bisogno di mia figlia e Ryan di sua sorella ancora più che di una Paladina. D'accordo?"

Annuii, nascondendo il volto tra le falde del suo mantello. Pregai gli Dei con tutto il cuore di concedermi il lusso di poter rispettare la volontà di mio padre, e mi augurai che Malaki fosse riuscito a spiegare la situazione nel migliore dei modi nel poco tempo che probabilmente mio padre gli aveva concesso.

Dopo quel ballo, mi allontanai un pò dalle danze in cerca di un pò di tranquillità. La giostra e il banchetto mi avevano reso impossibile osservare la preghiera del vespro, e di certo non era il modo migliore per chiedere la grazia degli Dei. Mi rivolsi dunque al cielo stellato, felice di incontrare lo sguardo pieno e luminoso della Dea della Luna: pregai per mio padre e per Ryan, per la salute di sir Thomas e per i miei amici; pregai per il prigioniero di Valamer, nella speranza che fosse sincero come sembrava; pregai per Abel, implorandolo di darmi la forza di non far sì che questo clima di festa mi distogliesse dai miei impegni; e più di ogni altra cosa, pregai per Rosalie: tra pochi giorni, gli impegni che ero tenuta a rispettare sarebbero finalmente cessati, e allora niente avrebbe potuto impedirmi di gettarmi anima e corpo alla sua ricerca: pregai gli dei di salvarla, di liberarla... o di darmi la forza di poterla riportare a casa.

D'un tratto, mi accorsi di un rumore dietro di me. Mi girai in fretta, asciugandomi gli occhi con il dorso della mano.

"Io... mi dispiace moltissimo", disse con espressione mortificata, vedendomi in lacrime. "Sono desolato, vi avevo visto pregare e volevo chiedervi l'onore di poter pregare insieme a voi". Era Peter Gremaud, il silenzioso cavaliere dall'armatura azzurra, la cui impresa ai danni del nostro cugino sarebbe rimasta impressa per mesi tra i cittadini di Beid e nel cuore di Yera e di chissà quante altre dame.

"Non preoccupatevi", gli risposi. "Non mi avete affatto disturbata. A dire il vero, mi farebbe davvero bene pregare con qualcuno, ammesso che siate ancora di quell'intenzione".

Peter annuì, inginocchiandosi, e io feci lo stesso. Restammo lì in silenzio per alcuni minuti, recitando la nostra preghiera alla Dea della notte e della saggezza.

"Vi siete battuto con onore oggi", gli dissi al termine della preghiera: "la vostra impresa sarà ricordata a lungo".

"Ho soltanto avuto fortuna", si affrettò a dire lui. "Lui era più forte. Se non avesse avuto troppa fretta di vincere non avrebbe commesso errori, e non avrei avuto alcuna possibilità".

Le sue parole mi fecero riflettere. "Troppa fretta, avete detto. Quindi, la vostra impressione è che la sua impazienza lo abbia tradito".

Peter annuì. "Il mio maestro mi ha insegnato che quando si combatte, la fretta di concludere è il peggiore dei nemici. Raramente il colpo migliore è anche il più veloce, perché quella rapidità lo porta spesso ad essere impreciso o troppo facile da evitare: nel corso del mio addestramento ho imparato ad aspettare il momento giusto: grazie a eventi come quello di oggi riesco a capirne pienamente il senso, anche se è una lezione che non si finisce mai di imparare".

Aveva ragione. "Sapete", gli dissi, "anche io ho fatto una scelta simile, in questi giorni: prego gli Dei che la mia decisione venga ricompensata quanto la vostra".

"Pregherò anch'io per voi", mi rispose, senza chiedermi spiegazioni di sorta. "Sono certo che la vostra fede farà sì che questo avvenga".

Parlammo ancora per qualche minuto, per poi salutarci: tornai quindi verso la sala da ballo, nella speranza di recuperare Yera e di poterla convincere che la festa era finita. Ero quasi arrivata, quando mi accorsi che da quelle parti, vicina alla tavolata delle pietanze ormai semideserta, si trovava Lady Joanne Chirac. I suoi corteggiatori dovevano aver desistito lasciandola libera, e ora stava studiando lentamente i vari commensali, forse soppesandoli in vista degli scontri dell'indomani. Le andai vicino, con l'intenzione di complimentarmi per gli scontri della giornata.

"Ha fregato anche voi", mi disse, prendendomi d'anticipo.

"C...come?" risposi, un po' interdetta.

"Il tipo, là... Steven. Ho visto prima... stessa mossa".

Annuii. "Ma tu hai più lance, no? Non dovrebbe essere un problema...".

"Vedo che vi importa", mi disse, sorridendo. "Farete il tifo per lui, domani?"

"Non lo so", risposi. "Non credo".

"E' un bel tipo" mi disse, dopo un pò. "Molto determinato. Quando mi ha battuta sono andata a stringergli la mano e abbiamo scambiato due parole".

"Cosa vi siete detti?" chiesi, incuriosita.

"Gli ho detto di non aver gradito quella mossa, e che qualora avessi vinto il torneo sarebbe tornato a piedi a Anthien". Faceva riferimento alla regola in vigore al grande palio, secondo la quale, se ricordavo bene, il vincitore della giostra aveva il diritto reclamare il cavallo di uno degli altri sfidanti.

"Siete stata molto aggressiva. E lui?" le chiesi di rimando.

"Lui mi ha detto", continuò Lady Joanne, "che ero molto brava, ma troppo sicura di me. Poi ha aggiunto che secondo la regola del grande palio, il vincitore può reclamare soltanto i cavalli degli sfidanti sconfitti in tenzone diretta: in altre parole, se anche io avessi vinto non sarebbe tornato a casa a piedi. Ha anche tenuto a precisare che non dovevo preoccuparmi: anche se avesse vinto lui, io sarei comunque tornata ad Amer sul mio cavallo".

"E' stato corretto", ebbi cura di osservare, un pò divertita.

"Forse si", disse. "E' un tipo interessante, senza dubbio"

Restai qualche minuto a parlare con Lady Joanne, poi mi ricordai che dovevo recuperare Yera. Con mio disappunto la trovai in una conversazione non del tutto discreta con sir Leon. Quando mi vide, si affrettò a liberarsi del suo interlocutore e mi raggiunse.

"Lady Solice!" mi disse. "Credo di aver bevuto un pò troppo... che ore sono?"

"Tardi", dissi guardandola. Nononostante non fosse sbronza, per lei era decisamente ora di dormire. "Stai bene?" le dissi.

"Si... tutto a posto", mi disse. "Siete arrabbiata? Stavamo solo parlando..."

"Lo so, non preoccuparti", le risposi. "Ora però andiamo a riposare. Domani ci aspetta una giornata lunga e bellissima".

Lentamente, la accompagnai verso l'interno, in direzione del lungo corridoio che ci avrebbe condotto alle scale e poi alle nostre stanze.

(continua)
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13 maggio 517
Domenica 15 Aprile 2007

Il matrimonio di Ryan (prima parte)

Arrivammo nello spiazzo dedicato alla giostra quando mancavano soltanto pochi minuti all'inizio dei giochi. In verità, per tutta la mattina i cavalieri di Beid avevano rotto lance insieme a tutti gli altri partecipanti provenienti degli altri Feudi: tanto Malaki quanto Jen erano arrivati in ritardo e con ben altri pensieri, ma questo non aveva impedito loro di indossare l'armatura e fare quello che mio padre, mio fratello e il popolo di Beid si aspettava da loro. Erano li', splendenti nelle loro armature, in attesa dell'inizio della tenzone ufficiale.

Il palco dove avremmo dovuto dirigerci sembrava irraggiungibile. "Siamo un pò in ritardo", commentò Yurae osservando la grande quantità di gente che si trovava tra noi e loro. "Restate vicine a noi e non ci saranno problemi". Così dicendo, montò sulla sua alabarda lo stendardo di Beid. Nel giro di qualche minuto ci facemmo largo tra la folla festosa, ardente dalla voglia di inneggiare a qualcosa al punto da accoglierci come se fossimo noi stessi dei giostranti.

Immersa in quel clima di festa quasi irreale, non potevo fare a meno di guardarmi intorno, osservando le innumerevoli facce che spuntavano da ogni parte, incrociando sguardi, osservando: temevo di scorgere il volto di Kira, o quale che fosse il nome di quell'empio emissario degli dei oscuri che si trovava all'interno della marca, libero di muoversi, di osservare. Quale sarebbe stata la sua prossima mossa? Avrebbe tentato di far del male a Ryan o a qualcun altro, o forse a me? Qualcosa mi diceva che lo avrei scoperto fin troppo presto.

La vista di mio padre fu sufficiente a distogliermi dalle mie preoccupazioni. Dovevo stare molto attenta a metterlo a parte delle informazioni in mio possesso, senza che questo potesse in alcun modo pregiudicare gli eventi di questi due giorni. Non si trattava di una semplice festa nuziale, in gioco c'erano interessi e accordi che avrebbero potuto avere impatti significativi e a lungo termine sul destino di molte persone: per non rovinare tutto avrei dovuto agire nel modo giusto.

Karl era seduto di fianco a mio padre, insieme alla futura sposa e a quella che doveva essere la sua famiglia: alcuni di loro li avevo già conosciuti: erano arrivati molti giorni prima, insieme alla sposa. Avvicinandomi educatamente, salutai con un profondo inchino. Mio padre mi chiamò vicino a lui, presentandomi ai genitori della sposa: sua signoria Lord Alexander Ripley il Conte di Verriere e la sua consorte, giunti a Beid soltanto due giorni prima. Yera, dietro di me, si inchinò fin quasi a toccare terra con la fronte. "Vi rendete conto? Sua signoria il conte di Verriere!" si affrettò a dirmi poi in un orecchio, euforica.

"Solice!" mi disse Karl sorridendo quando mi vide. "Che bella che sei con quel vestito! Quando tornano i cavalieri?" Sembrava davvero felice. "Come mai Rosalie non è venuta?" chiese poi, guardandosi intorno con aria interrogativa. La domanda, formulata da quegli occhi innocenti e inconsapevoli, mi colpì come una fitta al petto. "Non è qui", gli dissi, chinandomi di fronte a lui e prendendogli una mano. "Ma presto faremo in modo che torni a casa. D'accordo?"

"Va bene!" mi disse, annuendo. "Peccato pero'! Se non fa in fretta si perderà il torneo!"

La nostra conversazione fu bruscamente interrotta dagli squilli di trombe che annunciavano l'inizio dei giochi. Mio padre si alzò: non avrebbe parlato se non l'indomani, ma era previsto che inaugurasse l'inizio delle gare. I cavalieri spronarono i loro cavalli nella nostra direzione, rivolgendo un saluto militare nella sua direzione e preparandosi a compiere il giro del campo: il marchese rispose al saluto, dichiarando di fatto aperta la tenzone tra applausi e grida.

Trovarsi in mezzo a quell'evento era... emozionante. Non pensavo potesse farmi questo effetto, ma mi trovai letteralmente sommersa da una sensazione elettrizzante quanto strana: gioia, euforia, stupore. Senza neanche rendermene conto mi trovai a sorridere e a battere le mani, applaudendo a mio fratello e ai cavalieri che ci avevano onorato della loro presenza e ai loro destrieri.

Yera aveva seguito le vicende legate al torneo molto più attentamente di me, e fu lei a indicarmi la maggior parte dei partecipanti. Ovviamente non fu necessario il suo aiuto per riconoscere il primo della fila: mio fratello Ryan, splendente nella sua armatura rossa come il mio vestito e saldamente in sella al suo nuovo cavallo, al quale aveva dato il nome di Farnas. Questi era il più bello di una magnifica coppia di stalloni arrivati a Beid pochi giorni prima insieme a una delegazione di cavalieri provenienti da Amer, come dono da parte del Duca: Ryan si era allenato per diverse ore ogni giorno nel tentativo di riuscire a cavalcare Farnas in tempo per l'inizio del torneo. Lady Amy era stata omaggiata di un rotolo di seta pregiata e molto preziosa. Mio fratello sfilava a testa alta, non coperta dall'elmo: una volta giunto sotto il nostro palco si sporse dal cavallo, inchinandosi di fronte a mio padre e alla famiglia della sposa. Terminato l'inchino mi lanciò uno sguardo, sorridendomi. Sollevai entrambe le braccia per salutarlo, ricambiando il sorriso: non credo di averlo mai visto cosi' felice.

La mia ancella mi indicò il fratello maggiore di Amy, Baldur, che in quel momento stava porgendo i saluti a mio padre: insieme a lui vi era sir Albert Von Trier, colonnello dell'esercito di Verriere.

A poca distanza da loro si trovavano quattro cavalieri che portavano sul loro scudo il simbolo di Amer. Yera mi rivelò i loro nomi: Sir Al Fennec, che nelle competizioni mattutine aveva spezzato in assoluto il maggior numero di lance; di fianco a lui vi era sir Georg Poe, completamente chiuso nella sua armatura argentea: Yera mi disse che non si toglieva mai il cimiero per nascondere la brutta ferita che gli deturpava il volto. Non sapeva i dettagli ma sospettava avesse qualcosa a che fare con i Nani, considerando l'ostilità con cui il cavaliere aveva accolto l'arrivo della delegazione nanica che era giunta da Nair-Al-Zaurak qualche giorno prima. Dietro sir Georg, un terzo cavaliere era intento a cambiare la bardatura al suo cavallo: quando si tolse l'elmo, rimasi colpita dai suoi lineamenti delicati e dall'eleganza del portamento: incuriosita, chiesi a Yera chi fosse quel ragazzo. Lei scoppiò a ridere, affrettandosi a correggere il mio errore: con mia grande sorpresa mi disse che il nome di quel cavaliere altri non era che Lady Joanne Chirac, e che a dispetto delle apparenze godeva fama di essere una delle migliori spade della città Ducale, oltre ad essere particolarmente attraente. "Hai ragione", dissi guardandola meglio: "devo essere ancora molto stanca". Ridemmo entrambe. A chiudere la fila dei cavalieri di Amer giungeva quello che Yera mi rivelò essere l'invitato più importante di tutto il torneo: Sir Konon Desyenne, cugino del Duca di Amer, circondato dai suoi scudieri. Osservai divertita il suo modo di fare: spesso sollevava il braccio in direzione della folla, urlando e incitandola a sua volta: a dispetto della non più giovanissima età, sembrava decisamente intenzionato a divertirsi.

A qualche metro di distanza, piuttosto in disparte dagli altri, un cavaliere in una meravigliosa armatura striata di azzurro stava dando indicazioni al suo scudiero: Yera mi disse che il suo nome era Peter Gremaud, l'erede al titolo di Signore di Chalard. Quella rivelazione mi sorprese: ero stata presentata a Peter e suo fratello qualche giorno prima, in occasione del loro arrivo, ma il cavaliere che si trovava davanti ai miei occhi sembrava davvero un'altra persona: l'armatura non sembrava recargli alcun impaccio, e il modo che aveva di stare a cavallo era quantomai elegante. Il suo scudiero doveva essere Kasper: Ryan mi aveva raccontato di come, qualche giorno prima, il ragazzo gli avesse chiesto il permesso di poter prendere parte al torneo: un permesso che Ryan, con suo grande disappunto, non aveva certo potuto concedergli. Quando gli fui presentata, la prima cosa che mi chiese fu se avrei partecipato: la mia risposta negativa lo aveva molto risollevato.

Voltai lo sguardo verso gli altri cavalieri, e fu a quel punto che i miei occhi incontrarono il simbolo di Keib. Due dei nostri cugini si trovavano a una certa distanza dal nostro palco, nelle loro armature nere: a differenza degli altri, non sollevavano gli scudi verso la folla. I rancori con la loro baronia che si erano spenti in via ufficiale restavano comunque ben vivi nei cuori del popolo di Beid, che evitava di salutare la loro comparsa e li costringeva a mantenere una certa distanza per evitare di essere colpiti dalla frutta e dalla verdura che occasionalmente veniva lanciata dagli spalti nella loro direzione. I due cavalieri non reagivano, continuando ad avanzare a testa alta.

Poco avanti a loro, al riparo dalle manifestazioni di stizza della folla, altri due cavalieri procedevano diretti verso il nostro palco: sui loro scudi vi era il simbolo della baronia di Anthien. Una volta di fronte a noi si tolsero l'elmo, omaggiando di un saluto mio padre e la sposa. "Guardate quanto sono belli", disse Yera, estasiata. "Magari potremmo conoscerli, durante il banchetto di stasera!"

A chiudere la fila, arrivarono i cavalieri provenienti da Beid: Jen e Malaki erano entrambi bellissimi, nelle loro armature luccicanti: dietro di loro, su un cavallo di enormi dimensioni, si stagliava la sagoma inconfondibile di zio Jerome.

"Wooow! Non sapevo che Lord Jerome avrebbe preso parte al torneo", gridò Yera, emozionatissima. Poi si arrestò improvvisamente, come se si fosse improvvisamente accorta di qualcosa. "Ma... ma dov'è sir Thomas?" mormorò.

Le misi una mano sulla spalla. "Sir Thomas non parteciperà al torneo", le dissi con calma: "è rimasto ferito durante un incarico per conto di mio padre: ma non preoccuparti, Yurae mi ha detto che starà bene: Pyros lo proteggerà".

Yera mi guardò, delusa e costernata: sapevo quanto ci tenesse alla presenza di sir Thomas. "Coraggio", le dissi. "Lui avrebbe fatto del suo meglio per rendere questo torneo un grande spettacolo: dobbiamo divertirci anche in suo onore!". La mia ancella annui', tornando lentamente a sorridere. "Ok", mi disse. "Divertiamoci allora!".

I cavalieri terminarono il loro giro:pochi minuti dopo, l'araldo annunciò quello che sarebbe stato lo scontro inaugurale.

"Lady Joanne Chirac, Cavaliere di Amer, contro Sir Malaki Akhnal, Cavaliere di Beid!"

"Accidenti", disse Yera, "E' uno scontro difficile! AVANTI SIR MALAKI, FATE VEDERE A QUESTA SCIACQUETTA CHI COMANDA!" In un attimo lo sguardo di mio padre la fulminò, terrorizzandola al punto da inchiodarla sul posto. Il Conte di Verriere non trattenne un sorriso, mentre la moglie alzò appena un sopracciglio. "Che significa sciacquetta?", mi chiese Karl, mettendo a durissima prova il mio già arduo tentativo di restare seria e non scoppiare a ridere.

Una cosa era certa: sarebbero stati due giorni indimenticabili.


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13 maggio 517
Domenica 15 Aprile 2007

Il settimo giorno

Ho dei ricordi piuttosto vaghi e confusi della notte tra il 12 e il 13 maggio: il sonno che mi tormentava da quasi una settimana tornò con violenza ad aggredire le mie membra, costringendomi ad ammettere di essere inadatta a sostenere un turno di guardia. Passai la prima parte della notte a pregare Pyros, ringraziandolo per aver protetto la nostra spedizione e non aver permesso che il crudele presagio formulato dall'individuo noto come Fante di Quadri si avverasse. Nelle mie preghiere però non consideravo che quella notte faceva ancora parte dei sette giorni vaticinati a seguito della mia aggressione: gli eventi che sarebbero occorsi nelle ore successive mi avrebbero costretto a scontrarmi duramente con tale imprecisa approssimazione.

Non ricordo esattamente quando la vidi. Era lì, in piedi a qualche decina di metri di distanza che mi osservava pregare, in silenzio. A prima vista sottostimai la sua altezza, che mi fece pensare inizialmente che potesse trattarsi di una bambina: solo in seguito mi resi conto che era alta più o meno quanto me, e che doveva avere almeno 20 o 25 anni.

Non appena si accorse che l'avevo notata cominciò ad avvicinarsi, lentamente. Rischiarata dalla luce del campo le sorrisi, sorpresa e un pò preoccupata di una simile apparizione nel bel mezzo della notte: cosa ci faceva una bambina, o una ragazza della mia età, nel bel mezzo delle colline da sola? Ma il mio sorriso si tramutò in sgomento quando vidi meglio ciò che stava avanzando, quando riconobbi un viso che avevo incontrato una volta, in passato: un volto che avevo dimenticato, e che i recenti avvenimenti avevano cominciato lentamente a ricondurre alla mia memoria, e che ora completava quell'assurdo e inspiegabile quadro fatto di tante, troppe coincidenze per essere opera di un pennello mosso dal caso.

Kira Klay: questo era il nome con cui ci era stata presentata, circa quattro anni fa. Occhi verdi, capelli neri e lisci come l'ebano. Muta, con lo sguardo spento. Il nostro precettore ci disse che era l'unica superstite di una carovana partita da Sarthe e diretta a Focault, senza fornirci ulteriori dettagli. Il suo nome era stato recuperato da alcuni documenti trovati sul corpo della zia che la accompagnava, scritto sui fogli con cui avrebbe dovuto presentarla all'Abate pregandolo di accettarla come iniziata. Nessuno sapeva se fosse muta dalla nascita o se fosse stato a causa di quanto aveva visto durante l'attacco subito dalla carovana: in assenza dell'abate, che in quei giorni si trovava a Chalard, il priore decise che la sventurata sarebbe stata accolta tra le mura del monastero. Ricordo la pena che provai nei confronti di quella ragazza sfortunata, e la preghiera che noi tutte recitammo quel giorno affinché Pyros potesse offuscare l'esperienza di morte che aveva avuto e alleviare le sofferenze che albergavano nel suo cuore: il giorno che precedette i fatti dell'"uomo di Focault", che provocarono la scomparsa di quella ragazza: una scomparsa che cessò presto di essere tale: un giorno di settembre il decano affidato alla nostra ala ci disse che la luce di Pyros aveva dissolto le tenebre che offuscavano il mistero di quella notte, e da quel momento nessuno ne parlò più. Pochi giorni dopo Valerie venne perdonata per le sue azioni e inviata presso la caserma di Rigel. Da quel giorno io e Rosalie le scrivemmo due lettere, che non ebbero però alcuna risposta.

"Kira?" mormorai, incredula. Ero ancora convinta che fosse muta, mi aspettavo un cenno del capo come risposta: grande fu la mia sorpresa quando la sentii articolare parola.

"Stai dormendo", mi disse piano. La sua voce era strana, sembrava spettrale. "Ti regalerò un sogno che non dimenticherai".

Cosi' dicendo alzò le mani: non verso il cielo, ma tenendole ai lati della sua testa, con il dorso rivolto verso di me. Con orrore vidi che le sue nocche cominciarono a deformarsi e poi a sanguinare, mentre rigide protuberanze cominciavano a farsi largo tra le ossa, tra le carni. Rossi filamenti acuminati si fecero lentamente strada verso l'alto lungo il dorso delle sue mani, provocando un suono simile a quello di ossa frantumate e disegnando rivoli di sangue che percorsero rapidamente gli avambracci per poi perdersi nello spazio vuoto che li separava dal terreno.

Di fronte a me si ergeva qualcosa che per anni mi ero preparata ad affrontare, qualcosa di tremendamente simile a quello che Abel aveva affrontato nel Miestwode con coraggio, al prezzo della vita. Un emissario delle divinità oscure, del Caos Primitivo, del sangue, della sofferenza e del dolore. Ma in questo momento non c'era Abel: c'ero io. Le gambe mi tremavano: dovevo fare qualcosa, ma cosa? Pensare, dovevo pensare. Cosa avrebbe fatto Abel? Di certo lo avrebbe affrontato, con la sua alabarda. Sguainai la spada, puntandogliela contro. "Fermati e arrenditi, in nome di Pyros" gli dissi. Pronunciare quella frase mi diede coraggio. Anche io ero un emissario, non meno di lei.

Un istante dopo aver pronunciato quelle parole capii quanto Malaki avesse ragione. Ero morta. Non vidi neppure gli artigli arrivare, nè la mia spada nè il mio corpo riuscirono a muoversi, colti di sorpresa dalla velocità innaturale di quell'attacco portato ai miei danni. In un attimo era di fronte a me, la mano sulla mia fronte, a spingerla indietro esponendo il collo indifeso alla voracità di quegli artigli. Sentii il freddo che mi penetrava, poi il peso del mio corpo che mi trascinava giù. Ero morta, ma i miei occhi vedevano ancora. La vidi avvicinarsi verso il campo, oltrepassando silenziosamente i primi sacchi a pelo. La vidi avvicinarsi a uno di loro in particolare. No, pensai. Vi prego, Dei, no. No, no, no, no, NOOOOOOOOOOO!

Un grido d'allarme mi svegliò di soprassalto. Balzai in piedi, guardandomi intorno. Eravamo stati attaccati: uno degli uomini di Malaki, Elan di Passorosso, era a terra in un lago di sangue, immobile: l'altro soldato che montava di guardia con lui, il cui nome credo fosse Rob, giaceva anch'esso in terra, muovendosi a fatica: intorno a lui vi erano i cadaveri di due lupi. Al centro del campo si trovava, in piedi, il terzo membro di quel gruppo: Daimar, uno dei paladini che avevano ricevuto l'incarico di accompagnarci. Il suo scudo, illuminato dalla luce della luna, recava impressa una profonda artigliata che solcava, senza cancellarlo, il simbolo della Dea. Al suo fianco si trovava sir Thomas, anche lui con la spada in pugno. Non indossava l'armatura, la sua spalla sinistra sanguinava. La luce di Kayah illuminava la zona, consentendo a tutti quelli che si stavano svegliando di rendersi rapidamente conto della situazione.

Nel giro di pochi minuti fummo in grado di ricostruire gli eventi: il campo era stato attaccato da un branco di lupi: un comportamento ben strano da parte di animali solitamente non aggressivi, specialmente contro un accampamento così numeroso e protetto da due fuochi. In ogni caso, gli animali avevano impegnato duramente Rob e Daimar, mentre Elan era corso a dare l'allarme. Pochi istanti prima che potesse farlo, però, un essere incredibilmente rapido lo aveva colto di sorpresa, colpendolo duramente al collo. Daimar, accortosi del pericolo, era corso verso il centro del campo, seguendo i velocissimi movimenti di quell'essere: lo aveva raggiunto all'altezza del sacco a pelo di sir Thomas, non prima che questi potesse sferrare un colpo su di esso. Immediatamente dopo lo aveva ingaggiato, riuscendo a bloccare con lo scudo una delle sue artigliate. A quel punto, stando alle parole di Daimar, Kayah era intervenuta in suo aiuto: l'essere, illuminato dalla luna, aveva incominciato a muoversi più lentamente, consentendo al paladino di resistere mentre chiamava aiuto e a sir Thomas di raccogliere la spada e di unirsi allo scontro, chiamando anche lui a raccolta i suoi uomini. Immediatamente dopo quegli eventi, un attimo prima che il resto del campo si svegliasse, la creatura era scomparsa senza lasciare traccia. Nel frattempo Rob, rimasto da solo contro i lupi, era riuscito ad avere la meglio su due di loro, riportando però diverse ferite di artigli e morsi, fortunatamente più dolorose che gravi.

Per Elan di Passorosso non c'era più nulla da fare: una profonda artigliata gli aveva squarciato il lato sinistro del collo, trapassandolo quasi da parte a parte. Nessuno dei soldati fu in grado di spiegarsi quell'assurda ferita, neppure Malaki: da parte mia, non avevo dubbi in proposito. Gli altri paladini rimasero in silenzio, assorti e preoccupati.

La ferita di sir Thomas era piuttosto grave: quasi identica a quella che aveva ucciso Elan, era però penetrata nella spalla, pochi centimetri sotto al punto mortale. Malaki si apprestò a medicarla, chiedendo l'aiuto mio e quello di Jen. L'esperienza pratica di Malaki si rivelò più utile delle conoscenze frutto dei miei studi: di fatto, mi limitai a lavare le bende e a preparare le erbe di cui aveva bisogno.

Sir Thomas era cosciente, ma l'emorragia subita lo rendeva incapace di liberarsi di Malaki, cosa che probabilmente avrebbe voluto. "Dobbiamo prenderla", disse. "E' a piedi, non andrà lontano".

"L'unica cosa che prenderemo sarà la direzione per casa", rispose Malaki. "o il vostro braccio sarà da buttare nel giro di qualche ora. Non ho mai visto un'artigliata così profonda, solo gli Dei sanno che razza di infezioni può portare".

Non appena i feriti furono stabilizzati, Malaki mi disse che avremmo fatto meglio ad abbandonare le colline: tanto Rob quanto sir Thomas avevano bisogno di cure migliori, e una ricerca notturna avrebbe costretto a ulteriori divisioni. Quell'attacco era una prova a vantaggio delle dichiarazioni del prigioniero di Valamer, e il mio compito era di mettere a parte mio padre della faccenda senza correre ulteriori rischi. Ogni ipotesi di dividerci in due o più gruppi andava scartata: per quanto ne sapevamo poteva trattarsi di una trappola, e se dodici persone erano più che sufficienti a garantire la sicurezza dei feriti, la metà o un terzo di loro sarebbe potuta facilmente cadere vittima di un'imboscata. Le sue ragioni erano valide, quindi acconsentii: forte del mio assenso, Malaki mise tutti a parte della decisione: con sir Thomas in quelle condizioni era lui il soldato più alto in grado, e tutti si prepararono a rimettersi in marcia dopo aver recitato una preghiera per Elan, il cui sacrificio aveva protetto tutti noi: la sua salma sarebbe tornata con noi a Beid, dove avrebbe trovato degna sepoltura.

Quando arrivammo a Beid il sole era già alto. Malaki mi consigliò di recarmi immediatamente da mio padre: Jen e gli uomini di sir Thomas avrebbero condotto il capitano e Rob alla chiesa di Reyks, mentre lui avrebbe pensato a occuparsi di Elan e di avvisare la sua famiglia.

Fu in quelle condizioni che tornai a palazzo: gli eventi di quell'ennesima notte insonne mi avevano turbata al punto di farmi quasi dimenticare che quello era il giorno della vigilia. Persone allegre e indaffarate di muovevano veloci intorno a me, in un'atmosfera di festa e di preparativi che sembrava innaturale. Yera, una delle ancelle, mi vide e mi fermò poco dopo l'ingresso.

"Lady Solice", disse sorpresa. "Ma dove eravate? Vi ho cercata per tutta la giornata di ieri! Dovete assolutamente venire con me, dobbiamo provare il vestito! Inoltre... quei capelli, sono un vero disastro! Non potete certo presentarvi in queste condizioni al torneo!".

Il torneo... L'avevo dimenticato. Mio padre aveva organizzato una giostra per gli invitati al ricevimento: nell'ottica del ducato non era certo un evento della massima importanza, ma erano anni che Beid non ne organizzava una: una tradizione che mio padre aveva deciso di ripristinare, a partire dal matrimonio di Ryan.

"Sarò da te tra poco, Yera", le dissi. "Prima devo parlare con mio padre...".

"Oh, lord Kenson non è qui", mi interruppe Yera. "E in ogni caso, non accetto un no come risposta: dovreste guardarvi, siete... siete impresentabile! Dobbiamo lavare quei capelli e poi dovrete farvi una bella dormita. Vi porterò il pranzo io stessa quando vi sarete svegliata! Sarà qualcosa di leggero comunque... visto il banchetto di questa sera! Coraggio, cos'e' quella faccia? Dovete farvi bella! Non vorrete che vostro fratello e sir Thomas vi vedano cosi'!"

Alzai le spalle. Avrei evitato di dirle che sir Thomas non avrebbe certo preso parte al torneo: la voce si sarebbe sparsa comunque, ma Yera sarebbe riuscita a farla arrivare fin quasi a Delos nel giro di poche ore e non ero sicura che fosse la cosa migliore. La guardai: era evidente, non vedeva l'ora di andare al torneo e di godersi i festeggiamenti. Quella che per mio padre era una importante e delicata questione diplomatica, da quasi chiunque altro veniva percepita come una imperdibile occasione per divertirsi, conoscere gente e dimenticare le proprie preoccupazioni tra balli, banchetti e risate.

"D'accordo", dissi sforzandomi di sorridere. "Andiamo a farci belle per la festa".

Per prima cosa, mi fece provare il vestito. Quando lo vidi restai a bocca aperta. "E'... e' bellissimo", dissi.

"Vi piace? E' un regalo di vostro fratello. Lo ha voluto rosso a tutti i costi, in modo che potesse intonarsi ai vostri capelli ricordando i colori di Pyros".

Annuii: era indubbiamente un vestito splendido. Passai quasi un'ora a provarlo e riprovarlo, mentre Yera zompettava intorno a me, annotando gli aggiustamenti necessari come una sarta provetta.

"Vi sta a pennello", disse soddisfatta. "Dobbiamo soltanto accorciarlo un pò".

Dopo il vestito fu la volta dei capelli. Yera aveva in mente qualcosa di molto diverso dalla mia treccia abituale. "Non capisco perché vi costringiate i capelli in questo modo", disse mentre mi pettinava. "State meglio quando li portate sciolti".

"Non sono molto pratici quando si viaggia", dissi. In effetti, avevo incominciato a intrecciarli da quando avevo lasciato il monastero. Ogni tanto li avevo sciolti, ma prima o poi poi finivo sempre con l'intrecciarli di nuovo.

A quel punto, Yera mi chiese dei miei viaggi. Fu molto sorpresa - e incuriosita - quando le dissi che avevo viaggiato con un gruppo di gente cosi' numeroso. Mi tempestò di domande su Abel e sugli altri compagni, il che mi mise a disagio in parte perché potevo raccontarle ben poco, in parte perché cominciavano a mancarmi. Mi chiese chi di loro fosse il più alto, chi il piu' bello, quale mi piacesse di piu' e altre domande che mi aspettavo.

"Ecco fatto", disse quando ebbe finito con la spazzola. "Li ho allisciati per bene: quando vi sveglierete li pettineremo. Ora fatevi una bella dormita, o non sarò in grado di distogliere l'attenzione dalle quelle occhiaie! Penserò io a portarvi il pranzo". Il suo tono non ammetteva rifiuti. In ogni caso, mio padre non sarebbe tornato dalla caccia: lo avrei incontrato direttamente al torneo. Chiusi gli occhi, buttandomi sul letto: prima di addormentarmi, lo sguardo mi cadde sul comodino che avevo visto bruciare in sogno qualche giorno prima. La carta raffigurante il fante di quadri era ancora lì. "Ti prego, Pyros", mormorai. "concedimi la grazia di un sonno senza sogni".

Le mie preghiere furono ascoltate. Quando mi svegliai ero sufficientemente riposata: il mio letto ondeggiava, come una barca mossa dalle onde del mare.

"Presto!", disse Yera, continuando a scuotermi. "Siamo in ritardo!"

I minuti seguenti furono piuttosto frenetici: Yera mi aiutò a truccarmi, pettinarmi e vestirmi, e io feci lo stesso con lei: anche il suo abito era bellissimo. "Anche questo è opera di suo fratello", mi disse. Ryan aveva fatto davvero di tutto per rendere speciali questi giorni, pensai. Immersa nei pensieri e nelle vicende degli ultimi giorni avevo trascurato fin troppo questo evento: mi ripromisi che avrei fatto tutto il possibile per evitare di portare via da lui l'attenzione che meritava. Era il suo matrimonio, e avevo il dovere di onorarlo con tutta me stessa.

Al termine dei preparativi ci recammo di corsa davanti allo specchio grande: una volta li' ci specchiammo una dopo l'altra, simulando un inchino. I vestiti erano davvero meravigliosi: in quel momento, per un attimo la mia mente si svuotò di tutti i pensieri e il cuore mi si riempì di speranza. Sir Thomas era salvo, il prigioniero di Valamer aveva detto la verità: forse Pyros avrebbe ascoltato le mie preghiere, e Rosalie sarebbe tornata a casa sana e salva. Mio fratello stava per sposarsi... Dovevo essere felice, per lui e per mio padre.

Vedendomi esitare di fronte allo specchio, Yera mi afferrò per un braccio: "coraggio, non vi imbambolate: dobbiamo andare!" esclamò, spingendomi frettolosamente fuori e poi trascinandomi di corsa giù per le scale: prima di raggiungere la carrozza fummo salutate dalle guardie di palazzo, che Yera omaggiò con ampi e calorosi sorrisi stringendosi a me. Poi salimmo in carrozza, dove ci aspettavano i nostri accompagnatori. Salutai nuovamente Yurae e Varal, che avevo lasciato soltanto poche ore prima in compagnia di Jen e Malaki dopo il nostro ritorno a Beid.

Varal cominciò a parlare con Yera, più che felice di conversare con il giovane soldato. "Sir Thomas le manda i suoi saluti", si limitò a dire Yurae, approfittando della sua distrazione. "Ci vorrà del tempo, ma pare che il braccio se la caverà". Annuii, sollevata. La carrozza prese rapidamente velocità, muovendo alla volta del largo pianale dove mio padre aveva fatto allestire lo spazio della giostra.


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12 maggio 517
Mercoledì 11 Aprile 2007

Verso il matrimonio

Sir Thomas e i suoi uomini vennero ritrovati la mattina del 12 maggio da uno degli altri gruppi di ricerca. Malaki, Jen ed io fummo messi a parte della lieta novella soltanto quella sera, impegnati come eravamo a seguire le tracce che avevamo trovato nei pressi degli alberi segnati; le impronte tracciavano una pista che riuscimmo a percorrere per molte ore e, prima di perdersi inghiottite dal sottobosco, lasciavano pochi dubbi su quale potesse essere la loro destinazione: quando ci fermammo, incerti sul da farsi, potevamo intravedere la solida e massiccia figura del castello di Adare ergersi maestosa al di sopra delle cime degli alberi.

Soltanto per la seconda volta nella mia vita il mio sguardo si posava sulla più antica fortificazione di Keib: il castello nero, una delle prime roccaforti umane presenti nel ducato. Più volte distrutto e ricostruito nel corso dei secoli buii, era alfine entrato in possesso di una importante famiglia deliota, i Keiros, oltre due secoli fa: gli ultimi proprietari si erano occupati dell'ultima ristrutturazione, rimpiazzando l'antica pietra nanica con quella più scura proveniente dalle cave della zona orientale di Keib e innalzando tanto le torri quanto il maschio centrale. Una serie di scelte che avevano ottenuto l'effetto di rendere quella fortificazione imponente e temibile, trasformando le preziose miniere di argento che circondavano quella zona in un tetro cimitero per i numerosissimi soldati di Beid che morirono ai piedi di quel gigante spietato.

Il castello di Adare mantenne la sua inviolabilità per oltre 200 anni: la sua leggendaria capacità di respingere ogni tipo di attacco fu decisiva durante la guerra del 496-497, dove i migliori reparti dell'esercito del padre di mio padre vennero annientati ai suoi piedi. Mi guardai intorno; molti di questi alberi avevano il fusto grande a sufficienza per aver visto il vano tentativo di ritirata da parte dei pochi superstiti di quello scontro: a nessuno di loro fu concesso di tornare indietro.
Il mio sguardo si posò su Malaki e Jen: gli occhi di entrambi erano fissi su quelle mura nere. Con tutta probabilità erano assorti nei miei stessi pensieri.

"Raccontami la loro storia" chiesi, dopo qualche minuto di silenzio.

Malaki prese la parola. "La maggior parte di loro morì nei pressi delle mura: quegli spalti consentono di scagliare frecce a una grande distanza e l'altezza consente all'arciere di mantenere la traiettoria tesa, capace di perforare qualsiasi armatura. E se il colpo non uccideva subito, non di rado il veleno finiva il lavoro per lui". Malgrado facesse di tutto per trattenersi, potevo sentire l'amarezza e la rabbia presente nelle sue parole. Non aveva preso parte a quella battaglia, ma molte persone a lui vicine avevano perso la vita in quel modo: amici, parenti, compagni d'armi.

Dopo un momento di silenzio, si sforzò di proseguire. "Il dio dei miasmi aveva fatto la sua comparsa qualche mese prima, in occasione del loro primo attacco. Il morso di qualsiasi freccia era mortale, a meno che non venisse trattato nel giro di poche ore: purtroppo non eravamo equipaggiati per una simile evenienza, e subimmo grandi perdite nel corso dei primi scontri. L'avanzata delle truppe di Keib portarono la guerra oltre le colline, a ovest: la loro ondata si infranse contro il castello di Valamer, da dove partì la nostra controffensiva. E fu a quel punto che i nostri nemici decisero di ripiegare: i soldati di Beid vinsero un paio di battaglie marginali sulle colline e quegli effimeri successi li condussero fino a qui, dove incontrarono una morte crudele e spietata, che ci costò la guerra e la perdita di tutti i territori a ovest di Valamer".

"... E la vita di mio nonno", aggiunsi: Malaki si limitò ad annuire. Non avevo mai conosciuto il padre di mio padre, quasi quattro anni mi separavano dalla sua morte. Una morte che era avvenuta a poche centinaia di metri da dove mi trovavo, ai piedi di quella creatura nera la cui gigantesca carcassa giaceva ferita a morte di fronte a me.

"Dove sono sepolti?" chiesi ancora, riprendendo fiato.

"I pochi che ebbero la fortuna di morire tra questi alberi restarono qui: molti di loro vennero recuperati e fu loro data una sepoltura dignitosa nei pressi di Valamer. Purtroppo", aggiunse, "tuo nonno non ebbe questa sorte: perse la vita insieme alla maggior parte dei suoi uomini, nei pressi delle mura".

"E... cosa ne fu, di loro?"

Malaki scosse la testa. "La maggior parte dei corpi venne trasportata verso le cave d'argento. Quella zona è piena di scavi interrotti e spaccature naturali, la maggior parte di loro venne gettata lì".

"E' orribile", pensai.

Malaki annuì. "Per anni Adare fu considerato un posto maledetto dai nostri soldati: un luogo mortalmente pericoloso, infestato dagli spiriti e dalle anime insepolte dei tanti morti di quel giorno. Questa fama portò all'isolamento dei Keiros, la famiglia che viveva al suo interno e che sembra avesse diffuso tra l'esercito di Keib le pratiche sacre al dio dei miasmi..."

"E soltanto nove anni dopo", lo interruppe Jen, "fu causa della loro disfatta". Proseguì nel racconto, raccontando altri eventi di cui ero a conoscenza: il castello di Adare era caduto nel 506 dopo un lungo assedio portato dagli uomini di mio padre: la perdita di quel baluardo costò a Keib la perdita dei territori acquisiti nove anni prima e il lato orientale delle colline Khadan, che comprendeva le cave d'argento. "In tal modo", concluse fieramente, "i morti del 497 tornarono finalmente a riposare in terra di Beid, e fu possibile dar loro degna sepoltura".

Abbandonammo quella zona qualche ora dopo, non senza aver celebrato una funzione in memoria delle innumerevoli vite che si erano spente nel corso degli anni passati. D'altronde, era improbabile che Sir Thomas avesse continuato in quella direzione: gli uomini di guardia al castello di Adare risposero a Malaki di non aver visto nulla di insolito, e di certo non avrebbero potuto non notare tre uomini a cavallo, specie considerando che non avevano alcun motivo per nascondere la loro presenza o le loro insegne. Tanto Malaki quanto Jen storsero il naso quando mi sentirono includere i caduti di Keib nella preghiera: il nostro giudizio nei loro confronti aveva il dovere di arrestarsi al momento della loro morte, e da quel punto in avanti diventava prerogativa degli Dei e loro soltanto.

La sera del 12 ci ritrovammo con gli altri gruppi al centro delle colline, presso il punto d'incontro precedentemente designato. Fu lì che, con mia grande sorpresa, incontrai lo sguardo di sir Thomas.

"Non dovevate correre questo rischio", mi disse scendendo dal suo cavallo e avvicinandosi a me. "Se porto questa spada è anche per far sì che non dobbiate mai salire su queste colline".

"Sono felice di vedere che state bene", risposi. "Avevamo modo di credere che poteste essere in pericolo".

Scosse la testa. "A dire il vero, le nostre spade sono sempre rimaste nel fodero. La nostra non era che una missione di ricognizione per conto di vostro padre: e a questo proposito", aggiunse accennando un inchino, "vi chiedo di consentire a me e ai miei uomini di proseguire con l'incarico che ci è stato assegnato. Abbiamo perso le prime ore dell'alba, ma se gli Dei ci doneranno un'altra giornata di sole potremmo essere di ritorno l'indomani sera, in tempo per il ricevimento di dopodomani".

Il suo sguardo si rabbuiò quando mi vide scuotere la testa. "Non posso farlo", dissi. "Vi chiedo il favore di tornare a palazzo".

"Temo di essere costretto a smentirvi", rispose dopo una breve pausa: "ma mi trovo obbligato a ricordarvi che l'incarico che ho ricevuto proviene direttamente da vostro padre, ed è a lui che rispondo... non a voi".

Non mi lasciai scoraggiare: avevo ascoltato la conversazione tra mio padre e sir Thomas, e sapevo di non infrangere alcun ordine specifico di mio padre. Al contrario, le notizie che erano giunte in mio possesso, se vere, rischiavano di mettere a repentaglio la vita di un soldato che per mio padre sarebbe stato impossibile rimpiazzare. "Ho ricevuto alcune informazioni in base alle quali siete a rischio di un attentato alla vostra vita", risposi restando calma. "Qualcuno che conosce il vostro valore come soldato potrebbe aver deciso di volervi morto, e sappiamo che i nostri nemici non esitano a chiedere ogni sorta di aiuto per raggiungere i loro scopi. Per questo motivo, vi chiedo di essere prudente al punto da tornare a palazzo con tutti noi".

"Non è una decisione che posso prendere", rispose sir Thomas. "Il mio compito non prevede la possibilità di essere scontato nè dalla prudenza nè dalle vostre richieste. Non appena sarò di ritorno prenderò in massima considerazione queste informazioni, ma ora sono costretto a chiedervi il permesso di lasciar proseguire me e i miei uomini". Il suo tono era rispettoso quanto deciso: non lo avrei convinto, non con questo tipo di argomentazioni. Tirai fuori l'incartamento consegnatomi da mio padre il marchese: prima di porgerlo a sir Thomas volsi lo sguardo in direzione di Malaki, che sorrise sotto i baffi, scuotendo la testa.

"Questo", disse il capitano, mentre lo leggeva, "dice che siete incaricata di svolgere le mie mansioni fino al mio ritorno. Il marchese vi ha dato l'autorità di occuparvi del palazzo", aggiunse poi, consegnandomi indietro il foglio, "non di ordinarmi di rientrare".

"E' vero: non posso ordinarvi di rientrare, ma posso svolgere le vostre stesse mansioni. Se davvero volete continuare la perlustrazione, verrò con voi".

"Non credo proprio", esclamò lui. "Non posso certo permetterlo, specialmente dopo quanto mi avete detto: con tutto il rispetto voi non siete un soldato, e queste colline sono pericolose".

"Sono un soldato esattamente quanto voi", risposi prontamente. "E queste colline rischiano di essere più pericolose per voi che per me: non ho l'autorità per ordinarvi di rientrare, ma tanto mio padre quanto la mia chiesa mi danno quella necessaria per impedirvi di affrontare un simile pericolo da solo".

La discussione durò un pò di tempo: il vantaggio di conoscere i dettagli del suo incarico mi consentiva di spingermi al di là di quanto normalmente avrei potuto fare, ed alla fine le mie argomentazioni riuscirono a spuntarla sulla risoluzione di sir Thomas. Il punto più difficile fu sostenere il suo sguardo quando rivelai la fonte delle informazioni che avevo ricevuto: potevo percepire la sua fatica nel mantenere un tono calmo e composto, non appena seppe di essere stato scavalcato.

"E sia", disse alla fine, "torneremo a Beid insieme e ascolteremo le dichiarazioni di questo individuo. Voglio sperare che non abbia abusato del vostro buon cuore, individui del genere non aspettano altro che trovare un animo gentile su cui far leva". Annuii in silenzio, senza dire nulla: piu' tardi mi sarei trovata a riflettere sui molti significati di quella frase.

E fu così che, in quindici persone, decidemmo di accamparci per la notte. La mattina seguente avremmo mosso tutti insieme in direzione di Beid, raggiungendo il palazzo in tempo per i preparativi dell'imminente matrimonio.

Nessuno di noi era preparato al tragico e inspiegabile evento che sarebbe accaduto di li' a poco.

(continua)

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12 maggio 517
Giovedì 5 Aprile 2007

Il sesto giorno

La conversazione con Jen era piuttosto stimolante e, a differenza dell'ultima volta, ero io quella con più viaggi sulle spalle e un numero maggiore di cose da raccontare. Certo, se al posto mio ci fosse stata Jen con gli amici di Caen, le cose sarebbero andate molto diversamente: il malvagio Hakon, il razziatore che non si fece scrupolo di depredare un santuario di Pyros, avrebbe avuto una spada in più rivolta verso di sè e la sua armata di vigliacchi. E qualcosa sarebbe cambiato anche nelle profondità del Miestwode: forse lei sarebbe stata capace di difendere Abel... Tuttavia, non era andata così: la sorte aveva deciso di mettere me a ricoprire quel ruolo, ed ogni singola volta le mie ginocchia si erano piegate, incapaci di sorreggermi quel tanto che bastava per adempiere ai miei doveri e difenderli con la spada.

Jen ascoltava i miei racconti in silenzio, mentre cavalcava. A differenza di Malaki, il suo atteggiamento nei miei confronti era spigliato e decisamente diretto.

"Devi ringraziare di essere ancora viva: i Nordri sono guerrieri formidabili, non c'è niente di cui vergognarsi a perdere uno scontro con loro. E poi il loro capo è morto, no?"

Era vero. Hakon il malvagio era morto, il suo corpo orribilmente macerato dall'operato di forze arcane provenienti dalla voce e dai gesti dello stregone che nostro malgrado ci aveva seguito. Stando al racconto di Eric egli aveva pronunciato parole arcane, aggravando a dismisura le già compromesse condizioni di salute del barbaro e provocandone la morte in preda a spasmi di dolore.

Lothar: lo stesso individuo che, pochi giorni prima, aveva salvato dalle fiamme gli occupanti di una casa che non ero riuscita a mettere in salvo. Colui che di lì a poco sarebbe diventato il maestro di Guelfo, colpito dall'efficacia del suo tremendo potere in misura di certo maggiore che non dai miei patetici tentativi di difendere quel sacro suolo. Fino a quel momento, malgrado fossi cosciente dei miei limiti con la spada, ero convinta di poter dare se non altro un segnale, un esempio della forza degli ideali professati dalla mia fede: ma era davvero cosi'?

Non raccontai a Jen i dettagli di quello scontro, così come le tenni nascosto il mio giuramento e l'impegno di servire gli obiettivi della Rosa. Ma non riuscii a tenerle nascosti i dubbi che mi attanagliavano da quando Malaki aveva appoggiato la punta della sua spada sul mio cuore, provocando in me una ferita non meno grave di quanto avrebbe prodotto un affondo portato a piena forza.

"Andiamo, cos'è quella faccia? Sei ancora giovane, hai tutta la vita davanti!", si limitò a dirmi inizialmente, mentre addentava una mela durante una delle nostre pause. Ero talmente immersa nei miei pensieri che mi dimenticai di risponderle... grosso errore. Un torsolo di mela mi colpì sul capo, producendo un rumore simile a una bottiglia di vetro sigillata quando la si apre per la prima volta.

STOC!

La guardai perplessa, non sapendo cosa fare. Perche' lo aveva fatto?

"Visto? Suona a vuoto! Quindi è inutile che fai finta di pensare", disse alzandosi e venendo verso di me, "tanto non ci crede nessuno. La verità è soltanto una, e la sai benissimo. Non sei tagliata per questa vita: vivere all'aperto, cibarsi di bacche, cacciare, pescare, arrangiarsi, tirare di spada contro qualcosa di diverso da un manichino o un istruttore che ti faccia vincere apposta... Questa è la verità. Questo è il mio mondo, ma non il tuo: per te il posto è soltanto uno, l'altare, e dovresti ringraziare il cielo di poter scegliere se stare in piedi dietro di esso o davanti e in ginocchio".

Continuai a guardarla, senza dire una parola: le sue parole facevano male.

"Tra l'altro", continuò portandosi un dito alla fronte, "io fossi in te non ci starei troppo a pensare: tuo padre guarda lontano e non si accorge tu hai già scelto qualcuno di molto, molto vicino. Non è forse cosi'?" disse sorridendo.

Scossi la testa, senza ricambiare il sorriso. "No", risposi costernata, "non è così. E mi ferisce davvero che tu possa crederlo. Credevo che mi volessi bene, che potessi comprendere ciò che sto passando e rispettare le scelte che ho fatto". Possibile che parlasse sul serio? D'un tratto non la riconoscevo più. Guardai Malaki, intento a lavare le scodelle su cui avevamo appena pranzato. Anche lui non batteva ciglio, malgrado avesse quasi certamente sentito tutto.

"Non mi sembra che tu faccia nulla per difenderle o sostenerle: nulla di pratico, almeno. La spada si studia, si impugna, si vive. Tu forse la impugni? No, apri la bocca e parli. La sfoderi forse ogni giorno per allenarti? No, apri i libri e leggi. Tu sei fatta per impugnare la penna, non la spada: è così che hai impostato la tua vita, e anche se sei ancora in tempo per cambiare ti consiglio di chiederti se è quello che realmente vuoi". E cosi' dicendo mi tirò un altro torsolo.

STOC!

"Tu potresti allenarmi", le chiesi dopo un attimo di esitazione. "Potresti..."

"O magari", mi interruppe subito, "posso convincerti a indossare la tunica invece dell'armatura. Potresti servire gli dei senza sanguinare, senza provare vergogna per te e per loro ogni volta che rovini a terra".

Scossi la testa, energicamente: era un discorso che mi era stato ripetuto almeno altre due volte, da entrambi i padri a cui gli Dei mi avevano affidato: tanto il mio genitore quanto padre Jacques a Foucault avevano espresso la loro perplessità di fronte alla scelta che intendevo compiere, ed entrambi avevano finito con l'accettare la mia decisione a intraprendere la strada che maggiormente sentivo. E, malgrado la sensazione di impotenza degli ultimi giorni, quella scelta continuava ad ardere al centro del mio cuore, alimentata da una fiamma tanto ardente e vigorosa da non poter essere spenta da nessuna lacrima.

Prima di rispondere, mi alzai in piedi. "Il mio posto è qui, con voi: con l'armatura, con la spada. Posso scegliere di non sfoderare quest'ultima, e di combattere con altri mezzi, ma non possiedo la facoltà di stabilire la direzione che la mia fede deve intraprendere a seconda delle mie emozioni".

Jen mi guardò per alcuni istanti. Poi sorrise, annuendo con il capo. Guardandola, mi resi conto dello sforzo che dovevano esserle costate le precedenti parole: a suo modo aveva cercato di aiutarmi, come Malaki. Erano molto diversi tra loro, ma l'affetto che provavano nei miei confronti era lo stesso. La ringraziai con lo sguardo, in silenzio: "vorrei davvero che fosse così semplice come lo è per te, Jen", pensai mentre la guardavo.

In seguito non parlammo più di questa cosa. Restammo sulle colline Khadan per quasi 2 giorni, senza trovare alcuna traccia di sir Thomas e dei suoi uomini. Le visioni smisero temporaneamente di tormentarmi, senza però che il mio sonno si decidesse a stabilizzarsi: giorno dopo giorno continuavo ad accumulare stanchezza, e sebbene mi sforzassi di tenerlo nascosto ai miei compagni di viaggio mi era diventato pressoché impossibile compiere qualsiasi azione diversa dallo stare a cavallo e dal mangiare. Al termine del secondo giorno, poco prima dell'imbrunire, Jen si fermò ad osservare la corteccia di un albero con fare preoccupato.

"Guarda qui", disse rivolta al fratello, che si affrettò a confermare la sua impressione. Per quello che potevo vedere, la corteccia non aveva che alcune venature, più che normali su un albero di quell'età e di simili dimensioni.

"Cosa succede?" chiesi, vedendoli preoccupati.

"Cugini", rispose Jen. "Il loro linguaggio degli alberiè cambiato e non sono capace di leggerlo, ma di certo sono stati qui da poco: questi segni sono ancora freschi".

Il linguaggio degli alberi: ero al corrente di questa particolarità dei soldati di Keib, addestrati a marcare il territorio ostile con segni in grado di poter essere riconosciuti dai loro compagni d'armi: successivamente alla guerra del 506, l'alto numero di prigionieri catturati sul campo di battaglia aveva dato alla marca di Beid il vantaggio di poter apprendere tale strumento nel corso degli anni, costringendoli a modificarlo progressivamente.

"Perché utilizzare il linguaggio degli alberi se l'obiettivo è sir Thomas?" chiesi. "Significa forse che sono organizzati in più squadre, come noi?"

"Ne dubito", rispose Malaki. "Una singola pattuglia ha discrete possibilità di eludere le torri di avvistamento, se è poco numerosa e si muove con circospezione: ma molte pattuglie rischiano di commettere molti errori, e uno solo di essi potrebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza di tutte".

"E allora, perché..."

"Ci sono varie possibilità", intervenne Jen. "La prima è che abbiano un esploratore davanti a loro, con il compito di segnalare la posizione delle delle nostre vedette al drappello che lo segue a ragionevole distanza".

"E la seconda?" Chiesi: il suo tono di voce era strano, potevo leggere la preoccupazione di entrambi.

Malaki impiegò alcuni minuti per scrutare il terreno che circondava quell'albero: dopo qualche passo si fermò, indicando con la punta dello stivale quella che poteva essere la traccia di un uomo solo.

"La seconda", disse poi, gravemente, "è che non segnalino affatto le sentinelle o le vedette di Beid".

Alzò la testa, incontrando il mio sguardo che lo fissava con aria interrogativa.

"Keib", disse poi, indicando verso est. "Chiunque abbia lasciato quei segni, lo ha fatto per qualcuno diretto in quella direzione".

"Questo potrebbe significare che sir Thomas sta bene!", intervenne Jen, con aria sollevata. "Magari è semplicemente un segnale rivolto ad altre vedette più avanzate".

"O magari", continuò Malaki, "rivolto a qualcuno che abbia motivo di temere le vedette di Keib. Magari su queste colline c'è davvero qualcuno intenzionato a togliere di mezzo sir Thomas", aggiunse poi, tenendo lo sguardo fisso, "ma comincio a pensare che potrebbe avere ben poco a che spartire con i nostri cugini".


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11 maggio 517
Martedì 3 Aprile 2007

Il quinto giorno

Il sole era ormai prossimo al tramonto quando Jen decise di fermare il cavallo, indicandoci un avvallamento distante un centinaio di metri dal sentiero che stavamo percorrendo. Non sembrava comodo, ma se non altro avrebbe fornito un riparo abbastanza sicuro.

"C'è anche un torrente da quelle parti" esclamò con un sorriso, notando la mia espressione perplessa. "E' l'ideale, ha tutte le comodità". Così dicendo scese dalla sua cavalcatura con l'intenzione di piantare le tende finché c'era luce. Prima che io e suo fratello potessimo seguirla era già a una ventina di metri.

"Avanti, pelandroni!" disse voltandosi a guardarci.

"Non provocarmi, rospetta" le rispose Malaki, "quando deciderò di muovermi alla svelta non ci capirai niente. E cerca non allontanarti da noi in questo modo, ricorda quello che stiamo facendo".

Jen alzò le spalle, guardandosi intorno: "conosco questo sentiero come le mie tasche: vengo spesso da queste parti quando ho voglia di stare un pò da sola o per allenarmi con la spada o a cavallo, e posso assicurarvi che non ho mai incontrato anima viva".

Probabilmente aveva ragione: la zona ovest delle colline Khadan era saldamente sotto il controllo dei soldati di Beid da diversi anni: inoltre, le torri d'avvistamento costruite dagli uomini di mio padre fornivano una visibilità sufficiente a rendere poco prudente un'avanzata ostile. Eppure, stando a quanto dichiarato dall'uomo-dal-nome-impronunciabile, Rosalie si trovava in un luogo ancora più vicino alla mia città natale: una caverna in cui lui stesso era stato imprigionato, senza peraltro conoscerne l'ubicazione. Lo avevano bendato, cosi' aveva detto.

...

"Come osi pronunciare simili menzogne davanti a un paladino di Pyros? Sir Thomas sarebbe pronto a dare la vita per la sua città e per mio padre!" La voce uscì dalla gola rapida come il vento prima che potessi spogliarla dell'ira che, vincendo per un istante il mio controllo, era riuscita a spillare il suo veleno nelle mie vene.

"A giudicare da questa reazione", commentò l'individuo dietro le sbarre, "qualsiasi monito sarebbe inutile. Non temete milady, non ho intenzione di infrangere un'altra volta il mio giuramento al vostro cospetto: il vostro cavaliere possiede verso la vostra terra una fede forte almeno quanto quella che voi stessa riponete in lui. Ed è proprio per questo, e per le sue abilità di comandante e di uomo d'armi, che hanno deciso di farlo a pezzi. E credetemi se vi dico", aggiunse poi scostandosi i capelli dal collo, "che non è uno scontro che si possa vincere con le armi che quelli come lui e come me siamo soliti impugnare".

Feci per parlare, ma la bocca rifiutò di muoversi, restando semiaperta di fronte alla ferita che l'individuo di fronte a me aveva deciso di mostrarmi attraverso le sbarre. Arretrai, terrorizzata: sebbene non l'avessi mai vista prima, ricordavo fin troppo bene le parole di chi aveva provato a descrivermela; artigli profondi come quelli impressi in quella ferita avevano già incominciato a scavare nel mio passato.

L'uomo di Focault. Il misterioso individuo che tutti avevano sentito e che nessuno aveva visto, che secondo il racconto di Valerie ci aveva protette da un grande pericolo per poi svanire nell'oscurità della notte dopo aver riportato una gravissima ferita al collo. "Pesanti artigliate, come quelle di un enorme lupo: il marchio del Caos Primitivo": queste erano state alcune delle parole della mia amica. La mia mente sapeva che poteva trattarsi di una coincidenza, ma lo sguardo con cui l'individuo dietro le sbarre osservava il mio sgomento sembrava asserire il contrario in modo altrettanto deciso.

"Cosa... cosa significa?" mi limitai a balbettare, confusa e spaventata.

"Che Sir Thomas è il primo della lista", rispose. "Lo toglieranno di mezzo prima del matrimonio, nei giorni in cui Beid sarà troppo occupata a guardare altrove per dar peso alla sua scomparsa... Passeranno alcuni giorni, troppi: poi alla festa seguirà il dolore, ma a quel punto sarà troppo tardi".

Come lava che sgorga fuori dalla bocca di un vulcano quel fiume di parole ardeva senza produrre fuoco, incenerendo l'aria intorno a me senza lasciar intravedere alcuna traccia della luce di Pyros, impedendomi di respirare. Sir Thomas era il primo della lista: chi sarebbe venuto dopo? Mio padre? Mio fratello?

Accortosi delle mie difficoltà ad accettare tale rivelazione, Malaki si affrettò a intervenire. "E sentiamo, genio della lampada", esclamò, "quale plotone di soldati di Keib ha deciso di andare incontro a morte certa volgendo le armi contro sir Thomas e i suoi uomini?"

E fu a quel punto che l'uomo fece per la prima volta quel nome: il Caos Primitivo. Ci parlò di uno strumento di morte, le cui corde erano manovrate dall'immonda divinità il cui nome atroce non è degno di essere pronunciato. Uno strumento giovane e potente, la cui anima corrotta è stata ricompensata con doni tali da renderlo pressoché invincibile. "Nell'istante stesso in cui l'ho affrontata", aggiunse, "ho capito che non possedevo la fede sufficiente per averne ragione. Le omissioni simili a menzogne che ero stato costretto a adoperare per arrivare a lei giustificavano forse il mio fine, ma avevano finito col togliermi l'unica cosa che avrebbe potuto garantirmi la vittoria".

"Questo non mi stupisce affatto", aggiunse Malaki, "considerando il casino che sei riuscito a fare qui da noi".

Dopo quella rivelazione, l'interrogatorio si avviò rapidamente alla sua conclusione: avevo bisogno di molte altre risposte, ma le dichiarazioni sul pericolo corso da sir Thomas e da Beid richiedevano un'immediata conferma o smentita: non c'era tempo da perdere.

Fu con il cuore gonfio di quelle parole gravi che io e Malaki spendemmo le successive due ore scendendo per il ripido sentiero che da Valamer ci avrebbe riportati a Beid: la storia di June e Joan era servita per allontanare temporanemente quella tensione, ma Malaki sapeva che non era certo un rimedio momentaneo quello che avevo intenzione di ottenere quando gli chiesi di aiutarmi a compiere ciò che sentivo di dover fare.

"Fatemi indovinare. Noi due da soli sulle colline Kadhan all'inseguimento di Sir Thomas, per avvertirlo del pericolo imminente e riportarlo a palazzo sano e salvo. Sapete, c'è una cosa che devo proprio insegnarvi sulle favole: hanno il brutto vizio di funzionare molto meglio quando è il cavaliere a salvare la principessa, e non il contrario...".

"Non si tratta di salvarlo, ma di andare in suo aiuto. Non da soli, certo: se facciamo in fretta possiamo organizzare due o tre gruppi e partire domattina all'alba. In ogni caso, io farò parte di uno di loro; che tu lo voglia o no io non sono una principessa, ma una semplice Paladina con il dovere di farlo".

"Con tutto il rispetto", mi rispose scuotendo la testa, "Voi avete soltanto il dovere di avvisare vostro padre: non siete un soldato. Avete molte qualità e coraggio da vendere, ma vi ho osservato quanto basta per sapere che c'è una cosa che non sapete fare".

"Se vi riferite al combattere", lo interruppi, "vi state sbagliando: ho imparato a utilizzare la spada tanto in caserma quanto in seguito, sul camp..."

Ero talmente concentrata a difendere le mie ragioni che non lo sentii neppure arrivare: il fendente sfiorò il mio volto cona rapidità impressionante, quasi invisibile.

"Ed era nel fodero", disse Malaki, con un'espressione grave. Con un rapido movimento del polso cambiò leggermente l'impugnatura della spada, poi si proiettò addosso a me con tutto il suo peso: questa volta riuscii a schivarlo, ma non ad allontanarmi quanto bastava per sottrarmi alla sua presa. La sua mano guantata mi strinse il collo, spingendomi per un paio di metri fino a piantarmi con le spalle contro un albero. Non potevo vederla, ma sentivo la punta della sua spada sfiorarmi appena il petto, all'altezza del cuore.

"Voi avete coraggio e siete molto convincente", disse poi, guardandomi negli occhi: "ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".

Restò per alcuni secondi a guardarmi: poi mi lasciò, volgendomi le spalle. Non gli piaceva vedermi piangere. Ma questa volta le lacrime restarono prigioniere dei miei occhi. Erano tante, troppe per farle uscire ora: le avrei liberate soltanto dopo, da sola.

"Non mi importa", dissi.

"Beh, a me si: non intendo portarvi al macello per sostenere la vostra ostinazione a portare alla cinta uno strumento di morte che riuscite a malapena a sguainare. Organizzeremo quei gruppi, ma voi non verrete con noi: qualcuno deve portare la notizia a vostro padre nel caso in cui non dovessi torn... ehm, trovare Sir Thomas".

"Non mi importa di essere inutile", esclamai con maggior forza. "Mi limiterò a difendermi, evitando i colpi dei miei nemici senza aprire la mia guardia, aspettando il vostro aiuto. E se non vorrete che impugni questa spada, ebbene non la impugnerò, ma in ogni caso mi recherò su quelle colline: il sacerdote con cui ho parlato mi considerava un soldato degli Dei, e ho intenzione di adempiere al mio incarico. Inoltre non ci recheremo lassù per combattere, ma solo per avvisare Sir Thomas e i suoi uomini della minaccia imminente. Quanto alla notizia a mio padre sarò io stessa a dargliela, ma non sarete nè tu nè lui a impedirmi di partecipare".

La giornata proseguì senza sosta: Malaki parlò con alcuni soldati di sua conoscenza mentre io mi recai alla chiesa di Pyros, rivelando le informazioni apprese sulla possibile presenza del Caos Primitivo all'interno delle colline Khadan: come risultato dei miei sforzi, due paladini chiesero e ottennero l'onore di accompagnare i gruppi che Malaki stava organizzando. Il sole era già calato quando ci radunammo per contarci: dodici uomini. Il piano di Malaki prevedeva di battere la zona collinare più vicina a Beid in quattro gruppi da tre alla ricerca di tracce, per poi unirsi in due gruppi da sei prima di addentrarsi nella zona più confinante con Keib: i miei due compagni sarebbero stati Malaki e sua sorella Jen, buona combattente e ottima esploratrice.

La cosa più difficile quel giorno fu convincere mio padre: il nostro colloquio durò diverso tempo, nel corso del quale gli spiegai quanto la mia presenza fosse necessaria. Ad essere minacciate erano le nostre terre, e nè lui nè Ryan avevano modo di allontanarsi in quei giorni tanto importanti quanto delicati. Questo faceva di me l'unica rappresentante della famiglia in grado di prendere parte attiva all'impresa; lo pregai di mantenere l'impegno preso il giorno precedente nel consentirmi di esercitare il mio compito di Paladina. E alla fine, malgrado le forti resistenze, riuscii ad ottenere il suo permesso.

Una volta nelle mie stanze, decisi di liberare la mente e allontanare ogni pensiero che potesse portarmi sogni o visioni: avevo bisogno di recuperare le forze, e per far questo era necessario riempire la mente di volti amici e ricordi felici. Con questo spirito decisi di scrivere una lettera alla mia amica Julie, indirizzandola al luogo dove l'avevo lasciata l'ultima volta. Il pensiero rivolto agli amici di Caen riuscì effettivamente a liberare la mia mente, che quella notte non fu oggetto di sogni o visioni. Ma quella vittoria fu l'ultima che ottenni: il sonno decise ancora una volta di ignorare le mie preghiere, limitandosi a cullarmi per due o tre ore lontane tra loro.

...

Il campo era solido e ben riparato, proprio come aveva detto Jen. La nostra cena fu un pasto frugale a base di pane, frutta e noci: il giorno seguente, tempo permettendo, sarebbe stata la volta della carne. Prima di coricarci per la notte tirammo a sorte per stabilire i turni di guardia. A me toccò il primo. Lo passai in silenzio, osservando a tratti i due fratelli addormentati: sarei riuscita a fare la mia parte per proteggerli, o ero davvero destinatata ad essere un peso? Ripensai alla conversazione avuta con Malaki, alla sua spada puntata sul mio cuore. No, non sarei riuscita a fare la mia parte: non sarei mai riuscita a proteggerli, nè loro nè tantomeno Julie e gli altri amici di Caen; non con la spada che portavo al fianco.

La luna mi guardava, dall'alto: ripensai ad Abel, al modo in cui sapeva infondere sicurezza e fiducia nei momenti in cui tutto sembrava perduto; al ruolo insostituibile che aveva, al vuoto che aveva lasciato e che mai nessun altro sarebbe riuscito a colmare. Mai come in questo momento mi mancavano la sua forza e il suo coraggio. "Perchè, Abel?", mormorai. "Perchè te ne sei andato?"

Questa volta le lacrime non vollero sentire ragioni; misi una mano davanti agli occhi e le lasciai cadere, abbandonandomi lentamente ad esse.


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10 maggio 517
Lunedì 2 Aprile 2007

Il quarto giorno (terza parte)

June e Joan erano le due figlie di un ricco mercante che viveva in una piccola città tra i monti Allston. Nonostante fossero molto simili nell'aspetto avevano un carattere molto diverso: June amava la vita mondana, i viaggi e il divertimento, mentre Joan preferiva restare a casa, dedicandosi allo studio e allo svolgimento delle faccende domestiche. Nel corso di uno dei suoi viaggi June conosce un individuo tanto affascinante quanto malvagio che la convince a venire via con lui: riuscito nell'intento, costui tenta di far confessare alla ragazza il luogo dove il padre custodisce i proventi dei suoi commerci, ma la ragazza, accortasi della troppa insistenza, si rifiuta di rivelarlo. Quel rifiuto accende l'ira dell'uomo, che la rinchiude nella sua dimora e le strappa il ciondolo che porta al collo.

Quello stesso giorno, l'individuo si reca alla residenza del padre con l'intento di chiedere un riscatto in oro per la vita dell'ancora ignara ragazza, ma una volta giunto a destinazione si imbatte in Joan: attratto dalla possibilità di rapire anche lei si presenta come un mercante amico del padre, ma la ragazza non gli concede altro che una breve conversazione, declinando cortesemente l'invito di recarsi a passeggio con lui e rendendo di fatto impossibile il rapimento. Furioso per l'ennesimo rifiuto, l'uomo le rivela di aver rapito la sorella mostrandole il ciondolo strappato, dichiarando di volere come riscatto non già l'oro, ma lei stessa.

Dopo qualche attimo di riflessione Joan prende la decisione di accettare, ma soltanto a patto che la sorella venga rilasciata il giorno stesso, e che non sia informata di tale accordo: dà la propria parola che, una volta che questo sarà avvenuto, non avrebbe mancato di mantenere il suo impegno. L'uomo, soddisfatto per aver ottenuto tale impegno, acconsente alla richiesta e libera June, che una volta a casa corre ad abbracciare la sorella convinta che la triste avventura sia finita. Joan ascolta il racconto di June e le dice che non dovrà più preoccuparsi, per poi uscire per sempre dalla porta del suo palazzo per non tornare mai più.

"E poi?" Chiese Malaki, visibilmente insoddisfatto della conclusione.

Lo guardai perplessa: "e poi... non c'è un poi. Finisce cosi', con Joan che si allontana all'orizzonte..."

"Non ci credo", esclamò scuotendo la testa. "Non è certo così che finisce una favola."

"Non è una favola, infatti", risposi sorridendo. "è una leggenda che ha ispirato una serie di canzoni e di ballate, molte delle quali possono essere ascoltate in molte delle locande di Beid e della zona sud di Amer".

"Dopo quello che ho sentito in quelle segrete, non ho intenzione di intristirmi ulteriormente", sentenziò Malaki. "Non esistono leggende che non abbiano almeno un lieto fine, e non riesco a immaginare nessuno migliore di voi a trovarne uno nel caso in cui questa facesse eccezione: quindi, principessa", continuò lanciandomi uno sguardo di divertita severità, "il vostro umile servitore vi chiede di impegnarvi a farlo".

Erano passate quasi due ore da quando avevamo lasciato Valamer. La mia espressione, a seguito della conversazione avuta con l'individuo che fino a poco prima chiamavo Jack e il cui nome richiedeva ora uno sforzo mnemonico non indifferente, non doveva essere delle migliori. Malaki aveva rispettato i miei pensieri per molteplici minuti, per poi rompere il silenzio con l'unica domanda che poteva riuscire nell'intento di distogliermi per qualche tempo dal loro peso.

"Perchè ti chiamava Joan?", aveva detto. E quasi senza accorgermene, nel giro di qualche minuto mi ero già addentrata nella narrazione degli eventi di una delle letture più affascinanti in cui avevo avuto modo di imbattermi nel periodo che precedeva la mia esperienza a Focault.

"Mi avete ingannata", dissi scuotendo la testa e ricambiando lo sguardo arcigno e divertito: "conoscevate già la storia di June e Joan, compreso il suo finale alternativo".

"Ah, no di certo", si affrettò a rispondere il cavaliere. "A dire il vero qualcosa avevo sentito qui e là, ma non avevo mai avuto modo di ammirare il quadro completo. Quanto al finale alternativo", aggiunse, "confesso di preferirlo. Joan muore come un'eroina, ed è di certo un destino migliore che non abbandonarsi alle grinfie di quel bastardo".

In effetti, la leggenda di June e Joan possedeva più di un finale, frutto di una serie più o meno vasta di aggiunte e tradizioni differenti. La maggior parte dei cantastorie di Beid era solita aggiungere alcune strofe al finale originario: Joan avrebbe assunto del veleno subito prima di prestare fede al suo accordo; l'uomo malvagio lo avrebbe scoperto al momento di condurla all'interno della sua abitazione, vedendo la ragazza sbiancare e cadere in terra priva di vita. Respinto per la terza volta, il rapitore avrebbe quindi commesso il suo ultimo errore recandosi nuovamente al palazzo delle due sorelle, deciso ad ucciderle entrambe e finendo così preda delle guardie cittadine avvisate da June: e sono proprio le sue parole rotte dal pianto, mentre stringe tra le braccia il corpo senza vita della sorella, a costituire l'epilogo di questa versione dei fatti.

"Ecco, cosi' va molto meglio", esclamò raggiante Malaki non appena sentì il secondo finale. "Mantiene la sua tragicità e mi fa dormire sonni tranquilli: non voglio immaginare una ragazza come Joan viva e nelle mani di quell'individuo spregevole! Non la pensate così anche voi, principessa?"

"No", risposi con decisione. Malaki mi guardò, aspettandosi una motivazione.

Feci del mio meglio per non deluderlo. "La Joan della seconda versione prende la decisione di suicidarsi: un gesto che può essere visto da noi come coraggioso e in alcune circostanze persino nobile, ma che non è di certo tale agli occhi degli Dei. Coloro che ci hanno donato la vita sono gli unici ad avere il potere di togliercela, ed è alla loro benevolenza che dobbiamo trovare la forza di affidarci persino quando tutto sembra perduto: il suicidio indica il rifiuto di volerlo fare, chiudendosi ad ogni speranza, ad ogni fiducia che possano liberarci dalla nostra disperazione. No, la Joan di quel finale non mi fa certo dormire sonni tranquilli... E lo stesso dovrebbe valere anche per voi."

Malaki non disse nulla, limitandosi a riflettere su quanto avevo detto. "Non ci avevo pensato", disse dopo alcuni minuti. "Tuttavia, questo non depone certo a vostro favore: vi ho chiesto un finale migliore, e me ne avete fornito uno che ora so essere persino peggiore del primo".

"E' vero", dissi sorridendo. "Mi dispiace. Come posso rimediare?"

"Ne voglio uno che faccia dormire sonni tranquilli, tanto a me quanto a voi. Accettate la sfida?"

"Quanto tempo ho?" chiesi, divertita da quell'insolita richiesta.

"Il tempo di tornare a palazzo".

"Se riesco nell'intento, promettete di aiutarmi a compiere quello che devo?"

Malaki a quel punto si fermò, guardandomi con aria improvvisamente seria. Era una richiesta difficile, un impegno che non valeva certo quanto il finale di una leggenda.

L'individuo in precedenza noto come Jack aveva dichiarato di chiamarsi Netjerikhet Zauemia Ruinethot: tre parole che costituiscono allo stesso tempo, stando a quanto ci ha raccontato, un nome e un titolo nobiliare, secondo le usanze di un'antica civiltà presente in alcune zone di Amer fin dai secoli dimenticati, prima che la luce rischiarasse le tenebre in cui brancolava la popolazione di Greyhaven. Sempre stando alle sue dichiarazioni, tale nome non appartiene originariamente a lui bensì ad un individuo vissuto oltre 200 anni fa: uno stregone che, insieme ad altri come lui, compiva degli studi in contrasto con la tradizione magica esistente. Tali studi non hanno mai raggiunto gli occhi di un sacerdote che potesse giudicarli poiché l'intera scuola è stata spazzata via da una famiglia nobiliare ansiosa di mostrarsi solerte ed efficace di fronte all'inquisizione al punto da imporre il proprio giudizio a quello del suo stesso tribunale.
Questo atto efferato ha di fatto provocato una reazione da parte di quegli uomini, emotiva quanto la persecuzione subita e satura del medesimo rancore. Per mezzo di un potente incantesimo lanciato dal loro maestro, gli spiriti di quegli uomini hanno potuto scegliere di restare sul piano materiale legando la loro essenza a quella di un certo numero di artefatti dall'aspetto di comuni carte da gioco. Da quel momento in poi la loro storia è fonte d'ispirazione e stimolo per la ricerca per un ristretto numero di individui, venuti a contatto con queste carte nel corso dei decenni e decise a continuare tale ricerca: uomini che in origine condividevano il medesimo fine ma che nel corso dei decenni hanno incominciato a dividersi in misura sempre maggiore, in parte inginocchiandosi di fronte alla Luce di Pyros, in parte rifuggendola per timore, rabbia o vigliaccheria.

"Se sei uno stregone, perché sei ancora in gabbia?" gli aveva chiesto a quel punto Malaki.

Ma a quanto pare, Netjerikhet Zauemia Ruinethot non era affatto un praticante di magia. La sua stirpe ha un legame di sangue con uno dei discepoli di tale scuola, e che ha deciso di portare avanti questa battaglia nonostante i suoi membri non possiedano più da decenni alcuna capacità magica: e fu proprio suo padre, stando alle sue parole, ad averlo chiamato con lo stesso nome che fu del suo antenato, per prepararlo a quella che secondo lui sarebbe stata "l'ultima battaglia". L'ultima, perché determinati fatti occorsi durante la guerra tra Beid e Keib intrapresa nel 506 avevano avuto l'effetto di accelerare in un modo o nell'altro l'epilogo della vicenda.

Quelle parole non mi aiutavano affatto: non erano antiche ricerche magiche o dubbie interpretazioni di avvenimenti remoti ad interessarmi in quel momento quanto informazioni su Rosalie: null'altro mi importava, neppure i sogni che mi tormentavano da quando avevo preso in mano quella carta che sembrava così innocua. "E' tutto collegato", fu la risposta alle mie richieste. Stando alle sue parole, tanto io quanto Rosalie possediamo le caratteristiche per prendere parte a questa battaglia. E lo stesso vale per altre persone, molte delle quali lui stesso afferma di non conoscere e che con tutta probabilità io per prima conosco meglio di lui.

"Ma in ogni caso ne conosci alcune", gli dissi a quel punto. "Di chi stai parlando?".

"Se te lo dicessi, Joan" mi rispose, "potresti voler correre da loro. E credimi, sarebbe l'ultima cosa da fare, specialmente con me dietro queste sbarre".

"E cosa dovrei fare, allora?"

"Devi essere prudente: evitare di correre rischi, di recarti in posti aperti o vulnerabili. E avvisare i vostri comandanti di un possibile attacco imminente da parte della baronia di Keib. Se avete degli esploratori, mandateli sulle colline a est: confermeranno quello che vi sto dicendo.".

Quella notizia mi fece gelare il sangue: senza bisogno di esploratori, le informazioni che avevo erano tristemente compatibili con quella rivelazione. Tuttavia, questa coincidenza non provava nulla, non da sola.

"Non ho modo di verificare una sola parola di ciò che hai detto", replicai di rimando. "Speri forse che quanto mi hai rivelato sarà sufficiente per farti uscire?"

"C'e' qualcosa che puoi verificare senza muoverti dal tuo palazzo, Joan: quanto al resto", aggiunse, rivolgendosi questa volta a Malaki: "di quanti uomini si compone la sua scorta?"

"Dipende", intervenne Malaki. "Per il momento uno, a cui si spaccheranno le nocche contro la tua faccia la prossima volta che la chiamerai con un nome diverso dal suo".

"Posso organizzare una spedizione", dissi: "di quanti uomini avrò bisogno?"

"Piu sono meglio è: l'importante è che sir Thomas Keen non sia tra questi".

Quell'affermazione mi sorprese: "Perché non dovrei? E' l'uomo più fidato agli ordini di mio padre, oltre che una delle migliori lame di Beid!"

"Questo", disse l'uomo dietro le sbarre, "è esattamente il motivo per cui non è salutare averlo vicino".

(continua)


scritto da Solice , 03:48 | permalink | markup wiki | commenti (0)