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- Sean Lakeman -
 
Solice Kenson
Cronache della Campagna di Caen
Solice Kenson
"Voi avete coraggio e siete molto convincente: ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".
creato il: 20/05/2005   messaggi totali: 91   commenti totali: 32
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8 maggio 517
Martedì 20 Febbraio 2007

Il secondo giorno

Mancavano soltanto 6 giorni al grande evento che tutti aspettano con ansia: il 14 Maggio dell'anno 517 mio fratello Ryan avrebbe preso in sposa lady Amy Ripley, sancendo l'unione tra le nostre due famiglie.

In tutta la città si poteva percepire un clima di festa e di gioia, e i fatti relativi alla mia insolita esperienza non erano fortunatamente riusciti a rovinarlo.

Mio fratello, non appena informato dell'incidente, si è precipitato nelle mie stanze: ha voluto che gli raccontassi tutto con dovizia di particolari, poi mi ha tenuta stretta per tutta la sera senza dire nulla, rifiutandosi di andare via anche quando vennero a chiamarlo per il banchetto del vespro. Abbiamo pregato insieme e parlato tantissimo, ed è stato grazie a lui che sono riuscita ad allentare la presa che la strana serie di eventi aveva cominciato a esercitare sulla mia mente. Ha insistito perché gli raccontassi le mie ultime esperienze a Focault e con i miei amici, ed è stato molto sorpreso di sentire che non si trattava di uomini di chiesa. Spiegargli tutto ha richiesto molto tempo, ma alla fine mi ha visto convinta della nobiltà d'animo dei miei nuovi compagni e credo che abbia deciso di fidarsi di me. La cosa che più mi è dispiaciuta è stata il non potergli dire della promessa fatta a padre Lorenzo: provo un sentimento di disagio a tenergli nascosto qualcosa, ma tale è il volere degli dei e ho tutta l'intenzione di onorare il mio giuramento e la fiducia che mi è stata accordata.

Ryan mi ha anche confidato tutte le sue paure a proposito del matrimonio: la sua paura di sentirsi inadeguato o inadatto al ruolo di consorte e di futuro feudatario ricorda molto da vicino i miei timori nei confronti della fede nel dio della Luce e della Verità. Ho cercato di trovare le parole giuste per rassicurarlo, spero tanto di essere riuscita a ricambiare parte dell'aiuto che mi ha dato.

Il sogno che ho fatto quella notte mi ha lasciata molto turbata. Probabilmente è stata l'impressione per i fatti avvenuti nel pomeriggio, ma mi è capitato di sognare Jack.

In realtà non lo vedevo, ma al tempo stesso ero consapevole della sua presenza durante tutto il sogno. Sapevo che mi osservava, forse nascosto da qualche parte, ma non riuscivo a capire dove: questo pensiero mi metteva addosso una certa ansia e mi impediva di fare qualsiasi cosa fuorché cercarlo. Inizialmente ero convinta di trovarmi nel palazzo di mio padre qui a Beid, ma man mano che aprivo le porte delle varie stanze il corridoio diventava via via più simile a quello del monastero di Focault.

D'un tratto, spalancando l'ennesima porta, mi sono trovata di fronte la stessa stanza che per molti mesi ebbi modo di condividere con Rosalie e Valerie. Ricordo di aver ripensato a come, sia pure per motivi diversi, entrambe avevano abbandonato quel luogo molto prima di me, e a quanto mi fossero mancate durante l'ultimo periodo della mia permanenza li'. Eravamo molto legate: io ero la piu' piccola delle tre, e non capivo come mai quella stanza per loro fosse così stretta.

"ma ora lo sai, no?"

A parlare era Jack, seduto su quello che una volta era stato il letto di Valerie. Aveva ragione, col tempo l'avevo capito: durante le cinque settimane impiegate a convincere padre Fran a farle uscire dal monastero fecero di tutto per portarmi con loro, ma io sapevo di non poterlo fare: avrei disonorato la mia fede e la mia famiglia.

"quindi le tue compagne hanno disonorato la loro fede e la loro famiglia".

No, erano più grandi di me e in ogni caso non hanno fatto nulla di male.

"se non hanno fatto nulla di male, potevi uscire anche tu". No non potevo, mi sarei persa e in ogni caso non ne avevo l'intenzione. "non ne avevi l'intenzione o non ne avevi il coraggio?" avevo promesso di non uscire mai. "quindi le tue compagne hanno infranto una promessa?" avevano ricevuto l'incarico da un sacerdote "lo sai benissimo come Rosalie ha ottenuto quell'incarico" no non lo so "si lo sai" no non lo so "si che lo sai" ho detto che NON LO SO "non lo sai o non lo vuoi sapere" NON LO SO!!! "non dovresti dire le bugie a quel punto tanto valeva uscire e andare a divertirsi" sono sempre tornate al monastero sempre sempre "e ti raccontavano cosa avevano fatto cosa avevano visto" non ascoltavo quei discorsi "si che lo facevi" non ascoltavo quei discorsi "volevi uscire" non volevo uscire "si che volevi uscire" NO NON VOLEVO USCIRE "non c'è niente di male a voler uscire" NON VOLEVO USCIRE NON VOLEVO USCIRE "non c'è niente di male a uscire" BENE ALLORA ESCI DALLA MIA TESTA

... ed è stato a quel punto che mi sono svegliata. Li' per li' ero terrorizzata, ma piano piano sono riuscita a calmarmi ascoltando i miei stessi respiri al buio; nessuno mi osservava.

Ho cominciato a pregare, poi il pensiero di Rosalie e della sua lettera è tornato a tormentarmi: ho pianto un po', per poi pregare ancora. Non potevo proprio fare nulla per lei, a parte pregare? L'unica speranza era appesa al filo portato dai soldati di Beid incaricati di ritrovarla. Sir Thomas mi aveva detto che si trattava di persone che conoscevano suo padre, avrebbero fatto di tutto per ritrovarla.

Dopo essermi calmata del tutto, mi sono alzata dal letto alla ricerca di un pò d'acqua. In camera non ne avevo, così ho aperto la porta e mi sono incamminata nel corridoio in direzione delle scale. Passando di fronte allo studio, ricordo la mia sorpresa nel vedere la luce accesa malgrado l'ora tarda; quasi involontariamente mi sono fermata ad ascoltare la discussione che stava avendo luogo proprio in quel momento, dietro quella porta.

"Quanti ha riferito di averne contati?"

"Tre plotoni completi, in arme".

"Non avrebbe senso... non in uniforme. Non sarebbe la prima volta, ma... non in uniforme".

"Così ha detto di aver visto. E' possibile che si sia sbagliato".

"Quanti ne sono al corrente?"

"Soltanto il mio secondo, signore, al quale ho impartito l'ordine di non dire una parola".

"E la manterrà? Non ho intenzione di far si' che il panico comprometta la cerimonia".

"Con tutto il rispetto, signore... Dobbiamo anche pensare a cosa questo può significare. Non siamo amati al di là del confine, e in quattro giorni..."

"Non ho intenzione di discutere ulteriormente. Avete l'autorità necessaria per fare luce sulla vicenda senza disturbare mio figlio".

"Lord Ryan resta comunque il secondo in comando, io penso che aiuterebbe molto una sua..."

"Sir Thomas, siete troppo abile con la spada per essere sordo. Devo dedurre che siete stanco, il che mi sembra un ottimo motivo per concedervi di ritirarvi".

"Ma..."

"Potete andare".

Ho avuto appena il tempo di scostarmi dall'area di apertura della porta, prima che sir Thomas Keen uscisse a passo veloce dallo studio di mio padre. Il Capitano della Guardia ha raggiunto rapidamente le scale, per poi sferrare un violento colpo contro il muro con il pugno guantato: il rumore è stato così forte da svegliare di soprassalto Sigmund, lo stalliere che dormiva lì nei pressi.

"Comandi!" ha balbettato sobbalzando, ancora mezzo addormentato.

"Spada e cavallo. Subito. E sveglia Yurae e Varal, di' loro che li aspetto all'uscita delle stalle."

Sir Thomas sembrava davvero preoccupato, d'altro canto la conversazione che avevo appena ascoltato non lasciava molti dubbi su quello che poteva essere il suo umore.

Come avrei dovuto interpretare quelle parole? Il loro significato mi sembrava fin troppo evidente: ma cosa potevo fare? Se mio padre voleva tenere all'oscuro persino Ryan fino al termine delle nozze, di certo non avrebbe detto nulla a me; avrei potuto parlarne con sir Thomas al suo ritorno, ma non avevo alcuna garanzia che avrebbe acconsentito: inoltre, l'indomani sarebbe stato il giorno dell'interrogatorio di Jack.

Jack... mentre tornavo a rapidi passi verso la mia camera, quel maledetto nome continuava a ronzarmi in testa: il suo arrivo stava cominciando a coincidere con troppi eventi insoliti. Forse avrei dovuto provare a convincere sir Thomas a farmici parlare: malgrado l'assurdità e l'inspiegabilità del suo gesto, a tratti mi sembrava insolitamente sincero. O forse ero ancora influenzata da quello strano sogno... Difficile dirlo.

Pochi minuti dopo ero nuovamente sotto le coperte. Avevo dimenticato l'acqua: meglio cosi', ho pensato, non avevo molta voglia di sognare ancora e la sete mi avrebbe tenuta sveglia fino all'indomani. Nell'atto di spegnere la lanterna, la mia mano ha sfiorato la carta da gioco che avevo lasciato vicino al tavolo posto di fianco al letto. Per un attimo mi è venuto in mente un pensiero assurdo, ma subito l'ho scacciato, scuotendo la testa, con una risata. Non poteva certo essere...

E cosi', torniamo a oggi. Mi sono "svegliata", se cosi' si puo' dire, molto presto. Ho incontrato mio padre per colazione, apprendendo una notizia che già sapevo: sir Thomas, Yurae e Varal erano andati a compiere un giro di perlustrazione. Ho provato per qualche minuto ad annuire soltanto, ma poi guardandolo negli occhi non ce l'ho piu' fatta: era mio padre, doveva sapere che sapevo.

"Ne sono a conoscenza. Li ho visti partire, ieri notte".

"Davvero? Sono sorpreso, pensavo fossi tra le braccia di Kayah".

"Non riuscivo a dormire. Ho fatto uno strano sogno, quindi sono uscita e vi ho sentito discutere..."

Ho pronunciato quelle parole guardando negli occhi mio padre, Lord Elias Kenson. Mi aspettavo un rimprovero, una giustificazione... Non ci fu niente di tutto questo.

"Non sono piu' una bambina, papà. Se qualcosa vi preoccupa, voglio saperlo".

"Non c'è nulla che mi preoccupa, piccola mia. Qualche soldato di Keib ha oltrepassato il confine, e allora? Lo fanno da anni. I nostri soldati ci sono apposta per impedire che possano fare qualcosa di piu' che rubarsi qualche pecora o tagliare un albero o due".

"Sir Thomas sembrava preoccupato".

"Sir Thomas è ancora un ragazzo, il suo sangue è caldo: se avesse una donna al suo fianco, non vedrebbe battaglie imminenti dove non ve ne sono".

"Padre", ho detto nel modo piu' rispettoso che potevo, "non è mia intenzione mancarvi di rispetto: voglio che voi sappiate che, se ci fosse qualcosa che vi dovesse turbare, sono pronta a saperlo. Mi avete protetta a sufficienza dalle insidie del mondo, è giusto che impari a conoscere cosa minaccia la nostra terra".

Lui mi ha guardata sorridendo. "Piccola mia. Sei cresciuta cosi' tanto... Mi ricordi tua madre, faceva gli stessi discorsi. Ti ringrazio per la tua buona volontà", ha aggiunto, "ma ti assicuro che non abbiamo niente da temere. In ogni caso, sir Thomas sta controllando le testimonianze di chi dice di aver visto questi soldati. Presto sapremo quante pecore hanno rubato i nostri simpatici cugini".

Cugini. Era questo l'epiteto con cui gli abitanti di Beid e Keib si chiamavano l'un l'altro, fingendo di considerare le violente e sanguinose guerre occorse nell'ultimo secolo come una antipatica lite familiare. Non avevo mai visto i miei cugini, i miei fratelli mi dicevano sempre che era un bene, visto che ci avrebbero voluti vedere tutti quanti morti. Ryan, lui a volte li aveva incontrati: era stato inviato in piu' di un'occasione al castello di Adare, in rappresentanza di mio padre. Ad accompagnarlo c'erano sempre stati anche sir Thomas, Yurae, Varal e anche zio Jerome, Malaki, Jen e molti altri.

Quando mi sono congedata dal tavolo di mio padre, quei pensieri mi riempivano ancora la testa: Jack e le sue frasi enigmatiche e minacciose, i soldati in uniforme, il mio sonno agitato: cominciavo a pensare che qualcosa di molto, molto grosso sarebbe accaduto di li' a poco.

Ma cosa?
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7 Maggio 517
Venerdì 9 Febbraio 2007

Il primo giorno

Il primo pugno lo ha colpito al viso con una forza tale da sbilanciarlo: immediatamente dopo, un altro lo ha raggiunto alla bocca dello stomaco, costringendolo ad accasciarsi al suolo. Lo sconosciuto che mi aveva detto di chiamarsi Jack ha ripreso lentamente fiato, mettendo una mano sull'elsa della spada.

"Sfoderala", gli ha detto sir Thomas con aria di sfida, facendo altrettanto.
"Avanti, sfoderala. Un pretesto è tutto ciò che mi serve."

Il mio assalitore si è guardato intorno, contando i tre uomini intenti a circondarlo, quattro considerando il loro capitano. Sir Thomas era comparso pochi istanti prima dietro le sue spalle; con un forte strattone lo aveva costretto ad abbandonare la presa su di me, per poi affrontarlo a mani nude. Lo scontro, se così si poteva chiamare, era durato poco: il capitano della guardia di mio padre, considerato uno dei più abili combattenti di Beid, viveva all'altezza della sua fama.

"Non intendo battermi", gli ha risposto Jack, sputando sangue. "Ritieniti fortunato."

"Alzati."

Ha abbozzato un sorriso. "Vuoi picchiarmi ancora?"

"Hai tre scelte di fronte a te", ha continuato sir Thomas, ignorando la domanda. "Combattere da uomo, morire o arrenderti. E ti prometto una cosa: non sarai in grado di distinguere la prima dalla seconda."

Jack si è alzato lentamente. Nel giro di pochi secondi gli uomini di mio padre gli sono stati addosso, disarmandolo e privandolo dello scarso equipaggiamento che aveva indosso. In terra, oltre alla sua spada, sono stati gettati un sacchetto di monete, una pergamena sigillata e... una carta da gioco?

"Tutto bene?" La voce di sir Thomas mi ha distratta di colpo da quegli oggetti.

"Sì, io... vi ringrazio". La mia risposta non doveva suonare molto convincente: il cavaliere continuava a fissarmi negli occhi, con espressione poco convinta.

"Siete certa di stare bene?" mi ha chiesto nuovamente, osservandomi da capo a piedi alla ricerca di possibili ferite. Istintivamente ho fatto un passo indietro, ma sir Thomas mi ha fermata all'istante.

"Attenta!" ha esclamato poi, indicando qualcosa che si trovava dietro di me. Seguendo con lo sguardo la traiettoria tracciata dal suo dito, mi sono resa conto con orrore che si trattava dell'esito del conato avuto pochi minuti prima.

Per una frazione di secondo ho pensato che quella scena quasi surreale avrebbe fatto ridere moltissimo in un contesto diverso, magari raccontata attorno al tavolo di una locanda insieme alla mia amica Julie e agli altri ragazzi di Caen: Julie, Guelfo, Loic... Ricordi di pochi giorni prima, che in quel momento sembravano infinitamente distanti.

Le immagini dei miei compagni sono svanite l'istante successivo, quando i ricordi legati alle rivelazioni del cavaliere misterioso sono tornati ad affacciarsi violentemente sulla mia mente.

"Rosalie", ho detto a sir Thomas, "quell'uomo è coinvolto in un progetto di rapimento che riguarda Rosalie Lambert! Dobbiamo trovarla, si trova in grave pericolo! Mi ha mostrato una sua lettera, forse in questo momento si trova..."

Mi sono fermata di scatto: ero talmente concentrata sulle mie parole da aver notato con colpevole ritardo l'espressione di tristezza che, con mio grande stupore, si era formata sul volto del capitano a seguito delle mie parole.

"Che... che succede?" ho chiesto, cercando di decifrare quello sguardo. Poi ho capito.

"Voi... voi lo sapevate?"

"Mi dispiace", ha detto, chinando il capo. "Mi è stato esplicitamente ordinato di non dirvi nulla."

"Come avete potuto? Chi vi ha costretto a fare una cosa del genere?"

Mentre parlavo sentivo tornare la disperazione, ma questa volta non portava con sé il pianto; era più simile a una spenta tristezza, che gelava il cuore invece di infiammarlo.

"È stato mio padre?"

Sir Thomas ha annuito. "Il marchese ha preferito contenere la notizia affinché non avesse impatti negativi sui festeggiamenti. Può sembrare una scelta spietata e in cuor mio non la condivido, ma vi garantisco che la comprendo se penso alla posizione che ricopre. In ogni caso, il mio parere non conta: non ho altra scelta se non quella di onorare il giuramento che ho prestato. Sappiate soltanto che ha incaricato uno dei migliori uomini di Valamer di ritrovarla, un vecchio amico di suo padre."

Dopo aver pronunciato queste parole è tornato a voltarsi in direzione del prigioniero.

"Ti vedo bene insieme a lei", ha detto Jack, mascherando con un sorriso l'espressione di dolore provocata dalle corde che i soldati gli avevano nel frattempo stretto ai polsi. "A conti fatti, siete due vittime di un giuramento. Beh, ho una brutta notizia per te: stai per giocarti l'unica possibilità che hai per continuare a onorare il tuo."

"Dove si trova Rosalie Lambert?"

"Che senso ha rispondere? Mi torturerete comunque. Preferisco spendere il poco che so nel corso dell'interrogatorio, così da non farvi pensare che ci sia dell'altro, perché, credimi, non c'è."

Sir Thomas continuava a incalzarlo. "Parla ora. Aiutaci a ritrovarla sana e salva e farò in modo di non farti torturare. Ma se non parli", ha aggiunto, "sarò io stesso a farlo." Potevo sentirlo, diceva la verità.

"Un'ora con lei", ha detto il prigioniero, fissandomi. "Ho bisogno di parlarle, da solo. Concedetemi questo e vi darò ogni informazione in mio possess..." Poi il manrovescio: forte, improvviso, abbastanza violento da spezzargli la frase e impedirgli di continuare.

Sir Thomas si è avvicinato al suo volto, guardandolo negli occhi. "Non provare neppure a pensare di poter contrattare qualcosa nelle tue condizioni. Tu mi dirai quello che voglio sapere, o la tua testa rotolerà prima della fine della primavera."

"Forse", ha risposto Jack. "Ma tu non sarai lì a vederla, visto che sarai morto nel giro di sette giorni." Il suo tono era sprezzante ed evidentemente di scherno, tuttavia, quando ho ascoltato quelle parole, ho avvertito una strana sensazione... Che potesse esserci del vero?

"Portatelo via", ha sentenziato sir Thomas. "Non intendo mostrare a lady Solice uno spettacolo inadeguato alla sua vista." I soldati hanno prontamente ubbidito, trascinandolo fuori dal giardino.

"Un'ora, Joan", ha esclamato Jack mentre lo spingevano verso l'esterno. "Ti chiedo solo un'ora, e saranno tutti salvi!"

Sir Thomas si è chinato a terra, raccogliendo la pergamena e la carta da gioco, per poi trascorrere qualche secondo ad osservare il disegno di quest'ultima, in silenzio.

"Fante di quadri", ha detto dopo un po'. "Un portafortuna, forse."

Ho annuito, con poca convinzione. In realtà l'unica cosa su cui riuscivo a concentrarmi era Rosalie, e mio padre... Perché tenermi nascosta una faccenda tanto grave? Aver temuto per i festeggiamenti era una spiegazione plausibile: in quelle circostanze una notizia tanto spiacevole avrebbe scatenato il panico, specie considerando la storia della famiglia di Rosalie... Ma perché non dirlo a me, sua figlia? Quale scopo aveva tenermi all'oscuro?

"Dovete dirmi chi ha il comando della spedizione di ricerca", ho chiesto a sir Thomas. "Ho intenzione di partecipare, metterò al suo servizio la mia spada e le mie capacità."

"Mi spiace, ma questo non è possibile." Il cavaliere sembrava irremovibile.

"Perché? È come una sorella per me, sono intenzionata a compiere tutto quello che serve per riaverla."

Sir Thomas mi ha guardata con espressione triste. "Sono partiti da due giorni", ha detto poi. "Esiste la possibilità che abbiano trovato alcune tracce. Nessuno è in grado di dire esattamente qual è la loro posizione attuale, e qualsiasi nuova aggiunta non farebbe altro che rallentarli. Inoltre... vostro padre mi ha raccomandato di vegliare su di voi, ed è quello che intendo fare."

"Vi ringrazio di nuovo, ma non voglio essere un peso per voi, non dentro le mura di questa casa."

"Credetemi, non siete affatto un peso. In ogni caso, fino a quando sarete a Beid sarà mio compito proteggervi: ovunque avrete intenzione di andare", ha aggiunto con un sorriso, "non sperate di liberarvi di me."

Ho annuito, riproponendomi di tentare quel discorso più tardi, magari con mio padre. "La lettera è sigillata?" ho chiesto poi.

"Sembra proprio di sì. Mi chiedo che senso abbia: di certo non ha avuto modo di leggerla, a meno che non sia lui stesso l'autore."

"Avete intenzione di aprirla?" ho chiesto guardando il sigillo da una certa distanza: sembrava piuttosto anonimo, senza incisioni o stemmi particolari ad eccezione di un simbolo dall'aspetto piuttosto elementare.

Sir Thomas mi ha guardata. "Non posso fare altrimenti: se c'è anche solo una minima speranza che possa aiutarci a ritrovare Rosalie o a spiegare le motivazioni dietro all'aggressione che avete subito, ho bisogno di saperlo al più presto... a meno che una paladina non me lo impedisca."

"Non lo farò", ho risposto scuotendo la testa. "Ma, se non posso muovermi liberamente, vi prego almeno di consentirmi di prendere parte allo studio e alla lettura di queste informazioni."

"Non credo sarebbe una buona idea; potreste avere modo di leggere informazioni crudeli o difficili da digerire, gli dei ce ne scampino."

"Non ho paura della verità".

"Molto bene, allora. Se è così che dev'essere, così sarà." Così dicendo, mi ha porto la mano contenente la carta da gioco.

L'ho guardato con aria interrogativa. "Non mi sembra di aver chiesto quella..."

"Il contenuto della pergamena potrebbe essere pericoloso per più di un motivo", mi ha spiegato, notando il mio sguardo perplesso. "Per quanto improbabile, ritengo sia più sicuro controllarla con attenzione prima di affrontarne la lettura diretta. Fortunatamente", ha aggiunto con un sorriso, "non c'è questo rischio per le carte da gioco... anche se mi rendo conto che si tratta di un indizio di portata assai minore."

Il tono spavaldo dell'ultima frase tradiva il reale significato delle sue parole. Era preoccupato per me, temeva ancora che il contenuto di quella pergamena avrebbe potuto sconvolgermi o mettermi in una condizione ancora più difficile.

"Ho intenzione di leggere comunque quella pergamena non appena l'avrete controllata: quale che sia il contenuto." Così dicendo, ho preso la carta dalle sue mani.

"E sia."

"Dite davvero?"

"Non temete", ha aggiunto, notando la mia espressione incredula, "onorerò la parola data. In fondo, possedete una conoscenza dei testi scritti di molto superiore alla mia, siete senz'altro più indicata di me ad affrontarne la lettura. Ora vi chiedo di scusarmi, ma ho bisogno di parlare ancora un po' con il nostro nuovo ospite."

Ho annuito, salutandolo mentre si allontanava. Sapevo bene cosa andava a fare, e non si sarebbe trattato certo di una chiacchierata: d'altronde, sapevo di non avere alcuna autorità per poter assistere a quel primo interrogatorio o per impedire che avesse luogo.

Ho tirato un profondo sospiro: per quanto breve, quella discussione era riuscita a distrarmi dalla tragicità delle rivelazioni di poco prima.

Rimasta sola, ho abbassato lo sguardo verso la carta da gioco ospitata dal palmo della mia mano. A giudicare dallo stile e dal tratto, il disegno sembrava particolarmente vecchio, forse addirittura antico... Ma era in ogni caso una semplice carta da gioco, che di certo non mi avrebbe fornito alcuna informazione.

"Fante di quadri... Scommetto che avresti un sacco di cose da raccontarmi, se soltanto potessi parlare."


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7 Maggio 517
Martedì 23 Gennaio 2007

Il cavaliere misterioso (terza parte)

La grafia della lettera non lasciava dubbi. La mano tremante, l'inchiostro che si confondeva allargandosi dentro piccole macchie scure che sembravano lacrime... non poteva che essere lei. "Rosalie", ho pensato leggendo quelle poche righe. "Cosa ti hanno fatto?"

"Come vedi," ha detto impassibile il mio interlocutore, "le manchi molto. Del resto non credo abbia molta voglia di stare lì dove si trova. Ogni mattina..."

"Accetto."

Ha fatto una pausa, guardandomi negli occhi. Poi ha ripreso a parlare, ignorandomi. "Ogni mattina, un cavaliere dall'armatura del colore dell'ebano viene a farle visita. Il primo giorno le ha strappato i vestiti, dopo non è stato più necessario, non li aveva più. Il secondo giorno ha cominciato a picchiarla..."

"Ho detto che accetto." Mi sono chinata lentamente, posando il liuto sul prato del giardino. Ho respirato profondamente, augurandomi di rivederlo in futuro.

"Non credo tu abbia capito", ha continuato lui. "Dopo averla violata, ha cominciato a picchiarla. Credo che abbia una predilezione per le paladine che piangono, a giudicare dalle urla che si sentivano." Poi mi ha guardata negli occhi, sorridendo. "Sai, non credo che gliene fregherà niente del fatto che sei una Lady. Potrà solo eccitarlo di più."

Non riuscivo a capire. Per quale motivo mi stava dicendo quelle cose? Sapevo che le conseguenze della decisione che ero costretta a prendere sarebbero state tragiche, ma quelle parole non erano certo quello che ci voleva per convincermi. Le gambe cominciavano a tremarmi: per quanto ci provassi, non c'era alcun modo di fermarle. Ho pensato a Rosalie, alle sofferenze che quell'individuo abominevole mi stava descrivendo così dettagliatamente; la cosa peggiore era riuscire a percepirne la sincerità, la veridicità.

Il mio interlocutore ha continuato a parlare, descrivendo immagini tanto oscene quanto empie. Mentre apprendevo i dettagli delle torture subite da Rosalie, qualcosa iniziava lentamente a contorcersi dentro di me. Ora che avevo accettato, avrei subito io quelle violenze? Le parole, le situazioni che stavo ascoltando erano vere. Mostruosamente vere. Lo stomaco mi faceva male. Non ero mai arrivata così vicina a detestare il dono che Pyros mi aveva dato: non volevo sapere la verità, non volevo sapere niente.

"Ogni notte la morde in un posto diverso, staccando dal suo corpo lembi di pelle. La divora lentamente, succhiandone poi il sangue dalle ferite. Com'è il tuo sangue, Joan? Scommetto che è dolce..."

Pochi istanti dopo sono caduta in ginocchio, stringendo la mia testa con le mani all'altezza delle orecchie più forte che potevo, singhiozzando. No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, NO! Non volevo sentire. Soffrivo per l'amica a cui volevo bene come a una sorella, ma più di ogni altra cosa - Pyros, perdonami - sentivo la morsa della paura che mi attanagliava: avrei preso io il posto di Rosalie. Il suo inferno sarebbe terminato, il mio stava per iniziare. Lo volevo davvero? Ero abbastanza forte per volerlo? Immagini partorite dalle parole che avevo appena sentito hanno cominciato a infestare il mio cervello. Ho visto gli occhi terrorizzati di Rosalie, spalancati e colmi di lacrime... Poi mi sono accorta che non erano i suoi occhi. Erano i miei. Ho cominciato a tossire violentemente, dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Facevo schifo. Facevo schifo. Pensavo di farcela, ma mi sbagliavo. Mi facevo schifo.

Il mio interlocutore continuava ad osservarmi, guardandomi dall'alto verso il basso. Ha avuto cura di fornirmi qualche altro dettaglio, poi mi ha guardata vomitare.

Ha aspettato pazientemente che riprendessi fiato. "Non preoccuparti, Joan", ha detto sorridendo. "Capisco perfettamente come ti senti. In realtà, a dispetto di quanto tu creda..."

"... Va... va bene."

Si è fermato. "Cosa?"

Dicono che non si smette mai di scavare: quel giorno ho capito quanto questo non fosse vero. Ero sul punto di tradire Pyros e Rosalie. Mi trovavo sul fondo del pozzo ed ero sul punto di forarlo, in bilico su un baratro entro il cui abisso infinito avrei continuato per sempre a sprofondare. Null'altro avrebbe potuto rendermi più vile, più vigliacca, più meschina. Non mi avrebbero mangiata, ma da quel momento in avanti non avrei meritato altro. Non avrebbero bevuto il mio sangue, ma lo avrei avvelenato per sempre. Neppure la morte avrebbe potuto lavare la mia coscienza, nessuno - né Pyros, né Rosalie - sarebbe mai riuscito a perdonarmi. Sarei morta in ogni caso, non avrebbe fatto alcuna differenza. In quel momento ho capito di non avere altra scelta.

"Va... va bene... accetto." Per due volte ho tentato di rialzarmi, ma le mie gambe non erano più in grado di sorreggermi: alla fine sono caduta con la faccia riversa sul prato, a un palmo dai resti miserabili del cedimento che avevo avuto poco prima.

Il mio interlocutore non credeva alle sue orecchie. "Non stai dicendo sul serio."

Non riuscivo a comprendere il senso di quelle parole, ma non mi importava.

"Accetto", ho ripetuto ancora, rialzandomi lentamente in piedi. Ho cercato di ripulirmi con la mano. "Sul mio onore di Paladina, prendo l'impegno di mantenere la mia parola."

Il mio oppressore ha cominciato a scuotere la testa, arretrando lentamente. Il modo con cui mi guardava era strano, non riuscivo a capire. Non gli stavo forse dando ciò che aveva detto di volere fin dall'inizio?

"Dunque... avevano ragione." La sua voce non aveva più nulla del compiacimento di poco prima. "Sei davvero... l'innocenza."

Dopo pochi istanti è riuscito a riprendere il controllo, ma il suo sguardo non era più lo stesso.

Non comprendevo le sue parole, ma non era importante: toccava a me avanzare richieste. "Voglio che tu mi dica l'ora e il luogo in cui lascerete andare Rosalie. Avrà bisogno di cure. Non appena sarà al sicuro, farò ciò che vuoi."

"Mi spiace", ha risposto con voce piatta. "Non accadrà."

"Cosa vuoi dire? Abbiamo fatto un patto! Ho accettato le tue richieste, verrò con te!" Non riuscivo a crederci: come mai si stava tirando indietro? Le sue parole erano veritiere, la lettera era veritiera. Rosalie si trovava nelle loro mani. Cosa stava succedendo?

"Non immaginavo che avresti accettato. Ero quasi certo che la profezia si sbagliasse, ma dovevo metterti alla prova per avere la conferma." Ha abbassato lo sguardo per un istante. "Ora ce l'ho... la conferma che ero nel torto. E che loro avevano ragione."

La sua espressione si è rabbuiata parola dopo parola.

"Non... non lascerete andare Rosalie, non è così?"

Con mio sommo sconforto, l'ho visto scuotere la testa. "Rosalie è già in viaggio", ha aggiunto. "E ora ho la certezza che avevano ragione anche su di lei."

"Di cosa stai parlando!" ho gridato, in preda al dolore. Più parlava, meno riuscivo a comprendere le sue parole. "Perché state facendo questo? Chi siete? Chi sono loro?"

"Noi non siamo niente: è questo il problema. Ma tu", ha detto, indicandomi, "sei in grave pericolo. La profezia ha iniziato a compiersi, e tu ne prenderai parte come gli altri."

"Chi sono gli altri?" Non capivo. Non capivo nulla. "Dimmi cosa devo fare per salvarla, dimmi cosa vuoi che faccia!"

"Non c'è nulla che tu possa fare. Non lo capisci?" Un attimo dopo mi è saltato addosso. Non me l'aspettavo; prima che potessi reagire mi ha afferrata saldamente per la spalla, scuotendomi.

"Lasciami!", ho detto, cercando di liberarmi dalla sua morsa.

"Non lo capisci?" ha ripetuto. Riuscivo a leggere la frustrazione, la rabbia nei suoi occhi. "Presto sarai morta. Faranno tutto quello che serve affinché questo accada, lo capisci?" Si è guardato intorno, per poi posare ancora lo sguardo su di me. "Verranno qui, e non si fermeranno di fronte a niente. Ci sarà una guerra, se sarà necessario."

Qualunque cosa stesse dicendo, potevo sentire che era convinto di dire la verità. "Chi sono loro? Chi verrà qui?" Ho continuato a chiederglielo, ma era evidente che non aveva alcuna intenzione di rispondermi.

Poi, ad un tratto, è accaduto qualcosa che né io né lui avevamo previsto.

[continua]


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