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7 settembre 516
Sabato 31 Gennaio 2026
Factum est
Ciao papà,
ti scrivo dopo tre giorni densi di avvenimenti. Siamo riusciti a trarre in salvo le tre persone che si erano smarrite nella foresta: erano cadute vittima di un intossicazione da funghi velenosi. Per due di loro è stato sufficiente un emetico, ma il terzo, il più giovane, versava in condizioni estremamente gravi: ho temuto per la sua vita, ma il Misericordioso lo ha protetto. Se tutto andrà per il meglio, come spero, a breve dovrebbe riprendersi e fornire nuovamente il suo prezioso contributo a questa comunità.
Il giorno seguente ci è stato affidato un nuovo incarico, sempre da donna Margethre. Ha bisogno di denaro per affrontare i mesi che verranno e ci ha chiesto di recuperare un anello che, molti anni fa, aveva seppellito insieme a Bernard, un uomo con cui aveva avuto una relazione. Il problema è che il luogo prescelto si trovava nella tenuta di Bernard, oggi gestita dalla sua attuale consorte, Bertha.
La richiesta ci ha messi in difficoltà: varcare il muro di quel giardino, sia pure a fin di bene, avrebbe significato violare le norme che regolano questa comunità. Tuttavia, agire nel pieno rispetto di quei vincoli avrebbe comportato la necessità di rivelare a Bertha una circostanza spiacevole appartenente al passato di Bernard, compromettendo la serenità di quella famiglia. Il dilemma mi ha riportato alla mente le discussioni che avevo con la Custode dei Precetti, e la pazienza con cui la più intransigente delle mie nove Madri non mancava di ricordarmi le posizioni del nostro dicastero.
«Le leggi del Granduca», era solita ripetermi, «non vengono certo ignorate dal Vespro, ma non possono neppure essere poste al di sopra delle necessità reali della collettività. L’ordine garantito dalle norme è uno strumento, non un fine, e come tale deve servire il legame fra le persone. Per questo, nel momento in cui smette di tutelare i più deboli, diventa difesa del privilegio dei più forti. Ed è proprio lì, dove si addensano le ombre del Vespro, che dobbiamo far sentire la nostra presenza».
Parole suggestive, ma che non spiegano con quali pesi e misure si possa davvero sondare la necessità comune, né come determinare con esattezza il punto in cui l’ordito normativo non sia più sufficiente a tutelarla. Quando glielo facevo notare, lei mi rispondeva che, crescendo, avrei senz’altro sviluppato le capacità di discernimento necessarie. «È il motivo per cui ti trovi qui», mi diceva per rassicurarmi: «quando sarai pronta, lo sapremo».
È trascorso molto tempo da quei giorni: ho ricevuto l’investitura e, con essa, il mio primo incarico. Ma sono davvero pronta, Madre?
Nella speranza di poter presto sciogliere questo interrogativo, sono lieta della nostra decisione di cercare e ottenere il consenso di messer Bernard: il suo benestare non ha rivestito di legittimità i nostri propositi, ma li ha resi coerenti con ciò che mi è stato insegnato. Di questo risultato devo ringraziare soprattutto mastro Naar, che ha saputo comunicare il suo disagio in un modo estremamente efficace: allontanandosi in silenzio e mettendosi a suonare il liuto, lasciando esprimere alle corde le sensazioni che albergavano nel suo cuore. Nell’ascoltare la sua musica ho compreso che ciò che realmente lo preoccupava non era tanto l’atto in sé, quanto l’imbarazzo che un eventuale fallimento avrebbe fatto ricadere su sir Martin e Lord Yacomus: una pubblica mortificazione non consona al loro rango. Ho apprezzato questa attenzione, che conferma ancora una volta l'affetto che egli nutre per i suoi compagni.
E poi, se devo essere sincera… c’è anche un’altra cosa che ha contribuito a convincermi: alcune parole pronunciate da Bertha durante la nostra visita. A ben vedere, anzi, una sola, così aspra da sferzare l'aria stessa della stanza e restarmi impressa per tutta la durata dell’incontro. L'ha pronunciata una prima volta con un mezzo sorriso, come se stesse richiamando un'evidenza; poi l'ha ripetuta, quasi con compiacimento, come a voler dissipare ogni possibile ambiguità sul proprio giudizio. Un modo naturale, istintivo, di ridurre non una, ma due persone alle loro fragilità, consegnandole a una definizione tale da renderle oggetti di scherno o di pietà: come se quella fosse l’unica chiave per riconoscerle, l’unico tratto degno di essere ricordato.
E così, alla fine, è successo: la prima violazione a cui abbia mai partecipato, a soltanto sette giorni di distanza dal mio arrivo qui. Non che io abbia fatto granché, a parte qualche segnalazione ai miei compagni. Ma il cuore batteva forte, e il pensiero che qualcuno potesse scorgerci, rischiarati dal flebile ma severo riflesso della Rivelatrice, nonostante l'ora inverosimile, non mi ha mai abbandonata. E quando ho udito l'abbaiare di quel cane, mentre sir Martin e messer Finn si trovavano ancora dall'altra parte del muretto, sono stata percorsa da un brivido di paura... per loro, e per me. Per nostra fortuna, tutto si è concluso senza conseguenze.
Non mi resta che parlarti dell’anello: per ora mi limiterò a dirti che non è affatto ciò che ci aspettavamo, e che venderlo per aiutare Margethre potrebbe rivelarsi ben più arduo di quanto fosse lecito attendersi.
Ti scriverò ancora, quando la situazione sarà più chiara.





















