«Assolutamente no.»
«Thalia, è estate...»
«Ho detto NO.»
«Tutte le bambine ci entrano, da sempre...»
«Le altre non hanno quel problema. (alzando la voce) Audra, allontanati dalla riva! Subito!»
«(sospira) Almeno cerca di non essere così dura.»
«Non è questione di essere dure: è viva per miracolo, vediamo di mantenerla tale.»
«Thalia, è l'acqua del nostro stagno: ci laviamo i panni, lì...»
«Ci laviamo i panni, ci bevono i muli, ci marciscono le foglie, ci sguazzano larve e insetti d'ogni tipo... Hai una vaga idea di cosa possa entrare in una ferita da quell'acqua?»
«E anche se fosse? Esiste forse un'infezione che non siamo in grado di curare?»
«Esiste forse una ferita che non siamo in grado di rimarginare?»
«...»
«Appunto. La nostra Regola esige umiltà dinanzi a ciò che non conosciamo. Vuoi farla bagnare? Portala al fiume, dove l'acqua non è stagnante.»
«Non imparerà MAI a nuotare, con la corrente... specie con quel taglio.»
«Pazienza: ce ne faremo una ragione.»
Devo stare calma. Respirare. Se continuo a piangere finirò soltanto per rendermi ridicola, e penseranno che sono ancora una bambina.
Va bene, sono finita in acqua. E allora? Non è certo una disgrazia tale da giustificare questa scomposta ribellione dell’animo e del corpo. A conti fatti non è successo nulla: ho bevuto un po’ d’acqua di lago, ho tossito fino a farmi bruciare la gola e mi sono presa un bello spavento. Tutto qui. Sono forse annegata? No. Sono viva, salva e al sicuro.
E allora perché non riesco a smettere di tremare?
Sarà il freddo, dev’essere il freddo. Ho i capelli umidi, la veste incollata addosso e le mani gelate: non c’è dunque nulla di strano se tremo. Tremare non significa avere paura. Tremano anche i soldati, quando escono dall’acqua gelida. Anche i paladini.
Lady Avelyn non si sarebbe mai abbandonata a una reazione tanto indecorosa. Anzi, a pensarci bene, non si sarebbe proprio lasciata trascinare giù dalla barca: avrebbe previsto l’assalto di quel pirata scellerato e poi, dopo averne eluso la presa con la consueta grazia, lo avrebbe fatto precipitare oltre la murata, nell’acqua, privandolo del privilegio di intavolare qualsivoglia trattativa.
Lei non sbaglia mai.
«Ho sbagliato: è colpa mia.»
«Ammetterlo vi fa onore, Lady Avelyn: adesso però spiegateci come sono cadute nel torrente.»
«Hanno perso l'equilibrio: una delle due si è fatta prendere dal panico e si è aggrappata all'altra, trascinando giù anche lei...»
«...E poi?»
«Mira è riemersa subito, un momento dopo era già a riva. Audra, invece... (abbassa lo sguardo) non ho fatto in tempo ad afferrarla.»
«Sapevate che non sa nuotare?»
«No. Se lo avessi saputo, non avrei mai organizzato quell'allenamento.»
«Ci aspettiamo che abbiate maggior cura delle nostre ragazze, Lady Avelyn.»
«Sono mortificata.»
«Confidiamo che lo siate davvero: oggi il Misericordioso ha vegliato su di loro al posto vostro.»
«Vi assicuro che non si ripeterà più.»
«E' quanto ci auguriamo: potete andare.»
E dire che mi ero quasi persuasa di aver tenuto a bada la mia paura dell’acqua: sulla Provvidenza, malgrado il digiuno e quel senso di oppressione allo stomaco che mi aveva accompagnata per l’intera traversata, ero riuscita a conservare una parvenza di contegno. Poi, sulla Libellula, ogni cosa ha cominciato a piegarsi a una logica sempre più avversa: prima il vento, poi la nebbia... infine i pirati.
Credevo fossero venuti per il carico, come accade nei racconti e nelle cronache di mare, invece parevano aver preso di mira proprio me. Ma perché, poi? Perché sono una ragazza? E come potevano sapere che mi trovavo proprio lì, su una nave da trasporto governata da una ciurma di rematori maschi? Ci hanno forse visti partire? Oppure qualcuno li ha avvertiti? Quel marinaio dall’aria losca, forse... come si chiamava? Torello qualcosa, mi pare. Se così fosse, sarebbe un pensiero intollerabile: vorrebbe dire che tutte queste persone non sono morte per il carico, né per la crudele avidità che muove gli uomini di quella risma, ma per me.
E allora mi assale il dubbio di aver sbagliato fin dal principio: forse avrei fatto meglio a restare a Zedar. Avrei mangiato le frittelle di Claudius Pistos, poi magari sarei andata dalle sorelle di Santa Rosalia ad aiutare come potevo, a fare l’unica cosa che so fare meglio di ogni altra. E alla fine della giornata sarei tornata a coricarmi in quel principesco letto a baldacchino, sottraendo a questa sciagura non soltanto me stessa, ma anche Bastianazzo e i suoi compagni... e i miei.
Forse non dovevo proprio salirci, su questa barca.
«Ma quindi non viene più?»
«No... Ha detto che non se la sente.»
«E allora che fa? Resta in biblioteca? Con questo caldo?»
«Eh.»
«Ho capito: è per quella ferita al fianco, vero?»
«Non lo so... penso di sì.»
«Ma quando se l'è fatta, esattamente?»
«Non ne ho idea, ce l'ha da quando la conosco. Roba di anni...»
«Secondo me è tipo un'ustione... magari deve tenerla al riparo dal sole.»
«O magari non vuole farla vedere.»
«A chi?»
«A te, per esempio!»
«...Ma figurati! E poi io non direi niente!»
«Lo stai già facendo.»
Ma quali frittelle, quale baldacchino... Che genere di sciocchezze vado mai rimuginando? A quali meschine recriminazioni sto permettendo di attecchire?
Devo assolutamente riprendermi, sottrarmi alla morsa che mi stringe il petto e impormi la disciplina che questo momento esige: i miei compagni contano su di me. E poi, con quale diritto mi abbandono all'autocommiserazione quando tante persone hanno appena perso la vita?
Forte Epitaffio... Chissà da quale antica consuetudine derivi un nome tanto singolare. Forse lo chiamano così perché, quando un pirata cade, i suoi compagni ne affidano la memoria alla pietra, incidendo sulle mura di quella fortezza una scarna epigrafe di commiato. Se davvero fosse così, al loro ritorno dovranno aggiungerne altre sette. E il nome di uno di loro, forse, finirà su quelle lugubri rocce per causa mia. Non volevo colpirlo alla testa. Ho scoccato quella freccia nella speranza di fermarlo, per impedirgli di fare del male a noi e ai marinai... e invece ho finito per prenderlo proprio lì. E credo anche di averlo ucciso.
Non era mai successo, prima.
Cos'è che ho detto ieri a messer Yacomus? Non ho mai mangiato tanto in tutta la mia vita. Mi era parsa un'osservazione divertente, ne abbiamo riso entrambi. Ebbene, questa invece è una prima volta di cui avrei fatto volentieri a meno. Per aver ecceduto con il cibo ho pensato bene di digiunare; ma quale astinenza, preghiera o espiazione può dirsi sufficiente dinanzi al peso di una vita tolta, fosse pure per necessità?
«Forse potresti cominciare sottraendoti a questo sterile compianto, e volgendo invece la tua attenzione ai marinai sopravvissuti: marinai che, con ogni probabilità, sarebbero già morti se tu non avessi scoccato quella freccia... e tu insieme a loro.»
E' così, infatti: proprio come dici. La parte di me stessa che obbedisce ancora alla ragione sa bene che era la cosa giusta da fare. Ma questa consapevolezza, per quanto necessaria, non basta ad alleggerire i miei pensieri.
«E allora non pensare, figlia mia: agisci! Asciugati gli occhi e fai ciò che devi. Non hai neppure ringraziato il marinaio che ti ha salvata... Beren, mi pare si chiami. Se non si fosse gettato in acqua con tanta prontezza, adesso non saresti qui a rimuginare.»
D'accordo, papà: farò come dici tu. Concedimi ancora soltanto un istante, appena il tempo di riprendere fiato... Poi mi alzerò, tornerò sul ponte e sarò pronta a compiere il mio dovere.
























