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- Guelfo da Flavigny -
 
Solice Kenson
Cronache della Campagna di Caen
Solice Kenson
"Voi avete coraggio e siete molto convincente: ma non appena sarete chiamata a combattere, al primo combattimento che possa realmente definirsi tale, voi morirete. E non parlo di scontri confusi o ingarbugliati, dove nessuno capisce fino in fondo quello che sta facendo o magari ha meno voglia di uccidervi che di portare la pelle a casa. Parlo di uno scontro vero, in cui affronterete una persona con le vostre sole forze. Beh, è giunto il momento che qualcuno che vi vuole bene vi dica che queste forze non basteranno proprio contro nessuno".
creato il: 20/05/2005   messaggi totali: 91   commenti totali: 32
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16 giugno 517
Venerdì 25 Maggio 2007

Il ritorno di Rosalie

Gli Dei hanno accolto le mie preghiere: Rosalie è tornata a Beid! La lieta notizia è stata portata a palazzo da Jen il 12 giugno. Ricordo distintamente quel giorno: Ryan mi aveva raccontato di come l'avvistamento di alcuni uomini armati, presumibilmente agli ordini di qualche ufficiale di Keib, aveva costretto mio padre ad inviare sir Thomas, lady Jen e un plotone di soldati a pattugliare la via che unisce la marca di Beid con la baronia di Chalard; grande era stata la sorpresa di veder tornare soltanto lei, ancora avvolta nel leggero mantello che l'aveva accompagnata lungo una cavalcata lunga una notte intera.

Subito dopo essere smontata da cavallo Jen è andata dritta dal marchese, senza rispondere alle domande di mio fratello o dei soldati: non le era concesso dirci nulla, ma un solo sorriso della sua faccia è stato sufficiente a illuminarmi. Impaziente di aspettare sono corsa da mio padre che ha presto confermato l'incredibile notizia: Rosalie era viva e in procinto di tornare a casa. Con il cuore colmo di gioia mi sono precipitata alla chiesa di Pyros: la povera Yera è stata costretta a corrermi dietro per tutta via Finlungo, preoccupatissima che potessi cadere e farmi male.

Grande, grandissima è stata la mia sorpresa nell'apprendere, al mio ritorno, che un determinante ruolo nella sua liberazione era stato giocato proprio dai miei amici di Caen, che avrebbero raggiunto Beid l'indomani insieme a Rosalie. Confesso di ricordare ben poco al momento di quella seconda rivelazione per colpa di un violento capogiro, forse provocato dalla corsa e dall'effetto delle nuove rivelazioni, che purtroppo portò i consueti scompensi al mio stomaco e che mi costrinse mio malgrado a letto per gran parte della giornata.

"Questi vostri rigetti non mi piacciono per niente", aveva detto Yera subito dopo aver pulito il pavimento di fianco al mio letto. "Toccate a malapena cibo, eppure non riusciamo ancora a comprendere cosa li provochi. Se volete la mia opinione, il marchese dovrebbe essere informato".

Con la sola eccezione delle visite di monsignor Ridde, Yera era l'unica a conoscenza delle mie reali condizioni: le mie preghiere di non rivelare a mio padre i dettagli di quell'ultima crisi non erano state sufficienti a convincerla.

"Siete certa che Pyros sia d'accordo sul tenere nascosta a vostro padre questa cosa?" Mi aveva chiesto poco dopo, guardandomi improvvisamente con i suoi grandi occhi verdi.

"Non posso fermarmi adesso, Yera", le avevo prontamente risposto. "Non senza prima ascoltare le parole dei miei amici". Dentro di me sapevo che non avrei potuto tenere nascosta a mio padre la verità, eppure sentivo di non potermi tirare indietro proprio adesso consentendo alla sua legittima preoccupazione di preservarmi dal compito che gli Dei stesso sembravano inviarmi con così tanta chiarezza; Netjerikhet il prigioniero e la rosa bianca, il ritorno di Rosalie, gli amici di Caen, il sogno ricorrente: troppi elementi cominciavano a prendere forma davanti ai miei occhi. Yera aveva ragione, nulla al mondo avrebbe potuto fermarmi dal rivelare a mio padre la verità sulle mie condizioni... Ma era un sacrificio quello che ora mi veniva chiesto, e lo avrei onorato quel tanto che bastava per apprendere tutte le informazioni necessarie per spargere la luce degli Dei sul mare di tenebra che mi circondava e che sentivo prossimo a squarciarsi: gli amici di Caen erano giunti in mio soccorso, e anch'io avrei fatto la mia parte.

Il giorno dopo ho avuto modo di riabbracciare Rosalie: lacrime di gioia scendevano dalle mie guance mentre la osservavo: ero così contenta da non riuscire neppure a parlare.

"Chi si rivede! Spero almeno di esservi mancata..." furono le sue prime parole: non le ascoltai neppure, occupata come ero ad abbracciarla, ringraziando ancora gli Dei per quel dono.

"Che ti è successo, piccoletta? Pensavo di essere io quella messa male, ma vedo che stai peggio di me", continuò, cercando invano di mantenere un atteggiamento austero; la sua maschera, che era solita indossare per nascondere le sue reali emozioni, si ruppe subito: mia sorella ricambiò il mio abbraccio, piangendo per lunghi minuti insieme a me. Singhiozzò a lungo, mormorando qualcosa all'altezza della mia spalla: sentivo i suoi denti premere senza forza contro il mio vestito, mentre sussurrava qualcosa che non riuscivo a comprendere. In quel momento, non importava: parole e spiegazioni potevano aspettare, ora era il momento di farla sentire nuovamente a casa.

Mio padre e i miei fratelli si avvicendarono a darle il bentornato. La stretta di Ryan fu particolarmente energica, e non potei non notare il tentativo di proteggere la spalla sinistra e l'anca destra da parte di Rosalie. "Stai bene? Sei ferita?" le chiesi a bassa voce, appena ebbi occasione. Lei si limitò a scuotere la testa, ma la sua espressione non mi piacque: qualsiasi cosa stesse nascondendo, doveva aver avuto un pesante impatto su di lei. Decisi tuttavia di non forzarla anzitempo: era una ragazza intelligente e devota, e avrebbe trovato lei i tempi e i modi di aprirsi con me o con altri.

Tale apertura avvenne prima del previsto: poco dopo aver ricambiato gli affettuosi saluti dei miei fratelli Rosalie mi prese per il braccio sano, trascinandomi via dal salone d'ingresso e portandomi su per le scale, verso la mia camera. Yera ci raggiunse trafelata, con in mano un vassoio e una caraffa di acqua di fonte, ansiosa di darle lei stessa il bentornato: "Lady Rosalie! Ho preparato una torta, ma non so come è venut..." ma non fece neanche in tempo a terminare la frase: senza una parola, mia sorella le chiuse la porta davanti.

Aprii la bocca con l'intenzione di parlare: "Rosalie..." feci appena in tempo a dire, ma l'espressione con cui mi guardò, voltandosi dopo aver chiuso la porta a chiave, fu sufficiente a spegnere le mie parole.

"Non... non devi dire a nessuno quello che sto per rivelarti. Devi prometterlo sulla tua stessa vita, su quanto hai di più caro al mondo... Devi giurarmelo. D'accordo?".

Continuai a guardarla, senza dire nulla. Quella richiesta non aveva senso, entrambe sapevamo bene che nessun giuramento al mondo mi avrebbe fatta sentire più vincolata di quanto già non fossi a rispettare le sue confidenze, le sue confessioni, le sue paure; inoltre, entrambe avevamo già prestato l'unico giuramento che ci era consentito fare.

"Puoi dirmi qualsiasi cosa", mi limitai a dire. La sua espressione da sola era in grado di farmi tremare le gambe, di terrorizzarmi: qualsiasi cosa le fosse capitato, era pronta a raccontarlo. Ma io ero davvero pronta ad ascoltare?

"Siediti", mi disse poi, indicando il letto. Obbedii.

E poi, di lì a poco, seppi.

I miei occhi si posarono sulle sue ferite, ancora aperte... aperte da settimane. Il suo racconto mi travolse come un fiume in piena, gettandomi in uno sconforto profondo e senza via d'uscita: la mia gola si chiuse in una oscura morsa di oppressione. Le sensazioni provate oltre un mese prima, in occasione della mia prima conversazione con il prigioniero di Valamer, tornarono con violenza a farsi sentire: ma stavolta non era un racconto in terza persona, ora le parole venivano direttamente dalla vittima di tali assurde, insensate e atroci sofferenze e torture. Sentivo il suo forte bisogno di sfogarsi, di riversare tra le quattro mura che ci ospitavano la sua terribile esperienza, e lottai con tutta me stessa per resistere alla tentazione di alzarmi e stringerla forte, asciugando le sue lacrime e tappandole la bocca con la mano, impedendole di ricordare.

Fu lei ad abbracciarmi, al termine del suo racconto: si rotolò sul letto, travolgendomi e nascondendo la faccia tra la mia spalla e i cuscini. In quel momento, gli Dei soli sanno quanto avrei voluto consolarla, darle la forza di reagire a quella sensazione di vuoto e di impotenza che la attanagliava: avrei voluto ricordarle che era finita, che l'avrei aiutata a dimenticare quella terribile esperienza. Chiedo perdono a Pyros se non mi riuscì di dire nulla: mi limitai a stringerla più forte che potevo, piangendo con lei: come potevo donarle una forza che io stessa non possedevo, vinta com'ero dalla crudeltà di quei racconti? Restai in silenzio, singhiozzando con lei, pregando gli Dei di donarle attraverso la fede il coraggio che io non ero in grado di trasmetterle.

"Devo cambiare queste fasciature", mi disse asciugandosi le lacrime, quando riuscimmo a rimetterci in piedi: tanto il letto quanto parte dei miei abiti erano macchiati del sangue che ancora fuoriusciva dai morsi che mi aveva mostrato.

"Non preoccuparti", le dissi. "Ora mi occuperò io di te. Provvederò a lavare le ferite, a medicarti e a cambiarti queste bende fino a quando non ti sentirai pronta a parlarne con qualcuno".

Rosalie annuì: le fasciai nuovamente la spalla, i fianchi e la gamba, per poi aiutarla a rivestirsi. Il braccio rotto mi costringeva a operare con movimenti lenti e goffi che, con mia grande gioia, riuscirono persino a farla ridere. "Che buffa che sei, piccoletta", mi disse. Piccoletta: un soprannome che mi portava alla mente vecchi ricordi risalenti a quando eravamo entrambe a Focault, che aveva smesso di utilizzare soltanto quando un giovane sacerdote le aveva fatto notare che, crescendo, ero diventata di alcuni centimetri più alta di lei. "Cosa c'entra? Resta comunque più piccola in termini di età" aveva comunque commentato, senza voler sentire ragioni e suscitando le risate mie e di Valerie.

Valerie: il suo ricordo anticipò soltanto di poche ore la triste rivelazione del suo tragico destino. Calde lacrime tornarono a rigare i nostri volti mentre ricordavamo i momenti passati insieme a quella che entrambe consideravamo la nostra migliore amica. Non ci fermammo neppure con l'arrivo della sera: Rosalie non aveva intenzione di cenare o di recarsi alla funzione del vespro: decisi di restare con lei. Restammo per ore a parlare di Valerie e di Focault, del viaggio da Rigel a Beid: senza neppure rendercene conto, tirammo avanti fino a notte inoltrata. "Posso dormire qui?" mi chiese: annuii. "Vedrai che domani andrà meglio", le dissi, augurandomi che fosse la verità.

L'indomani ebbi finalmente modo di rivdere i miei amici di Caen: fortunatamente, sembravano tutti in ottima salute. Julie mi accolse con un caloroso abbraccio: ero così contenta di rivederla che per un attimo mi dimenticai di non poter usare il braccio destro, che avvampò non appena lo mossi costringendomi a soffocare un grido mordendomi le labbra: mi avrebbero vista debilitata e inutile, ma se non altro non avrei piagnucolato di fronte a loro.

Nel corso della giornata parlai a lungo con ognuno di loro, apprendendo moltissime informazioni sul rompicapo che avevo cercato di decifrare e che, a quanto ebbi modo di capire, coinvolgeva non soltanto me ma tutti quanti noi: seppi di quanto avessero temuto per la mia sorte e dei pericoli affrontati per correre da me ad avvisarmi, ad aiutarmi o a salvarmi. Tale spirito di sacrificio mi colpì molto, riempiendomi di gratitudine: sapevo che si trattava di persone eccezionali, ma mai avrei immaginato di essere tanto importante per tutti loro.

Il commento di Loic sul palazzo di mio padre mi fece tornare il sorriso: "Aho, c'hai sempre tenuto all'oscuro ma sei na gran signora... anvedi sto palazzo!" furono le sue parole. Caro Loic, spero tanto che continuerai a vedere in me la stessa paladina che incontrasti a Chalard, quando trascinavo a fatica uno scudo alto e ingombrante.

Guelfo mi salutò appena, sollevando quasi subito lo sguardo dietro le mie spalle: per un attimo pensai che qualcuno dei suoi misteriosi poteri gli consentisse di scorgere qualcosa, ma mi resi presto conto che era Yera ad attirare la sua attenzione, inducendomi a pensare che forse il suo volto potesse aver destato in lui ricordi sepolti: ma quando, qualche ora dopo, chiesi a Yera se per caso si fossero già conosciuti in precedenza, lei scosse la testa con un sorriso: "certo che a volte siete proprio testona", mi disse ridacchiando.

Eric era di poche parole, schivo e riservato come sempre, e anche Quixote si trattenne dal parlare. Quanto a Desiree mi raccontò della sua esperienza incredibile, sollevando questioni che mi ripromisi di approfondire non appena possibile.

Poco dopo feci la conoscenza di Bernard e Lucius, i due paladini di Pyros che avevano ricevuto la missione di riaccompagnare Rosalie a Beid: il primo, più grande di diversi anni, mi fece alcune domande sui sacerdoti che avevano seguito il mio percorso di iniziazione e sulla caserma o monastero dove avevo prestato servizio: mi chiese anche se avessi già ricevuto l'investitura formale, e quando sentì la mia risposta affermativa mi sembrò sollevato. Il secondo mi fece una sola domanda, che mi sembrò ancora più strana: "te lo metti l'elmo?". Anche qui dissi la verità, sperando che fosse ciò che volevano sentire: in ogni caso, ebbi cura di ringraziarli sentitamente.

Durante questi ultimi giorni i miei amici non hanno perso tempo: gli elementi in loro possesso consentono di trarre importanti conclusioni sulla vicenda in corso, e sfruttando la libertà di movimento concessa da mio padre in cambio del recupero di Rosalie stanno battendo in lungo e in largo il territorio di Beid alla ricerca di indizi importanti, che se recuperati riusciranno a indicarci la strada da percorrere per risolvere questo mistero antico di secoli. Da parte mia cerco di aiutarli come posso, cercando di guadagnare tempo: fortunatamente il ritorno di Rosalie mi ha consentito di ricordare a mio padre la sua promessa, accogliendo il segnale divino e ritardando l'inevitabile esecuzione di Netjerikhet. Dopo due lunghi colloqui sono riuscita a rinviare la data a fine mese: prezioso è stato anche l'aiuto di sir Thomas, che sembra sinceramente convinto della possibile innocenza del prigioniero e che più volte ho sentito discutere con mio padre nel cuore della notte.

Oggi, 16 maggio, sono in procinto di recarmi per la terza volta al cospetto di mio padre, e per la prima volta il favore che devo ottenere non è per Netjerikhet o per i miei amici, ma per me stessa: devo chiedergli di vincere le sue remore, a consentire alle mie gambe di tornare a reggersi da sole per condurmi lungo la strada che gli Dei mi chiamano a seguire. E se non avrà intenzione di concedere questo privilegio a sua figlia, gli chiederò di rispettare il volere di una paladina.

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7 giugno 517
Venerdì 18 Maggio 2007

Convalescenza

I giorni passano lentamente qui a palazzo, scanditi dal rumore della porta della mia stanza che si apre e si chiude diverse volte al giorno. Karl e Ryan vengono a trovarmi molto spesso; nonostante cerchino in tutti i modi di farmi sorridere leggo ancora nei loro volti qualche traccia di paura: mi ricoprono di attenzioni, chiedendo quotidianamente a me e al sacerdote che mi ha preso in cura ogni sorta di informazioni riguardanti il mio recupero e tutte le possibili conseguenze presenti e future della caduta.

Da parte mia, cerco di rassicurarli come posso: il dolore al braccio si affievolisce di giorno in giorno e quello alla testa si è ridotto quanto basta per concedermi di dormire con continuità. I rigurgiti improvvisi che inizialmente avevano preoccupato un pò tutti si sono ridotti fino a svanire, e il sacerdote è ottimista sul mio recupero pressoché completo; a quanto sembra, la frattura che mi sono procurata mi impedirà l'utilizzo del braccio per un paio di mesi, e ce ne vorranno quasi altrettanti per un recupero completo. Era una notizia che mi aspettavo, eppure non ho potuto impedirmi di accoglierla con lacrime di pianto: indipendentemente da ogni mio proposito di migliorare la mia tecnica, gli Dei avevano deciso che la mia spada avrebbe continuato ad essere un peso per i miei compagni. Ma mi sono fatta forza pensando al motivo per cui Kayah mi aveva protetto: se ero ancora in vita era merito suo e dello spirito di Abel, la cui luce mi aveva sottratto alle tenebre. Mai come ora avrei dovuto trattenere la disperazione e concentrarmi sul mio compito, impegnandomi a tornare presto in grado di muovermi e di agire.

In questi giorni successivi al mio risveglio lascio spesso il mio sguardo indugiare sui pochi oggetti che circondano il letto entro cui mi trovo. Non sono bianche ma rosse le rose lasciate da sir Steven sulla soglia della porta della mia camera il giorno prima di partire: in mezzo a loro, come un fiocco di neve, risalta quella che si trovava tra i miei capelli la notte della caduta. Yera mi aveva raccontato di come fosse stato proprio sir Steven a riportarmi al castello: evidentemente mi aveva seguita, poco convinto dell'opportunità della mia passeggiata notturna. Il suo spirito d'iniziativa gli era comunque costato piuttosto caro: stando al racconto di Yera, mio padre era andato su tutte le furie sapendo che il cavaliere di Anthien mi aveva spostato dopo una simile caduta, e il sacerdote di Reyks aveva confermato il rischio e l'avventatezza di quella decisione. "In un solo giorno vi ha regalato una rosa, vi ha inseguita, vi ha vista volare di sotto, vi ha riportata in braccio a palazzo e in tutto questo ha rischiato inavvertitamente di uccidervi! Non è incredibilmente romantico?" aveva commentato Yera al termine del racconto. Era stata lei a conservare la rosa bianca che si trovava tra i miei capelli, e sempre lei l'aveva posta al centro del mazzo: una rosa bianca intrappolata tra molte altre rose. Gli altri oggetti erano un rosario di Kayah, lasciato sempre sulla porta da Peter Gremaud il giorno della sua partenza, e la carta del fante di quadri, che mi osservava dal comodino sul quale era sempre stata, quasi prendendosi gioco di me: i sogni avevano smesso di parlarmi, da quel momento sentivo che avrei dovuto farcela da sola.

Dal giorno in cui mi sono svegliata, mio padre è venuto a trovarmi tre volte. La prima la ricordo appena, confusa com'ero: ricordo di aver provato a parlargli, ma la testa mi doleva al punto da non riuscire a concentrarmi sul senso delle mie parole. Avevo provato a spiegargli i dettagli della mia caduta, ma lui aveva ben presto scosso la testa: "Devi pensare soltanto a riposare", mi aveva detto, interrompendo il disordinato fiume delle mie parole. "Non voglio che tu faccia altro".

La seconda volta avvenne alcuni giorni dopo: oltre a lui c'erano anche sir Thomas, Malaki e Jen, i tre cavalieri di Beid a cui maggiormente mi sentivo legata. La reazione di Malaki quasi mi commosse: era così sollevato alla vista dei miei occhi aperti... Sir Thomas e Jen si mantennero sull'attenti; la loro espressione mi era sufficiente per provare nei loro confronti un profondo senso di gratitudine. Tanto mio padre quanto sir Thomas, quest'ultimo ancora duramente provato dalla ferita alla spalla sostenuta alla vigilia del matrimonio, mi fecero numerose domande sul mio aggressore; alcune di esse mi sorpresero, al punto da farmi venire il dubbio che avessero già catturato un possibile sospettato. Grande fu il mio sgomento quando, manifestando tale interrogativo, mi sentii rispondere che con tutta probabilità doveva essersi trattato del prigioniero di Valamer.

"Non... non ha senso", dissi balbettando. "Non può essere stato lui". Nel giro di pochi istanti ricevetti una serie di spiegazioni a suffragio di tale tesi: Netjerikhet era fuggito da Valamer in circostanze misteriose la stessa notte della mia caduta, per poi essere ritrovato a poca distanza dal castello, in un lago di sangue; alcune guardie del castello erano rimaste uccise, probabilmente - stando a quanto dicevano - da lui stesso o dagli individui responsabili della sua liberazione; inoltre, una o due guardie civiche sostenevano di aver visto un individuo avvolto in un mantello, di altezza e corporatura corrispondente alla sua, nei pressi della torre delle Termiti: una corporatura in tutto e per tutto simile a quella da me descritta pochi istanti prima nel tentativo di visualizzare la stazza del mio aggressore.

Man mano che sentivo quelle gravi parole, il mio cuore si stringeva: sebbene le prove non fossero sufficienti per avere la certezza assoluta non avrebbero fermato la decisione che mio padre avrebbe con tutta probabilità preso. Il prigioniero di Valamer era spacciato.

Nei giorni successivi ho avuto modo di parlare molto con Yera: senza scendere nei dettagli le ho confidato parte delle mie preoccupazioni e tutti i dubbi che avevo sulla colpevolezza del mio presunto assalitore. Mi ci volle un pò per convincerla: "voi siete ancora intontita dalla botta che avete preso, milady: quello vi vuole morto e voi lo volete salvare", mi ripeteva giorno dopo giorno, scuotendo la testa. Tuttavia, alla fine la fiducia che nutriva per me la portò a credere alle mie parole non appena fu completamente persuasa che non erano le conseguenze della caduta a farmi parlare in quel modo. Una analoga sorte la ebbi con mio fratello Ryan: "per quello che vale ti credo", disse al termine di una lunga conversazione, "ma non penso che nostro padre sentirà ragioni: in questi giorni sta succedendo qualcosa di grosso, e in quanto Marchese ha il dovere di fare le scelte necessarie per il bene della marca".

Il senso delle sue parole mi venne spiegato nel corso dei giorni successivi: a seguito dei giorni del matrimonio, reparti scelti dell'esercito di Keib erano stati avvistati in territorio di Beid. Sir Thomas e altri soldati avevano provveduto a scortare le ultime carovane di invitati fino a Chalard, e sebbene non avessero subito attacchi diretti avevano avuto conferma di movimenti misteriosi e apparentemente ostili. A quanto sembrava i nostri "cugini" avevano qualcosa in mente, e questo significava l'impossibilità per mio padre di commettere qualsivoglia errore nei confronti della sua popolazione. Quelle notizie erano tanto gravi quanto paradossali: era stato proprio Netjerikhet a metterci in guardia di quella minaccia, la cui conferma gli sarebbe di lì a poco costata la vita. Quante e quali altre informazioni sarebbero morte con lui? Su Beid, su Keib, su Rosalie...

"il 15 giugno", fu la frase che mio padre pronunciò guardando fuori dalla mia finestra, nel corso della sua terza visita. A lungo lo implorai di recedere da quella data, che di fatto mi impediva di dimostrare con le mie forze la sua innocenza: come avrei potuto inseguire la verità in così poco tempo? Stando al sacerdote presto avrei potuto alzarmi, ma a quel punto non avrei avuto che una manciata di giorni prima dell'esecuzione. Inutilmente lo implorai di darmi ancora tempo: gli chiesi di non macchiarsi le mani di una scelta che non poteva ancora definirsi certa, e che avrebbe potuto soffocare la verità anziché conseguirne gli scopi, ma si dimostrò inamovibile; il suo ruolo di padre e quello di Marchese lo spingevano verso una condotta univoca e coerente che non lasciava alcuna speranza al prigioniero. Rendendomi conto dell'impossibilità di perseguire lo scopo come figlia, fu come Paladina che gli rivolsi l'ultima preghiera: lo implorai di rivolgere il suo cuore agli Dei, accettando il loro consiglio e cogliendo con saggezza ogni possibile segno che i nostri padri avrebbero inviato nel tentativo di preservare dall'oblio la luce della verità. Un barlume di speranza si accese nel mio cuore quando, subito prima di andarsene, acconsentì a questa mia estrema supplica.

Tre giorni sono passati da quella visita: il sacerdote di Reyks mi ha proibito di alzarmi fino al 12, ma non posso ignorare l'urgenza che sento all'interno del mio cuore, il compito a cui so di essere chiamata in questi giorni fondamentali. Ho perso l'uso del braccio, ma non è lì che risiedono le mie capacità: da domani chiederò a Yera e alle mie gambe di sorreggermi fino alla porta del palazzo e poi verso la torre delle Termiti: è lì, nel luogo in cui Kayah e Abel mi hanno salvato dalla morte, che avrà inizio la mia ricerca per riaccendere la fiaccola della verità. Lo devo a Netjerikhet, che si è fidato della mia intelligenza rischiando la vita; lo devo agli amici di Caen; lo devo ad Abel e alla sua stella che mi illumina e protegge nella notte; lo devo a mio padre, che non merita di sacrificare la sua integrità alla ragion di stato; e più di ogni altra cosa, lo devo a Rosalie: se c'è qualcuno che può rivelarmi qualcosa sulla sua ubicazione o sul suo destino, quello è il prigioniero di Valamer, un uomo che ha messo la sua vita nelle mie mani recandomi un unico, eloquente messaggio: una rosa bianca.

Che gli Dei mi aiutino a farlo uscire per la seconda volta da quella prigione, stavolta da uomo libero.


scritto da Solice , 04:32 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
27 maggio 517
Mercoledì 9 Maggio 2007

9 giorni


...Una catena d'oro con un anello che scompare in un buco del muro. Una stanza buia, con le pareti ricoperte di sangue. Sangue rosso, sangue recente, i cui schizzi ricoprono le pareti incrostate di sangue scuro, quasi nero. Sangue di anni, forse decenni. Sangue in polvere, polvere di sangue. Soltanto la torcia nella mia mano illumina quella nuda pietra bagnata di vita scarlatta e impregnata di morte scura, i cui solchi impressi in epoche remote parlavano una lingua a me sconosciuta. Una lingua fatta di immagini e disegni, impossibile da decifrare o da interpretare.



"Arrivano! Arrivano!" L'urlo si diffuse potente lungo le pareti di pietra del castello; mancavano pochi minuti al completamento della ricerca, ma lo sguardo del Maestro non tradiva alcun dubbio o esitazione: il conclave avrebbe continuato in silenzio la sua opera fino al termine del periodo necessario. Le parole furono pronunciate una dopo l'altra con fermezza e precisione, ma neanche la voce altisonante del Maestro poteva coprire il suono del portone schiantato e i passi che cominciavano a invadere le scale che avrebbero condotto alla nostra sala. Mi guardai intorno, per quel poco che potevo: non avrei rotto la mia concentrazione in un giorno così importante. Quei soldati erano qui per portare via il nostro Maestro, avrebbero per sempre privato i nostri occhi della luce necessaria per comprendere quello che ci circonda: la luce della conoscenza, la luce della vita, la luce della fede: la luce degli Dei. Guardai i miei compagni, intenti a sostenere il Maestro in quello che sarebbe stato il suo ultimo incantesimo da uomo libero: nel giro di pochi minuti saremmo rimasti tutti ciechi, e le prigioni di Clerval avrebbero costretto per sempre alla solitudine e alla sofferenza l'uomo che noi tutti avevamo giurato di accompagnare lungo il suo cammino. Abbassai lo sguardo, osservando la carta che avevo tra le mani: un fante di quadri, il seme simbolo della nobiltà. Una nobiltà che non mi apparteneva più dal giorno in cui abbandonai la mia terra natale per venire ad Amilanta, abbracciando una ricerca che presto non sarebbe più esistita, spazzata via dall'ignoranza e dalla paura nei confronti di qualcosa che non si conosce...



...Mi fa male il braccio; lo tocco, e mi fa ancora più male. Non sono ferita, ma capisco che non potrò muoverlo. Se voglio tirare quell'anello dovrò farlo con il sinistro. Mi guardo intorno... non ci sono porte. Da dove sono entrata? Guardo in alto e capisco...



...Lo schianto simultaneo delle pesanti porte di legno che chiudevano gli accessi alla sala delle Convocazioni mise a dura prova la mia concentrazione: i soldati entrarono nella sala, splendenti nelle loro armature nere. Il simbolo del nostro nemico, il signore della guerra, sventolava sui loro vessilli, e decine di grifoni ci osservavano protendendosi dagli scudi e dalle armature. Il Maestro alzò le mani al cielo; gli invasori lo scambiarono per una resa, ma era piuttosto il segno che il nostro lavoro si era compiuto: da quel momento in poi la misteriosa ricerca che il nostro Maestro ci aveva chiesto di officiare prima della sua cattura era nelle mani del Tempo, il cui svolgersi avrebbe presto rivelato il successo o l'insuccesso dei nostri sforzi.

"Jean-Antoine DeFlay!", tuonò quello che sembrava il più alto tra gli ufficiali in grado. "In nome di sua maestà il Signore della Guerra io, Stearn Versére, sono qui per punire la tua eresia e i tuoi rituali sacrileghi e contrari ai dettami della Chiesa".

"Non vedo inquisitori tra voi", rispose con calma il Maestro. "E non vedo neanche sacerdoti. Il signore della Guerra possiede dunque l'autorità per.."

"Fate silenzio!", lo interruppe bruscamente l'ufficiale. "Non permetterò alla vostra bocca velenosa e infida di pronunciare un'altra parola". Cosi' dicendo fece un cenno ai suoi uomini. Guardai con tristezza i miei compagni, incontrando i loro sguardi affranti. Noi tutti confidavamo che il Maestro non sarebbe stato giustiziato, ma con l'accusa di eresia avrebbe comunque trascorso il resto della sua vita nelle segrete di Clerval.

Poi accadde, come in un lampo: di fronte allo sgomento di tutti noi, Stearn Versére sguainò la sua spada. "Non permetterò a una carogna come voi di respirare ancora". Con quelle parole vibrò un colpo improvviso, trafiggendo in un lampo il torace del Maestro.

Quella scena ci fece ghiacciare il sangue delle vere: incapaci di muoverci, guardammo il comandante dell'esercito di Keib estrarre la spada dal corpo del Maestro, anticipando un fiotto di sangue caldo e rosso. Cadde in ginocchio, subito prima che un secondo colpo si abbattesse su di lui: con orrore assistemmo al tremendo spettacolo della sua testa, ormai separata dal corpo, rotolare al centro della sala delle Convocazioni.

Guardai Versére negli occhi, sperando di leggervi anche il minimo accenno di pazzia: il mio cuore quasi si fermò nel petto quando mi accorsi della sua calma, segno del controllo che ancora esercitava sulle sue azioni. Fu in quel momento che capii che nessuno di noi avrebbe lasciato quella sala.

"Uccideteli tutti", ordinò il comandante. Così dicendo avanzò verso Mathr, sferrando un colpo rivolto verso la sua faccia: un secondo dopo il corpo senza vita del mio amico cadde in terra, a pochi metri da me. Arretrammo verso il centro della sala, circondati dai soldati nell'atto di sguainare le loro armi: molti di loro erano spaventati, ma il timore che nutrivano nei nostri confronti non era meno pericoloso dell'odio provato da Versére. Accadde tutto molto in fretta: il Maestro ci aveva proibito di utilizzare i nostri poteri contro altri esseri umani, ma in molti disubbidirono, spaventati a loro volta dalla paura di morire. Io non fui tra questi: accettai il mio inevitabile destino, stringendo in mano l'ultimo ricordo lasciatomi dall'uomo i cui insegnamenti mi ero impegnato a seguire: il fante di quadri. Morivo senza lasciare eredi, ma la mia famiglia non si sarebbe estinta... e giurai a me stesso che, in un modo o nell'altro, sarei riuscito a raccontare questa storia.


"Noooooooooooooooooooooooooooooooo!"

Mi svegliai di soprassalto, urlando a perdifiato: calde lacrime scendevano dai miei occhi, mentre rivivevo gli ultimi istanti di vita dell'uomo di cui avevo appena visto la morte. I miei occhi erano ancora velati dalle mura scure di quel castello, dal sangue che si infiltrava lungo le pietre che pavimentavano la sala delle Convocazioni... Poi vidi due occhi verdi, anch'essi in lacrime, che mi guardavano con stupore e con gioia.

"Lady Solice! LADY SOLICEEEE!" Yera mi si buttò addosso, abbracciandomi fino a togliermi il fiato. Istintivamente cercai di reggere l'impatto sollevando il braccio, ma appena un istante dopo fui invasa da una fitta di dolore. Incapace di trattenermi urlai ancora, abbandonandomi inerme sul letto.

"Oh... Mi... mi dispiace tanto! Io... sono una stupida! Vi ho fatto male, non volevo!" Yera si affrettò a sciogliere l'abbraccio, alzandosi in piedi. Le sorrisi: "non mi hai fatto alcun male", le dissi: "credo di avere un braccio rotto", aggiunsi poi, osservando la fasciatura che assicurava al mio corpo l'arto ancora fortemente indolenzito. Cercai di ricordare qualcosa, qualsiasi cosa... Ma non ci riuscii. Avevo un fortissimo mal di testa.

Yera si era alzata. "Devo correre a dirlo a sua signoria il Marchese!", disse trafelata. "E anche a lord Ryan! Erano così preoccupati... Abbiamo pianto così tanto... E devo anche dirlo a mastro Reahr, e al venerabile Ridde... e a Sir Malaki, e a..."

"Aspetta un attimo, Yera", la interruppi. "Non... ricordo nulla. Cosa mi è successo? Quanto ho dormito?"

La mia ancella mi guardò con occhi sgranati: "dormito?" mi disse. "Voi... non avete idea... di quanto siamo stati preoccupati..." La guardai, mentre ricominciava a piangere. Il suo pianto mi commosse: quelle lacrime erano per me.

Abbassai lo sguardo, guardandomi intorno: a quanto sembrava, ero rimasta svenuta per un lungo periodo di tempo. Due, forse tre giorni. Qualsiasi cosa mi fosse capitata, non la ricordavo. Man mano che il mio corpo riprendeva coscienza, dolori e formicolii cominciavano a invadermi da ogni parte. Mormorai una preghiera agli Dei, poi sollevai il lenzuolo e mi osservai. A quanto pareva non avevo ferite evidenti, ma solo qualche fasciatura: in testa, a una caviglia, a un ginocchio e al braccio: ques'ultimo era quasi certamente rotto. non doveva essere stato un combattimento quanto piuttosto una caduta, forse da cavallo.

I minuti successivi furono piuttosto veloci, e la mia scarsa capacità di concentrarmi su quanto accadeva intorno a me non mi aiutò: la mia stanza si riempì di facce amiche. Mio fratello fu il primo ad arrivare, di corsa, seguito a poca distanza dalla sua splendida moglie. "Lady Amy", dissi, cercando invano di inchinarmi dal letto: in quell'occasione constatai che anche la schiena mi doleva.

"Non ti sforzare", disse mio fratello: anche lui aveva le lacrime agli occhi: lacrime di gioia, certo, ma anche di sollievo. Un brivido mi percorreva lungo la pelle: era stata una caduta così grave da temere per la mia vita... o c'era dell'altro?

"Ryan", dissi, sforzandomi di parlare ancora. La voce mi usciva a fatica, con affanno. "Cosa..."

"Non parlare", mi interruppe, costringendomi gentilmente a rimettermi in posizione supina. "Devi solo pensare a riposarti, ora: avremo tutto il tempo per parlare quando starai meglio, d'accordo?"

Annuii, incapace di parlare ancora. Man mano che i secondi passavano la mia testa si faceva sempre più pesante, e gli occhi faticavano a stare ancora aperti: l'ultima cosa che ricordo è la faccia di mio padre. I suoi occhi non stavano piangendo e non accennò alcuna espressione, ma la sua gioia divenne tangibile quando, prima di perdere nuovamente i sensi, lo vidi parlare con il venerabile Ridde, sacerdote di Reyks; e fu proprio al dio della misericordia che la mia coscienza dedicò il suo ultimo istante: qualsiasi cosa mi fosse successa, ero sopravvissuta.
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18 maggio 517
Mercoledì 2 Maggio 2007

La caduta

June e Joan, Dhjou-Neh e Dhjou-Ahn, la rosa rossa e la rosa bianca: la prima, simbolo della passione e dell'amore terreno, talmente forte da sopravvivere alla morte; la seconda, simbolo dell'amore puro e incondizionato, libero dalla passione terrena... ma anche simbolo di morte. Rossa era la rosa che June portava tra i capelli quando all'inizio della ballata conosce Amon, colui che sarà in di lì a poco il suo carceriere; e bianca quella che orna il capo di Joan quando, dopo aver abbracciato la sorella per l'ultima volta, si consegna nelle mani del rapitore.

Dhjou-Ahn: rosa bianca. Un segnale indecifrabile per sir Thomas e Malaki, alla presenza dei quali sono avvenuti i miei dialoghi con il prigioniero di Valamer dopo la sua incarcerazione, ma non per me. Come avevo potuto ignorarlo? Troppo a lungo mi ero soffermata sull'interpretazione dei miei sogni: avevo colpevolmente frainteso le parole di padre Barkev, concentrandomi sul linguaggio onirico, trascurando quello degli uomini, dimenticando che entrambi sono opera del disegno degli Dei.

Non avevo alcuna prova a suffragio della rivelazione che avevo avuto pochi istanti prima: ma sentivo dentro di me la necessità di controllarne immediatamente la veridicità, di impedire che il troppo tempo impiegato per comprendere il messaggio potesse recare danni al segreto che avevo giurato di proteggere e custodire. Dovevo immediatamente raggiungere mastro Malkhas e convincerlo a consegnarmi quella lettera: sarebbe stata lei a rivelarmi se le segrete di Valamer imprigionavano un uomo di fede e se il segreto della rosa era stato o meno compromesso. Non avrei aspettato altro tempo per portare luce su questi dubbi, troppe ore erano già trascorse per colpa della mia cecità.

Dopo il suo arrivo, mastro Malkhas era stato alloggiato nella vecchia torre delle Termiti, che si trovava a circa tre metri dal palazzo: l'alto e massiccio edificio, contenente un gran numero di libri, era la residenza ideale per gli studiosi che venivano alloggiati nei pressi del palazzo. Era di certo il posto ideale per un individuo come lui, e quando sir Thomas e mio padre lo avevano convocato a Beid la torre era sembrata il posto ideale, sufficientemente distante dalle feste e dai banchetti per consentire la tranquillità necessaria a svolgere il suo incarico.

A mastro Malkhas era stata affidata la pergamena che il prigioniero di Valamer recava con sé: sua era la responsabilità di assicurarsi che non potesse essere fonte di pericoli diretti o indiretti, prima di comunicarne il contenuto. Purtroppo, tanto la ferita accusata da sir Thomas quanto il matrimonio avevano assorbito ogni possibile interesse nei confronti di quella pergamena: d'altronde, il ritardo di mastro Malkhas nel comunicarne il contenuto aveva lasciato intendere che non contenesse nulla di rilevante ai fini della scarcerazione del prigioniero o del ritrovamento di Rosalie. Le mie recenti scoperte avevano però portato alla luce una nuova possibilità: magari in quella pergamena era contenuto un messaggio che soltanto io ero in grado di leggere o interpretare, o qualche riferimento che soltanto chi fosse a conoscenza dell'esistenza della Rosa Bianca avrebbe potuto comprendere: forse il prigioniero di Valamer si aspettava che quella lettera sarebbe presto finita nelle mie mani, ed aveva puntato tutto su quell'eventualità, rifiutando di rivelare qualsiasi informazione in presenza di Malaki o di sir Thomas e continuando a chiamarmi Joan nel tentativo di far scattare in me la molla che avrebbe portato alla dimostrazione della sua buona fede.

Se c'era anche solo una possibilità che tutto questo fosse vero dovevo saperlo subito, senza aspettare un altro istante. Arrivai trafelata davanti alla porta della torre delle Termiti: una guardia di Beid piantonava li' nei pressi, a protezione dell'ingresso. Vedendomi arrivare a perdifiato mi guardò con espressione incuriosita.

"Salve", gli dissi, trafelata. "Il mio nome è Solice, e ho urgente bisogno di parlare con mastro Malkhas. Vi prego", continuai, vedendolo dubbioso, "ho davvero molta premura. E' necessario che io gli parli adesso, non posso aspettare".

La guardia perse alcuni secondi a osservarmi, grattandosi il mento: non l'avevo mai vista prima, era improbabile che mi conoscesse: in quel caso, se non si fosse fidato della mia parola, sarei stata costretta ad aspettare l'indomani.

Con mia grande sorpresa, la guardia annuì. "Va bene", mi disse. "Dopotutto, non credo che sarà un grosso problema per mastro Malkhas ricevere una visita a quest'ora".

Il suo tono era piuttosto divertito. Mastro Malkhas era noto per restare sveglio fino a tarda ora, studiando i suoi tomi nel silenzio della notte: evidentemente, il suo singolare comportamento non era ignoto alla guardia che era stata affidata alla sua porta.

La guardia aprì la porta della torre, avendo poi cura di accendere una lanterna che portava con sè.

"Seguitemi, prego" mi disse precedendomi all'interno dell'edificio.

Il piano terra della torre era occupato da una unica sala piuttosto spoglia, facente funzioni di anticamera: sparuti bauli e cassapanche erano disposti ai lati del muro, mentre al centro era disposto un tavolo circondato da una decina di sedie. Sul lato opposto rispetto all'ingresso incominciava la lunga rampa di scale che portava ai piani superiori, il cui accesso era bloccato da una robusta porta di legno.

"Mastro Malkhas!", chiamò la guardia, avanzando a larghi passi verso la porta. "Mastro Malkhas!", ripetè a gran voce, bussando con il pugno sul legno spesso.

La porta si aprì con un cigolio: era aperta. La guardia si girò verso di me. "Evidentemente sta dormendo", mi disse scrollando le spalle. "Spero che questa sveglia improvvisa non gli dia troppo fastidio". Cosi' dicendo si avviò lungo le scale, precedendomi.

Passammo cosi' il primo piano della torre, parzialmente occupato dagli alloggi delle guardie: "dormite qui?" chiesi alla guardia, notando che due dei letti erano preparati: come risposta, il mio accompagnatore si limitò a scuotere il capo. Passammo poi per il secondo e il terzo piano, occupati da scrivanie e scaffali polverosi a volte vuoti, a volte ingombri di libri e pergamene. Vi erano anche moltissimi oggetti di uso comune, misteriosi alambicchi contenenti sostanze rese inservibili dal tempo, ampolle dal contenuto misterioso, mappe e strumenti per comprendere la volta del cielo. Lo studio di mastro Malkhas doveva essere al quarto piano, mentre il quinto e ultimo era riservato ai suoi alloggi.

Raggiunta la porta di accesso al quarto piano, la guardia bussò ancora. "Mastro Malkhas!", ripetè un paio di volte, senza ricevere alcuna risposta.

"Dannazione", disse. "Il vecchio deve avere il sonno pesante. Ci ha detto una gran sfortuna, proprio oggi ha deciso di dormire di notte..." Cosi' dicendo mise una mano sulla maniglia, mentre con l'altra già si preparava a cercare la chiave. Non era necessario: anche questa porta si aprì, cigolando appena. La guardia alzò le spalle, evidentemente sorpresa dal fatto che mastro Malkhas non fosse solito chiudere a chiave neppure l'accesso alle sue stanze, e spalancò la porta.

"Ah, eccovi qui", esclamò volgendo lo sguardo verso l'alto. "Cominciavo a pensare che vi fosse successo qualc..."

Improvvisamente, tutto avvenne a una velocità innaturale. La guardia arretrò di scatto di fronte alla figura ammantata che si trovava in cima alle scale, quando quest'ultima si avventò di scatto su di noi. Dalla mia posizione riuscii a vedere che brandiva qualcosa, ma non feci neppure in tempo a gridare: sentii calde gocce di sangue dipingersi sul mio viso, mentre l'aria si riempiva del rumore sordo e bagnato del ferro che penetrava nella carne.

"Ah...gg...gghh.." riuscì appena a pronunciare la guardia prima di cadere rovinosamente al suolo mentre la lama veniva ritirata via dalla sua gola, passata da parte a parte. La lanterna esplose in una girandola di vetri luccicanti, proiettando dal basso verso l'alto ombre enormi e minacciose lungo la rampa di scale.

Ci volle tutta la mia forza di volontà per costringere le mie gambe a muoversi, vincendo il terrore di quel singolo istante, costringendomi ad ignorare il battito impazzito del mio cuore. Arretrai di scatto con l'intenzione di correre verso l'uscita, ma subito dopo fui costretta a gettarmi in terra per evitare un fendente rivolto verso di me: le gambe si rifiutarono di sorreggermi mentre arretravo lungo quegli scalini; caddi all'indietro, giungendo all'altezza del terzo piano. Il mio aggressore mi fu subito addosso, costringendomi a gettarmi dentro la sala ingombra di oggetti e scaffali: ogni mio movimento sembrava goffo e lento, se paragonato alla rapidità con cui il mio aggressore si liberava degli ostacoli che gli impedivano di raggiungermi. Dopo pochi secondi mi trovai come un topo in trappola, con le spalle chiuse da una delle robuste finestre di legno e vetro della torre, oltre la quale splendeva vivida la luce di Kayah.

Il mio aggressore si arrestò, come un predatore nell'atto di contemplare la sua preda. Non potevo più scappare, un pesante scaffale in legno di quercia chiudeva l'unica via di fuga. Mi ritrovai a pregare silenziosamente gli dei: forse c'era la possibilità che la luce di Kayah potesse impedire al mio carnefice di incedere ancora. Tale speranza venne ben presto vanificata dai lenti ma inesorabili passi con cui l'assassino riprese ad avanzare verso di me.

Non mi restava molto tempo. Pensai alla finestra affacciata sul vuoto della notte che si stagliava dietro di me, e in quell'attimo disperato mi tornò alla mente la canzone che da giorni mi ossessionava: la sorte mi aveva definitivamente costretta nei panni di Joan, dandomi la scelta tra consegnarmi inerme nelle mani del mio carnefice o rifiutare il destino avverso arrogandomi il diritto di decidere in prima persona la mia sorte. Una scelta impossibile, che agli occhi di chiunque non aveva alcuna reale via d'uscita: fino a poche ore prima avevo pensato a una soluzione che facesse dormire a Malaki sonni tranquilli, e sebbene l'avessi trovata non ero poi così convinta che avrebbe funzionato. Alzai lo sguardo, rivolgendomi alla luce della luna: la luce di Kayah, la luce di Abel: ripensai a quello che una volta mi raccontò, di come fosse sopravvissuto a una caduta che avrebbe dovuto condannarlo a morte certa o a un'esistenza di sofferenza, invalidità e dolore; pensai ai rischi che la Rosa Bianca e il mio stesso paese avrebbero corso se non fossi sopravvissuta, se non avessi avuto modo di rivelare le informazioni che ora, evidenti, si rivelavano a pochi istanti dalla mia probabile morte.

Fu con questi pensieri che mi piegai sulle ginocchia, ripensando a tutto ciò che avevo imparato sull'arte di evitare i colpi di un avversario, aspettando l'istante che avrebbe preceduto l'attacco del mio aggressore. Dopo pochi, interminabili istanti di attesa la spada vibrò, sibilando nella mia direzione: chiamando a raccolta tutte le mie energie balzai all'indietro, anticipando la lama diretta contro la mia gola.

Nel giro di pochi secondi sentii il vetro rompersi sotto le mie spalle, poi la fredda aria della notte che mi avvolgeva. Poi, improvvisamente, tutto si fermò: vidi due o tre persone nei pressi della torre, lo sguardo rivolto verso l'alto, costretto a mettere a fuoco un simile quanto inatteso spettacolo: poi, d'un tratto, incominciai a precipitare. Cercai di ruotare il mio corpo e di assumere una posizione che mi avrebbe consentito di attutire in qualche modo la caduta, poi pregai con tutto il mio cuore di aver fatto la scelta giusta, che tanto Malaki, quanto mio fratello e mio padre, quanto i miei amici potessero dormire sonni tranquilli... E, se questo non doveva essere, pregai affinché Pyros li proteggesse dal male e dal pericolo.

Poi tutto diventò buio.
scritto da Solice , 15:15 | permalink | markup wiki | commenti (0)