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18 Marzo 517
Domenica 4 Gennaio 2015
Lo Yog dello Specchio
Il mugghiare del corno raggiunge il Cairn, destando i suoi campioni. Posso quasi vederli mentre si agitano nelle cripte, l'eccitazione del combattimento che si impadronisce di quelle carcasse intorpidite e ne fa ombre rapide e letali. Pochi secondi, ed ecco che già sciamano dal tumulo come vespe agguerrite, pronte a divorare chi ha osato turbare la quiete del loro alveare. Quale che sia il mio destino, gli undici che Feidelm ha messo alle mie calcagna non hanno speranza di conquistare Lamaynn.
Gli intrusi hanno avuto facilmente ragione dei pochi raminghi attirati dal loro rumoroso avvicinamento. Lascio che svuotino le loro faretre sui Morti intrappolati nell'ultima fossa, e mi mostro. Colui che a Muddan mi ha sfidato per primo è impaziente di onorare il nostro patto. Mi basta uno sguardo al volto stanco e al contempo risoluto per capire che la sua mente è stata impegnata a combattere questo duello centinaia di volte nelle lunghe ore che sono trascorse dal nostro ultimo saluto...e che almeno una volta è emerso vincitore. Mostrami cosa hai appreso, figlio di Greyhaven.
Detti le tue condizioni: sarà un duello cruento, in cui il ferro sarà libero di baciare le carni dei contendenti. Ti chiedo se sei davvero sicuro di volere questo, ma entrambi sappiamo bene che si tratta di una decisione meditata: un singolo affondo portato con sicurezza, una ferita mortale che possa conquistarti la vittoria...in caso contrario, morte certa. E' così che nelle tue riflessioni mi hai sconfitto, quell'unica volta.
Detto le mie condizioni: nessuno dovrà intromettersi, se perdi dovrai cedere il campo, sempre che tu sopravviva, e con te i tuoi alleati. Mi assicuro che il prete comprenda e accetti i nostri termini; in caso contrario questo duello diventerà una battaglia, e non ho timore di combatterla.
Mentre ci svestiamo parli dei figli di Baalar, di come questa ordalia ti compenserà di un'altra che avresti desiderato affrontare, ma che ti fu preclusa. Mostri con fierezza le cicatrici delle prove a cui sei sopravvissuto, confidi che il simbolo di morte che adorna la tua schiena sia sufficiente a renderti temibile? Fingi di non vedere i segni delle "mie" prove, distogli lo sguardo dagli occhi con cui mi sono dato di vedere.
I miei avi hanno onorato Baalar Virughdark e la sua discendenza, seme e sangue del Primo. Sei dunque un conquistatore conquistato, figlio di Greyhaven? Elsenore ti ha ripudiato e cerchi in Amedran un'amante che le rassomigli? O è piuttosto il Sangue del Faul-Warg che nelle tue vene urla e brama, e oggi ti ha portato qui, per ricevere da me ciò che i Faolchliàth ti hanno negato? Sei dunque un Lupo in cerca di altri Lupi?
Ostenti un'effige di Morte per indurmi ad esitare... probabilmente non sai che neppure Shub-Niggurath potè fermare il Primo. Al collo porti indegnamente un amuleto di denti di Faul-Warg, ignorando che in queste lande nessun Guerriero oserebbe mai fregiarsi dei resti di un fratello. "Non brami il Lupo la carne del Lupo, questa è la legge del Khan", ed è una legge che persino i figli di Baalar hanno imparato a temere, nei secoli che furono. Dovrei ridere di te e delle tue superstizioni, ma nel profondo so che quello spettro che ti ha seguito per miglia e miglia oltre i mari tempestosi, eternamente avvinghiato alle tue spalle, non è venuto al mio cospetto per un capriccio del Fato. Esso è ai miei nuovi occhi il baratro stesso in cui ho scelto di addentrarmi, la nera catena che stringe il mio collo. Sistemi le zanne di lupo e per un istante esse fanno da corona alla Morte, e avvampano sinistramente di luce funerea; la voce del Maestro rinnova il suo monito, la sua sfida, la sua accusa: "Di chi ti farai schiavo?"
Ma tu, figlio di Greyhaven, nulla sai di questo, nè ti interessa. A te la prima mossa.
Decidi di lasciare nel fodero la tua seconda lama, scegliendo di impugnare la spada con entrambe le mani per sfruttare tutta la tua forza, tutto il tuo slancio in un unico assalto mortale. E' così che hai vinto, vero? Sei persino più veloce e preciso di come ricordavo, e non c'è modo per me di opporre lo scudo in tempo. Lo hai capito, eppure non vedo esultazione nei tuoi occhi, nè sgomento un attimo più tardi, quando il ferro fende l'aria sibilando di frustrazione. Mi conosci intimamente, ormai, e questo fallimento per te non è una sorpresa.
Tocca a me adesso. Scaravento il maglio verso di te, ma il mio sguardo resta incollato al tuo talismano. Due occhi ferini sembrano apparire dal nulla per sovrapporsi ai tuoi, sono gli occhi di un predatore antico e implacabile. Conosci la natura dell'oggetto che indossi, figlio di Greyhaven? Approfitti con facilità di un colpo impacciato, prevedibile, indegno di un Kraighar, e abbatti con grande rapidità la tua lama sulla catena prima che io possa ritrarla, tranciandola.
Sorrido. Grazie per la sfida che mi stai regalando. "Notevole", ti dico.
Mi concedi di sguainare il Seaxe, e ne approfitti per impugnare anche la tua spada corta, confidando di usarla per proteggerti dai miei attacchi. Ci scambiamo qualche colpo poco convinto, che entrambi evitiamo con facilità. Poi mi sorprendi ancora, approfittando della superiore resistenza della tua spada per deflettere aggressivamente il mio fendente ed al tempo stesso danneggiare entrambe le lame: la mia va in frantumi, la tua è buona per un altro colpo ancora. Gli occhi della Bestia si fissano nei miei. "Davvero notevole" sussurro, pregustando ciò che seguirà.
Ed è qui che mi dai la peggiore delle delusioni, tu che dei miei avversari ti sei rivelato il più promettente. Ora che finalmente hai una speranza, esiti. "Cosa stai aspettando?" ti chiedo "La tua lama conosce bene il proposito per cui è stata forgiata. Perchè tu ti ostini ad ignorare il tuo?" Mi chiedi cosa avrei fatto io in una simile situazione, e ti rispondo. Non mi dai il tempo di concludere, di dirti che un Kraighar di Uthun non è mai disarmato. Lasci cadere le armi e ti prepari ad affrontarmi in uno scontro a mani nude.
Scuoto il capo. Per cosa combatti veramente, figlio di Greyhaven? A chi stai dimostrando il tuo valore? A chi renderai conto del tuo onore? A me? Ai tuoi compagni? Alla Morte velata che segue ogni tuo passo, o alla forza selvaggia che ti mette in guardia dai miei attacchi? Agli Dei, se Dei ci sono nel tuo cielo? Hai rinunciato alla tua corazza per spogliarmi della mia, e sei stato astuto: ora che io sembro senz'armi ti privi delle tue, e dai prova della tua stupidità. Peggio, disonori te stesso, e disonori me con la tua presuntuosa misericordia. Oggi hai combattuto come mai in vita tua, perchè sapevi che solo così saresti riuscito a sopravvivere. Questa è l'essenza di Yog. Oggi ti ho fatto Maestro di te stesso, ed è questa la tua riconoscenza? Mutare la nostra sfida in un...in un gioco?
Ti mostrerò quanto terribile è stato il tuo errore. Spezzerò ogni osso del tuo corpo, ti strapperò via le viscere e le darò in pasto ai Morti, farò in modo che i tuoi compagni non trovino alcuna consolazione nel riavere ciò che sarà rimasto di te. A me la prima mossa.
Sei lento senza una spada in mano. Troppo lento. Diversamente da me, non hai mai dovuto contare solo sui tuoi pugni per sconfiggere la morte. Eccoti un primo assaggio...dannazione.
Un gioco. Non è niente più di questo per me, ora, un futile, crudele, noioso gioco. Ripenso al Maestro, a come, riuniti i Sette, egli racconta spesso della leggendaria contesa tra il Primo ed il suo genitore. "...incapace di assestare anche un solo colpo al suo avversario, perduta ogni arma, infranta ogni difesa, l'Antico Signore perse infine il desiderio di combattere, e la sua rabbia risuonò così possente da far breccia nelle mura della Corte Primigenia..."
Tu che porti il marchio di Shub-Niggurath, in verità sei come il Primo, e mi rendi impossibile trionfare; io che brandisco le insegne di Kraighar Tarkhun e vivo inseguendo il mio Yog, in verità sono come l'Antico Signore... ho visto spezzarsi le mie armi, e spogliato di scudo e corazza stringo nel pugno le ceneri di una lotta che non ha più alcun significato. Questo è lo Yog dello Specchio: ogni volta che affronti un nemico, è con te stesso che ti stai misurando.
Devo renderti grazie, figlio di Greyhaven, per avermi riportato alla mente tale insegnamento.
Fermo il colpo, ti sfioro appena. Il campo è tuo...fintanto che i Gaunt non verranno a reclamarlo.
Non ci saranno altri duelli, mi dici. Annuisco. Niente più sfide, niente più condizioni. Quando ci incontreremo di nuovo tra noi sarà battaglia. So che non avrai timore di combatterla.
16 Marzo 517
Lunedì 15 Dicembre 2014
La prova
Molti belano come pecore. Triste. Ma alcuni ringhiano, e lui è tra questi. Il primo a sfidarmi scocca le sue frecce, è veloce, preciso. Mi distrae...un "Gaunt" ne approfitta. Ci vuole più del solito ad averne ragione, ed altri due si stanno facendo vicini. Troppo.
Mi sono abituato ai nuovi colori del mondo, e da tempo le ombre della notte hanno smesso di confondermi ("se i tuoi occhi ti rendono cieco, strappali via"). Vedo l'anima abbandonare, respiro dopo respiro, il petto dei vivi. La paura, l'incertezza, l'odio dei miei avversari li fanno avvampare come fiaccole nella tenebra. Probabilmente è così che loro ci vedono. I Morti invece sono come pozzi neri in cui persino la luce della luna non osa riflettersi, ma la loro implacabile brama li tradisce: la sento come se fosse la mia, e non possono cogliermi di sorpresa. Scaravento il Gaunt dalla rupe, gli altri si tengono alla larga, aspettando un'occasione più favorevole.
Sono creature pazienti, al contrario di me. La verità è che non sono pronto, non ancora. Troppo goffo, troppo lento per domare i Morti, e Feidelm ha mandato buoni soldati. E' stato un errore cedere alla fretta, quanto lavoro verrà sprecato stanotte. Tanto vale mettere i Greyhavenesi alla prova.
E così faccio. Mostro a chi mi ha sfidato per primo quanto ancora gli resta da imparare, ma non sono qui per lui. Lascio che arretri oltre le macerie della sua postazione. Le frecce mi cadono intorno, è il momento di far visita alla torre. La mia furia è un vento impetuoso, e prima che gli arceri possano incoccare nuovamente eccomi ad un passo da loro, il maglio che freme impaziente nel mio pugno. Vi credete al sicuro, uomini di Greyhaven? Nessuno lo è, neppure io. Mai.
Ecco un altro che trova il cuore per opporsi a Tarkhun, portatore di sterminio. Per cosa vuoi morire, soldato? Per la bandiera del tuo dominus, o per quella del Margravio? Per tua moglie, per i tuoi figli, per l'angolo di foresta che tu chiami casa? Sciocco. Amedran non si è mai curata del nome degli uomini, non ha mai avuto misericordia dei lori affetti. Vuoi forse dimostrarmi il tuo coraggio? Preferisci essere schiacciato da un nemico che non hai speranza di sconfiggere pur di non cedere il passo? O credi davvero di poter tenere testa ad un Kraighar di Uthun? Quali che siano le tue ragioni, sarai esaudito. Misuro il valore di quest'uomo, lo trovo carente. Gli concedo una morte da guerriero, ed ecco, lui la riceve con fierezza: possa il suo spirito vagare a lungo per i sentieri desolati, e far strage di chi gli si parerà innanzi!
Più in basso, al cancello, una giovane donna cerca disperatamente di porre riparo alla mia breccia. Percepisco il suo terrore, eppure persiste, e i Morti si attardano ancora lungo il sentiero. Dovrei fermarla. Le balzo davanti e la osservo da vicino. Chi mai potrebbe gloriarsi di aver abbattuto una così misera preda? Lascio che si specchi in quelli che un tempo sono stati i miei occhi, di modo che capisca che la sua unica speranza è fuggire lontano, senza mai voltarsi indietro...in questa guerra non c'è posto per lei.
Alle sue spalle un uomo sta intonando una supplica ai suoi Dei, ed altri lo seguono. Perchè si ostinano? Perchè non si arrendono all'inevitabilità della loro sconfitta? Sollevo lo sguardo, ed è come se il peso di ogni incertezza, di ogni fallimento, di ogni sofferenza patita in questi anni di addestramento mi piombasse sulle spalle. Non sarete mai ciò che io sono diventato, vermi! Se solo aveste affrontato un decimo delle privazioni a cui mi sono sottoposto, se solo aveste conosciuto una frazione delle difficoltà che io ho superato, se solo...
Il prete è magro, il volto scavato brilla ai miei occhi come un fuoco fatuo. Un debole. Eppure...è come se in questo momento sostenesse lo stesso insopportabile fardello che grava su di me, e la sua schiena rimane dritta laddove la mia sembra sul punto di schiantarsi. Canta con voce dolce e potente al tempo stesso, una voce antica che credevo di aver dimenticato, e mi dice che è giunto il momento di fermarsi a riposare, che non c'è sofferenza che la quiete di Kayah non possa lenire, che finalmente la mia lotta può concludersi.
"MAI!"
Il ruggito del Maestro mi investe come un oceano in tempesta, e spazza via le lusinghe di questo servo degli Dei; lo Yog dell'Abbandono rende il mio cuore impenetrabile alle seduzioni della Madre dei Deboli, nella saggezza degli antichi insegnamenti ritrovo la mia forza.
"Spezza le tue catene e fatti libero, ma ricorda: l'uomo spezza le proprie catene solo per forgiarne di nuove. Molti avversari sbarreranno il suo passo, eppure egli dovrà guardarsi da un solo Nemico. Sotto molti stendardi egli marcerà, eppure ad un solo Padrone dovrà rimanere fedele.
Ti ho aggiogato per far sì che ti potessi affrancare,
ti ho reso Signore perchè imparassi l'obbedienza.
Ti ho dato una Causa perchè la insozzassi col tuo tradimento,
Ti ho dato una Patria perchè tu potessi conoscere l'amarezza dell'esilio.
Ti ho dato dei fratelli perchè più penosa fosse la tua solitudine,
ti ho dato un nome e un volto perchè tu li lasciassi sprofondare nell'oblio.
Ti sei inginocchiato sotto il mio stendardo per poter innalzare il tuo,
sei stato il mio Allievo per diventare Maestro di te stesso.
Di chi ti farai schiavo? Su chi sarai Signore? Ti darai un'altra causa, un'altra patria, altri fratelli? Quale nome sceglierai per te stesso? Quale volto mostrerai ai tuoi avversari? Che colori porterà il tuo stendardo? Quali precetti guideranno il tuo agire?
Questo è lo Yog dell'Abbandono: Spezza le tue catene e coloro che le hanno forgiate. Se sei tu il fabbro delle tue catene, spezza te stesso."
L'impresa non può attendere oltre. E' la mia punizione, il mio riscatto, il mio destino. Lascio che i Morti marcino su Muddan verso una sicura disfatta. Ci saranno altre battaglie, mi dico, alzando il pugno verso chi mi ha sfidato per primo. Dalla palizzata lui ricambia il mio saluto. Presto misurerò il tuo valore, e tu il mio...e se ti sarai battuto bene strapperò la lingua del tuo prete per fartene dono, così che le sue menzogne non abbiano più a sviarti.
agosto 516
Martedì 27 Agosto 2013
"L'iniziazione richiede fiducia, come un salto nel buio. Il dolore incarna il passaggio, devi imparare a viverlo in ogni sua sfumatura. A conoscerlo. Non deve farti paura"
Annuisco, anche se un lieve tremito della palpebra rivela il nervosismo che provo, mentre mi stendo sulle assi di legno del laboratorio.
"Hai paura?" mi chiede lui.
"Sì"
Sorride. "E' normale, sei umana. Sei... ancora umana. Non preoccuparti se sei spaventata: tutti siamo spaventati, la prima volta".
La prima volta.
"D'accordo. Sono pronta"
Lui mi dà le spalle, sento l'odore della cera che si scioglie poco a poco.
"Cerca di non gridare, d'accordo? Per due ragioni. La prima è che... li innervosisci, e non mi piace quando sono nervosi. La seconda è più importante. Se gridi, il dolore diventerà incomprensibile, sarà molto più difficile per te viverlo nel modo giusto"
"Ci provo..."
"No, non è un discorso di provare", si volta verso di me. "Non possiamo permetterci di andare per tentativi, lo sai. Non c'è il tempo, anche volessimo, non abbiamo il tempo di procedere con dolcezza. Oggi o mai più. Per questo concentrati e cerca di non gridare. Sarà una cosa piuttosto lenta, così avrai modo di abituarti poco a poco al dolore"
Deglutisco. La paura sembra crescere, invece che diminuire.
"Siamo d'accordo?" chiede nuovamente. "Se vuoi ripensarci questo è il momento per farlo"
"No, procediamo".
"Molto bene, brava".
Torna a dedicarsi al suo fuoco, alla cera, ai preparativi di ciò che mi attende. Guardo il soffitto cercando di trovare in me il coraggio. Sono sempre stata coraggiosa, non voglio deluderlo e non voglio deludere me stessa. Ce la devo fare.
Il soffitto del laboratorio è scuro, annerito dalle torce e molto vecchio. E' un soffitto a volta con al centro il gancio di un lampadario ormai perduto. Probabilmente le irregolarità del colore, simili a macchie, sono ciò che resta di un antico affresco.
Le pareti sono spoglie e la sala è fredda, troppo grande per i due tavoli da lavoro, lo scaffale disordinato e il braciere. Un tempo doveva essere un ambiente di rappresentanza, un salone per i banchetti. Il caminetto in disuso, enorme, alla mia sinistra, evoca immagini di grandi arrosti, profumi e voci animate.
Chissà quali remoti signori banchettavano in questa sala, in un posto così freddo e isolato. Ma forse a quei tempi qui non c'era così freddo.
Muovo piano le dita, accarezzando il legno del tavolo su cui sono distesa. E' vecchio. Sarà così vecchio? Avranno banchettato qui sopra? Proprio dove ora attendo, stesa e inerme, di provare il dolore più grande?
Non sono legata.
"Se fuggi, se ti agiti o provi a allontanarti, vuol dire che non sei all'altezza", mi ha spiegato lui tranquillamente. "Non c'è niente di obbligato e nessun aiuto. Nessun alibi morale per te, nessuna deresponsabilizzazione. Sei libera in ogni istante di lasciar perdere e di andartene. Devi volerlo tu, pienamente, consapevolmente".
Sembra facile, ma adesso sentirmi costretta ai polsi e alle caviglie mi darebbe una certa sicurezza. E invece sono libera.
Il castello è quieto, ma popolato da fruscii sommessi. Una corte di morti popola queste stanze, ed io non credo di essere realmente libera. Mi lascerebbe andare? Se veramente mi alzassi, nascondessi la veste bianca con un mantello, indossassi gli stivali e prendessi le scale per tornarmene a casa... lui me lo permetterebbe?
Che razza di pensieri. Indegni di chi si prepara a intraprendere una strada così importante.
Devo concentrarmi sul dolore, sulle sensazioni, su quello che lui ha chiamato ripetutamente il "piacere della sofferenza".
Mi ha spiegato che il modo migliore per sopportare il dolore, e anzi per iniziare poco a poco ad apprezzarlo, consiste nel controllare il respiro. Inizio sin d'ora a inspirare lentamente, espirare, inspirare ancora...
"Molto bene, ci siamo".
Eccolo.
Indossa la Maschera, adesso, bianca con due rivoli rossi che scivolano dalle fessure degli occhi, simili a lacrime di sangue. Ci siamo.
Ha uno specchio in mano, lo rivolge al mio viso.
"Guardati ancora una volta", ordina. Ubbidisco, mentre un peso si forma sul mio petto, un nodo di angoscia e di paura. Il mio viso, il mio bel viso sta per essere sacrificato. Un altro rinascerà dalla cera e dal dolore, nuovo, incorruttibile.
Sono un bruco che si trasforma in una farfalla.
Ancora un istante, un attimo soltanto, poi lui allontana lo specchio. Cerco di fissare nel ricordo il mio volto.
"Sarebbe deperito comunque", mi dico. "Pochi anni ed ogni traccia di bellezza sarebbe comunque svanita dal mio viso".
Ma ciò non mi è di alcun conforto. Ho paura, vorrei fuggire da qui. Ho...
"AAaaahhh!"
Il dolore mi assale all'improvviso, non riesco a trattenere un lamento. La cera rovente mi scivola sulla guancia, brucia. Ed è solo una goccia o poco più. Solo l'inizio. Ed è già terribile.
Ingoio le lacrime, respiro.
Lentamente, lui aspetta paziente. Mi calmo, trattengo il fiato, espiro poco a poco. Devo sciogliere il nodo dal mio cuore, devo rilassare i muscoli delle mani, aprire i pugni. Non devo stringere i pugni.
Lui aspetta ancora, poi alza il contenitore in cui ha sciolto la cera e me la fa scivolare sullo zigomo. Trattengo il fiato e poi inspiro. Il dolore è acuto, lancinante, eppure è ridotto ad un piccolo tratto di pelle. Mi concentro sulla pelle che si sta trasformando, sulla sensazione di calore, cerco di mandar via ogni paura.
Non è il dolore, è la paura a fare male.
La paura delle conseguenze, della trasformazione, del dolore futuro. E' la paura a riempire gli occhi di pianto e a far tremare.
Il dolore è soltanto dolore, è circoscritto, è sensibilità che si risveglia e che rivela i segreti della nostra carne.
Lui aspetta qualche istante, mi osserva. Poi, impercettibilmente, annuisce.
La cera bollente scivola sul mio viso, sul collo, si indurisce sul mento e tra le pieghe della pelle. Brucia sulle prime, presto si raffredda e lascia un profumo morbido e perfetto.
"Brava", mormora lui d'un tratto. "Abbiamo quasi finito".
"Di già?" vorrei rispondere. Ma devo abituarmi alla nuova sensibilità di questo mio viso di cera, più lento, più silenzioso.
Lui lascia scivolare l'ultima cera rimasta sul mio viso, poi con le mani inizia ad accarezzarmi e a modellare i nuovi lineamenti che mi accompagneranno d'ora in poi. Il dolore è quasi piacevole, come è piacevole lasciarsi plasmare da mani esperte e senza misericordia.
"Soltanto chi è morto non sa provare dolore", dice lui contemplando il suo capolavoro. "Chi è morto nell'animo, spento e quieto, pensa di avere trovato una forma di saggezza e di distaccata felicità, ma è soltanto un cadavere che non puzza ancora. Chi è morto nel corpo può perdere un braccio, una gamba, e neanche se ne accorge. E' il dolore a mantenerci in vita. Il dolore interiore, l'inquietudine, ci danno la misura della nostra energia, della vitalità che ci è rimasta. Il dolore fisico risveglia i nervi, irrora di sangue i tessuti, dona palpito vitale e piacere"
Annuisco. So che è vero, lo sento sulla mia stessa pelle. Il dolore è forte, ma è come se tutto il mio corpo si fosse risvegliato.
"Benvenuta, sorella minore"
Annuisco, anche se un lieve tremito della palpebra rivela il nervosismo che provo, mentre mi stendo sulle assi di legno del laboratorio.
"Hai paura?" mi chiede lui.
"Sì"
Sorride. "E' normale, sei umana. Sei... ancora umana. Non preoccuparti se sei spaventata: tutti siamo spaventati, la prima volta".
La prima volta.
"D'accordo. Sono pronta"
Lui mi dà le spalle, sento l'odore della cera che si scioglie poco a poco.
"Cerca di non gridare, d'accordo? Per due ragioni. La prima è che... li innervosisci, e non mi piace quando sono nervosi. La seconda è più importante. Se gridi, il dolore diventerà incomprensibile, sarà molto più difficile per te viverlo nel modo giusto"
"Ci provo..."
"No, non è un discorso di provare", si volta verso di me. "Non possiamo permetterci di andare per tentativi, lo sai. Non c'è il tempo, anche volessimo, non abbiamo il tempo di procedere con dolcezza. Oggi o mai più. Per questo concentrati e cerca di non gridare. Sarà una cosa piuttosto lenta, così avrai modo di abituarti poco a poco al dolore"
Deglutisco. La paura sembra crescere, invece che diminuire.
"Siamo d'accordo?" chiede nuovamente. "Se vuoi ripensarci questo è il momento per farlo"
"No, procediamo".
"Molto bene, brava".
Torna a dedicarsi al suo fuoco, alla cera, ai preparativi di ciò che mi attende. Guardo il soffitto cercando di trovare in me il coraggio. Sono sempre stata coraggiosa, non voglio deluderlo e non voglio deludere me stessa. Ce la devo fare.
Il soffitto del laboratorio è scuro, annerito dalle torce e molto vecchio. E' un soffitto a volta con al centro il gancio di un lampadario ormai perduto. Probabilmente le irregolarità del colore, simili a macchie, sono ciò che resta di un antico affresco.
Le pareti sono spoglie e la sala è fredda, troppo grande per i due tavoli da lavoro, lo scaffale disordinato e il braciere. Un tempo doveva essere un ambiente di rappresentanza, un salone per i banchetti. Il caminetto in disuso, enorme, alla mia sinistra, evoca immagini di grandi arrosti, profumi e voci animate.
Chissà quali remoti signori banchettavano in questa sala, in un posto così freddo e isolato. Ma forse a quei tempi qui non c'era così freddo.
Muovo piano le dita, accarezzando il legno del tavolo su cui sono distesa. E' vecchio. Sarà così vecchio? Avranno banchettato qui sopra? Proprio dove ora attendo, stesa e inerme, di provare il dolore più grande?
Non sono legata.
"Se fuggi, se ti agiti o provi a allontanarti, vuol dire che non sei all'altezza", mi ha spiegato lui tranquillamente. "Non c'è niente di obbligato e nessun aiuto. Nessun alibi morale per te, nessuna deresponsabilizzazione. Sei libera in ogni istante di lasciar perdere e di andartene. Devi volerlo tu, pienamente, consapevolmente".
Sembra facile, ma adesso sentirmi costretta ai polsi e alle caviglie mi darebbe una certa sicurezza. E invece sono libera.
Il castello è quieto, ma popolato da fruscii sommessi. Una corte di morti popola queste stanze, ed io non credo di essere realmente libera. Mi lascerebbe andare? Se veramente mi alzassi, nascondessi la veste bianca con un mantello, indossassi gli stivali e prendessi le scale per tornarmene a casa... lui me lo permetterebbe?
Che razza di pensieri. Indegni di chi si prepara a intraprendere una strada così importante.
Devo concentrarmi sul dolore, sulle sensazioni, su quello che lui ha chiamato ripetutamente il "piacere della sofferenza".
Mi ha spiegato che il modo migliore per sopportare il dolore, e anzi per iniziare poco a poco ad apprezzarlo, consiste nel controllare il respiro. Inizio sin d'ora a inspirare lentamente, espirare, inspirare ancora...
"Molto bene, ci siamo".
Eccolo.
Indossa la Maschera, adesso, bianca con due rivoli rossi che scivolano dalle fessure degli occhi, simili a lacrime di sangue. Ci siamo.
Ha uno specchio in mano, lo rivolge al mio viso.
"Guardati ancora una volta", ordina. Ubbidisco, mentre un peso si forma sul mio petto, un nodo di angoscia e di paura. Il mio viso, il mio bel viso sta per essere sacrificato. Un altro rinascerà dalla cera e dal dolore, nuovo, incorruttibile.
Sono un bruco che si trasforma in una farfalla.
Ancora un istante, un attimo soltanto, poi lui allontana lo specchio. Cerco di fissare nel ricordo il mio volto.
"Sarebbe deperito comunque", mi dico. "Pochi anni ed ogni traccia di bellezza sarebbe comunque svanita dal mio viso".
Ma ciò non mi è di alcun conforto. Ho paura, vorrei fuggire da qui. Ho...
"AAaaahhh!"
Il dolore mi assale all'improvviso, non riesco a trattenere un lamento. La cera rovente mi scivola sulla guancia, brucia. Ed è solo una goccia o poco più. Solo l'inizio. Ed è già terribile.
Ingoio le lacrime, respiro.
Lentamente, lui aspetta paziente. Mi calmo, trattengo il fiato, espiro poco a poco. Devo sciogliere il nodo dal mio cuore, devo rilassare i muscoli delle mani, aprire i pugni. Non devo stringere i pugni.
Lui aspetta ancora, poi alza il contenitore in cui ha sciolto la cera e me la fa scivolare sullo zigomo. Trattengo il fiato e poi inspiro. Il dolore è acuto, lancinante, eppure è ridotto ad un piccolo tratto di pelle. Mi concentro sulla pelle che si sta trasformando, sulla sensazione di calore, cerco di mandar via ogni paura.
Non è il dolore, è la paura a fare male.
La paura delle conseguenze, della trasformazione, del dolore futuro. E' la paura a riempire gli occhi di pianto e a far tremare.
Il dolore è soltanto dolore, è circoscritto, è sensibilità che si risveglia e che rivela i segreti della nostra carne.
Lui aspetta qualche istante, mi osserva. Poi, impercettibilmente, annuisce.
La cera bollente scivola sul mio viso, sul collo, si indurisce sul mento e tra le pieghe della pelle. Brucia sulle prime, presto si raffredda e lascia un profumo morbido e perfetto.
"Brava", mormora lui d'un tratto. "Abbiamo quasi finito".
"Di già?" vorrei rispondere. Ma devo abituarmi alla nuova sensibilità di questo mio viso di cera, più lento, più silenzioso.
Lui lascia scivolare l'ultima cera rimasta sul mio viso, poi con le mani inizia ad accarezzarmi e a modellare i nuovi lineamenti che mi accompagneranno d'ora in poi. Il dolore è quasi piacevole, come è piacevole lasciarsi plasmare da mani esperte e senza misericordia.
"Soltanto chi è morto non sa provare dolore", dice lui contemplando il suo capolavoro. "Chi è morto nell'animo, spento e quieto, pensa di avere trovato una forma di saggezza e di distaccata felicità, ma è soltanto un cadavere che non puzza ancora. Chi è morto nel corpo può perdere un braccio, una gamba, e neanche se ne accorge. E' il dolore a mantenerci in vita. Il dolore interiore, l'inquietudine, ci danno la misura della nostra energia, della vitalità che ci è rimasta. Il dolore fisico risveglia i nervi, irrora di sangue i tessuti, dona palpito vitale e piacere"
Annuisco. So che è vero, lo sento sulla mia stessa pelle. Il dolore è forte, ma è come se tutto il mio corpo si fosse risvegliato.
"Benvenuta, sorella minore"
27 maggio 519
Lunedì 24 Ottobre 2011
Lunga notte...
27 maggio 519, a sera
Rovine di Malartic
Troppo tardi.
Si capisce che è successo qualcosa già da lontano, quando il ragazzo che mi precede rallenta il passo e si guarda intorno.
"Dovrebbero farci il segnale, adesso", dice.
Davanti a noi il bosco è fitto, la strada soffocata dalla vegetazione. Alcuni ruderi emergono dai rampicanti.
"Vedete lì, mio signore?" indica un edificio diroccato ancora in piedi, "che strano, non mi sembra ci sia nessuno..."
"Proseguiamo", gli dico. "I miei uomini si devono accampare ed ho fretta di parlare con Lord Albert".
Ma le parole di Stan mi tornano in mente come un presagio.
"Le Spine sono arrivate, puntano a Malartic", mi ha comunicato appena giunto a Vreil. "Affrettatevi ad unirvi alla Herrshaft".
Osservo il cavaliere, che avanza silenzioso accanto a me. Anche lui si guarda intorno preoccupato, sta pensando quello che penso io?
Le ombre del bosco sono sempre più nere, ogni barlume di luce stenta ormai a penetrare tra i rami. L'aria è fredda.
"Eccoci", indica il ragazzo. "I padiglioni sono oltre quell'edificio con le colonne".
Tutto tace, il silenzio è eccessivo. Alzo una mano, faccio segno di procedere con cautela.
Pochi passi più avanti scorgo i primi cadaveri.
Gli hanno spiccato le teste e li hanno abbandonati lì.
Smonto da cavallo, mi chino a sfiorare un corpo. Si tratta di Randal, è ancora tiepido. Lo scontro dev'essere avvenuto non più di un'ora fa.
"Potrebbero averci teso una trappola", sussurra Stan, "forse sono ancora in zona".
Sono davvero micidiali come si dice?
Avanzo tra i ruderi, e ogni passo è una conferma. Il padiglione di Albert è stato depredato, quello adiacente ospita il corpo sfigurato dello stregone di Vypern. Gli inutili stregoni di Vypern, che fanno più danni che altro.
Chissà da dove veniva questo, per venire a farsi ammazzare a Malartic.
Ma Albert? Che ne è stato di lui?
Esco dai padiglioni e avanzo verso il torrente, quando nella penombra mi rendo conto di una strana nebbia violacea che nasce dalla terra. C'è altro sangue a terra, altri cadaveri. Nessuno dei loro, tutti dei nostri. Tutti decapitati. Poi ecco, quasi incespico nello scudo di Albert, abbandonato a terra nella fanghiglia.
Il cuore inizia a battermi all'impazzata.
"E' finita", mormoro.
"Cosa avete trovato, sir Dart?" domanda lo scudiero, che mi si avvicina con una torcia accesa. Scuoto il capo.
Anche lui guarda a terra, i suoi occhi si spalancano mentre riconosce lo scudo del suo Signore spaccato e insanguinato.
"Non è... possibile..." dice arretrando di un passo.
Gli faccio segno di uscire dalla nebbia, di raggiungere gli altri che stanno controllando la zona alla ricerca dei nostri nemici.
"Hanno preso tutti i cavalli!" viene a comunicarmi poco dopo il giovane Frederick, "le tracce conducono verso la strada per Gautier".
"Noi venivamo da una parte, mentre loro si allontanavano dall'altra", commento. "Per poco non ci siamo incontrati".
Guardo i miei uomini, i loro volti sconcertati. Sono responsabile di loro, devo fare in modo che l'abbattimento non li spinga a commettere errori.
"Metà di voi inizino a radunare i corpi e a ricomporli. Gli altri si sistemeranno di vedetta e a protezione dei compagni. Sarà una lunga notte, nessuno di noi dormirà. Alle prime luci ripartiremo".
Accendiamo dei fuochi ai margini del campo, posizioniamo le vedette e poco a poco inizio a ricostruire come si dev'essere svolto lo scontro. I dardi di balestra, il sangue. Una fratina da Paladino di Dytros squarciata non distante dallo scudo di Albert, inzuppata di sangue. Le Spine non sono venute qui da sole.
D'un tratto viene a chiamarmi Michael. "Abbiamo trovato un superstite".
"Come sta?"
Michael scuote il capo. "Non bene", risponde guidandomi da lui.
Siede vicino al fuoco, lo riconosco subito. E' Sir Hoster, uno dei più anziani dello Squadrone Herrshaft. Apparentemente sembra intonso, ma appena incrocio i suoi occhi vi leggo uno smarrimento innaturale.
"Come state?" domando, siedendomi accanto a lui.
"Nelle ombre...." mormora come risposta, "escono dalle ombre...."
Non capisco, lo osservo meglio. Il suo volto è attraversato da tre sottili ustioni, che proseguono sul collo.
"Parlate delle Spine? Cosa vi hanno fatto?"
Sir Hoster scuote il capo. "Ombre, ombre, spettri... non so da dove provengano.... sono tutto intorno, nella boscaglia. Lontano... dalla luce".
Muovo lo sguardo sugli alberi neri, sui ruderi coperti da rampicanti che ci circondano. Tutto è quieto, nemmeno un alito di vento.
"Cosa è successo?"
Indica con lo sguardo un edificio non distante, dove ho trovato una balestra abbandonata. "Ero lì sopra, quando hanno attaccato. Le Spine, intendo. E' stato un massacro, anche LeNoire era con loro".
Annuisco, ero al corrente del suo tradimento. "E poi?"
"E poi ci hanno sopraffatti, anche grazie ad un incantesimo lanciato dal loro stregone. Ha causato una nube venefica, ed è allora che sono iniziati i lamenti".
"Lamenti?"
Annuisce. "Ero distante dallo scontro più animato, e dal bosco ho iniziato a sentire degli strani lamenti, lenti, sempre più vicini. Lamenti... non naturali".
"Si raccontano un sacco di cose su Malartic..." commento. "Sicuro che non fosse un'impressione?"
Sir Hoster si indica le ustioni che porta sul volto e scuote il capo. "Quando ho visto che era tutto perduto, e che anche Albert era caduto... sono fuggito. Mi sono nascosto tra gli alberi... nella penombra che avanzava. Ed è stato allora che li ho visti. Spettri, fantasmi.... ombre violacee come la nebbia generata da quel maledetto stregone... ed hanno iniziato a fluttuarmi intorno. Una mi si è avvicinata, per un attimo ho riconosciuto un volto quasi umano, evanescente, e poi con dita impalpabili mi ha accarezzato il viso. Dolore, cecità, una fitta di ghiaccio... ho gridato e le ombre sono svanite".
Nervosamente mi guardo intorno, nel buio che circonda il nostro campo. Da poca distanza si sentono i miei uomini che spalano la terra, scavando tombe per i compagni caduti.
Ma forse Malartic non è il posto migliore per seppellire qualcuno, inizio a temere. E' un luogo maledetto, e le storie che si raccontano forse non sono tutte fantasticherie.
Guardo ancora Sir Holter, le sue ustioni. Lo conosco da anni, non è un ragazzino suggestionabile. Veramente qualcosa si nasconde intorno a noi, nell'oscurità.
"Ravvivate i fuochi", ordino. Ma poco dopo una delle vedette più avanzate inizia a gridare. Lamenti di dolore, che terminano in un gorgoglio sinistro.
Io stesso prendo una torcia e, insieme a Frederick andiamo a vedere che è successo.
Ci arrampichiamo tra i ruderi, c'è un passaggio stretto che porta ad una stanza parzialmente crollata, il punto d'osservazione migliore verso Ovest. L'aria è innaturalmente fredda, la luce della torcia scaccia un'oscurità viscosa, che si nasconde negli angoli più protetti del rudere. Avanzo di due passi nel silenzio, quando scorgo una sagoma riversa a terra. Mi avvicino al corpo, mentre Frederick alza la balestra carica e posiziona un dardo. E' Tom, la mia vedetta. Ha gli occhi sbarrati e sul volto una rete di ustioni sottilissime. Il suo cuore ha smesso di battere.
Sporgendomi dall'apertura che si apre sul sentiero tra gli alberi, non riesco a vedere niente di insolito. Non movimenti, nè ombre, nè tantomeno nemici in avvicinamento.
Frederick mi guarda aspettando che gli dica cosa fare.
"Raduniamo tutti presso il fuoco", gli dico. "Non possiamo fare più nulla per Tom, penseremo a lui domattina.
"Ma se ci stessero tendendo una trappola?"
"Chi? Le Spine?". Scuoto il capo: loro hanno scatenato questo casino e poi se ne sono andate, è chiaramente andata così.
"Seguimi al campo, avvertiamo le altre vedette di rientrare presso i fuochi".
Per Xander non arriviamo in tempo. Anche lui giace accasciato nel suo nascondiglio, senza più vita. Riusciamo a portare in salvo Herbert e Mac.
"Ravvivate i fuochi", ordino. "Nessuno si allontani nelle tenebre per nessuna ragione".
I cavalli sono sempre più agitati, i miei uomini si guardano intorno, indicandosi l'un l'altro strani fruscii, movimenti tra i rami. La paura, la suggestione fanno il resto.
Sarà una lunga notte. E prego gli Dei che riusciremo a vedere l'alba.
Rovine di Malartic
Troppo tardi.
Si capisce che è successo qualcosa già da lontano, quando il ragazzo che mi precede rallenta il passo e si guarda intorno.
"Dovrebbero farci il segnale, adesso", dice.
Davanti a noi il bosco è fitto, la strada soffocata dalla vegetazione. Alcuni ruderi emergono dai rampicanti.
"Vedete lì, mio signore?" indica un edificio diroccato ancora in piedi, "che strano, non mi sembra ci sia nessuno..."
"Proseguiamo", gli dico. "I miei uomini si devono accampare ed ho fretta di parlare con Lord Albert".
Ma le parole di Stan mi tornano in mente come un presagio.
"Le Spine sono arrivate, puntano a Malartic", mi ha comunicato appena giunto a Vreil. "Affrettatevi ad unirvi alla Herrshaft".
Osservo il cavaliere, che avanza silenzioso accanto a me. Anche lui si guarda intorno preoccupato, sta pensando quello che penso io?
Le ombre del bosco sono sempre più nere, ogni barlume di luce stenta ormai a penetrare tra i rami. L'aria è fredda.
"Eccoci", indica il ragazzo. "I padiglioni sono oltre quell'edificio con le colonne".
Tutto tace, il silenzio è eccessivo. Alzo una mano, faccio segno di procedere con cautela.
Pochi passi più avanti scorgo i primi cadaveri.
Gli hanno spiccato le teste e li hanno abbandonati lì.
Smonto da cavallo, mi chino a sfiorare un corpo. Si tratta di Randal, è ancora tiepido. Lo scontro dev'essere avvenuto non più di un'ora fa.
"Potrebbero averci teso una trappola", sussurra Stan, "forse sono ancora in zona".
Sono davvero micidiali come si dice?
Avanzo tra i ruderi, e ogni passo è una conferma. Il padiglione di Albert è stato depredato, quello adiacente ospita il corpo sfigurato dello stregone di Vypern. Gli inutili stregoni di Vypern, che fanno più danni che altro.
Chissà da dove veniva questo, per venire a farsi ammazzare a Malartic.
Ma Albert? Che ne è stato di lui?
Esco dai padiglioni e avanzo verso il torrente, quando nella penombra mi rendo conto di una strana nebbia violacea che nasce dalla terra. C'è altro sangue a terra, altri cadaveri. Nessuno dei loro, tutti dei nostri. Tutti decapitati. Poi ecco, quasi incespico nello scudo di Albert, abbandonato a terra nella fanghiglia.
Il cuore inizia a battermi all'impazzata.
"E' finita", mormoro.
"Cosa avete trovato, sir Dart?" domanda lo scudiero, che mi si avvicina con una torcia accesa. Scuoto il capo.
Anche lui guarda a terra, i suoi occhi si spalancano mentre riconosce lo scudo del suo Signore spaccato e insanguinato.
"Non è... possibile..." dice arretrando di un passo.
Gli faccio segno di uscire dalla nebbia, di raggiungere gli altri che stanno controllando la zona alla ricerca dei nostri nemici.
"Hanno preso tutti i cavalli!" viene a comunicarmi poco dopo il giovane Frederick, "le tracce conducono verso la strada per Gautier".
"Noi venivamo da una parte, mentre loro si allontanavano dall'altra", commento. "Per poco non ci siamo incontrati".
Guardo i miei uomini, i loro volti sconcertati. Sono responsabile di loro, devo fare in modo che l'abbattimento non li spinga a commettere errori.
"Metà di voi inizino a radunare i corpi e a ricomporli. Gli altri si sistemeranno di vedetta e a protezione dei compagni. Sarà una lunga notte, nessuno di noi dormirà. Alle prime luci ripartiremo".
Accendiamo dei fuochi ai margini del campo, posizioniamo le vedette e poco a poco inizio a ricostruire come si dev'essere svolto lo scontro. I dardi di balestra, il sangue. Una fratina da Paladino di Dytros squarciata non distante dallo scudo di Albert, inzuppata di sangue. Le Spine non sono venute qui da sole.
D'un tratto viene a chiamarmi Michael. "Abbiamo trovato un superstite".
"Come sta?"
Michael scuote il capo. "Non bene", risponde guidandomi da lui.
Siede vicino al fuoco, lo riconosco subito. E' Sir Hoster, uno dei più anziani dello Squadrone Herrshaft. Apparentemente sembra intonso, ma appena incrocio i suoi occhi vi leggo uno smarrimento innaturale.
"Come state?" domando, siedendomi accanto a lui.
"Nelle ombre...." mormora come risposta, "escono dalle ombre...."
Non capisco, lo osservo meglio. Il suo volto è attraversato da tre sottili ustioni, che proseguono sul collo.
"Parlate delle Spine? Cosa vi hanno fatto?"
Sir Hoster scuote il capo. "Ombre, ombre, spettri... non so da dove provengano.... sono tutto intorno, nella boscaglia. Lontano... dalla luce".
Muovo lo sguardo sugli alberi neri, sui ruderi coperti da rampicanti che ci circondano. Tutto è quieto, nemmeno un alito di vento.
"Cosa è successo?"
Indica con lo sguardo un edificio non distante, dove ho trovato una balestra abbandonata. "Ero lì sopra, quando hanno attaccato. Le Spine, intendo. E' stato un massacro, anche LeNoire era con loro".
Annuisco, ero al corrente del suo tradimento. "E poi?"
"E poi ci hanno sopraffatti, anche grazie ad un incantesimo lanciato dal loro stregone. Ha causato una nube venefica, ed è allora che sono iniziati i lamenti".
"Lamenti?"
Annuisce. "Ero distante dallo scontro più animato, e dal bosco ho iniziato a sentire degli strani lamenti, lenti, sempre più vicini. Lamenti... non naturali".
"Si raccontano un sacco di cose su Malartic..." commento. "Sicuro che non fosse un'impressione?"
Sir Hoster si indica le ustioni che porta sul volto e scuote il capo. "Quando ho visto che era tutto perduto, e che anche Albert era caduto... sono fuggito. Mi sono nascosto tra gli alberi... nella penombra che avanzava. Ed è stato allora che li ho visti. Spettri, fantasmi.... ombre violacee come la nebbia generata da quel maledetto stregone... ed hanno iniziato a fluttuarmi intorno. Una mi si è avvicinata, per un attimo ho riconosciuto un volto quasi umano, evanescente, e poi con dita impalpabili mi ha accarezzato il viso. Dolore, cecità, una fitta di ghiaccio... ho gridato e le ombre sono svanite".
Nervosamente mi guardo intorno, nel buio che circonda il nostro campo. Da poca distanza si sentono i miei uomini che spalano la terra, scavando tombe per i compagni caduti.
Ma forse Malartic non è il posto migliore per seppellire qualcuno, inizio a temere. E' un luogo maledetto, e le storie che si raccontano forse non sono tutte fantasticherie.
Guardo ancora Sir Holter, le sue ustioni. Lo conosco da anni, non è un ragazzino suggestionabile. Veramente qualcosa si nasconde intorno a noi, nell'oscurità.
"Ravvivate i fuochi", ordino. Ma poco dopo una delle vedette più avanzate inizia a gridare. Lamenti di dolore, che terminano in un gorgoglio sinistro.
Io stesso prendo una torcia e, insieme a Frederick andiamo a vedere che è successo.
Ci arrampichiamo tra i ruderi, c'è un passaggio stretto che porta ad una stanza parzialmente crollata, il punto d'osservazione migliore verso Ovest. L'aria è innaturalmente fredda, la luce della torcia scaccia un'oscurità viscosa, che si nasconde negli angoli più protetti del rudere. Avanzo di due passi nel silenzio, quando scorgo una sagoma riversa a terra. Mi avvicino al corpo, mentre Frederick alza la balestra carica e posiziona un dardo. E' Tom, la mia vedetta. Ha gli occhi sbarrati e sul volto una rete di ustioni sottilissime. Il suo cuore ha smesso di battere.
Sporgendomi dall'apertura che si apre sul sentiero tra gli alberi, non riesco a vedere niente di insolito. Non movimenti, nè ombre, nè tantomeno nemici in avvicinamento.
Frederick mi guarda aspettando che gli dica cosa fare.
"Raduniamo tutti presso il fuoco", gli dico. "Non possiamo fare più nulla per Tom, penseremo a lui domattina.
"Ma se ci stessero tendendo una trappola?"
"Chi? Le Spine?". Scuoto il capo: loro hanno scatenato questo casino e poi se ne sono andate, è chiaramente andata così.
"Seguimi al campo, avvertiamo le altre vedette di rientrare presso i fuochi".
Per Xander non arriviamo in tempo. Anche lui giace accasciato nel suo nascondiglio, senza più vita. Riusciamo a portare in salvo Herbert e Mac.
"Ravvivate i fuochi", ordino. "Nessuno si allontani nelle tenebre per nessuna ragione".
I cavalli sono sempre più agitati, i miei uomini si guardano intorno, indicandosi l'un l'altro strani fruscii, movimenti tra i rami. La paura, la suggestione fanno il resto.
Sarà una lunga notte. E prego gli Dei che riusciremo a vedere l'alba.

21 maggio 519
Giovedì 20 Ottobre 2011
Chi piangerà per lei?
Non certo io.
Quando vedo gente come questa che finisce ammazzata, mi chiedo sempre se qualcuno verserà mezza lacrima.
Me lo chiedo ancora di più quando sono stato io ad uccidere.
Mi domando se questa gente avesse una vita ulteriore, rispetto a quella che l'ha portata sotto la mia spada e, in fondo, se meritasse qualcosa di meglio (è un esercizio di coscienza che mi impongo ogni volta che ammazzo qualcuno, non vorrei iniziare a prendere la morte troppo sotto gamba).
Nel caso di Deborah devo dire che mi risulta difficile crederlo.
Al paese suo, a Mourden, avranno già smesso di compiangerne la scomparsa, ed è certo meglio se non verranno mai a sapere come si fosse ridotta la loro veste bianca di Kayah.
Raramente ho visto un abito così infangato.
All'inizio era divertente, ci siamo divertiti tutti. Poi è diventato soltanto squallido.
La sua stupida ribellione blasfema si è ridotta in fretta ad un sordido razzolare nel fango: quel che doveva rappresentare la sua liberazione da una carriera religiosa impostale dai familiari si è trasformata nell'umiliazione più avvilente.
Quasi mi sento di aver fatto un'opera buona a toglierla di mezzo e a interrompere questo malinconico teatrino.
Lo ammetto, lì per lì ho agito d'istinto.
Con tutti i guai che abbiamo, lo Squadrone annientato, Sir LeNoire prigioniero e quel pazzo di Sid Caesar come unico superiore, quella scema ha pensato bene di infilarsi nel mio sacco a pelo.
"Facciamo fuori il mago", mi ha sussurrato strusciandomisi addosso come una lumaca, "torniamo da Albert e raccontiamo la nostra versione dei fatti. Diciamogli che è stata tutta colpa di Sid, che è stato lui a tradire."
"Vattene, sparisci, lasciami in pace".
Glie l'ho detto, non si può dire che non l'abbia messa in guardia. Ma poi ripeti una volta, e ripeti due volte... lo ammetto, mi ha fatto saltare i nervi.
Poco dopo sono andato da Sid. "L'ho ammazzata".
Lui ha annuito. "Hai fatto bene. Era diventata inutile, soltanto un peso. Buttala in qualche fosso e non pensiamoci più."
"E' pesante, dammi una mano a sollevarla"
"No, Stan, tu l'hai ammazzata, tu la trascini via da qui".
Mentre mi allontano sbuffando per tornare al mio giaciglio, lui ci ripensa, si alza in piedi.
"Ti aiuto, va. Domani mi servi in forze, sarebbe un peccato ti facessi uno strappo muscolare".
"Perchè?" domando io, "che succede domani?"
"Domani li attacchiamo".
Mentre trasciniamo il cadavere di Deborah verso un fosso, Sid mi spiega il suo assurdo piano.
"Mi pare una stronzata Sid", rispondo. "Siamo in due, e non li abbiamo ammazzati quando eravamo uno Squadrone intero. Proseguiamo verso Malartic come deciso e chiediamo rinforzi"
"Ho forse chiesto il tuo parere?" è tutta la sua risposta, mentre si sfrega le mani una sull'altra per riposarle dallo sforzo.
Intanto il cadavere di Deborah sprofonda lento nella fanghiglia del fosso, tra le canne e le erbacce.
Ah, ma vedrai, imbecille di uno stregone, domani come verrò a aiutarti.
Contaci.
Quando vedo gente come questa che finisce ammazzata, mi chiedo sempre se qualcuno verserà mezza lacrima.
Me lo chiedo ancora di più quando sono stato io ad uccidere.
Mi domando se questa gente avesse una vita ulteriore, rispetto a quella che l'ha portata sotto la mia spada e, in fondo, se meritasse qualcosa di meglio (è un esercizio di coscienza che mi impongo ogni volta che ammazzo qualcuno, non vorrei iniziare a prendere la morte troppo sotto gamba).
Nel caso di Deborah devo dire che mi risulta difficile crederlo.
Al paese suo, a Mourden, avranno già smesso di compiangerne la scomparsa, ed è certo meglio se non verranno mai a sapere come si fosse ridotta la loro veste bianca di Kayah.
Raramente ho visto un abito così infangato.
All'inizio era divertente, ci siamo divertiti tutti. Poi è diventato soltanto squallido.
La sua stupida ribellione blasfema si è ridotta in fretta ad un sordido razzolare nel fango: quel che doveva rappresentare la sua liberazione da una carriera religiosa impostale dai familiari si è trasformata nell'umiliazione più avvilente.
Quasi mi sento di aver fatto un'opera buona a toglierla di mezzo e a interrompere questo malinconico teatrino.
Lo ammetto, lì per lì ho agito d'istinto.
Con tutti i guai che abbiamo, lo Squadrone annientato, Sir LeNoire prigioniero e quel pazzo di Sid Caesar come unico superiore, quella scema ha pensato bene di infilarsi nel mio sacco a pelo.
"Facciamo fuori il mago", mi ha sussurrato strusciandomisi addosso come una lumaca, "torniamo da Albert e raccontiamo la nostra versione dei fatti. Diciamogli che è stata tutta colpa di Sid, che è stato lui a tradire."
"Vattene, sparisci, lasciami in pace".
Glie l'ho detto, non si può dire che non l'abbia messa in guardia. Ma poi ripeti una volta, e ripeti due volte... lo ammetto, mi ha fatto saltare i nervi.
Poco dopo sono andato da Sid. "L'ho ammazzata".
Lui ha annuito. "Hai fatto bene. Era diventata inutile, soltanto un peso. Buttala in qualche fosso e non pensiamoci più."
"E' pesante, dammi una mano a sollevarla"
"No, Stan, tu l'hai ammazzata, tu la trascini via da qui".
Mentre mi allontano sbuffando per tornare al mio giaciglio, lui ci ripensa, si alza in piedi.
"Ti aiuto, va. Domani mi servi in forze, sarebbe un peccato ti facessi uno strappo muscolare".
"Perchè?" domando io, "che succede domani?"
"Domani li attacchiamo".
Mentre trasciniamo il cadavere di Deborah verso un fosso, Sid mi spiega il suo assurdo piano.
"Mi pare una stronzata Sid", rispondo. "Siamo in due, e non li abbiamo ammazzati quando eravamo uno Squadrone intero. Proseguiamo verso Malartic come deciso e chiediamo rinforzi"
"Ho forse chiesto il tuo parere?" è tutta la sua risposta, mentre si sfrega le mani una sull'altra per riposarle dallo sforzo.
Intanto il cadavere di Deborah sprofonda lento nella fanghiglia del fosso, tra le canne e le erbacce.
Ah, ma vedrai, imbecille di uno stregone, domani come verrò a aiutarti.
Contaci.






















