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Il fondo del barile
Emanuelle Beart
 
creato il: 07/04/2007   messaggi totali: 38   commenti totali: 31
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agosto 516
Martedì 27 Agosto 2013

"L'iniziazione richiede fiducia, come un salto nel buio. Il dolore incarna il passaggio, devi imparare a viverlo in ogni sua sfumatura. A conoscerlo. Non deve farti paura"
Annuisco, anche se un lieve tremito della palpebra rivela il nervosismo che provo, mentre mi stendo sulle assi di legno del laboratorio.
"Hai paura?" mi chiede lui.
"Sì"
Sorride. "E' normale, sei umana. Sei... ancora umana. Non preoccuparti se sei spaventata: tutti siamo spaventati, la prima volta".
La prima volta.
"D'accordo. Sono pronta"
Lui mi dà le spalle, sento l'odore della cera che si scioglie poco a poco.
"Cerca di non gridare, d'accordo? Per due ragioni. La prima è che... li innervosisci, e non mi piace quando sono nervosi. La seconda è più importante. Se gridi, il dolore diventerà incomprensibile, sarà molto più difficile per te viverlo nel modo giusto"
"Ci provo..."
"No, non è un discorso di provare", si volta verso di me. "Non possiamo permetterci di andare per tentativi, lo sai. Non c'è il tempo, anche volessimo, non abbiamo il tempo di procedere con dolcezza. Oggi o mai più. Per questo concentrati e cerca di non gridare. Sarà una cosa piuttosto lenta, così avrai modo di abituarti poco a poco al dolore"
Deglutisco. La paura sembra crescere, invece che diminuire.
"Siamo d'accordo?" chiede nuovamente. "Se vuoi ripensarci questo è il momento per farlo"
"No, procediamo".
"Molto bene, brava".
Torna a dedicarsi al suo fuoco, alla cera, ai preparativi di ciò che mi attende. Guardo il soffitto cercando di trovare in me il coraggio. Sono sempre stata coraggiosa, non voglio deluderlo e non voglio deludere me stessa. Ce la devo fare.
Il soffitto del laboratorio è scuro, annerito dalle torce e molto vecchio. E' un soffitto a volta con al centro il gancio di un lampadario ormai perduto. Probabilmente le irregolarità del colore, simili a macchie, sono ciò che resta di un antico affresco.
Le pareti sono spoglie e la sala è fredda, troppo grande per i due tavoli da lavoro, lo scaffale disordinato e il braciere. Un tempo doveva essere un ambiente di rappresentanza, un salone per i banchetti. Il caminetto in disuso, enorme, alla mia sinistra, evoca immagini di grandi arrosti, profumi e voci animate.
Chissà quali remoti signori banchettavano in questa sala, in un posto così freddo e isolato. Ma forse a quei tempi qui non c'era così freddo.
Muovo piano le dita, accarezzando il legno del tavolo su cui sono distesa. E' vecchio. Sarà così vecchio? Avranno banchettato qui sopra? Proprio dove ora attendo, stesa e inerme, di provare il dolore più grande?
Non sono legata.
"Se fuggi, se ti agiti o provi a allontanarti, vuol dire che non sei all'altezza", mi ha spiegato lui tranquillamente. "Non c'è niente di obbligato e nessun aiuto. Nessun alibi morale per te, nessuna deresponsabilizzazione. Sei libera in ogni istante di lasciar perdere e di andartene. Devi volerlo tu, pienamente, consapevolmente".
Sembra facile, ma adesso sentirmi costretta ai polsi e alle caviglie mi darebbe una certa sicurezza. E invece sono libera.
Il castello è quieto, ma popolato da fruscii sommessi. Una corte di morti popola queste stanze, ed io non credo di essere realmente libera. Mi lascerebbe andare? Se veramente mi alzassi, nascondessi la veste bianca con un mantello, indossassi gli stivali e prendessi le scale per tornarmene a casa... lui me lo permetterebbe?
Che razza di pensieri. Indegni di chi si prepara a intraprendere una strada così importante.
Devo concentrarmi sul dolore, sulle sensazioni, su quello che lui ha chiamato ripetutamente il "piacere della sofferenza".
Mi ha spiegato che il modo migliore per sopportare il dolore, e anzi per iniziare poco a poco ad apprezzarlo, consiste nel controllare il respiro. Inizio sin d'ora a inspirare lentamente, espirare, inspirare ancora...
"Molto bene, ci siamo".
Eccolo.
Indossa la Maschera, adesso, bianca con due rivoli rossi che scivolano dalle fessure degli occhi, simili a lacrime di sangue. Ci siamo.
Ha uno specchio in mano, lo rivolge al mio viso.
"Guardati ancora una volta", ordina. Ubbidisco, mentre un peso si forma sul mio petto, un nodo di angoscia e di paura. Il mio viso, il mio bel viso sta per essere sacrificato. Un altro rinascerà dalla cera e dal dolore, nuovo, incorruttibile.
Sono un bruco che si trasforma in una farfalla.
Ancora un istante, un attimo soltanto, poi lui allontana lo specchio. Cerco di fissare nel ricordo il mio volto.
"Sarebbe deperito comunque", mi dico. "Pochi anni ed ogni traccia di bellezza sarebbe comunque svanita dal mio viso".
Ma ciò non mi è di alcun conforto. Ho paura, vorrei fuggire da qui. Ho...
"AAaaahhh!"
Il dolore mi assale all'improvviso, non riesco a trattenere un lamento. La cera rovente mi scivola sulla guancia, brucia. Ed è solo una goccia o poco più. Solo l'inizio. Ed è già terribile.
Ingoio le lacrime, respiro.
Lentamente, lui aspetta paziente. Mi calmo, trattengo il fiato, espiro poco a poco. Devo sciogliere il nodo dal mio cuore, devo rilassare i muscoli delle mani, aprire i pugni. Non devo stringere i pugni.
Lui aspetta ancora, poi alza il contenitore in cui ha sciolto la cera e me la fa scivolare sullo zigomo. Trattengo il fiato e poi inspiro. Il dolore è acuto, lancinante, eppure è ridotto ad un piccolo tratto di pelle. Mi concentro sulla pelle che si sta trasformando, sulla sensazione di calore, cerco di mandar via ogni paura.
Non è il dolore, è la paura a fare male.
La paura delle conseguenze, della trasformazione, del dolore futuro. E' la paura a riempire gli occhi di pianto e a far tremare.
Il dolore è soltanto dolore, è circoscritto, è sensibilità che si risveglia e che rivela i segreti della nostra carne.
Lui aspetta qualche istante, mi osserva. Poi, impercettibilmente, annuisce.
La cera bollente scivola sul mio viso, sul collo, si indurisce sul mento e tra le pieghe della pelle. Brucia sulle prime, presto si raffredda e lascia un profumo morbido e perfetto.
"Brava", mormora lui d'un tratto. "Abbiamo quasi finito".
"Di già?" vorrei rispondere. Ma devo abituarmi alla nuova sensibilità di questo mio viso di cera, più lento, più silenzioso.
Lui lascia scivolare l'ultima cera rimasta sul mio viso, poi con le mani inizia ad accarezzarmi e a modellare i nuovi lineamenti che mi accompagneranno d'ora in poi. Il dolore è quasi piacevole, come è piacevole lasciarsi plasmare da mani esperte e senza misericordia.
"Soltanto chi è morto non sa provare dolore", dice lui contemplando il suo capolavoro. "Chi è morto nell'animo, spento e quieto, pensa di avere trovato una forma di saggezza e di distaccata felicità, ma è soltanto un cadavere che non puzza ancora. Chi è morto nel corpo può perdere un braccio, una gamba, e neanche se ne accorge. E' il dolore a mantenerci in vita. Il dolore interiore, l'inquietudine, ci danno la misura della nostra energia, della vitalità che ci è rimasta. Il dolore fisico risveglia i nervi, irrora di sangue i tessuti, dona palpito vitale e piacere"
Annuisco. So che è vero, lo sento sulla mia stessa pelle. Il dolore è forte, ma è come se tutto il mio corpo si fosse risvegliato.
"Benvenuta, sorella minore"
scritto da ... , 17:04 | permalink | markup wiki | commenti (3)
 
27 maggio 519
Lunedì 24 Ottobre 2011

Lunga notte...

27 maggio 519, a sera
Rovine di Malartic

Troppo tardi.
Si capisce che è successo qualcosa già da lontano, quando il ragazzo che mi precede rallenta il passo e si guarda intorno.
"Dovrebbero farci il segnale, adesso", dice.
Davanti a noi il bosco è fitto, la strada soffocata dalla vegetazione. Alcuni ruderi emergono dai rampicanti.
"Vedete lì, mio signore?" indica un edificio diroccato ancora in piedi, "che strano, non mi sembra ci sia nessuno..."
"Proseguiamo", gli dico. "I miei uomini si devono accampare ed ho fretta di parlare con Lord Albert".
Ma le parole di Stan mi tornano in mente come un presagio.
"Le Spine sono arrivate, puntano a Malartic", mi ha comunicato appena giunto a Vreil. "Affrettatevi ad unirvi alla Herrshaft".
Osservo il cavaliere, che avanza silenzioso accanto a me. Anche lui si guarda intorno preoccupato, sta pensando quello che penso io?
Le ombre del bosco sono sempre più nere, ogni barlume di luce stenta ormai a penetrare tra i rami. L'aria è fredda.
"Eccoci", indica il ragazzo. "I padiglioni sono oltre quell'edificio con le colonne".
Tutto tace, il silenzio è eccessivo. Alzo una mano, faccio segno di procedere con cautela.
Pochi passi più avanti scorgo i primi cadaveri.
Gli hanno spiccato le teste e li hanno abbandonati lì.
Smonto da cavallo, mi chino a sfiorare un corpo. Si tratta di Randal, è ancora tiepido. Lo scontro dev'essere avvenuto non più di un'ora fa.
"Potrebbero averci teso una trappola", sussurra Stan, "forse sono ancora in zona".
Sono davvero micidiali come si dice?
Avanzo tra i ruderi, e ogni passo è una conferma. Il padiglione di Albert è stato depredato, quello adiacente ospita il corpo sfigurato dello stregone di Vypern. Gli inutili stregoni di Vypern, che fanno più danni che altro.
Chissà da dove veniva questo, per venire a farsi ammazzare a Malartic.
Ma Albert? Che ne è stato di lui?
Esco dai padiglioni e avanzo verso il torrente, quando nella penombra mi rendo conto di una strana nebbia violacea che nasce dalla terra. C'è altro sangue a terra, altri cadaveri. Nessuno dei loro, tutti dei nostri. Tutti decapitati. Poi ecco, quasi incespico nello scudo di Albert, abbandonato a terra nella fanghiglia.
Il cuore inizia a battermi all'impazzata.
"E' finita", mormoro.
"Cosa avete trovato, sir Dart?" domanda lo scudiero, che mi si avvicina con una torcia accesa. Scuoto il capo.
Anche lui guarda a terra, i suoi occhi si spalancano mentre riconosce lo scudo del suo Signore spaccato e insanguinato.
"Non è... possibile..." dice arretrando di un passo.
Gli faccio segno di uscire dalla nebbia, di raggiungere gli altri che stanno controllando la zona alla ricerca dei nostri nemici.
"Hanno preso tutti i cavalli!" viene a comunicarmi poco dopo il giovane Frederick, "le tracce conducono verso la strada per Gautier".
"Noi venivamo da una parte, mentre loro si allontanavano dall'altra", commento. "Per poco non ci siamo incontrati".
Guardo i miei uomini, i loro volti sconcertati. Sono responsabile di loro, devo fare in modo che l'abbattimento non li spinga a commettere errori.
"Metà di voi inizino a radunare i corpi e a ricomporli. Gli altri si sistemeranno di vedetta e a protezione dei compagni. Sarà una lunga notte, nessuno di noi dormirà. Alle prime luci ripartiremo".
Accendiamo dei fuochi ai margini del campo, posizioniamo le vedette e poco a poco inizio a ricostruire come si dev'essere svolto lo scontro. I dardi di balestra, il sangue. Una fratina da Paladino di Dytros squarciata non distante dallo scudo di Albert, inzuppata di sangue. Le Spine non sono venute qui da sole.
D'un tratto viene a chiamarmi Michael. "Abbiamo trovato un superstite".
"Come sta?"
Michael scuote il capo. "Non bene", risponde guidandomi da lui.
Siede vicino al fuoco, lo riconosco subito. E' Sir Hoster, uno dei più anziani dello Squadrone Herrshaft. Apparentemente sembra intonso, ma appena incrocio i suoi occhi vi leggo uno smarrimento innaturale.
"Come state?" domando, siedendomi accanto a lui.
"Nelle ombre...." mormora come risposta, "escono dalle ombre...."
Non capisco, lo osservo meglio. Il suo volto è attraversato da tre sottili ustioni, che proseguono sul collo.
"Parlate delle Spine? Cosa vi hanno fatto?"
Sir Hoster scuote il capo. "Ombre, ombre, spettri... non so da dove provengano.... sono tutto intorno, nella boscaglia. Lontano... dalla luce".
Muovo lo sguardo sugli alberi neri, sui ruderi coperti da rampicanti che ci circondano. Tutto è quieto, nemmeno un alito di vento.
"Cosa è successo?"
Indica con lo sguardo un edificio non distante, dove ho trovato una balestra abbandonata. "Ero lì sopra, quando hanno attaccato. Le Spine, intendo. E' stato un massacro, anche LeNoire era con loro".
Annuisco, ero al corrente del suo tradimento. "E poi?"
"E poi ci hanno sopraffatti, anche grazie ad un incantesimo lanciato dal loro stregone. Ha causato una nube venefica, ed è allora che sono iniziati i lamenti".
"Lamenti?"
Annuisce. "Ero distante dallo scontro più animato, e dal bosco ho iniziato a sentire degli strani lamenti, lenti, sempre più vicini. Lamenti... non naturali".
"Si raccontano un sacco di cose su Malartic..." commento. "Sicuro che non fosse un'impressione?"
Sir Hoster si indica le ustioni che porta sul volto e scuote il capo. "Quando ho visto che era tutto perduto, e che anche Albert era caduto... sono fuggito. Mi sono nascosto tra gli alberi... nella penombra che avanzava. Ed è stato allora che li ho visti. Spettri, fantasmi.... ombre violacee come la nebbia generata da quel maledetto stregone... ed hanno iniziato a fluttuarmi intorno. Una mi si è avvicinata, per un attimo ho riconosciuto un volto quasi umano, evanescente, e poi con dita impalpabili mi ha accarezzato il viso. Dolore, cecità, una fitta di ghiaccio... ho gridato e le ombre sono svanite".
Nervosamente mi guardo intorno, nel buio che circonda il nostro campo. Da poca distanza si sentono i miei uomini che spalano la terra, scavando tombe per i compagni caduti.
Ma forse Malartic non è il posto migliore per seppellire qualcuno, inizio a temere. E' un luogo maledetto, e le storie che si raccontano forse non sono tutte fantasticherie.
Guardo ancora Sir Holter, le sue ustioni. Lo conosco da anni, non è un ragazzino suggestionabile. Veramente qualcosa si nasconde intorno a noi, nell'oscurità.
"Ravvivate i fuochi", ordino. Ma poco dopo una delle vedette più avanzate inizia a gridare. Lamenti di dolore, che terminano in un gorgoglio sinistro.
Io stesso prendo una torcia e, insieme a Frederick andiamo a vedere che è successo.
Ci arrampichiamo tra i ruderi, c'è un passaggio stretto che porta ad una stanza parzialmente crollata, il punto d'osservazione migliore verso Ovest. L'aria è innaturalmente fredda, la luce della torcia scaccia un'oscurità viscosa, che si nasconde negli angoli più protetti del rudere. Avanzo di due passi nel silenzio, quando scorgo una sagoma riversa a terra. Mi avvicino al corpo, mentre Frederick alza la balestra carica e posiziona un dardo. E' Tom, la mia vedetta. Ha gli occhi sbarrati e sul volto una rete di ustioni sottilissime. Il suo cuore ha smesso di battere.
Sporgendomi dall'apertura che si apre sul sentiero tra gli alberi, non riesco a vedere niente di insolito. Non movimenti, nè ombre, nè tantomeno nemici in avvicinamento.
Frederick mi guarda aspettando che gli dica cosa fare.
"Raduniamo tutti presso il fuoco", gli dico. "Non possiamo fare più nulla per Tom, penseremo a lui domattina.
"Ma se ci stessero tendendo una trappola?"
"Chi? Le Spine?". Scuoto il capo: loro hanno scatenato questo casino e poi se ne sono andate, è chiaramente andata così.
"Seguimi al campo, avvertiamo le altre vedette di rientrare presso i fuochi".
Per Xander non arriviamo in tempo. Anche lui giace accasciato nel suo nascondiglio, senza più vita. Riusciamo a portare in salvo Herbert e Mac.
"Ravvivate i fuochi", ordino. "Nessuno si allontani nelle tenebre per nessuna ragione".
I cavalli sono sempre più agitati, i miei uomini si guardano intorno, indicandosi l'un l'altro strani fruscii, movimenti tra i rami. La paura, la suggestione fanno il resto.
Sarà una lunga notte. E prego gli Dei che riusciremo a vedere l'alba.


scritto da Sir Alaric Dart , 14:07 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
21 maggio 519
Giovedì 20 Ottobre 2011

Chi piangerà per lei?

Non certo io.
Quando vedo gente come questa che finisce ammazzata, mi chiedo sempre se qualcuno verserà mezza lacrima.
Me lo chiedo ancora di più quando sono stato io ad uccidere.
Mi domando se questa gente avesse una vita ulteriore, rispetto a quella che l'ha portata sotto la mia spada e, in fondo, se meritasse qualcosa di meglio (è un esercizio di coscienza che mi impongo ogni volta che ammazzo qualcuno, non vorrei iniziare a prendere la morte troppo sotto gamba).
Nel caso di Deborah devo dire che mi risulta difficile crederlo.
Al paese suo, a Mourden, avranno già smesso di compiangerne la scomparsa, ed è certo meglio se non verranno mai a sapere come si fosse ridotta la loro veste bianca di Kayah.
Raramente ho visto un abito così infangato.
All'inizio era divertente, ci siamo divertiti tutti. Poi è diventato soltanto squallido.
La sua stupida ribellione blasfema si è ridotta in fretta ad un sordido razzolare nel fango: quel che doveva rappresentare la sua liberazione da una carriera religiosa impostale dai familiari si è trasformata nell'umiliazione più avvilente.
Quasi mi sento di aver fatto un'opera buona a toglierla di mezzo e a interrompere questo malinconico teatrino.

Lo ammetto, lì per lì ho agito d'istinto.
Con tutti i guai che abbiamo, lo Squadrone annientato, Sir LeNoire prigioniero e quel pazzo di Sid Caesar come unico superiore, quella scema ha pensato bene di infilarsi nel mio sacco a pelo.
"Facciamo fuori il mago", mi ha sussurrato strusciandomisi addosso come una lumaca, "torniamo da Albert e raccontiamo la nostra versione dei fatti. Diciamogli che è stata tutta colpa di Sid, che è stato lui a tradire."
"Vattene, sparisci, lasciami in pace".
Glie l'ho detto, non si può dire che non l'abbia messa in guardia. Ma poi ripeti una volta, e ripeti due volte... lo ammetto, mi ha fatto saltare i nervi.

Poco dopo sono andato da Sid. "L'ho ammazzata".
Lui ha annuito. "Hai fatto bene. Era diventata inutile, soltanto un peso. Buttala in qualche fosso e non pensiamoci più."
"E' pesante, dammi una mano a sollevarla"
"No, Stan, tu l'hai ammazzata, tu la trascini via da qui".
Mentre mi allontano sbuffando per tornare al mio giaciglio, lui ci ripensa, si alza in piedi.
"Ti aiuto, va. Domani mi servi in forze, sarebbe un peccato ti facessi uno strappo muscolare".
"Perchè?" domando io, "che succede domani?"
"Domani li attacchiamo".

Mentre trasciniamo il cadavere di Deborah verso un fosso, Sid mi spiega il suo assurdo piano.
"Mi pare una stronzata Sid", rispondo. "Siamo in due, e non li abbiamo ammazzati quando eravamo uno Squadrone intero. Proseguiamo verso Malartic come deciso e chiediamo rinforzi"
"Ho forse chiesto il tuo parere?" è tutta la sua risposta, mentre si sfrega le mani una sull'altra per riposarle dallo sforzo.
Intanto il cadavere di Deborah sprofonda lento nella fanghiglia del fosso, tra le canne e le erbacce.

Ah, ma vedrai, imbecille di uno stregone, domani come verrò a aiutarti.
Contaci.


scritto da Stan , 12:17 | permalink | markup wiki | commenti (1)
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