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23 settembre 518
Venerdì 24 Settembre 2010
Probabilmente non sono io la persona giusta per fare questi discorsi.
Non sono mai vissuta in una vera "famiglia", salvo nella prima infanzia, mai ferma in uno stesso luogo per più di qualche mese.
Mi si dirà che mi sento messa in mezzo, che ho bisogno di difendere me stessa, ed è per questo che sento il bisogno di fare queste riflessioni. E in fondo è persino possibile che in parte sia vero.
Dal villaggio di Arta, e dai villaggi vicini, sono sparite delle ragazze. Corrotte da qualche imbroglione che le ha incantate con bei discorsi e promesse, portate via, trascinate prima nel peccato e poi, almeno in un caso, ad una atroce e prematura morte.
La gravità di quel che è accaduto è indubbia, la colpa del corruttore, o dei corruttori, anche.
Quello che però sento di dover dire, per quanto forse sia come parlare al vento, o a me stessa, è che forse anche gli uomini di qui, la gente di questi paesini, dovrebbe farsi un esame di coscienza.
Se inizi a considerare qualsiasi cosa, al di là della triste e silenziosa vita nei campi, come "peccato", diventa difficile mantenere il senso della prospettiva, delle proporzioni. Perdi completamente di credibilità. Se ascoltare la musica, cantare, divertirsi, è "peccato", è qualcosa di cui vergognarsi, allora tutto diventa peccato. E se tutto diventa peccato... come distinguere realmente il bene dal male?
...
E poi c'è la domanda, la domanda *vera*. La domanda che mi sta perseguitando.
Sarei fuggita anche io da Arta?
Me lo sono chiesta molte volte, in questi giorni. Mi sarei lasciata abbindolare dalle belle parole di qualche vagabondo che promette emozione, oppure avrei rifiutato ogni tentazione e sarei rimasta china sul telaio, silenziosa e rassegnata?
Le ho rispettate io, le regole, quando ho avuto la possibilità di scegliere?
Non tutte, onestamente. Non tutte.
Ho raccolto con le mie mani le ghirlande di fiori appassiti, gli abiti stracciati che abbiamo ritrovato in quelle grotte. E mentre sfioravo gli oggetti appartenuti a chi, per errore o impulsività, ha scelto di fuggire, ho sentito violentemente la mia vicinanza a quelle ragazze.
"Avresti potuto essere tu", sussurravano quei petali, quei lembi di stoffa umida. "Non saresti stata diversa da noi... da tutte noi..."
Come fantasmi, ombre, ricordi di esperienze che non ho avuto ma che ugualmente bussano alla porta della mia fantasia, dei miei sogni... così quelle voci mi incantano.
E' peccato anche questo fantasticare?
Se lo è, che gli Dei mi perdonino. E che abbiano pietà di tutte le ragazze che, come me, non hanno saputo chinare la testa e dire di no.
Non sono mai vissuta in una vera "famiglia", salvo nella prima infanzia, mai ferma in uno stesso luogo per più di qualche mese.
Mi si dirà che mi sento messa in mezzo, che ho bisogno di difendere me stessa, ed è per questo che sento il bisogno di fare queste riflessioni. E in fondo è persino possibile che in parte sia vero.
Dal villaggio di Arta, e dai villaggi vicini, sono sparite delle ragazze. Corrotte da qualche imbroglione che le ha incantate con bei discorsi e promesse, portate via, trascinate prima nel peccato e poi, almeno in un caso, ad una atroce e prematura morte.
La gravità di quel che è accaduto è indubbia, la colpa del corruttore, o dei corruttori, anche.
Quello che però sento di dover dire, per quanto forse sia come parlare al vento, o a me stessa, è che forse anche gli uomini di qui, la gente di questi paesini, dovrebbe farsi un esame di coscienza.
Se inizi a considerare qualsiasi cosa, al di là della triste e silenziosa vita nei campi, come "peccato", diventa difficile mantenere il senso della prospettiva, delle proporzioni. Perdi completamente di credibilità. Se ascoltare la musica, cantare, divertirsi, è "peccato", è qualcosa di cui vergognarsi, allora tutto diventa peccato. E se tutto diventa peccato... come distinguere realmente il bene dal male?
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E poi c'è la domanda, la domanda *vera*. La domanda che mi sta perseguitando.
Sarei fuggita anche io da Arta?
Me lo sono chiesta molte volte, in questi giorni. Mi sarei lasciata abbindolare dalle belle parole di qualche vagabondo che promette emozione, oppure avrei rifiutato ogni tentazione e sarei rimasta china sul telaio, silenziosa e rassegnata?
Le ho rispettate io, le regole, quando ho avuto la possibilità di scegliere?
Non tutte, onestamente. Non tutte.
Ho raccolto con le mie mani le ghirlande di fiori appassiti, gli abiti stracciati che abbiamo ritrovato in quelle grotte. E mentre sfioravo gli oggetti appartenuti a chi, per errore o impulsività, ha scelto di fuggire, ho sentito violentemente la mia vicinanza a quelle ragazze.
"Avresti potuto essere tu", sussurravano quei petali, quei lembi di stoffa umida. "Non saresti stata diversa da noi... da tutte noi..."
Come fantasmi, ombre, ricordi di esperienze che non ho avuto ma che ugualmente bussano alla porta della mia fantasia, dei miei sogni... così quelle voci mi incantano.
E' peccato anche questo fantasticare?
Se lo è, che gli Dei mi perdonino. E che abbiano pietà di tutte le ragazze che, come me, non hanno saputo chinare la testa e dire di no.





















