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« Sono Svenny e l'allegra compagnia. Aprite la finestra e buttate giu' una corda... e fissatela per bene! »
- Sven Herzog -
 
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Ambientazione: Il Continente di Sarakon  ·  Campagna: Campagna di Caen
creato il: 03/08/2007   messaggi totali: 84   commenti totali: 80
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22 marzo 518
19/10/2024

Otto promesse (parte 2)

SAGA


«Laury ti prego non piangere, non è il momento!»

Nora fa del suo meglio per calmare la piccola, ma non è facile: questa famiglia ha vissuto troppi traumi per restare serena in un momento del genere. Sono venuti per me? Se così fosse, non me lo perdonerei mai. Queste persone non meritano altre sofferenze.

«Andrà tutto bene, vero?» mi chiede Desiderio, il più piccolo della cucciolata di Scimus e Mà.

«Certo che sì», gli rispondo accarezzandogli la testa. «E poi tu sei quello coraggioso, no?»

Lui annuisce convintamente. «Se dovessero salire, ti proteggerò io!» Aggiunge con un'espressione seria.

Gli sorrido. «Ti ringrazio, ma vedrai... non servirà.»

In quel momento un sonoro rumore di passi rompe il silenzio, facendoci sobbalzare tutti. «Sono io!» mormora Eliane. Patty apre alla figlia, che entra trafelata insieme a Gertie. «Non sono riuscita a trovare gli altri... non so dove sono!»

«Non preoccuparti», la rassicura Patty, che poi si volta a guardare me: mancano ancora Ruben, Last e Freya.

«Dovrebbero essere con Arken... credo», ipotizza Nora. «Volevano fare ancora quella cosa dei fantocci». Me lo auguro... Ark è in gamba, dovrebbe sapere cosa fare in questi casi. Ma se così fosse, come mai non sono tornati qui?

La nostra tensione viene spezzata all'improvviso da un grido di dolore proveniente dal piano terra: Gertie si tappa le orecchie, Laury singhiozza, Eliane e Patty si portano una mano alla bocca. Il grido è presto seguito da uno schianto: legno spezzato, forse la porta.

«Si può sapere che problemi avete?»

«Se vi sedete e ci ascoltate con calma, non vi succederà nulla!»

«Non siete soldati! Non avete nessun diritto di...»

Frammenti di frasi provenienti dal piano di sotto si accavallano l'un l'altro, sovrastati dai deboli singhiozzi di Laury. «Oh Dei!» mormora Patty, abbozzando una preghiera.

Rifletto sul da farsi. Restare qui non serve a nulla: o vado a cercare Freya o scendo a dare una mano come posso. Già, ma come posso? Non sono certo una tipa da attacco frontale: se volano due schiaffi ne prendo tre. Quanto a Freya, potrebbe essere ovunque.... Magari al sicuro, visto che il grosso di questi manigoldi sta qui. No, decisamente meglio scendere di sotto.

«Cosa vuoi fare?» Mi chiede Patty non appena si accorge delle mie intenzioni.

«Non lo so neppure io» le rispondo, scuotendo la testa: «ma non posso starmene qui a non fare niente: vedo se riesco a dare una mano a Karel e agli altri».

Patty scuote la testa: «lascia fare a loro, è meglio: qui sei più al sicuro».

«Il fatto è che... esiste la possibilità che io conosca queste persone: potrebbero essere venuti per me».

La donna mi osserva: conosce la storia. «E anche in quel caso è meglio se non ti vedono, no?»

«Sei gentile a dire così: ma se stanno cercando me, un piano e quella porta non faranno la differenza. La sfonderanno e mi vedranno comunque, e a quel punto potrebbero pensare di punirvi perché mi avete nascosta. Credimi, è meglio così».

«Vengo con te», esclama Desiderio. «Ti guardo le spalle». In una mano stringe il suo cero, nell'altra il piccolo coltellino con cui era intento a intagliarlo fino a poco fa. Stamattina mi ha confidato che stanotte avrebbe voluto accenderlo e custodirlo insieme a me.

«Grazie, ma non è possibile», gli dico con tono dolce ma fermo. «E' una cosa che devo fare da sola. E poi tu devi custodire il nostro cero, no? Stanotte lo dobbiamo accendere, non ricordi?»

«Davvero? Me lo prometti?»

«Certo che si: te lo prometto».

Varco la porta, che subito Patty richiude alle mie spalle. E' robusta e pesante, ma non fermerà quei balordi quando e se decideranno di salire. Mentre scendo le scale, ripenso a ciò che Vodan mi ha spiegato sul ruolo di Kalina la Divina e delle sue compagne alle Case della Gioia. Soldatesse che combattono con armi diverse dalle mie, così le ha definite. Detta così suona male, ma quando mi ha raccontato della scelta coraggiosa di Giada e del ruolo giocato da quella sirena ho compreso il reale significato di quelle parole. Devo ispirarmi a lei, in questo momento difficile: devo fare ciò che è necessario per risolvere questa crisi.

Questa è la risoluzione con cui scendo le scale, subito smorzata dal tetro spettacolo che si palesa ai miei occhi. I soldati hanno varcato l'ingresso, sfondato la porta e raggiunto la sala da pranzo: tre di loro hanno sguainato le armi, rivolgendole contro Karel, Gomar, Scimus e Mà, anch'essi armati; un altro si volta verso di me. Un altro ancora, presumibilmente il capo, brandisce dei fogliacci luridi su cui qualcuno avrà certamente scritto che questi maramaldi hanno il permesso speciale di fare tutto ciò che pare a loro. Come sempre. Trent aveva detto che erano sette, ma ne vedo soltanto cinque: forse gli ultimi due sono rimasti fuori?

Il mio arrivo desta un certo interesse. Cosa farebbe Giada? Il capo mi squadra dall'alto verso il basso, le dita che tamburellano sull'ascia da lancio assicurata alla cintura. E' con lui che devo parlare, da pari a pari e fissandolo negli occhi, ignorando gli inopportuni apprezzamenti della soldataglia.

«Buonasera», mi saluta accennando un inchino: «stavamo giusto facendo le presentazioni».

«Di grazia, potrei sapere cosa volete? Ci stavamo preparando a festeggiare Ostàra».

«Siamo venuti a proporre un accordo vantaggioso», risponde quello, agitando i fogliacci. «Tutto regolare, ovviamente. Garantito dalla Rocca».

«Ovviamente».

Stanno cercando qualcuno, è evidente. Qualcuno che probabilmente non hanno mai visto in faccia. Se è gente mandata da qualche parente di Emon Creedon, potrebbero avere delle descrizioni...

«Non è vero», ribatte Karel: «Non è quello che hanno detto poco fa. Vogliono portare via i marmocchi». I marmocchi? In che senso?

«Beh, si», risponde il capo, sollevando le spalle. «Del resto è proprio di questo che parla l'accordo. Tuttavia, anche scambiare due parole con una bella ragazza non ci fa mica schifo...»

«Andatevene», ringhia Scimus, digrignando i denti e brandendo la sua cucchiara - una grossa pala da neve - verso il soldato più vicino. «Andatevene ora, finché potete farlo: qui non c'è niente per voi». Quello, per tutta risposta, solleva un batocchio di legno non meno lungo e pesante della rancogna di Mà.

Capisco in fretta che il compito di Giada e Kalina in questi frangenti, ovvero il mio compito ora, è impedire alla situazione di degenerare.

«Perché invece non mettiamo via le armi e ci sediamo?» Così dicendo mi avvicino al tavolo. «Sono certa che potremmo raggiungere un accordo, magari diverso, ma comunque... soddisfacente».

Guardo il capo negli occhi, quindi abbasso lentamente lo sguardo. Il pavimento è ingombro dei resti dei ceri, caduti a terra e in gran parte spezzati. Aspetto che si avvicini, cosa che puntualmente accade. Mi scruta, quindi mi prende il mento tra le mani, sollevandomi il volto verso la luce delle torce che scoppiettano nel silenzio della stanza.

«Come ti chiami?»

«Saga», gli dico. E' il momento della verità: se sono venuti per me lo saprò adesso, guardandolo negli occhi. Con stupore, realizzo che non è affatto così. Non è gente dei Creedon. Non stanno cercando noi.

«E dimmi, Saga», continua lui, con voce suadente. «Quanti anni hai?»

«Ventidue».

Annuisce con un sorriso compiaciuto. Fatti coraggio, Saga: è il tuo momento. Se giochi bene le tue carte, puoi sperare di accontentarlo da sola e mandarlo via con poco. Del resto è questo che sei diventata, no? Un pugno di mesi di pace e illusioni non possono cambiare il destino a cui questo feudo maledetto ti ha condannata.

«E allora...» mormora lentamente, avvicinandosi con la bocca al mio orecchio e abbassando la voce fino a renderla quasi un sussurro.

«.... e allora non servi a un cazzo».

Il guanto ferrato dell'armatura mi colpisce in pieno volto, lacerandomi la guancia e iniettandomi il naso di sangue. Precipito su una sedia, che si rompe sotto di me riempiendomi le mani e i fianchi di schegge affilate. Non sento il rumore del mio corpo che cade, nelle orecchie c'è solo un fischio assordante che mi arriva fin dentro al cervello. Il capo mi assesta due calci in rapida successione, quindi mi sputa addosso. «Troia che non sei altro! Pensavi di fottermi, eh? Che cosa avevi intenzione di fare?». Mi raggomitolo a terra, cercando di proteggermi la testa dall'assurda reprimenda di questo pazzo violento. Dove ho sbagliato?

Il fallimento del mio tentativo di mediazione provoca conseguenze opposte a quelle che erano le mie intenzioni: la situazione degenera. Mà brandisce la rancogna e si avventa su uno dei soldati, gridando qualcosa che non comprendo. Scimus mi si piazza davanti, mulinando la cucchiara e costringendo il capo a fare due passi indietro. Goran blocca un fendente al corpo e risponde con una gomitata all'indirizzo di uno dei soldati, mentre Karel viene colpito alla spalla dall'altro, per fortuna - credo - in modo non grave.

«Fatevi sotto, vigliacchi!», urla il capofamiglia alla marmaglia di balordi. «Ben detto!» Gli fa subito eco Scimus: «Facciamo vedere a questi bastardi che sono venuti a mungere la vacca sbagliata!».

Provo a rialzarmi, puntellandomi sugli avambracci sanguinanti: devo aiutarli, devo fare la mia parte. Raggiungo una credenza, mi sollevo, torno in piedi, spreco istanti preziosi alla disperata ricerca di qualcosa da afferrare: una scopa di saggina, un vaso, una padella per le castagne. Sono lenta. Nel momento in cui riesco finalmente a girarmi, il manico della padella stretto tra le mani tremanti, Scimus stramazza al suolo, colpito al volto da un fendente. Un istante dopo è la volta di Karel, raggiunto alla schiena da un secondo colpo di mazza drammaticamente più energico del primo. Goran e Mà sono ancora in piedi, ma a breve si ritroveranno con due avversari a testa.

«Io aspetterei settembre, per quella» mi schernisce il capo, ruotando la spada nella mia direzione. «Ma se proprio hai fretta di usarla...»

Quello che accade dopo è fin troppo scontato. Mi avvento su di lui agitando la padella, consapevole di non avere alcuna speranza, e così è. Un taglio sul dorso della mano mi costringe ad abbandonare la presa, un calcio ben assestato mi spedisce nuovamente con la faccia sul pavimento.

Agli altri non va molto meglio: la rancogna morde l'aria un paio di volte, quindi finisce anch'essa a terra, ben presto seguita da Goran e Mà. Abbiamo perso. E adesso?

Il capo mi posa la punta dello stivale sulla spalla, poi comincia a spingere, sempre più forte, osservando con un ghigno sadico la mia smorfia di dolore crescente. Non è venuto per me ma in compenso mi odia più di chiunque altro. Deve avere il dente avvelenato contro le donne: non lo manderà Creedon, ma lo ricorda parecchio. Anche io ti disprezzo, sai? Anche a me fanno schifo quelli come te. Non sei che l'ennesimo spaporchio molesto, egoista e violento, condannato ad essere respinto per tutta la vita. Stringo i denti, cercando di resistere per non dargli soddisfazione, ma non è umanamente possibile. Il suo piede accompagna la mia articolazione in una torsione innaturale, costringendola prima a tendersi, poi a piegarsi fino a raggiungere il limite, e infine, inevitabilmente, a dislocarsi con un rumore sordo. La mia bocca si contorce in un grido strozzato. Il dolore è atroce, ma riesco a non perdere i sensi. Non ancora.

«Salite a prendere il resto di questi pezzenti», lo sento ordinare a due dei suoi sgherri. «Voialtri, disarmateli e teneteli d'occhio».

Con la coda dell'occhio li osservo mentre salgono le scale. Ripenso alle parole di Karel: Vogliono prendere i marmocchi. Possibile? Perché? A cosa gli servono? Sia come sia, spero che Freya, Ruben e gli altri siano riusciti a scappare lontano.

Vodan... dove diavolo sei? Abbiamo bisogno di te! Avevi promesso...

Saga Thorn



RUBEN



«Come va il ginocchio?»

«Migliora a vista d'occhio», rispondo a Last con un sussurro, mentre continuo a scrutare i dintorni. Dove si sarà cacciato il nostro inseguitore?

«Credo che abbia smesso di seguirci: magari è andato dietro ad Arken e Freya».

Mi auguro di cuore che non sia così. Più riusciamo a tenere l'attenzione di quel soldato rivolta verso di noi, più loro avranno il tempo di raggiungere il boschetto e mettersi al sicuro.

«Eccolo», mormora Last all'improvviso: «Laggiù, vicino al semenzaio!»

Perfetto, penso mentre raccolgo una pietra tra le mani. Mentre mi accingo a tirarla, ripenso alle innumerevoli volte che abbiamo giocato a nascondino in questo labirinto di alberi e arbusti che circondano casa nostra. Io, Freya e Arken eravamo i più bravi. L'unica differenza è che stavolta dobbiamo vedercela con un adulto. L'unica differenza è che stavolta non è un gioco. Beh, vediamo come se la cava questo finto soldato. Lancio il sasso, che compie una lenta parabola nella sua direzione, quindi mi accovaccio tra i cespugli.

Thud!

«Lo hai mancato!», bisbiglia Last.

«Idiota, non miravo a lui: preparati a correre appena si sposta». Last non ha mai imparato le tattiche basilari del nascondino... per questo finisce sempre a contare.

Prevedibilmente, il rumore attira l'attenzione dello scagnozzo: quando si volta, dandoci le spalle e facendo un paio di passi nella direzione che speravo, scatto in piedi e comincio a correre. Il ginocchio abbaia ancora, ma non morde più. Last mi segue come un'ombra: insieme risaliamo furtivamente il sentiero, tenendoci bassi e sfruttando la copertura della fitta siepe di alloro che costituisce il vanto di zio Scimus. Il nostro inseguitore si accorge della manovra e si mette a inseguirci, ma nel punto dove decide di tagliare non c'è un sentiero e ben presto l'erba alta lo costringe a rallentare. Ricordo quando Hart mise il piede dentro un nido di serpenti proprio da quelle parti e mi auguro che al nostro inseguitore succeda la stessa cosa, magari anche peggio. Lo sento bestemmiare: ha capito che adesso dovrà tornare indietro e fare il giro lungo. Bene così.

«Ahah, hai sentito? Ha detto porco p...»

«Ho sentito: non ti distrarre, resta concentrato».

Risaliamo verso casa, approfittando del vantaggio di tempo che ci siamo guadagnati. Il sentiero si apre, regalandoci uno scorcio sul vialetto che porta all'ingresso di casa nostra. I cavalli dei finti soldati, malmessi e denutriti, pascolano davanti alla porta, addentando con scarsa convinzione le primule di zia Mà.

«Hai visto?» esclama Last, puntando il dito poco più indietro: «hanno anche un carretto».

«Già. Mi chiedo cosa se ne facciano, visto che è vuoto». Il sospetto è che siano venuti per riempirlo con la roba nostra. Ci avviciniamo con cautela, fino a sentire stralci della discussione che sta avendo luogo all'interno: a quanto pare non mi sbagliavo, questi cercano qualcosa... O peggio, qualcuno. Devo portare via Saga.

«Aspettami qui», dico a Last: «io cerco di entrare dal retro».

«Va bene, ma... cosa devo fare se torna il soldato?»

«A quel punto mi fai un segnale... il fischio da pastore, d'accordo?». Il fischio da pastore è la specialità di Last, quando lo fa si sente fino a Uryen. «E poi corri da Oger Esmor come se avessi il pepe al c...» La frase mi muore in gola, mentre il mio sguardo si leva verso l'abitato di Esmor e incontra la grande colonna di fumo che si perde nelle ombre della sera ormai incombente. Sotto di lei, bagliori giallastri che non promettono niente di buono.

«Oh cazzo», mormora Last. «Ma che, hanno già acceso i pupazzi?»

Scuoto la testa. Magari, Last. Non è certo paglia, quella che sta bruciando. «... E poi corri verso il boschetto, d'accordo? Così ci incontriamo tutti quanti lì».

«D'accordo. Ma non tirarmi il pacco, eh? Non fare che poi non venite». Lo sento stringermi il braccio, forte. Anche lui adesso ha paura. Come me.

«Tranquillo: te lo prometto».

Di lì a poco raggiungo la porta sul retro: chiusa. Anche le finestre sono sbarrate. Sollevo gli occhi alla ricerca di un'apertura verso cui potermi arrampicare e vedo Eliane che mi guarda dall'alto.

«S-C-A-P-P-A», mi comunica senza emettere un fiato, enfatizzando i movimenti delle labbra: quindi indica in basso, appena dietro di me. Mi volto giusto in tempo per intravedere la sagoma dell'ennesimo soldato, che proprio in quel momento fa capolino dall'angolo opposto della casa.

«Hey, tu: fermo lì!»

Fossi matto. Scatto a correre a perdifiato nella direzione opposta, ignorando i guaiti lamentosi del ginocchio, mentre quello si getta all'inseguimento. Che faccio? Dove vado? L'impulso è quello di dirigermi verso il boschetto, ma prima devo trovare il modo di avvertire Saga. Viro dunque in direzione del frutteto, con l'idea di seminare anche questo inseguitore e poi, magari, tornare sul retro e cercare di contattarla tramite Eliane. Posso farcela. Mi sento come i protagonisti della storia che ci raccontava nonna Laurel, in cui una banda di ragazzini - i "marmocchi", come li chiamava lei - riusciva a mettere sempre nel sacco i soldati della Signoria. Tra un attimo raggiungerò il frutteto. Posso farcela. Non sento più i passi del mio inseguitore, forse ha mollato... ma non posso voltarmi, se mi voltassi perderei velocità e non è una buona idea. Posso farcela.

Poi sento un rumore strano e perdo contatto con il terreno. Rotolo a terra, senza capire cosa sia successo. Un'altra radice? Provo a rialzarmi e a quel punto sento il polpaccio che comincia a urlare a squarciagola, ma una roba che al confronto il ginocchio era muto. Un dolore assurdo, più forte della puntura di un calabrone. Mi tocco la gamba e sento che è bagnata, poi mi guardo le le mani e le vedo rosse. Ma come...

«Dove pensavi di andare, moccioso?» Il bastardo si avvicina a grandi falcate, stringendo in mano quello che sulle prime mi sembra un ramo. No, non è un ramo... è un arco. Abbasso gli occhi sulla mia gamba sinistra, che proprio non vuole saperne di muoversi, e vedo il piccolo pennacchio di piume grigie che spunta dal terreno a circa un metro da me. Pensa se mi prendeva in pieno.

«Ecco, lo vedi cosa mi costringi a fare? Voi mocciosi la dovete piantare di scappare! Non vi hanno insegnato che dovete ubbidire agli adulti, da queste parti?»

Da queste parti. Questi tizi non sono di Dossler, e forse neppure dell'Anterlig. Da dove vengono, allora? E cosa vogliono da noi?

«Avanti, alzati!»

Scuoto la testa. E poi, anche se volessi, la gamba mi fa un male d'inferno.

«Non fare la femminuccia», insiste quello, allungando una mano con l'intenzione di tirarmi su. «Altrimenti mi toccherà fart...»

La frase gli muore in gola, mentre un altro pennacchio di piume - stavolta di colore azzurro - affiora lungo la trachea, appena sopra al bavero dell'armatura.

«Non provare a toccarlo, bastardo!»

Astea? E' la voce di Astea! La vedo emergere lentamente dal frutteto, tra le ombre della sera e la foschia indotta dai rinnovati spasmi della gamba, mentre incocca un'altra freccia. Ma non è necessario: il finto soldato si porta le mani al collo, cercando invano di afferrare l'aria che non ha più modo di inspirare, quindi crolla al suolo in attesa che la vita lo abbandoni. Un colpo perfetto.

«Uno in meno», commenta lei, senza scomporsi. «Come stai?», mi chiede poi, guardandomi la gamba.

«Mi ha preso di striscio... me la caverò».

«Ce la fai a camminare?»

«Si, ma... perché? Cosa vuoi fare?»

«Che domande», risponde lei, brandendo l'arco e indicando la daga che porta alla cintola. «Ammazzarli tutti».

«Sei matta? Non ce la farai mai: sono in sett...» Poi metto a fuoco il corpo esanime riverso davanti a noi. «... ok, sono in sei. Ma sono comunque troppi, per te da sola».

Le mie parole smorzano la sua risolutezza. Riflette. «Hai ragione», conclude poi con un sospiro. «Dobbiamo cercare aiuto. Forse dagli Esmor?»

«Non penso sia una buona idea: mi sa che ci sono già passati. Io e Last abbiamo visto una colonna di fumo...»

«Capisco. Vorrà dire che cercheremo altrove: aspettami qui, torno subito».

Resto solo col morto, guardandola sparire tra i peschi in fiore con la grazia di una nereide delle lande. Mia sorella mi ha appena salvato la vita. E' molto meglio dei protagonisti delle storie di nonna Laurel. Come ha fatto a diventare così forte e coraggiosa? Mi avvicino al cadavedere. Siamo sicuri che sia morto, si? La pozza di sangue in cui è riverso non sembra lasciare adito a dubbi. Oltre a un arco aveva anche una daga, simile a quella di Astea. La sfilo con cautela dal fodero, cercando di non tagliarmi. Da oggi, questa sarà la mia arma.

«Attento a non tagliarti», mi avverte, mentre riemerge dal frutteto in groppa a Jofnar, il suo cavallo: «quella fa male».

«Lo so: adesso è mia».

«Sta bene, puoi prenderla: adesso però salta su. Vediamo se riusciamo raggiungere qualche soldato di Uryen... quelli veri, intendo».

Saltare non è esattamente facile, considerando la condizione delle mie gambe, ma in un modo o nell'altro riesco a issarmi su Jofnar. Certo che è davvero enorme, oltre che bellissimo. Io e Laury le avremo chiesto almeno cento volte come è riuscita ad averlo: il duello rituale, la trattativa, il vestito da principessa. Per questo gli ha dato quel nome particolare: nella lingua dei Nordri significa principe.

«Sei pronto?»

Annuisco. In men che non si dica siamo lanciati al galoppo, in direzione della torre Nove.

«Astea?»

«Dimmi».

«Finirà tutto bene, vero?»

«Ma certo. Andrà tutto bene, vedrai: dobbiamo solo trovare Ivan Reiner, o John Striker, o Kelly... o Vodan».

«Me lo prometti?»

«Te lo prometto».

Astea Trent - Immagine 3



KAREL



«Vi prego, non fatelo... possiamo pagare». Vorrei poter fare qualcosa in più che pregare questi figli di puttana, ma la realtà è che ci hanno conciati per le feste. Le armi devi saperle usare, diceva sempre il mio buon amico Stern Rock, altrimenti è meglio non averle. Aveva ragione lui... alla fine abbiamo soltanto fatto una figura di merda. Persino Gomar, che un pò di Rocca l'ha fatta, non è riuscito a combinare molto.

«Non rompere i coglioni, vecchio», mi risponde il loro capo, che gli altri chiamano Grom. «Potevi pagare prima, quando ti abbiamo dato la possibilità: hai voluto alzare la cresta, ed ecco il risultato».

«Abbiamo amici nell'esercito», insisto: «abbiamo sempre fatto il nostro dovere. Ci deve pur essere qualcosa che possiamo...»

La voce mi muore nel petto, quando vedo uno dei soldati che trascina sulle scale il corpo esanime di mia moglie.

«Nora! NORA!»

«Tranquillo, oh... Mica è morta! Le ho dato solo una mazzata in testa, ma si riprenderà... credo».

«Perché? PERCHE'? Maledetti... maledetti assassini». Mi trascino in direzione delle scale fino a raggiungere il punto in cui si trovano Saga e Scimus: entrambi vivi, benché ridotti all'impotenza come noi.

«Hai capito, Grom? Questo pensa che siamo degli assassini».

«Tocca spiegarglielo, che non è morto nessuno...».

«... per ora».

«Esatto. Per ora. O, per meglio dire, non ancora».

«Ancora per poco, però... Se continuano a fare gli stronzi a 'sta maniera!».

«Già», conclude Grom, interrompendo il siparietto imbastito dai suoi sodali. «Per questo è il caso che ci diamo tutti una calmata. D'accordo?»

Annuisco, come se non avessi capito che ci sta soltanto prendendo per il culo. Ci siamo sforzati di restare calmi, persino quando ci hanno fatto capire cosa volevano. Hanno iniziato loro a colpirci, quando Saga ha provato a... mediare... nell'unico modo possibile... E guarda come l'hanno ridotta. Bestie, questo sono: alla stregua dei Nordri, forse addirittura peggio. Ma adesso non posso fare altro che assecondarli. Mi sforzo di guardare l'unico lato positivo: quel bastardo ha ragione, non è ancora morto nessuno. E il mio compito è mantenere tutti in vita, costi quel che costi.

Grom si siede sulla mia poltrona, quindi mi indica l'unica sedia ad essere rimasta in piedi. «Siediti, Karel. Ti chiami Karel, giusto?»

Annuisco ancora. Raggiungo la sedia e mi tiro su. Grom è l'unico con un'arma e un'armatura decenti, gli altri hanno tutti mazze, bastoni e pezzi di cuoio male assortiti. Eppure non si comportano come dei semplici banditi. Mercenari in disgrazia? Disertori?

«Posso vedere quelle carte?» Chiedo educatamente, sforzandomi di contenere la rabbia.

«Oooh, così mi piaci, Karel» risponde Grom con soddisfazione. «Guardiamo cosa dicono le carte».

Ciò che leggo ha dell'incredibile. Niente di quanto c'è scritto ha la minima possibilità di essere vero. Dai nove ai quattordici... Ma che senso ha?

Guardo Grom negli occhi, scuotendo la testa. «Conosco bene i soldati della Rocca: non autorizzerebbero mai una cosa del genere. Il comandante Barun...»

«Il "comandante" Barun è un disertore e non comanda più nulla da settimane», si affretta a precisare Grom, come se ripetesse una filastrocca imparata a memoria: «adesso al comando c'è Sir Gadman Scherer. Lo sanno anche i sassi...».

Lo so bene anch'io: l'ho detto apposta per vedere se lo sapeva lui, e a quanto pare è così. Questo significa che la storiella dell'acquisto di bambini non se la sono inventata loro di sana pianta. E chi, allora? Possibile che davvero...

«A quanto pare non conosci così bene i soldati della Rocca. Scommetto che non conosci neppure l'Asilo...».

«Qui c'è scritto VOLONTARIAMENTE» lo interrompo, puntando il dito su uno dei fogli. «... che accetteranno SPONTANEAMENTE e VOLONTARIAMENTE di...».

«Ma certo! SPONTANEAMENTE e VOLONTARIAMENTE, s'intende. E infatti noi siamo proprio qui per convincervi che è la scelta migliore che potete fare. Chi può convincerli ad andare meglio dei loro genitori? E i soldi saranno divisi equamente: metà a loro, che vi daremo adesso, metà a noi che vi abbiamo fornito questa opportunità, e siamo tutti contenti. Nessuno muore, nessuno si fa male... L'accordo perfetto».

«Spiacente, non venderemo i nostri figli alla Rocca di Tramontana. Vi ringraziamo per l'offerta, ma preferiamo rispettosamente declinare». Come se ne avessimo realmente facoltà. Ma ormai non resta che continuare a tenere in piedi questa stupida recita, nell'attesa che questo bastardo si decida a dirmi cosa intende fare.

«Davvero? Che peccato». Grom si alza, scrollando le spalle con l'aria sconsolata di un mercante non è riuscito a concludere un buon affare. «Beh, ragazzi, avete sentito il capofamiglia: purtroppo non se ne fa niente». E così dicendo si dirige verso la porta, facendo cenno a tutti di levare le tende.

«Che peccato!»

«Oh no! Questa non ci voleva.»

«Davvero una disdetta!»

«Eravamo a tanto così dal chiuderla, e invece...»

Non so se mi sta più sui coglioni Grom o il teatrino di guitti che gli tiene il gioco. Gomar mi osserva. Gli faccio capire di tenersi pronto, tra pochi istanti questo farabutto smetterà di fare lo scemo e saremo chiamati a giocarci il tutto per tutto.

«Aspetta un momento», esclama Grom, un attimo prima di varcare la porta ormai scardinata. «Perché non chiediamo direttamente ai ragazzi?»

«Buona idea!»

«Perché no?»

«Mi sembra il modo migliore per cavarsi da questo impaccio.»

«D'altronde non sta mica bene che decidano i genitori per il loro avvenire...»

A un cenno di Grom, i miei familiari - Patty, Eliane, Gertie, Desiderio e la piccola Laury - vengono condotti giu dalle scale e messi in fila indiana di fronte al tavolo, che viene rimesso in piedi. Nora, ancora svenuta, viene adagiata sulla mia poltrona, mentre Grom rimane in piedi. Scimus, Saga e Mà restano riversi a terra.

«Eccoci qua», esordisce Grom. «Adesso faremo un gioco, vi spiego come funziona. Prima di tutto vi dividerete in due gruppi: quelli che non hanno ancora compiuto quindici anni possono restare qui, davanti a questo tavolo: gli altri andranno a mettersi lì, di fianco alla poltrona in cui riposa la signora. Forza, da bravi».

Desiderio e Laury sono gli unici a restare vicino al tavolo, gli altri raggiungono lentamente Nora. Tutti hanno capito che, almeno per il momento, devono ubbidire senza fiatare.

«Molto bene», riprende Grom rivolgendosi ai due rimasti di fronte a lui. «Adesso vi darò la possibilità di scegliere tra due possibili opzioni: una vi consentirà di guadagnare un bel gruzzoletto e diventare degli eroi, salvando la vita non soltanto alla vostra famiglia ma anche a tutti gli abitanti della Signoria, e forse, chissà, persino a quelli di tutta la Contea! L'altra, beh...» conclude, guardando in direzione di Nora e degli altri, «...l'altra, no».

Scende il silenzio. Laury tira su col naso, sforzandosi di non piangere. Guardo Grom, che attende con ansia una risposta. Ho capito cosa vuoi fare, spregevole carogna, ma non funzionerà: non riuscirai a portarceli via, neanche col ricatto. Non te lo permetteremo mai, neanche se dovessi ammazzarci tutt..

«Capo, abbiamo un problema!» La voce arriva da fuori, dev'essere uno dei due scagnozzi che erano rimasti fuori. Sentiamo i passi pesanti che si avvicinano, quindi lo vediamo attraversare la cornice della porta. Non è solo, purtroppo.

«Last!» Grida Mà, con la voce rotta dal dolore. «No, vi prego! Lui no! E' piccolo, ha bisogno di me!»

«Piccolo? A me pare anche più grandicello degli altri», commenta Grom grattandosi il mento. «Quanti anni hai, Last?» Non dirglielo! Menti!

«Quattordici e mezzo». Cazzo.

«Perfetto! Accomodati pure lì, insieme agli altri due... Stavamo giusto facendo un gioco». Mentre Last raggiunge Desiderio e Laury, Grom guarda il suo compare con aria interrogativa: «Beh? Qual è il problema?»

«Bernie è morto».

«Morto? Che dici?»

«Si, morto. Colpito da una freccia, al collo». Si porta la mano sotto al mento, indicandosi il pomo d'adamo. «Proprio qui».

Il resoconto prosegue, con Grom che incalza il suo sgherro con crescente preoccupazione e l'altro che spiega per sommi capi: non è opera di Last, ovviamente; lui è stato acciuffato dopo, lo ha beccato nei dintorni della casa mentre il ragazzo stava cercando di capire come aiutarci. L'arciere viene descritto come un probabile militare, che subito dopo aver abbattuto il loro sodale è scappato a cavallo insieme a un altro ragazzino. «Non credo si trattasse di uno di questi pezzenti», conclude: «il cavallo era di razza, un autentico stallone... Un Garkan degli Altipiani, credo». Il mio cuore manca un battito: Astea! Grazie agli Dèi è riuscita a scappare... Chi sarà il ragazzino? Freya? Ruben?

Grom riflette, visibilmente contrariato. «Va bene», dice poi, rivolgendosi al nuovo arrivato. «Prendi il mio cavallo e corri dietro a quello stronzo: portamelo qui, vivo o morto non mi interessa. E vedi di riportarmi anche il moccioso... Vivo».

Lo scherano non perde tempo: un attimo dopo è già fuori, mentre Grom torna a rivolgere l'attenzione a noi.

«Cambio di programma: dobbiamo velocizzare le cose. Voi tre giovanotti, li vedete questi fogli? C'è scritto che, se volete, potete venire con noi alla Rocca di Tramontana, dove vi addestreranno per farvi diventare dei soldati dotati di poteri straordinari, che vi renderanno molto più forti di me o di qualsiasi altro, nonché immuni al morbo dei Risvegliati. Se accettate, SPONTANEAMENTE e VOLONTARIAMENTE, non torceremo un capello ai vostri genitori, anzi riempiremo di soldi le loro tasche, e nessuno di voi ci vedrà più. Se vi rifiutate, beh... Lasciare il feudo in mano ai Risvegliati sarebbe davvero da vigliacchi. E a quel punto anche io potrei rifiutarmi di fare il bravo. Remon, Tuck, Portatemi la puttana».

Saga viene sollevata di peso e portata di fronte a Grom. E' ancora cosciente, nonostante il dolore e le ferite.

«Scommetto che non sei imparentata con nessuno di loro, vero? Si capisce dagli sguardi dei mocciosi». Lei non risponde, limitandosi a guardarlo negli occhi con la fierezza che la contraddistingue. Non ha paura di lui, penso. E' abituata a un tal genere di marrani. Ma è un errore, perché questo atteggiamento sprezzante lo farà infuriare ancora di più.

«E' mia nipote», intervengo. «Viveva oltre il Traunne, l'abbiamo presa con noi lo scorso autunno».

«Che stronzata», commenta Grom. «Non puoi mentire a casa del cazzaro».

«E' la verità!» insisto. «Fa parte della famiglia: ti prego, non farle del mal-»

Lo scagnozzo di nome Tuck mi assesta un colpo alla schiena che mi svuota i polmoni, togliendomi il fiato. «Hai sentito il capo? Basta stronzate». Gli altri due non tardano a unirsi al coro.

«E' veramente una vergogna».

«Non c'è davvero più morale in queste campagne».

Grom sghignazza, quindi fa un passo e si china in terra a raccogliere qualcosa, per poi tornare verso Saga. Il coltello di Scimus.

«Allora, dicevamo: se vi rifiutate - e siete liberi di farlo, sia chiaro - ecco qualche esempio di ciò che potrebbe succedere a quelli più grandicelli...»

Coltello di Scimus - Immagine



FREYA



Il limitare del Bosco dei Mirtilli si palesa di fronte a noi, una sinistra macchia nera che nasconde l'orizzonte e che risulta ancora più scura del buio della sera che la sovrasta. Per la famiglia Trent, quel bosco è come un vecchio amico con cui hanno litigato da tempo e che adesso viene guardato con diffidenza: la Bestia dei Mirtilli, i Calabroni Grigi... Per me è soprattutto la dimora di Amelia e Dina, dell'eroismo di Aidrich Ramsey, del tragico sacrificio di Cynthia Haller e di tante altre avventure che popolano i racconti di Vodan.

Tuttavia, fino ad oggi non ci sono mai entrata davvero. E quella fila di alberi dai rami adunchi che incombe minacciosamente sul sentiero che stiamo percorrendo non sembra affatto suggestiva e stimolante come la mia immaginazione mi aveva indotta a pensare.

«Hai visto? Ci siamo quasi!» Arken fa di tutto per tenermi su di morale. «Una gita nel bosco, la notte di Eostar: in fondo è emozionante, no?»

«Assolutamente», confermo, stringendomi nelle spalle. Ho i brividi, e non è certo freddo. Che poi in fondo, a voler essere sinceri...

«Hai freddo? prendi questa!» dice avvicinandosi, togliendosi la mantella e mettendola sopra la mia. La accetto volentieri, ringraziando. Lo sguardo mi cade sugli oggetti che porta appesi alla cintura: un coltello da intaglio, simile a quello che tante volte ho visto in mano a suo padre, e la sua fionda. Due armi.

«Per ogni evenienza», risponde lui, quasi a giustificarsi.

Di lì a poco arriviamo alle propaggini del bosco.

«Perché gli alberi sono così spogli? Vodan diceva che erano sempreverdi...»

«Perché sono morti», risponde lui.

«Morti?»

«Stecchiti. Letteralmente».

Li guardo. Non sembrano affatto morti stecchiti! Mentre camminiamo, Arken mi spiega come muoiono gli alberi, e i cinque indizi che ti fanno capire che sono spirati. I buchi, l'angolo, la corteccia, gli insetti e i parassiti.

I parassiti. «Come quelli del morbo dei risvegliati?»

«Non proprio», risponde lui. «Quelli sono parassitoidi, nel senso che sono loro a uccidere l'ospite. Il parassita vero ha invece tutto l'interesse a tenerlo in salute, perché è grazie a lui che sopravvive».

«Come gli Innalzati, allora».

«Innalzati? Sarebbe?»

E' vero, penso: la storia degli Innalzati l'ho raccontata a Ruben, ma non a lui. Provvedo quindi a metterlo a parte delle informazioni che ci hanno raccontato Vodan, Kelly, John Stryker e altri soldati, felice di potergli insegnare anch'io qualcosa. Arken è molto più grande di me, di Ruben e degli altri: se lo volesse potrebbe andare alla Rocca e diventare lui stesso un soldato, seguendo le orme dei suoi cugini Tank e Hart. Ma non credo che sia quella la sua aspirazione: a lui piace disegnare, intagliare il legno e riparare le cose, come suo papà.

«Incredibile: e così Ghaan ne ha diversi, e noi soltanto uno».

«Una», mi affretto a precisare. «Annie. Tank e Hart la conoscono bene! La conoscevano... anche prima che...»

«Capisco». Mi chiede anche di William Deed ma lì ho poco da dirgli, visto che non ne so molto... A parte il disastro che ha combinato e gli sforzi del terzo plotone per rimettere le cose a posto, tutte cose note anche a lui.

Il bosco ci ha inghiottiti da un pò. Mi auguro che sappia dove stiamo andando, perché io mi sono sicuramente persa e non credo che saprei tornare. Non che sia una ipotesi, almeno per ora. Però...

«Ormai dovremmo averlo seminato», dice a un certo punto, guardandosi alle nostre spalle. «Tu vedi qualcosa?» Mentre osserva le cime degli alberi in lontananza, vedo che strizza gli occhi. E' una cosa che gli ho visto fare spesso, specie quando c'è poca luce. Ruben sostiene che si sia rovinato gli occhi a forza di intagliare il legno a lume di candela, ma lui dice che è un difetto che hanno quasi tutti nella sua famiglia, e che comunque gli basta socchiudere gli occhi per vederci benissimo. In effetti con la fionda è il più bravo di tutti.

Scuoto la testa: neanche io vedo nulla. In compenso è sceso un freddo pazzesco, neppure la doppia mantella riesce più a porvi rimedio. Anche quest'anno il Re dell'Inverno è duro a morire.

«Ti va se proviamo ad accendere un fuoco?» Mi propone, sfregandosi energicamente le mani. Vederlo con quella camicia leggera mi fa sentire male, e anche un pò in colpa.

«D'accordo: ma ne siamo capaci?»

«Secondo me sì».

Per prima cosa scegliamo un buon posto, una piccola radura tra gli alberi, quindi ci dividiamo i compiti: lui prende la resina e le pigne, io preparo i rametti e l'archetto. Quando è tutto pronto ci sediamo l'uno di fronte all'altra, nel sottobosco, mettendo insieme quello che abbiamo raccolto e preparato. Nel frattempo è praticamente scesa la notte, ma riesco comunque a vedere i suoi occhi azzurri che mi fissano, vicinissimi ai miei.

«Adesso ci dobbiamo fare un culo pazzesco, lo sai vero?»

«Eh...»

Non riesco a trattenere una risata, che subito coinvolge e trascina anche lui. Per un pò restiamo così, a ridere come due scemi, accovacciati tra le foglie e gli aghi di pino. Poi ci mettiamo al lavoro, dandoci il cambio all'archetto.

«Abbiamo qualche speranza di riuscirci, secondo te?» Chiedo dopo qualche minuto.

«Il figlio di un contadino e la figlia di una locandiera? Vorrei ben vedere!»

«No perché sai, a me non sembra che stia funzionando...»

«E' sempre così, all'inizio: abbi fede. E poi... ti ho fatto una promessa, no? Dobbiamo accendere... il nostro cero...»

Sorrido. «Ma non ce l'abbiamo mica, il cero...»

«Vorrà dire che sarà questo fuoco, il nostro cero. Ci stai?»

Annuisco, divertita e un pò lusingata. «Ci sto».

«Bene! Fatti dare il cambio, allora...» Mi toglie l'archetto dalle mani, quindi riprende a muoverlo su e giù, impegnandosi il doppio di prima. Le sue dita sono fredde, persino più delle mie... Se non altro tutta questa fatica sta avendo l'effetto di scaldarci un pò.

«Senti, ma... che ti hanno fatto?» Mi chiede a un certo punto.

«Chi?»

«Gli uomini da cui vi nascondete. A Dossler».

«Beh... Non molto a me, in realtà. Mi ero tagliata i capelli, tenevo un profilo basso. Sai com'è...» Sospiro.

«Certo». Silenzio. «Scusami», aggiunge dopo un pò. «Non avrei dovuto chiedertelo».

«...non fa niente». Silenzio. «Non chiederlo mai a Saga, però».

«Capisco».

Ancora silenzio, stavolta più lungo, rotto soltanto dal costante sfregamento del rametto contro l'esca di corteccia e muschi secchi. Poi, quando nessuno di noi se lo aspettava più, si verifica il miracolo.

«Aspetta... aspetta! Lo senti questo odore?»

«Credo di... si!»

«Continua, continua...»

«...eccola! La vedi?»

«La vedo! La vedo!»

Avvicino le mani a coppa e soffio delicatamente per tenerla viva, mentre lui continua a muovere l'archetto: pian piano la tenue scintilla prende coraggio, comincia a brillare sempre più forte, poi finalmente sboccia in uno splendente petalo di fuoco che rischiara la notte intorno a noi.

Passiamo i minuti successivi a raccogliere rami e rametti per ravvivare la fiamma, finché non la sentiamo crepitare.

«Il nostro cero!» esclamo, sfinita e soddisfatta.

«Te lo avevo promesso, no? Adesso però dobbiamo custodirlo...»

«Esatto! Finché non arriveranno gli altri».

Già, gli altri. Cosa sarà successo alla fattoria? Con un pò di fortuna Ruben è riuscito ad avvisare Saga, magari a farla uscire di soppiatto mentre Karel e gli altri distraevano i soldati. La mente mi si riempie di scenari positivi: immagino quegli uomini seduti a tavola, convinti ad assaggiare un pò della zuppa di Mà, mentre Saga li beffa calandosi dal retro con una corda fatta di lenzuoli annodati. Perché no, in fondo? Il nostro fuoco alla fine si è acceso, contro ogni previsione: magari è un buon segno.

A un tratto Arken sgrana gli occhi, voltandosi in direzione della boscaglia. «Hai sentito anche tu?»

Scuoto la testa. Lui si porta un dito alle labbra, facendomi cenno di fare silenzio, quindi si alza lentamente.

«MAGARI-SONO-LORO», mormoro con un filo di voce, enfatizzando i movimenti delle labbra.

«VADO-A-VEDERE», risponde lui, parlandomi allo stesso modo. «TU-RESTA-QUI». Muovendosi in punta di piedi raggiunge l'albero più vicino, poi prende la fionda dalla cintola e un sasso dalla tasca. Poi mi guarda negli occhi, sollevando nuovamente il dito verso l'alto: il gesto è identico a quello di prima, ma il significato è completamente diverso. Ne sta arrivando uno.

Pochi istanti dopo, un losco figuro fa la sua comparsa sul ciglio della radura. Il robusto mantello che lo avvolge non mi impedisce di riconoscerlo: è lo stesso bastardo che ci stava inseguendo prima. Come a fatto a trovarci? Abbiamo sbagliato ad accendere il fuoco? Arken si appiattisce contro l'albero, mentre il manigoldo muove lentamente un passo verso di me.

«Sei rimasta da sola? E' una fortuna che ti abbia trovata, allora».

«Chi... chi ti manda? Cosa vuoi da me?» gli chiedo, cercando di evitare di tradire con gli occhi la posizione di Arken. Devo guadagnare tempo.

«Nessuno. Voglio solo proporti... un accordo. Andiamo, ti riporto a casa».

Mi guardo intorno, cercando di capire quale sia la mossa migliore. Alla fine decido di alzarmi, assecondandolo. «Va bene», rispondo sommessamente, sollevando le mani verso di lui: «mi arrendo».

«Saggia decisione».

Fa un altro passo, con l'intento di afferrarmi il polso sinistro. Resto immobile, aspettando che la sua mano mi sfiori, poi scatto in avanti gettandomi addosso a lui. La differenza di forza, peso, dimensioni è persino più grande di quanto pensassi: non riesco a spostarlo neanche di un passo, mentre le sue braccia possenti si chiudono a tenaglia, cingendomi la schiena.



«Presa!» esclama con soddisfazione, flettendo le ginocchia per sollevarmi. In quel momento, le mie mani libere lo afferrano al volto, scostandogli il cappuccio del mantello: sotto ha un elmetto, proprio come immaginavo. Mi allungo su di lui, infilando le dita sotto al bordo metallico ai lati della nuca, quindi glielo calo sugli occhi. Lui reagisce scrollando la testa e sollevandomi in aria, non so se con l'intento di scagliarmi a terra o di stringermi fino a stritolarmi...

Non lo sapremo mai. Il sasso scagliato dalla fionda di Arken si schianta con violenza sul suo osso occipitale. Le braccia si alleggeriscono all'istante, consentendomi di sottrarmi alla presa e scivolare a terra. Un attimo dopo Arken gli piomba addosso da dietro, piantandogli il coltello nella nuca. Cadono insieme a terra, a un palmo dalle braci del nostro cero.

«Ti ammazzo, pezzo di merda: ti ammazzo!» Urla mentre continua a stringere il manico del coltello, come se lasciarlo significasse concedere al nostro aggressore il diritto di rialzarsi... Ma la ferita parla chiaro: non lo farà.

«Basta, Ark», gli dico, coprendo la sua mano con la mia. «E' andato. Ce l'hai fatta». Alla fine lo convinco a mollare la presa. Ci rialziamo lentamente, osservando il macabro spettacolo che abbiamo messo in scena. E' la prima volta che togliamo la vita a un altro essere umano, che vediamo qualcuno andarsene così.

«E' morto, vero?» La sua domanda è un misto indescrivibile di orrore, rimorso e sollievo. Riesco a comprenderlo soltanto perché è ciò che provo anch'io.

«Non ancora, ma morirà presto... ed è quello che merita. Se non lo avessi fatto, mi avrebbe uccisa. Hai fatto la cosa giusta. Mi hai salvata». La macchia rossa di sangue si allarga lentamente, tracimando dal collo fino a lambire il cerchio di pietre che delimita il fuoco.

«Ho protetto... ho custodito il nostro cero».

Apro la bocca per rispondergli, ma un improvviso rumore di rami che si spezzano mi fa trasalire, costringendoci a tornare alla realtà. Ce ne sono altri. Arken mi fa nuovamente cenno di fare silenzio, ma stavolta non facciamo in tempo a organizzarci. Un sibilo sinistro attraversa la radura, seguito da un rumore sordo. Arken solleva la gamba sinistra, portando alla luce un piccolo fiorellino grigio all'altezza della coscia che sta già cominciando a tingersi di rosso.

«Scappa!» fa in tempo a dirmi prima che il dolore lo investa, costringendolo a crollare a terra tra i gemiti. Ma anche se avessi intenzione di abbandonarlo, non potrei andare da nessuna parte: stavolta sono in quattro e arrivano da tutti gli angoli, chiudendoci ogni possibile via di fuga.

«Ma tu guarda che casino».

«Assurdo...»

«...Davvero increscioso».

«Non li sanno più educare, questi ragazzi».

Il primo che ha parlato, presumibilmente il loro capo, si avvicina al corpo esangue del nostro aggressore, mentre gli altri ci puntano le armi addosso. «Faccia a terra», esclama uno di loro. «Fate una mossa falsa e vi ammazzo entrambi».

«Come sta messo?» Domanda un altro.

«Non bene», risponde il capo con un sospiro. «Ma la lama del coltello è ridicola, credo che si sia spezzata: se ci sbrighiamo, forse se la caverà».

L'altro sputa a terra. «Se tira le cuoia, metto a verbale che mi doveva quattro bronzi. L'ho detto, eh?»

Quello che ci ha spinti a terra tira fuori delle corde. «Avete capito, mocciosi? Abbiamo fretta». Procede quindi a legarci le mani dietro la schiena, spingendoci la faccia contro la terra umida in una posizione che mi consente soltanto di vedere i loro piedi.

«Ma nel carretto ne entrano altri due? Non siamo già al completo?»

«Chiedi loro l'età, facciamo prima...»

«Ma non ce li hai gli occhi? Sono entrambi troppo grandi, non vanno bene».

«Il maschio di sicuro, lei non so...»

«Basta chiacchere, buoni a nulla: tiratemeli su».

I tre bestioni ci afferrano e ci rimettono in piedi, portandoci al cospetto del capo. Cosa posso fare? Scappare mi sembra impossibile. Sono esausta, stremata dalla lotta di poco fa. Arken ha una freccia conficcata nella gamba... E' finita, penso. Mi riporteranno a Dossler, dove diventerò la schiava di qualche parente di Creedon... o peggio. E' un bene che Saga non sia venuta, magari è riuscita a scappare altrove.

Il capo mi tira uno schiaffo, riportandomi alla realtà.

«Ti ho chiesto quanti anni hai!»

«N-non lo so», mormoro. «Ho smesso di contarli...» Cosa cambia quanti anni ho? Facciamola finita, mettimi in quel carretto e portami via.

«Vuoi fare la spiritosa? Molto bene, vediamo se riderai ancora adesso che sgozzo come un maiale quello stronzo dell'amico tuo».

«No! Non farlo, ti prego! Lui non c'entra niente..»

«Lo so benissimo, che non c'entra niente! Infatti ho chiesto a te, mica a lui...»

«Quattordici. Ho quattordici anni!»

«Sicura? Mi sembri più grandicella...» Allunga la mano verso... Non mi toccare!

Mi ritraggo con uno scatto. «Lo giuro. Sono nata il-»

Mi zittisce con un'altro schiaffo. «Non me ne frega un cazzo del giorno in cui sei nata: queste cose le racconterai alla Rocca di Tramontana. Avanti, in marcia! Qui abbiamo finito».

Alla Rocca di Tramontana? Che significa? Non capisco...

«E di quest'altro che ne facciamo? Sta perdendo molto sangue...» Mi volto a guardare Arken e subito realizzo quanto ha ragione: la gamba è un disastro, se non gli prestano subito i primi soccorsi morirà di sicuro.

«Vi prego, curatelo!» cado in ginocchio, implorando il capo con le lacrime agli occhi. «Vi seguirò senza fiatare, ma vi imploro...»

«Scherzi? Quello stronzetto ha praticamente ammazzato uno dei nostri! E poi comunque ormai è spacciato, non lo vedi?»

«Non è detto! Se fermate il sangue, potrebbe... Vi supplico!»

Terzo schiaffo. «Falla finita! Dobbiamo andare. E spegnete quel cazzo di falò». Poi mi afferra per l'avambraccio e mi trascina via: lontano da lui, dal fuoco, dall'abitato di Trent. Mi sforzo di non distogliere gli occhi da Arken, i nostri sguardi si incontrano per l'ultima volta. Ha gli occhi vitrei, il dolore dev'essere atroce. Mi sussurra qualcosa, enfatizzando i movimenti delle labbra.

«.....-V-I-V-I»

Scuoto la testa disperatamente. Non ho capito!

«S-O-P-R-A-V-V-I-V-I»

Annuisco. Provo a comunicargli qualcosa anch'io, resistendo con tutte le mie forze agli inesorabili strattonamenti del bestione. «A-N-C-H-E T-»

E poi il fuoco, il nostro cero, si spegne del tutto.

«Pisciare sopra le braci è sempre la mejo cosa».

«Pratico ed efficace! A parte l'odore...»

«Abbiamo salvato un altro bosco».

Arken Trent - Immagine 01

scritto da Saga, Ruben, Karel, Freya , 00:26 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
22 marzo 518
18/10/2024

Otto promesse (parte 1)

SAGA


«Si chiama Eostar!»

«In realtà il nome corretto è Ostara.»

«No, si chiama proprio Eostar...»

«... che è un modo sbagliato di pronunciare Ostara!»

«Eostar!»

«Ostara!»

«Eostar!»

«Ostara!»

«Eostaaaaaar!»

I toni del dibattito si accendono fino a catturare la mia attenzione, distogliendomi dal leggero ondeggiare dei panni ancora da raccogliere.

"Freya, guarda che ha ragione lui", esclamo mentre mi accingo ad arpionare i lembi di una tovaglia particolarmente grande: "qui la chiamano Eostar". Una breve ed energica scrollata e la ripongo nella cesta piegata in quattro, ripetendo un gesto che ho imparato a forza di osservare mamma e poi perfezionato nel corso dei tanti anni che sono passati.

"... perché nessuno ha mai detto loro che si chiama Ostara!" risponde lei, alzando un dito sopra la testa e poi volgendolo verso di sé. "Ma adesso possono contare su di NOI, che possiamo finalmente rivelare la verità!" Così dicendo si volta nuovamente verso il suo interlocutore, sfoggiando la tipica espressione di chi la sa lunga, molto più lunga di te.

Ruben la guarda in cagnesco, quindi gira il collo di lato, incrociando le braccia in segno di stizza e guardando fisso di fronte a sé. "E allora non ti presto la MIA paglia... E potrai dire addio al tuo Kuklalàr".

"Oh no!", esclama Freya fingendo disperazione e infilandosi le mani nei capelli, "non puoi farmi questo: che ne sarà del mio povero Kuklalàr!"

Ruben cerca di restare serio, evitando di guardare Freya negli occhi. Restano così per qualche istante, poi i loro sguardi tornano lentamente a incrociarsi: un attimo dopo scoppiano entrambi a ridere, ed io con loro.

E' già passato più di un anno, ma ancora tutto questo mi sembra incredibile: a dispetto di tutti i calci che il destino ha avuto la malacreanza di assestarci siamo ancora qui, insieme e serene, circondate da persone oneste e generose. E poco importa se, almeno inizialmente, la loro intenzione di accoglierci è stata corroborata dalla promessa di una cospicua parte della diaria di Vodan: con il passare dei mesi siamo diventate parte integrante di questa comunità, che oggi si regge anche grazie al nostro piccolo contributo.

Già, Vodan... Dove stai? E' più un mese che non ti fai vivo. L'ultima volta mi avevi promesso che saresti tornato prima di Ostara. Stai aspettando l'ultimo minuto, così da fare la tua solita entrata a effetto? Magari vestito da Re dell'Inverno... Sarebbe una bellissima sorpresa, Freya ne sarebbe entusiasta. La osservo mentre corre con Ruben verso il vecchio deposito, dove sceglieranno con cura i sacchi di paglia che, nel giro di poche ore, diventeranno dei bellissimi Kuklalàr. Sono proprio carini, insieme. Lui però è ancora un bambino, lei invece ultimamente è cresciuta tantissimo. Hai visto com'è diventata grande? Ha già quattordici anni... Wow. E' già praticamente una donna.

Poi ripenso a quando l'avevo io, quell'età, e... ehm... no, beh, in fondo lei è ancora una bambina. Grazie al cielo. Non c'è fretta. Nessuna fretta davvero.

Saga Thorn - Immagine 02



RUBEN


«Chi arriva ultimo cambia le lenzuola di Laury... per un mese!» Urlo mentre la sorpasso. Vai così! Sono partito dopo, eppure so già che arriverò prima: anche se sono (di poco!) più piccolo, resto comunque più veloce di lei. Del resto lei è una ragazza, è normal...

«Chi arriva ultimo DORME con le lenzuola di Laury... per un mese!» risponde lei, recuperando terreno fino ad affiancarmi. Maledetta! Come fa ad andare così veloce? Non importa, basta correre ancora più veloce. Col cavolo che ci dormo, nelle lenzuola pisciate di Laury!

Torno avanti, ma lei non ci vuole stare: tenta di superarmi tagliando per una piccola macchia di arbusti, che supera con un salto. Che peste! Quando atterra, i capelli le ricadono sulle spalle come spighe di grano. Li ha sempre avuti così lunghi? Che ti frega dei suoi capelli, Rub! Mancano trenta metri al vecchio deposito... la devi superare adesso!

Con enorme difficoltà la raggiungo: percorriamo l'ultimo tratto affiancati, con le spalle che quasi si toccano. Sento il suo respiro affannato: sono avanti? Sono avanti!

Poi, d'improvviso, la tragedia, il disastro, la catastrofe assoluta: metto il piede nel posto sbagliato, perdo l'equilibrio e capitombolo tra le foglie bagnate. Sento la terra umida nel naso, sotto le unghie, dentro ai calzoni, ovunque. Che tu sia maledetta, stupida e nodosa radice di faggio, proprio lì tra i piedi miei dovevi andare a crescere. La caduta fa un male cane, ma non è niente rispetto al dolore delle risate che stanno per ricoprirmi. Eccole, le sento... E' la fine, l'inferno di ghiaccio, la vergogna totale: voglio morire.

«Oh Dèi! Come stai? Tutto bene?»

Se non altro, Freya non ride: anzi, lei è... china su di me, intenta a guardarmi con aria preoccupata. Le risate provengono da quelle zucche vuote dei miei cugini, che spuntano dalla porta del vecchio deposito con il consueto ghigno intagliato al posto della bocca. E dire che è Eostar, mica Samhain.

«...Che figura di merda!» Sentenzia Arken, mettendosi una mano davanti agli occhi.

«Speriamo almeno che non si sia cacato sotto!" gli fa eco Last, mimando il gesto di tenersi la pancia per le troppe risate. Spero solo che la terra che mi è entrata nelle mutande non si veda troppo, altrimenti vaglielo a spiegare... «Le mie condolenze, Frey: non dev'essere facile badare a quell'impiastro tutto il giorno...».

«Si dice condoglianze", risponde lei con aria scocciata, senza voltarsi e continuando a guardare me. «E comunque, il mio nome non è Frey».

Grosso errore, imbecille: Frey è, anzi era, il fratello gemello di Freya... E lei non lo sopporta, quando la chiamano con il suo nome. La guardo e vorrei dirglielo, che io mi ricordo di questa cosa e non lo farei mai questo errore, mica come quell'idiota di Last... Ma se glielo dicessi adesso farei la figura del cretino, no?

«Come stai?» mi ripete, ignorando i due deficienti sghignazzanti. «Ti fa male qualcosa?»

«No, no... tutto bene». In realtà mi fa malissimo il ginocchio, ma non posso fare la femminuccia proprio adesso. Rifiuto orgogliosamente la sua mano gentile e mi tiro su da solo, fingendo di ignorare lo spiedo arroventato che mi trapassa l'articolazione. «Visto? Non è niente! Ti ha detto fortuna, sai... senza quel colpo di sfortuna avrei vinto io!»

Le mie parole vengono seguite dagli applausi derisori dei due figli più scemi di Scimus Trent. Freya li ignora e mi sorride. Anche lei non li sopporta, ne sono certo. A una come lei non possono piacere persone così stupide, egoiste e cattive. E pensare che un tempo li trovavo simpatici...

«Scommetto che siete venuti a prendere la paglia», esclama Arken. «Se volete possiamo prestarvi la nostra carriola, così la portiamo più comodamente e senza faticare».

Scuoto la testa: «grazie ma no, preferiamo portarcela da soli».

Così dicendo arranco verso il deposito, ignorando il dolore al ginocchio. Lancio un'occhiata di sufficienza al trabiccolo su cui i miei cugini hanno caricato i loro sacchi e mi accingo a riempire i nostri due, uno per me e uno per Freya fingendo che vada tutto bene, che il dolore allucinante che dal ginocchio si sta propagando verso ovunque non esista. Lei si offre di aiutarmi, ma non serve: faccio da solo, è un lavoro da uomini. I due scimus mi osservano in silenzio, tra il rispettoso e il divertito: mi aspettano al varco, quando i sacchi saranno pieni e mi toccherà sollevarli. Ecco, ci siamo. Uno, due, tre... Fatto! Dai, non fa poi così male. Sento il peso dei loro sguardi mentre mi trascino fuori dal deposito. E' così evidente che sto soffrendo come un cane?

«Usiamo la carriola, dai», sentenzia Freya con un tono che non ammette repliche: «grazie», aggiunge poi rivolgendosi ad Arken, che accoglie la nostra resa con un sorriso piacione.

«Figurati! Mi fa piacere aiutarvi. A proposito, volevo chiederti una cosa... Hai già deciso con chi accenderai il cero, stanotte?»

No! maledetto: volevo chiederglielo io! Sono giorni che sto aspettando il momento giusto, e alla fine mi ero deciso a farlo oggi... stasera, per la precisione. Avrei voluto farlo mentre preparavamo i Kuklalàr. Tra poco, cioè. E adesso lui...

Freya scuote la testa. «A dire il vero, non ancora...»

«Capisco. E dimmi, ti andrebbe di... insomma, di accenderlo con me?»

Lo odio. Vorrei che morisse. Vorrei vedere il suo fegato pascolato dai vermi. Freya esita, incerta, poi mi guarda con aria interrogativa.

«In realtà... non so se...»

«Ah», la interrompe Arken, «te lo ha già chiesto Ruben? E' così, Rub? Ma quindi... non è che per caso state ins...»

«MA COSA VAI BLATERANDO?» Le parole mi escono da sole. «Assolutamente no! Ti pare?» OK, ora sono io a voler morire. Non potevo rompermi la testa contro quella radice? Vi prego, spiriti della foresta, ghermitemi ora e sprofondatemi nel terreno, adesso, in questo istante.

«Meno male, è un sollievo! Allora, Freya... che dici? Va bene?»

Lei mi guarda, come stupita dalla mia reazione. «Non so, credo... va bene».

«Davvero? E' una promessa?».

«...Ok».

Bleah! Solo a pensare all'idea di vedere Freya che accende il cero insieme ad Arken mi viene da vomitare. Sai che c'è? Stanotte vado a letto presto, chi se ne frega di Eostar. Anzi, col cavolo: aspetto che arrivi il momento di fare il Kuklalàr, quando finalmente saremo io e lei da soli, e allora le dirò che... che... che quell' "ok" ad Arken non mi ha fatto per niente piacere, ecco! Ma proprio per niente! Ma ti pare che dici "ok" a uno così? E poi, fai il Kuklalàr con me e accendi il cero con lui? Valle a capire le ragazze, valle a capire!

«Rub, ti muovi? O ti serve aiuto?»

«Non serve, ce la faccio!»

Carico a malincuore i due sacchi sulla carriola, dubitando di poter fare anche solo un altro passo aggravato da quel peso. Ci mettiamo a risalire per la strada che ci ha condotti qui, superando ben presto l'odiosa radice che ha finito per rovinarmi la giornata: vorrei prenderla a calci, se non fosse che con la sfortuna che ho oggi finirei di certo per rompermi un piede.

Poi Last punta un dito di fronte a noi: verso l'orizzonte, in direzione dell'abitato di Esmor. «Scusate, ma... chi sono quelli?»

«Mmm... Non lo so», risponde Arken, strizzando gli occhi: da lontano non ci vede tanto bene.

«Soldati», mormora Freya. «Dev'essere... Si, dev'essere Vodan!» E poi fa per correre verso quel gruppo di uomini, con il volto che le si illumina di un rinnovato sorriso.

«Ferma!» grido, afferrandole il polso per trattenerla. Il movimento mi costringe a caricare il peso sul ginocchio malconcio, che reagisce lanciandomi uno spasmo lancinante che mi lascia senza fiato. La mano si apre e Freya si divincola facilmente, continuando la sua corsa verso quello che crede sia il plotone di suo fratello.

«Freya! Fermati!» Le urlo nuovamente, invano. «Non hanno...»

«Lasciala andare, no?» mi interrompe Last, come sempre l'ultimo a capire: «che problema c'è?»

"Non hanno lo stendardo», mi fa eco Arken. «Quelli non sono soldati di Uryen».

Ruben Trent - Immagine 01



KAREL



«Ragazzi, abbiamo visite!»

Il tono allarmato che leggo nella voce di Mà non promette niente di buono: vedi se mi non tocca alzarmi di nuovo, dopo una giornata intera passata a spargere semi.

«E allora ditelo che non volete farmele fare, queste candele», sbotta Scimus, sbattendo sul tavolo il coltello con cui era intento a intagliare l'ennesimo cero per la notte di Eostar.

«Ma lo sai che sta venendo davvero niente male?» Esclama Nora, gli occhi fissi sul lungo moccolo giallastro. «Che cos'è, una volpe?»

«Quasi... un lupo! Vedi le orecchie? La volpe le ha più grandi...»

«...Vero! E come mai un lupo?»

«Mi diceva Saga che era un simbolo di Harkel... vero, Saga?»

«Saga è uscita a ritirare il bucato mezz'ora fa», gli risponde Mà. «Alzalo quel collo, ogni tanto!»

«Basta candele», taglio corto, mentre costringo le mie stanche membra a sollevarsi dalla poltrona. «Vediamo chi viene a rompere le scatole». Poi vedo che Mà sta prendendo la rancogna da sopra al camino e capisco che si tratta di soldati.

La rancogna è un ramo di olivo insolitamente lungo e resistente che si tramanda nella mia famiglia da generazioni: Scimus è solito dire ai nostri ospiti che risale all'età dei Khan, ma in realtà mi sembra di ricordare che lo abbia raccolto nostro nonno nei dintorni di Mar. Fatto sta che, da quando i Nordri hanno cominciato a farci visita, è diventato il compagno preferito di Mà.

Butto un'occhio fuori dalla finestra: «sono in sette, tutti a cavallo».

«Saranno i tuoi ragazzi, Gomar», commenta Scimus. «Lo dicevo io, che non si sarebbero persi la minestra di legumi e tartufo di Mà».

«Non credo», risponde Gomar, alzandosi a sua volta. «Tank diceva che li avrebbero mandati a Dossler...»

«E avranno fatto un cambio, sapendo della minestra: io ci avrei provato».

«Non sono i ragazzi», confermo poco dopo aver aperto la porta. «Vado a vedere cosa vogliono. Gomar, dai un'occhio qui: se vedi che butta male, tirate fuori i pezzi». I pezzi sarebbero la mia mazza, la cucchiara di Scimus e la spada che s'è tenuto Gomar dai tempi in cui era soldato: le uniche armi che abbiamo. A parte la rancogna di Mà, s'intende. Ironicamente, l'unica che abbia mai fatto il morto è la cucchiara.

Mà mi accompagna fuori, trascinando la rancogna. «Che sia Vodan con gli amici suoi? E' un mese che non si fa vivo, quel filibustiere! Sarebbe anche ora che portasse un pò dei soldi che ci deve...»

Scuoto la testa. «Non è lui: e neanche Ivan. Non mi sembra di averli mai visti, questi». E non è una cosa buona, aggiungo tra me e me mentre accelero il passo. Come anche il fatto che non vedo nessuno stendardo.

Mà digrigna i denti: «non saranno mica...»

«No, non sono neanche Nordri. Saranno viandanti che cercano cibo, o forse un posto in cui passare la notte...»

«...o magari soldi. Ma vedo che hanno anche un carretto con le sbarre, o sbaglio? Come quello che portava in giro Seth Lakeman, te lo ricordi?».

«Già. E non mi piace per niente. Vado a parlarci, tu torna in casa e fai salire le ragazze».

«D'accordo».

«I marmocchi dove stanno?»

«I miei giravano dalle parti del vecchio deposito, stavano prendendo i sacchi...»

Annuisco. «Recuperali e falli salire tutti su: e dì Gomar e Scimus di preparare i pezzi».

«Va bene. Ma tu stai in campana, eh?».

«Tranquilla».

«Promesso?».

«Promesso».

In quel momento mi viene incontro Saga, con la cesta piena di panni ancora tra le braccia. «Li conosci?» mi chiede con aria interrogativa e un pò preoccupata. Anche lei non sembra averli mai visti, il che potrebbe essere un bene: magari non sono uomini dei Creedon. «Mai visti», le rispondo. «Rientra a casa e vai su con gli altri, qui me la vedo io».

«Freya è tornata?», mi chiede con aria preoccupata, guardando in direzione del vecchio deposito.

«Non lo so: vedi se sta in casa, altrimenti falla cercare da Eliane: tu è meglio che non ti fai vedere, casomai fossero gli uomini di chi-sai-tu». Saga fa cenno di sì con la testa, quindi affretta il passo verso casa.

La cosa peggiore quando sei il capo famiglia è che devi sempre prendere la decisione giusta. A me questa cosa riesce bene con le bestie e le sementi, ma con le persone è un'altro paio di braghe. Stringo i pugni per farmi coraggio e, solo in quel momento, mi accorgo di avere in mano il coltellaccio di Scimus, con la punta della lama ancora sporca di cera. Devo averlo raccolto d'istinto, quando mi sono alzato: ormai il mio cervello si è abituato a prevedere l'arrivo dei casini. Lo nascondo sotto la camicia e mi avvicino ai sette, alzando la mano in segno di saluto: vediamo come butta.

Karel Trent - Immagine



FREYA


Le gambe si muovono da sole, senza sforzo, del tutto immemori della corsa a perdifiato di pochi minuti fa. Ho sperato tanto di poter passare Ostara insieme a Saga e a Vodan! Fosse mai che, per una volta, gli Dèi avessero deciso di farmi contenta? Sarebbe quasi come ai vecchi tempi, a Nuova Lag...

Uno dei soldati mi nota, mi indica. Di lì a poco si girano tutti verso di me. Sono in sette. Nessuno di loro sembra essere Vodan, e non vedo neanche Kelly e John. Di fronte a loro, sul sentiero, ci sono Karel Trent e sua moglie Nora che li stanno raggiungendo a grandi passi. Anche loro mi vedono, e subito mi fanno cenno di andare verso casa. Hanno un'espressione preoccupata. Il soldato che mi ha vista scende da cavallo e comincia ad avanzare nella mia direzione. Cosa sta succedendo?

«...Non hanno lo stendardo. Quelli non sono soldati di Uryen».

La sentenza di Arken mi investe come una folata di vento gelido. Oh no, penso tra me e me, mentre la memoria mi scava nella testa facendo emergere i ricordi di oltre un anno fa. Gli scagnozzi dei Creedon: ci hanno trovate!

Torno rapidamente sui miei passi, volgendo le spalle al falso soldato che, nel frattempo, ha già cominciato a scendere verso di noi: «Dobbiamo scappare!» Poi guardo Ruben, e mi ricordo del suo ginocchio: fa finta di niente, ma si capisce che può a malapena camminare. «Come facciamo?»

«Ci penso io», esclama Arken, ribaltando la carriola con un gesto deciso. I quattro sacchi di paglia rotolano in terra con un rumore sordo, dando vita a una scena simile alle pratiche di pulizia che tante volte ho visto sbrigare alle guardie dell'Ongelkamp di Dossler quando giungeva l'ora di disfarsi dei corpi di chi non ce l'aveva fatta. Neanche i nostri Kuklalàr ce la faranno, penso con malinconia. Non oggi, almeno.

«Forza Ruben, sali!».

Ruben si accovaccia nel cassone senza esitare: un istante dopo Arken volge la punta della carriola verso il vecchio deposito e prende a spingerla con le sue braccia nodose lungo il sentiero fitto di radici, con noi dietro di lui. La ruota sobbalza più volte, restituendo a Ruben contraccolpi dolorosi, ma lui non fiata: nessuno di noi lo fa, mentre corriamo a perdifiato lungo i sentieri che tante volte abbiamo battuto con ben altro spirito, immersi nei nostri giochi. E' già ora di andare? E' già finito anche questo posto? Il solo pensiero mi riempie gli occhi di lacrime. Non sono pronta per andare via, non ancora. Devo avvertire Saga, dobbiamo...

«Dove la nascondiamo?» chiede Arken non appena la sagoma del vecchio deposito ci nasconde agli occhi dello sgherro in avvicinamento.

Lo sanno, penso. Lo hanno capito anche loro che quelli sono venuti per me.

«Nel deposito sarebbe un suicidio», risponde Ruben: «se lo stronzo decide di guardarci dentro la becca di sicuro».

«Ma se torniamo alle case?» domanda Last.

«E cosa risolvi, idiota?», lo rimbrotta Arken: «è proprio quello il primo posto dove andranno a cercarla i soldati».

Ruben si guarda intorno. «Se tagliate per il campo di ravanelli potete arrivare al boschetto...»

«Si, questa può funzionare», annuisce Arken, che poi si volta verso di me. «Da lì puoi raggiungere il bosco dei mirtilli, e a quel punto... a quel punto non ti trovano più».

«Non VI trovano più», precisa Ruben, scendendo dalla carriola. «Devi andare con lei».

Arken lo guarda con aria interrogativa. «Perché?»

«Perché non può andare nel bosco, da sola, di sera, con i soldati in giro: te lo devo spiegare?»

«Vabbè. E invece voi? Che fate?»

«Noi andiamo ad avvisare Saga», continua Ruben, facendo cenno a Last di seguirlo. «Ti ricordo che quelli stanno cercando anche lei». E ci assicuriamo anche che stiano tutti bene, penso con un filo di ansia.

Arken annuisce. «E col ginocchio, come fai?»

«Non dobbiamo scappare», risponde Ruben, scrollando le spalle: «non stanno cercando noi. E poi mi sta già passando». Non si direbbe, a giudicare da come appoggia il peso. Sospiro.

«Ma siete sicuri?» Interviene Last: «e se invece...»

«Stà zitto, idiota», lo interrompe Arken. «Va bene, Rub: ho capito». Quindi si gira nella mia direzione. «Forza, principessa: muoviamoci!»

«Mi raccomando, dì a Saga che la aspettiamo nel bosco», mi affretto a dire a Ruben prima di separarci. Da lì, una volta insieme, potremo raggiungere la casa di Dina, penso tra me e me, cercando di farmi coraggio. Con un pò di fortuna, ce la caveremo anche questa volta. Abbiamo visto e vissuto di peggio.

«Ricevuto», mi risponde Ruben con un cenno di intesa.

«Stai attento, mi raccomando. E se vedi che butta male... raggiungici anche tu».

«Contaci: lo farò».

«Promesso?».

«Promesso».

Freya Thorn

... to be continued



scritto da Saga, Ruben, Karel, Freya , 16:24 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
25 marzo 518
30/12/2021

Non guardare in basso



«Non guardare in basso».

Annuisco. Fossi matta! E poi, non credo che ci riuscirei neanche se lo volessi: tutta la mia concentrazione è impegnata a sopprimere il dolore al braccio e a ignorare le artigliate del gelido vento del Nord, che da settimane ci circonda come un branco di lupi.

Mentre June mi ripete i dettagli del piano non posso fare a meno di osservare, di sentire la stretta delle corde che mi cingono a questo stregone sconosciuto, schiena contro schiena, mentre vengono serrate sempre di più. Cosa succederà se non dovessero reggere? Domanda stupida. La risposta si trova 300 metri più in basso, analoga a quella che un destino eroico ma impietoso ha voluto fornire al tenente Ramsey, a sir Brian Sturm, e chissà a quanti altri prima di loro. E' forse un pensiero blasfemo, questo? No: Padre Jamel ci ha spiegato che è normale avere paura, e di certo l'esperienza con sir Bloch ce lo ha confermato tante volte.

Tante volte al giorno, negli ultimi tempi.

«Non guardare in basso: io te l'ho detto, eh?»

Annuisco nuovamente, poi mi rendo conto che per come siamo messi lo streg... sir Dust non può vedermi: provo a parlare, ma il freddo e la paura non mi hanno lasciato neanche un filo di voce.

«Puoi farcela».

Mi sento stupida.

«Puoi farcela, May».

June mi guarda seria, cercando di infondermi coraggio con la sua voce calma. Mi sono offerta di andare al posto suo, costringendo entrambe ad accettare questa insolita inversione dei ruoli: io quella che va, lei quella che resta.

No, non mi sono offerta: l'ho imposto, a lei e a sir Bloch. L'ho fatto perché era la cosa più logica, al di là di qualsiasi considerazione formale. Non siamo forse tutti uguali, quando indossiamo la Cappa? E poi con questo braccio sarei stata un peso ancora più grande, forse insostenibile per la nostra spedizione: persino sir Bloch non è in grado di scendere giù da un crepaccio portandomi sulle spalle. Li avrei costretti a tornare indietro: non potevo permetterlo.

Eppure, non vedo alcuna preoccupazione nei suoi occhi: lei ci crede davvero, che io possa farcela. Voglio crederci anch'io. Il primo passo da fare è proprio qui, pochi metri di fronte a me.

Nel vuoto.

«Bene, allora noi andiamo: buona discesa!»

Un istante dopo, i miei piedi artigliano l'aria. Il buio della notte e il non vedere nulla si spogliano immediatamente di ogni carattere salvifico e ghermiscono impietosi i nervi dei miei sensi ottenebrati. Le corde si serrano all'inverosimile attorno alle spalle e alla vita, togliendomi il respiro e torcendomi il braccio che reagisce scalciando vividi lampi di dolore puro, pristino, assoluto. Non mi resta che stringere i denti e pregare, mentre sir Dust si sforza di nuotare trascinando il peso di entrambi attraverso il nulla.

[...]

«Sei sveglia?»

la voce di sir Dust sembra arrivare da molto lontano, complice il torpore e le strane correnti in cui siamo immersi da tempo immemorabile.

«Siamo... siamo vicini?» chiedo speranzosa: ormai dovremmo esserci.

«Si procede: diciamo che tra poco saremo a metà».

Oh, Dèi! Più che volare, sembra che stiamo precipitando all'infinito. Ma posso farcela. Devo solo stringere i denti ancora un pò.

[...]

L'atterraggio non è stato semplice: lo streg... sir Dust ha cercato di fare del suo meglio, ma il mio braccio non ha voluto saperne di collaborare.

«Stai bene?»

Non posso mentire, quindi non dico nulla: posso solo restare qui, raggomitolata a terra in mezzo alle corde che ancora mi stringono mentre i soldati che ci hanno visto arrivare ci circondano, spianando una varietà di armi minacciose contro di noi.

«E voi chi cazzo siete, di grazia? Vi dò venti secondi per convincermi a non riempirvi di frecce e buttarvi di sotto».

«Tranquilli», dice sir Dust. «Veniamo in pace: lei è una Paladina, io sono un... beh, un noto alleato della Signoria».

«Hai sprecato dieci secondi», gli risponde quello che sembra essere il capo dei soldati. «Continua così e tra poco scopriremo se sai volare anche da morto».

Mentre cerco di recuperare il fiato per poter dire qualcosa, un altro soldato mi si avvicina. Scruta le corde, il braccio, le vesti.

«Forse dice il vero», esclama all'indirizzo del comandante, quindi si china a guardarmi il viso. Non appena mi riconosce si toglie l'elmo, quindi la riconosco anch'io. La tensione si scioglie in un sospiro di sollievo: siamo salvi.

«Dave, corri a chiamare Lach: è ferita. Mark, vieni ad aiutarmi: la portiamo noi».

Siamo salvi, penso. Ma il dolore non accenna a passare e sento gli occhi che mi si chiudono. Non è il momento di perdere i sensi, ma il mio corpo non è d'accordo. Sento le braccia dei miei soccorritori che mi tirano su delicatamente, mentre le loro voci si fanno sempre più lontane, man mano che mi perdo nuovamente nell'oscurità.

«Che cazzo fai, Luna? Li conosci? Chi cazzo sono?»

«Lui, non ne ho idea. Ma lei è Lady May Van Laren... e credimi, l'ultima cosa che puoi augurarti è che muoia per colpa nostra».

[...]

Un drago che volteggia intorno a una torre, librandosi su fiamme color zaffiro. La torre ha il nome di una dama bellissima: tutti avrebbero voluto sposarla, ma lei decise di non donarsi a nessuno. Una Paladina... no, non andò così. Il Drago vacilla, colpito da qualcosa, quindi precipita: le fiamme o i soldati, nessuna scelta è esente da conseguenze. L'impatto è violento, le urla agghiaccianti.

Apro gli occhi di scatto, cercando di agguantare gli ultimi frammenti del sogno prima che sfuggano via per sempre. Il braccio resta fermo, immobile, di fianco a me.

«Fate attenzione, Milady: siete ferita».

Scuoto la testa. Non so dove mi trovo ma l'ansia mi assale: quanto tempo ho dormito? E' già troppo tardi? Osservo con orrore le due persone che vegliano al mio capezzale: una è Lady Luna, l'altro non credo di averlo mai visto prima.

«Devo... devo avvertire i miei compagni: vi prego...»

«State tranquilla», mi risponde Lady Luna. «Ci penso io». E comincia a chiedermi cosa mi serve, senza farmi domande su altro. Quando le ho spiegato tutto, mi chiede se me la sento di alzarmi. Non posso mentire, ma posso stare zitta. E alzarmi.

«Lach, resta con lei e assicurati che sia in grado di muoversi: io vado a dire al Comandante che saliamo sulla Torre».

«Scommetto che la prenderà benissimo», commenta il soldato chiamato Lach. Poi si gira verso di me: sembra simpatico. «Allora, principessa... te la senti di dirmi dove ti fa male?»

Sorrido. «Non sono una principessa! E tu, invece? Sei un caporale o un soldato scelto?»

Lach scuote la testa: «Soldato semplice. Ma so curare le ferite, per questo sono qui: ti prometto che ce la metterò tutta per non farti male... non più del necessario, almeno. D'accordo?».

«Va bene».

[...]

Le successive ore trascorrono in modo frenetico: non appena il Comandante Arthur Gramm ha modo di verificare la mia identità, il suo atteggiamento sospetto nei confronti miei e di sir Dust lascia il posto a una passiva accettazione delle mie volontà. Detesto farlo, ma la situazione è tale da costringermi a sconfessare ogni dichiarazione d'intenti che possa ostacolare quello che devo fare. Del resto è per questo che sono voluta andare io, no? Ed è per questo che sir Bloch si è arreso all'idea di mandare me.

Con mia grande sorpresa sir Dust mi confida che per il momento preferisce farsi da parte, lasciando a me l'onere (ma anche l'onore) di condurre i negoziati con il comando della Sacra: a quanto pare non ama mettersi in mostra, o forse non gli piace molto avere a che fare con i soldati.

In ogni caso, grazie all'intercessione di Lady Luna riesco a ottenere la collaborazione degli altri caporali, cosa che mi consente di comunicare a June e agli altri tutte le informazioni di cui hanno bisogno.

In breve:

- La Sacra è affidata a due plotoni di Angvard, comandati dai caporali Alan Fabre e Gerald Ritter, e a uno di Dossler, guidato dal Caporale Scelto Luna Regent: in tutto, gli effettivi sono meno di 20.

- Il comandante in capo è il Caporale Scelto Arthur Gramm, succeduto al Sergente Maggiore Karl Heines, nominato da Lady Yara e deceduto alcuni giorni fa.

- Nessuna notizia sull'esito della guerra o sulle sorti di Lady Yara Raleigh.

- I soldati di Angvard si chiedono perché Lady Yara non sia tornata a dare notizie alla guida del Wyrm, che dovrebbe poter percorrere la distanza tra Ghaan e la Sacra in tempo ragionevole.

- Oltre agli effettivi, la Sacra ospita anche alcuni prigionieri: uno di loro, un certo Joad Kempf, è riuscito a evadere dalla cella in cui era stato rinchiuso e adesso vaga per la Sacra, sfruttando evidentemente delle conoscenze pregresse sull'edificio.

- Il fuggiasco ha ucciso tre effettivi, tra cui il Sergente Maggiore Karl Heines: il comando è quindi formalmente passato al suo vice, il caporale scelto Arthur Gramm, benché il suo grado sia pari a quello di Lady Luna.

- L'ingresso della Sacra è bloccato da qualche settimana dal clan Nordro degli Jotnar, guidato dal temibile Ymir Braccia d'Orso: la sua presenza, oltre a bloccare l'uscita, impedisce l'arrivo di ogni messaggio proveniente dall'esterno.

Le informazioni che riesco a trasmettere consentono ai miei compagni di approntare un piano d'azione, che richiede un ulteriore lavoro da parte mia: dovrò convincere il comandante ad autorizzare una sorta di "finta sortita" all'indirizzo dei Nordri, così da distrarli quel tanto che basta per consentire al gruppo di attraversare la spianata alle loro spalle senza farsi notare.

Non sarà facile: il comandante finora ha finito con l'assecondarmi, ma a giudicare da come si comporta con Lady Luna sospetto che non abbia alcuna intenzione di farsi dire cosa fare da una come me. Probabilmente mi considera una nobile viziata che, forte dei suoi titoli, si diverte a giocare alla guerra spiegando ai soldati veterani cosa devono fare... E il fatto che sia stata costretta a tirare fuori il mio lignaggio pochi istanti dopo essere atterrata sulla sua torre più alta insieme a uno stregone non mi consente certo di dargli torto.

Mi aspetta una lunga serata.

[...]

Pyros sia lodato! Fino all'ultimo ho temuto che sir Gramm e sir Ritter non mi avrebbero dato ascolto, ma alla fine Lady Luna e sir Fabre sono riusciti a vincere le sue ritrosìe: è stata proprio la decisione di Lady Luna di mettersi alla guida della spedizione al comando dei suoi uomini a convincerlo - o per meglio dire a costringerlo, visto che l'alternativa sarebbe stata lasciarla sola e fare rischiare la vita all'ultimo plotone di Dossler.

Spero che, quando diventerò grande come lei, riuscirò anch'io ad avere un pò del coraggio e della tenacia di Lady Luna: la sua calma e la capacità di prendere sempre la decisione giusta mi ricordano June. Ed è proprio con lei che devo mettermi in contatto adesso, visto che sono praticamente l'unica che, per ovvi motivi, non può partecipare alla sortita. Con me sono rimasti solo Stephanie e Duncan, due soldati di Angvard che hanno il compito di portarmi nuovamente sulla torre e assicurarsi che non rimanga da sola, vista la presenza inquietante dell'ospite indesiderato.

La Sacra è davvero imponente, ma le ombre della notte, la neve e il fatto che sia quasi deserta la rendono a tratti spettrale. Ho sentito delle storie, a Dossler, su questo luogo: storie di uomini che sono riusciti a sopravvivere per decenni all'interno di queste mura, isolati dal resto del Continente, sfidando la rigidità delle intemperie, gli attacchi degli eserciti nemici e persino la presenza di mostri ancestrali.

«Come si chiama questa torre?» Chiedo a Stephanie, che mi precede lungo la prima rampa di scale.

«Non mi ricordo», risponde lei... «Aspetta, ce l'ho sulla punta della lingua: mi pare... mi pare...»

«Torre della Speranza», risponde il soldato dietro di me con uno strano tono di voce. «Quella che sta per abbandonarti».

«Come dite?» Chiedo mentre mi giro verso il suono della voce del soldato che mi hanno detto chiamarsi Duncan. Ma non c'è nulla, lì: soltanto oscurità.

Poi un calcio fortissimo mi colpisce proprio lì, sul braccio, provocandomi una fitta lancinante di dolore e precipitandomi al suolo.

Joad Kempf - Immagine

«Aithan Sèth, Kaairhàn», sibila Duncan sguainando la spada. No, non è una spada... e non è neppure Duncan.

«Tutto ok?» domanda Stephanie poco sopra di noi, ignara di ciò che sta per compiersi: mezza rampa di scale è tutto ciò che ci separa, eppure non farà mai in tempo. Non potrò avvertire June e gli altri della situazione al passaggio segreto, di quello che sono riuscita a ottenere.

I miei giorni finiscono qui, al piano terreno della Torre della Speranza. Sir Bloch, è stato un onore servire Pyros sotto il vostro comando. Alla fine avevate ragione voi: era una mossa troppo rischiosa. Ma c'è qualcosa che non sia troppo rischioso per una come me?

Addio June: solo gli Dèi sanno quanto non vorrei darti questo dispiacere, mi auguro che tu riesca a comprendere che non hai alcuna colpa di questo sfortunato epilogo.

Mamma, papà... avrei voluto rendervi più fieri di me. Padre Jamel saprà come consolarvi: vi dirà che, se non altro, sono morta all'interno di una Sacra della Luce.

Ma allora perché intorno a me non vedo altro che tenebre?

May Van Laren - Immagine
scritto da May Van Laren , 21:16 | permalink | markup wiki | commenti (0)
 
13 marzo 518
09/09/2021

Another one bites the...

... E anche questa è andata.

Era davvero un sacco di tempo che non mi prendevo così tanti rischi: lo scontro con gli Einherjar mi aveva provato parecchio, ma questo bestione spettrale rischiava davvero di farci fuori tutti. Per fortuna i pazzi scatenati con cui mi accompagno hanno desistito dai loro iniziali intenti suicidi e hanno deciso di darmi retta. Si credono esperti di questi luoghi perché sono miracolosamente ancora vivi, ma mi duole constatare che, a distanza di oltre due anni dal loro arrivo, non hanno ancora capito un accidenti.

Il loro difetto principale è senza ombra di dubbio la mancanza di umiltà: la sorte li benedice concedendo loro di vincere uno scontro o due ed ecco che cominciano a credersi invincibili.

"Ma si, dai, apriamo questa porta e prendiamo a calci nel culo quel risvegliato"!

E poco importa se non è un risvegliato ma un innalzato, o un araldo degradato, o chissà cos'altro. Considerare i rischi? Tempo sprecato. Ascoltare i consigli chi ne sa qualcosa di più? Neanche a parlarne. Recuperare le forze? Giammai.

Ci hanno messo più di 2 ore per convincersi ad aspettare il recupero dei miei poteri, nonostante fosse evidente fin dall'inizio che senza di me non sarebbero riusciti neppure ad aprire la porta d'ingresso. A dirla tutta, a momenti non riuscivano ad aprirla neanche dopo, è bastato qualche sasso dietro ai cardini per inceppare il meccanismo a molla con cui sono soliti gettarsi a viso, o per meglio dire a culo aperto verso il nemico.

Eppure, nonostante questo atteggiamento che persino Dagor non esiterebbe a definire eccessivamente temerario, alla fine in qualche modo è andata. Abbiamo eliminato l'incarnazione terrena di una bestia ancestrale a cui il fato aveva donato uno Yoki paragonabile a quello della troia suprema, e ce l'abbiamo fatta con le nostre sole forze... Più o meno.

Era da tempo che non partecipavo attivamente a un'impresa del genere. Devo ammettere che, volendo sorvolare per un istante sui rischi inverosimili che abbiamo corso e sul rapporto costi/benefici a dir poco irragionevole, è una gran bella sensazione: anche se non lo saprà nessuno, io e questi "cacacazzoni random" abbiamo scritto una piccola pagina di storia.

In tutta onestà, questo esito insperato renderebbe persino lecita una considerazione ulteriore: se persino un gruppo male assortito come questo è riuscito a compiere una simile impresa significa che anche la troia suprema può essere sconfitta.

Ma non è questo il momento di perdersi in pensieri così ambiziosi sulla scia di un ottimismo che, confido, sarà rapido a scemare: concentriamoci piuttosto sulle informazioni contenute nel diario che abbiamo appena finito di leggere. Visto che i cacazzoni si stanno scervellando per venirne a capo, forse potrebbero apprezzare un piccolo riassunto cronologico degli eventi. Mi permetterò giusto di prendermi qualche piccola libertà sulle date e sui (pochi) eventi che i dati al momento in nostro possesso ci consentono soltanto di ipotizzare.

Nave Nordra nel mare in tempesta

Tutto ha inizio nel 508, quando una nave di esploratori proveniente da Norsyd ha la (s)fortuna di imbattersi in alcuni cocci provenienti dall'antica città di Dioghail che il mare aveva trasportato sulle coste di un'isola sperduta a largo delle coste di Ilsanora. I Nordri cominciano a smerciare quella roba a Ghaan e a poco a poco la voce si sparge, fino ad arrivare alle orecchie di uno stregone molto potente (Aghvan): il mago capisce subito che quelle chincaglierie sono solo la punta di un iceberg ben più appetitoso e decide di farsi amico l'attuale Duca di Feith, Paul Sallivan, che - per usare un eufemismo - non è la mente più brillante del Granducato. Nel giro di pochi anni Aghvan diventa amico intimo del Duca, del suo compagno di merende (il Conte Veilor Glidewell) e di quell'altro vulcano del fratello (Vargas Glidewell), ai quali promette mari e monti in cambio di un lasciapassare permanente per le sue ricerche a Elsenor e, soprattutto, massima discrezione.

Ottenuto il benestare dei peggiori feudatari del Ducato (e forse della storia), Aghvan comincia a fare spola tra Elsenor e la parte nord-ovest di Feith. In quegli anni (509-513) ad Aghvan succedono tre cose importanti:

1) viene raggiunto da una gran quantità stregoni: c'è chi non vede l'ora lavorare con lui (Reamon, Vorkhan, Griesberg e molti altri), ma anche chi lo cerca per altri motivi (Claire, Luger), vuole dare un'occhiata pur restando a debita distanza (Norman Thelen, Dust) o semplicemente segue la corrente sperando di raccogliere qualche briciola qui e là (Berion);

2) stringe amicizia con il Signore di Ghaan, ennesimo miserabile indegnamente assurto al rango di governante di questo sventurato Ducato;

3) scopre i Resti di Kraalor, ovvero - la faccio semplice - la sua riserva personale di Sangue degli Antecessori;

A seguito di questa scoperta Aghvan mette in piedi uno o più laboratori nelle isole di Ilsanora (quelli che il Diario di Jamie Mourne chiama "i laboratori presso Dioghail") e ne affida la gestione ai suoi seguaci più fidati. Gli esperimenti hanno ben presto bisogno di cavie umane, nonché di qualcuno che si occupi della sicurezza e della gestione degli "incidenti di percorso", rendendo necessaria la presenza di un apparato militare: nascono così i Cercatori del Sangue, gentilmente messi a disposizione dal Signore di Ghaan.

A quel punto (514) cominciano i guai: i primi esperimenti sono un disastro, il Sangue non funziona e anzi provoca effetti collaterali a dir poco deleteri. Da quei laboratori escono (letteralmente) i primi risvegliati, rischiando di scatenare un'epidemia che viene contenuta per miracolo; tuttavia, quegli scellerati tentativi riescono anche produrre qualcosa di spendibile, tra cui almeno un innalzato di cui abbiamo notizia (Bondred): si tratta probabilmente del primo esemplare ad oggi noto, almeno per quanto riguarda Ghaan.

Naufragio

Ma la sfiga è sempre in agguato. Alla fine del 514 Vargas Glidewell si accorge che i selvaggi a cui aveva rifilato perline fino al giorno prima sono molto più furbi di lui: in un attimo la sua testa finisce dove non può più far danni, Nuova Lagos viene spazzata via e il mare si riempie di Gaothlas che fanno a gara a chi affonda più navi Greyhavenesi.

Vista la mala parata Aghvan è costretto a riparare a terra, tuttavia non si dà per vinto e, insieme al Signore di Ghaan e ai Cercatori del Sangue, realizza altri tre importanti obiettivi:

1) mette in piedi altri laboratori (tra cui il Laboratorio Segreto di Gultch) e organizza nuove spedizioni di ricerca presso tutte le necropoli che riesce a raggiungere (Osterch, Holov, Cantor, Valith, etc);

2) ottiene altri risultati spendibili da mostrare ai feudatari di Feith, ma anche ad altri potenziali compratori (Greyhaven) interessati a dotarsi di soldati "invincibili" per qualche guerra imminente;

3) scopre l'esistenza di un'altra riserva di Sangue degli Antecessori (nei pressi del fiume Asrael, a nord della città di Feith), che per comodità chiameremo Resti di Shaalaren;

Arriviamo così all'estate del 515, quando inizia la Guerra delle Lande.

Guerra delle Lande - Immagine

Nessuno di noi può sapere con precisione se e quanto le attività e le scoperte di Aghvan abbiano o meno influito sullo scoppio della guerra, e neppure il Diario di Jamie Mourne chiarisce a dovere questo aspetto. Al tempo stesso, le coincidenze temporali sono tali da far venire il dubbio che qualcuno abbia approfittato della situazione per mettere fretta a qualcun'altro, o magari per costringerlo a mostrare le carte: ma magari sono io a pensar male. Fatto sta che Ghaan è forse l'unico feudo dell'intero Esercito Lealista che non esce da quel conflitto con le ossa rotte, riuscendo addirittura a mantenere lo stesso governante (ok, questo forse non è un gran traguardo, ma tant'è).

A gonfiare ulteriormente le vele di Ghaan ci pensa inoltre un'altro scherzo del fato. Durante la guerra Aghvan viene attaccato da Claire, la quale per poco non riesce a farlo secco: lo stregone riesce a sopravvivere ma è costretto ad abbandonare i Resti di Shaalaren, che - complice il goffo intervento di Berion e una discutibile iniziativa dell'Esercito di Uryen - assumono, per usare un altro eufemismo, vita propria. Gli altopiani si riempiono così di Risvegliati (e di Kreepar, ma questi ultimi al momento non ci interessano): ed ecco che Ghaan si trova improvvisamente in vantaggio, in quanto è l'unico feudo del circondario a possedere la "tecnologia" necessaria per garantire - agli Innalzati e a chi si trova vicino a loro - una certa protezione dal morbo.

In conseguenza di tutte queste favorevoli congiunzioni i Cercatori del Sangue riescono dunque a restare operativi, cambiando di lì a poco nome e divisa. A guastare le feste sul più bello arriva però l'incoronazione di David Raleigh, che diventa Dominus di Angvard e reclama una porzione di territorio che, ironia della sorte, contiene tutti i principali laboratori, siti di ricerca, cimiteri e necropoli dove i lavori di Ghaan erano rimasti a metà.

E così si giunge al 516, anno in cui Ghaan comincia la sua guerra di logoramento contro Angvard: l'obiettivo non è tuttavia conquistare la città, ma rendere la signoria impossibilitata a impedire la ripresa delle attività dei Cercatori (ora Custodi) del Sangue: e magari, visto che ci siamo, a testare l'efficacia dei nuovi traguardi acquisiti nel frattempo. Così si spiegano le operazioni compiute a Osterch, alla Sacra dei Difensori e, in ultimo, presso il villaggio di Holov.

Ed è proprio a Holov che si palesa l'ultimo, grande protagonista della nostra storia: la troia suprema, nonché ad oggi unica erede dei Resti di Vaalafor... O almeno credo.

Mirai Raken - Immagine 1

Chi se lo sarebbe mai aspettato? Non certo Aghvan, a cui non resta che veder svanire dalle sue grinfie la terza (e spero ultima) miniera di Sangue. Quel che è certo è che quella creatura, complice un ospite evidentemente perfetto e una sorprendente capacità di adattamento agli intrighi e ai sotterfugi tipici dell'animo umano, riesce in pochi mesi a creare uno scompiglio mai visto prima.

Ciò che è accaduto dopo, come si suol dire, è cosa nota: Yara e David hanno continuato a combattere contro Ghaan; i feudi di Uryen e Dossler sono accorsi in loro aiuto; la stessa scelta (con qualche rassicurazione in più) l'hanno fatta anche Acab e i membri dell'Armata del Corno, un tempo alleati di Ghaan ma poi ragionevolmente disgustati dalle ricerche di Aghvan. Nel frattempo, la troia suprema si è dotata di un manipolo di innalzati, ha fondato una sorta di "religione" e ha stretto alleanze con un'altra mandria di governanti idioti (a Skogen, Trost, Skylaar, nella Valle del Torto e chissà dove altro), la cui madre giumenta è a quanto pare sempre incinta.

E veniamo infine all'ultimo atto - per ora - di questa sceneggiata: l'Armistizio della Rinascita, che segue di qualche mese l'arrivo di uno squadrone di soldati di Greyhaven mandato a "risolvere la situazione" e costringe Angvard e Ghaan a interrompere le ostilità. Un armistizio che, di fatto, lascia Aghvan e i Custodi del Sangue liberi di proseguire con le loro attività, costringendo chiunque non sia d'accordo alla resa o alla diserzione: una vera e propria condanna a morte per chiunque sia così stupido, testardo o ingenuo da farsi guidare dagli ideali anziché dalla logica e dal buon senso. E la mera presenza di uno squadrone di Greyhaven attaccato alle terga di chiunque si accinga a marciare verso Nord avrebbe dovuto insospettire chiunque, con o senza lettere e diari a rendere ancora più forte la puzza di fregatura.

Chi può essere così stupido da disertare a queste condizioni?

Posso capire Yara, lei è una paladina: oserei dire che non può fare altrimenti. Posso capire suo fratello David, ancora troppo giovane e acerbo per comprendere che la sorella è bella che spacciata.

E posso ovviamente comprendere le motivazioni che possono spingere Acab e i suoi: senza la legittimazione di Angvard l'Armata del Corno non è che un branco di disertori sfuggiti alla corte marziale, non c'è alcun futuro per loro nel Ducato che si sta delineando; stando così le cose, tanto vale giocarsela fino alla fine.

Razionalmente parlando, posso spiegarmi persino la scelta "cinica" del priorato di Dossler: il rispetto formale degli impegni presi nei confronti di un'alta rappresentanza della chiesa di Dytros può ben valere la vita di qualche soldato, forse addirittura quella della congiunta più idealista - e guarda caso più popolare - della Sorella Custode.

Ma cosa dire di Marvin Barun, sir Logan Treize e tutti gli altri soldati veterani che sono partiti lancia in resta da Uryen? La loro scelta è l'unica che davvero non riesco a comprendere: in absentia di senno, mi verrebbe da dire. A meno che non siano diventati tutti Paladini, visto che la riconquista della Sacra dei Difensori resterà con tutta probabilità l'ultimo traguardo conseguito prima di essere spazzati via.

E la cosa peggiore è che, facendosi due conti, sarà già tutto finito da un pezzo.

E adesso chi glielo dice a questi?


Dust - Immagine
scritto da Damon Dust , 02:11 | permalink | markup wiki | commenti (0)
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