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« Se è amica tua forse non lo vuoi sapere che le hanno fatto... roba bensoniana.... »
- Alec Standen -
 
Myst Cyclopedia

Ricordi di una bambina del Miele Nero

Dora Barrow.Questo breve racconto ricostruisce la vita di Dora Barrow, da lei raccontata in prima persona.
Ovviamente è una storia a disposizione dei giocatori, ma nella "realtà" Dora non confida niente di tutto questo a chi la interroga (almeno, al momento non è accaduto).
A chi interessa scoprire un po' di retroscena... buona lettura.

È imprevedibile come un uccellino

La prima volta che vidi Sir Dermont avevo otto anni. Mi trovavo a Bruel, presso le Sorelle della Misericordia, sante donne consacrate a Reyks che si prendevano cura di malati, moribondi, e di bambini abbandonati o strani come me. In particolare era Madre Therese a occuparsi di noi piccoli, e lo faceva con distacco e grande senso pratico. C’era un’ora per mangiare, un’ora per pregare, un’ora esatta per andare a coricarsi. Niente slanci di affetto, ma non soffrivamo né la fame né il freddo, vivevamo segregati in due stanze della sagrestia di Santa Ivyclerc, ben sorvegliati e controllati. Nei due anni che sono stata lì si sono avvicendati diversi bambini, non eravamo mai più di dieci, né meno di sei: ricordo Thomas, ragazzino dagli occhi a mandorla e un po’ stupido, ma bravissimo a disegnare sulle pareti e sui pavimenti, con grande disperazione delle monache; Ghenna, che aveva tre anni ed era sorda e muta, e portava le treccine bionde; Maya, la più grande di tutti noi, che non sapeva muovere le gambe e poco a poco nemmeno più le mani; Ernest, pieno di movimenti inconsulti, col viso deformato in una perenne smorfia di dolore.
E poi c’ero io, Dora. Rifiutata da due orfanotrofi, mandata via dall’unica famiglia che per qualche settimana aveva pensato di adottarmi.
Ad un’occhiata superficiale sembravo una bambina normale, una graziosa brunetta come tante. Avevo, sì, la strana cicatrice sulla spalla, ricordo di un dardo di balestra ricevuto nel giorno più lungo della mia vita, ma ormai la ferita appariva rimarginata, e certamente non ero io a volerci ripensare o a parlarne volentieri.
Quel che spaventava le monache, e che aveva determinato il mio allontanamento dai normali orfanotrofi, erano le mie frequenti “crisi”. Sottovoce si parlava di epilessia, e quando finivo in terra schiumando e contorcendomi per il dolore tutti si preoccupavano che non mi strozzassi con la mia stessa lingua. Non era epilessia, e io lo sapevo benissimo, ma a che scopo rivelarlo? Tanto comunque nessuno sarebbe stato in grado di aiutarmi. Per tutti ero Dora l’epilettica, e tanto bastava.
Venne sir Dermont una mattina autunnale, convocato dalle monache per dare una consulenza medica riguardo alcuni pazienti che presentavano i sintomi di una brutta malattia infettiva. Ricordo che mi colpì quel signore anziano, così distinto e vestito di velluti sgargianti bordati d’oro, con la lunga veste che quasi toccava terra. Le monache lo trattavano con grande rispetto, come un’autorità, ma lui aveva un modo di fare bonario e sorridente. Quando mi passò vicino nel corridoio mi scompigliò i capelli con la mano. Stava camminando e parlando, era distratto, ma improvvisamente si fermò per osservarmi.
“Ciao bambina”, mi disse accucciandosi per stare alla mia altezza. Ricordo i suoi occhi di colpo attenti e indagatori, “come ti chiami?”
“Dora”, risposi. E in quel momento sentii la scossa, e sussultai.
Madre Therese si accorse di questo strano dialogo e si fermò. “Sir Dermont… perdonate la bambina se vi disturba” disse, “seguitemi pure da questa parte”.
“Tutt’altro, non mi disturba per niente”, rispose lui. “Cos’ha questa piccola? Perché si trova qui?”
“È epilettica”, tagliò corto la monaca.
Sir Dermont mi guardò ancora una volta, e nuovamente avvertii quella strana sensazione. Che cosa stava facendo? Come faceva a suscitarmi quello strano brivido, che mi attraversava da testa a piedi come un brutto ricordo? Lui non disse nulla e si allontanò con Madre Therese, lasciandomi nel corridoio schiacciata alla parete.
L’indomani tornò. Lo vidi scendere dalla carrozza attraverso la finestra della nostra stanza, e subito mi sentii pervadere dall’agitazione. Non chiedetemi come, ma sapevo che era lì per me. Sgattaiolai silenziosamente fino alla stanza di Madre Therese e mi nascosi fuori della sua porta per origliare. Riconobbi subito la voce di Sir Dermont, e quelle di Madre Therese stessa e di Madre Adele, la superiora. Non sentivo tutto, parlavano piano, ma era chiaro che stessero parlando di me.
“Sono pronto a dare le mie garanzie” stava dicendo Sir Dermont, “e a risarcire questa struttura per quanto avete fatto negli ultimi due anni per allevare la piccola”.
“Siamo onorate di un simile interessamento, dimostrate grande misericordia a volervi prendere cura di un’orfanella malata come lei”.
“Ditemi ancora delle sue origini, da dove viene”.
“Da un villaggio vicino Laon” rispose Madre Adele, “il villaggio di Ratel”. Pausa.
“E i suoi genitori?”
Nascosta dietro la porta, scossi il capo. Niente genitori, mai avuti dei genitori.
“Morti. La piccola viveva in un castello con un parente, un vecchio zio… che è perito anch’egli quando il castello è stato preso d’assalto da alcuni banditi”
Bella storia, Madre Adele. Molto rassicurante.
“Quando posso portarla ad Achenar?”
“Quando volete. Anche oggi stesso. Madre Therese vi spiegherà come prendervi cura di lei durante le sue crisi…”
“No, non penso che occorra, credo di sapere come aiutarla”.
“Fate attenzione. La bambina in quei momenti è imprevedibile come un uccellino, rischia di farsi male da sola, o di farne ad altri”.
“Non temete”.
Rumore di sedie, movimento. Dovetti scappare via prima di sentire la fine del discorso, ma avevo già ascoltato abbastanza.

Sei tu a decidere se sarà un dono o una maledizione

In carrozza verso Achenar Sir Dermont mi parlò a lungo, rivolgendomi molte domande e ascoltando le risposte con l’attenzione che di solito si riserva ad un adulto.
Mi chiese di Ratel, della vita al castello, mi chiese di raccontargli il giorno assurdo e sanguinoso della nostra “liberazione” da parte di quell’assassino che adesso ha preso il posto del mio tutore nel suo castello, dopo averne sposato la figlia: Dorothy, ricordo bene di lei.
“Non tutore, rapitore, dovresti dire”, mi corresse Sir Dermont. Annuii. Rapitore. Ma che importanza ha ormai? È stato lui a prendersi cura di me per tanti anni, ad insegnarmi a parlare, a sostituirsi a quei genitori di cui non rammento più nemmeno il volto, né la voce.
“Parlami del miele che ti dava”.
Non mi aspettavo che Sir Dermont conoscesse anche questo mio segreto. Così mi aprii con lui, gli confidai quanto fosse violento il desiderio di quel miele, e come fosse la sua mancanza, e non l’epilessia come pensavano le monache, a sbattermi a terra nei contorcimenti e nell’agonia. Lui annuiva, pensieroso. Sapeva di cosa stavo parlando, e questo mi diede il coraggio di domandare: “e voi, voi avete quel miele? Potrete ricominciare a… darmelo?”
Il cuore mi batteva fortissimo, sentivo tra le labbra asciutte crescere il desiderio del suo sapore, dell’energia che sapeva darmi. Ed ero lacerata dalla paura di sentirmi dire di no.
Sir Dermont mi osservò a lungo in silenzio, prima di rispondere. Sembrava volesse leggermi dentro, interpretare nel mio sguardo il terrore e la fame che mi divoravano. Poi, lentamente, scosse il capo.
“No, non so ricreare il Miele Nero, mi dispiace. Ma forse…” aggiunse mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime, “forse so ugualmente come alleviare la tua sofferenza, come liberarti della tensione che a volte ti assale”.
Mi spiegò così di essere un Maestro di Magia di Amer, e che mi avrebbe insegnato a dare sfogo all’energia che a volte si impossessava di me, al “Potere”, come lo chiamava lui. Dopodichè mi diede una piccola dimostrazione di cosa poteva fare, lì in quella carrozza, facendo apparire bellissime immagini tra le sue mani, luci e colori, misteriose ombre.
“Anche io potrò fare cose così meravigliose?” domandai, a bocca aperta, mentre un formicolio di piacere mi correva sulla pelle.
“Molto di più, Dora, potrai fare molto molto di più”. Poi mi guardò in viso e sorrise: “tu hai un grande potenziale: fino ad oggi questo è stato solo un tormento per te, ma d’ora in poi… sei tu a decidere se sarà un dono o una maledizione”.

Dora Barrow - Immagine 7

Il dono

“Buon compleanno Dora”.
Per i miei sedici anni Sir Dermont organizzò una grande festa ad Achenar.
Ci vedevamo raramente in quel periodo, lui viveva quasi sempre ad Amer, dove insegnava, mentre io ero affidata alle cure di uno stuolo di domestici e istitutori. Mi trattavano come una principessa, un uccello raro protetto da una voliera. Quando, periodicamente, il mio tutore veniva in città, passavamo molte ore insieme durante le quali mi trattava come un’allieva, insegnandomi a governare il mio Potere, a capire quando l’onda diventava talmente forte da richiedere uno sfogo, a controllare il bisogno di liberarmene senza che questo mi arrecasse troppa sofferenza. Mi diceva sempre che io non ero una maga come tutte le altre, e che l’altalenanza ciclica del mio Potere era qualcosa che mi rendeva unica, in un certo senso: e dovevo ringraziare il mio “rapitore” per tutto questo.
Il giorno prima dei miei sedici anni Sir Dermont venne ad Achenar, e con lui anche alcuni suoi discepoli di Amer, che presero alloggio nell’ala degli ospiti del nostro palazzo. Erano giovani poco più grandi di me, tutti di buona famiglia, cortesi e galanti. Sir Dermont me li presentò e, senza proprio dirmelo direttamente, mi lasciò intendere che sarebbero stati dei partiti più che accettabili per me.
Un pensiero gentile, che mi offese terribilmente. Ma come: dopo tanti anni spesi ad insegnarmi come usare il Potere, questo era il futuro che Sir Dermot immaginava per me? Tutto qui?
Guardavo quei ragazzi, sorridevo ai loro sorrisi, mi inchinavo ai loro inchini e graziosamente protendevo la mano per farmela baciare. Ma dentro di me ribollivo di rabbia e delusione.
“Questa è la mia pupilla, Dora”.
“Onorato”.
E via di riverenza, di sorriso, di noia. Già sapevo che questa festa in mio onore sarebbe stata di una tristezza unica, fino a quando la porta della sala fu spalancata di fretta ed un uomo che non avevo visto prima si precipitò dentro. Era un tipo massiccio, sui trent’anni, dallo sguardo duro e deciso. Non bello, questo no, ma così concreto e reale, nel suo aspetto, da incuriosirmi.
“Devo parlarvi”, disse al mio tutore senza tanti complimenti.
“Ma Parrot… oggi è il compleanno della mia pupilla, vedi che ho ospiti…”
“È urgente. La vostra pupilla capirà” rispose lui senza guardarmi. E trascinò via Sir Dermont nel suo studio, lasciandomi lì imbambolata a scambiare chiacchiere inutili con gli ospiti.
Dopo circa un’ora, Sir Dermont e lo sconosciuto tornarono nella sala.
“Dora cara, ti presento Parrot Shaft. Un tempo fu mio discepolo… adesso si può dire che ha superato il maestro”.
Lui fece una faccia strana, poi mi guardò: “Dora… piacere”.
Mentre ci stringevamo la mano, avvertii la scossa, il segnale. Parrot Shaft era curioso di capire se anche io fossi dotata di Potere magico, se anche io fossi come lui. Beh, lo ammetto, non ho resistito, e a mia volta ho cercato di fare la stessa cosa, di “sentire” il suo Potere. E di dimostrargli che avevo colto il suo tentativo e non ero da meno.
Sir Dermont non si accorse del gioco di sguardi che seguì quella interminabile stretta di mano. Si allontanò tra gli ospiti, da bravo padrone di casa, lasciandoci soli.
“Tu sei la ragazzina allevata a Miele Nero, giusto?” mi chiese Parrot Shaft continuando a fissarmi. Annuii lentamente, incapace di distogliere gli occhi dai suoi. Sentivo il suo sguardo che mi entrava nella testa, indagatore, invadente. Sfacciato. Lo sentivo mentre frugava nei bauli della mia memoria, mentre ispezionava le stanze chiuse e polverose, apriva porte scricchiolanti, avido di ogni cosa.
“E voi come fate a saperlo?” riuscii a chiedergli.
“Dieci anni fa ero discepolo del tuo tutore. E lui me ne parlò. Mi disse del tuo strano Potere altalenante, e di come fosse…” fece una pausa, accennò un sorriso strano, “di come fosse doloroso per te trattenere quell’energia senza sapere come liberarla. Mi parlò molto della strana bambina che aveva trovato, dal potenziale così inconsueto, simile all’andare e venire della marea”.
Nella sala i musici avevano iniziato a suonare, e fummo costretti ad arretrare di qualche passo verso il muro, per non trovarci in mezzo alle persone che danzavano. Non so come mi ritrovai con le spalle poggiate sulla parete, mentre Parrot Shaft mi parlava da vicinissimo, quasi schiacciandomi al muro. Ne distinguevo l’odore acido e intenso, penetrante.
“Sir Dermont mi disse che avrebbe cercato di insegnarti come dominare il tuo potere, come sfogare l’onda di marea senza dolore. Come trasformare una maledizione in un dono”. Tacque un istante, sempre fissandomi, poi chiese: “dimmi, Dora, ci è riuscito?”
“S-sì… credo di sì” risposi, subito pentendomi di aver mostrato incertezza. “Sì, adesso sono perfettamente in grado di controllarmi”.
Parrot Shaft sorrise. “È un’affermazione molto forte questa, Dora. Nessuno… nessuno è perfettamente in grado di controllarsi”.

La maledizione

La festa finì a notte inoltrata.
Shaft era andato via presto, dopo il nostro colloquio, ed io trascorsi il resto della serata stordita, confusa, come sotto l’effetto di un incantesimo. Ricordo di aver danzato con vari cavalieri, di aver riso alle battute spiritose di molti, di aver ricevuto doni e complimenti in abbondanza.
Quando finalmente potei ritirarmi nella mia stanza, stanchissima, mi lasciai cadere ancora vestita sul letto e sospirai, con gli occhi chiusi.
La finestra era socchiusa, sentivo un filo d’aria che mi arrivava sul viso, il profumo di gelsomino del nostro giardino. Sorrisi sbadigliando: finalmente la serata era terminata, la festa conclusa, potevo riposare. Eppure ero inquieta, turbata. Non riuscivo a togliermi dalla testa gli occhi nerissimi di Parrot Shaft, così sfacciati e invadenti. Continuavo a sentire nelle orecchie la sua voce, da cui traspariva ironia, ma forse anche qualcos’altro. E sentivo ancora persino il suo odore intorno a me, anche se appena percettibile.
Iniziai a sciogliere i lacci stretti del mio corpetto ancora distesa, respirando via via più a fondo. Poi mi tirai su, in piedi, e lasciai scivolare a terra il vestito. Era rosso, ornato d’oro. Quindi, in sottoveste, sfilai gli orecchini e la collana che indossavo, poggiandoli sul comodino.
Improvvisamente un rumore, appena percettibile, mi fece voltare verso la finestra. Il vento, certamente il vento, l’aveva mossa. Mi avvicinai per chiuderla e di nuovo sentii quell’odore. Ma come era possibile? Eppure…
Socchiusi gli occhi per sentirlo meglio, avvertivo la sua presenza vicino a me, avevo l’impressione che se avessi allungato una mano avrei potuto toccarlo. Rabbrividii. Impossibile.
Mi costrinsi a chiudere la finestra e a voltarmi di nuovo verso il mio letto, dando le spalle a quella sensazione. Sfilare la sottoveste mi costò un’immensa fatica. Sentivo la mia pelle esposta, elettrica, tremendamente indifesa. Mille aghi invisibili mi ricoprivano di buchi, e dovetti affrettarmi ad infilare la camicia da notte per proteggermi un po’. Ma non bastava, mi sentivo ancora troppo scoperta. Allora entrai sotto alle coperte, tirandole su fino al mento.
La candela sul mio comodino illuminava la stanza, ero da sola. Senza ombra di dubbio, sola. Nella stanza accanto dormiva la mia domestica, di fronte, dall’altra parte del corridoio, il mio tutore, Sir Dermont. Non c’era nulla di cui aver paura, ma non trovavo il coraggio di spegnere la luce.
Non ce ne fu bisogno.
Una mano invisibile, proprio come si racconta nelle storie di fantasmi, mi toccò la faccia. Non era un fantasma però, era una mano reale, concreta. Io quasi gridai per lo spavento, ma la mano mi si poggiò sulle labbra con decisione, impedendomi di far rumore.
“La prossima volta che il tuo Potere crescerà a dismisura e ti griderà di liberarlo, e ti farà morire di dolore e quasi impazzire, voglio che tu lo trattenga fino a piangere, e agonizzare, e vedere le stelle. E voglio essere qui con te mentre succederà, voglio sentire e vedere ogni cosa”.
Spalancai gli occhi. Era Parrot Shaft, in un sussurro, con le labbra invisibili poggiate al mio orecchio e un tono che non ammette repliche.
“Adesso libererò la tua bocca. Se vuoi, grida pure. Se non griderai…”
La pressione sulle mie labbra scomparve, presi fiato. Il mio cuore batteva all’impazzata, per il terrore ed una sinistra eccitazione. Non gridai.
“… se non griderai vuol dire che sei mia, e che la tua risposta è un sì” concluse lui. E poi svanì.


Dora Barrow - Immagine 6

L’onda del Potere

Nei giorni seguenti rimasi a lungo da sola nella mia stanza, evitando con varie scuse di incontrare Sir Dermont. Gli esercizi nell’uso del Potere, che lui sempre mi suggeriva per liberare la pressione dal mio cuore, smisi del tutto di farli. I primi due o tre giorni quasi non notavo la differenza, ma poi, con il passare del tempo, il peso del Potere inespresso iniziò a farsi sempre più gravoso da sostenere.
Mi ricordava i tempi di Santa Ivyclerc, quando ancora non conoscevo alcun modo per liberarmi di quella tensione, e giunta al culmine crollavo a terra, in deliquio.
Dopo una settimana Sir Dermont partì per Amer, lasciandomi sola con la servitù. Dal giorno della festa non avevo più avvertito la sinistra presenza di Parrot Shaft nella mia stanza, ma quella notte, di nuovo, sentii qualcosa di strano, qualcosa che non andava.
“Shaft? Siete voi?” domandai con un filo di voce.
Silenzio, nessuna risposta. Eppure lo sentivo, ero sicura che fosse lì, a scrutarmi dalle ombre.
“Shaft… parlate, fatevi vedere… lo so che siete qui”.
Come tutta risposta, mi sentii abbracciare da dietro. Ed una scossa violentissima di Potere mi attraversò per un lungo istante, facendomi ricoprire di pelle d’oca.
“Ancora non sei pronta” disse lui, sempre a bassa voce.
“Pronta per cosa? Sono stanca di essere il vostro giocattolo, ditemi che cosa volete fare”.
“Lo sai cosa voglio. Tornerò tra tre notti. Tu pensa solo a resistere e a non liberare neppure una goccia del Potere che hai dentro. Altrimenti me ne accorgerò, e sarà tutto inutile”.
Tre notti… un’eternità, pensai mentre vedevo di nuovo la finestra che si apriva da sola, e sentivo che l’ombra di Shaft si allontanava. Tre giorni e tre notti senza sollievo, senza un attimo di riposo. Tre giorni e tre notti di sofferenza.
Mi diedi malata, chiudendomi in camera. Non avevo fame ma ero tormentata da una sete inestinguibile. Passarono il primo e il secondo giorno, e anche, faticosamente, il terzo. Al tramonto avrei voluto piangere per accelerare lo scorrere del tempo, ma anche per fermarlo, tanta era la paura di ciò che mi attendeva.
Comparvero le prime stelle, che potevo vedere nel cielo sempre più scuro. Tanta era la tensione nel mio corpo, il Potere che urlava e spingeva per aprirsi una via di uscita, che la mia pelle sembrava trasparente, mossa dall’interno da una strana luminescenza. Sudavo, tremavo, e ancora e ancora ardevo dalla sete.
Improvvisamente, finalmente, Parrot Shaft arrivò.
Non so come fece ad entrare, né quanto tempo era rimasto lì nell’ombra prima di rivelarsi. So solo che a un tratto mi voltai e lo vidi. Vestito di nero, in piedi nell’angolo della mia stanza.
“Brava, ce l’hai fatta”, disse compiaciuto.
Io ero talmente debole che non seppi cosa rispondere. Lui venne vicino, spinse indietro i miei capelli e mi guardò. “Brava bambina” disse di nuovo, facendomi rabbrividire. “Resisti ancora”.
Poi afferrò entrambe le mie mani ed iniziò a torturarmi.
Era come se facesse fluire dentro di me altro Potere, come se amplificasse il mio dolore, mentre l’onda cresceva a dismisura, lottando per liberarsi. Chiusi forte gli occhi ed aprii la bocca per gridare… ma lui me lo impedì, imprigionandomi le labbra con le sue, in un bacio che era una morsa, una prigione. Che mi impediva di respirare e mi soffocava, invadendomi con altro Potere, con altro dolore.
Le gambe mi cedettero ma lui mi spinse con la schiena contro il muro, sostenendomi senza darmi un attimo di tregua, avido del mio dolore e dell’assurdo Potere che lottava dentro di me per liberarsi.
Non so dire quanto sia durato. Ma infine sono esplosa, sprigionando tutto il Potere, la rabbia, la sete e il dolore che trattenevo. Ricordo un bagliore accecante, il calore, infinite stelle scintillanti davanti ai miei occhi. E il grido estasiato di Parrot Shaft, che finalmente si lasciava cadere accanto a me.
Rimanemmo a terra l’uno vicino all’altra a riprendere fiato, increduli, a lungo. Poi sentii la sua mano che si stringeva sulla mia, in un gesto di improvvisa debolezza, quasi di gratitudine, e scoppiai a piangere.

Il pavone fa la ruota

Parrot ed io diventammo amanti.
Clandestini, naturalmente. Ma non era difficile vedersi in segreto con il mio tutore sempre fuori, ad Amer, alla sua Università. Parrot padroneggiava molte conoscenze magiche, sapeva come rendersi invisibile, come sollevare in aria il suo corpo, come nascondersi e introdursi in segreto in una stanza. E molte di queste cose, nel corso dei mesi, me le insegnò.
Adoravo non sapere mai se ero da sola oppure no. Mi sentivo sempre su un palcoscenico immaginario, davanti agli occhi avidi di Parrot Shaft: sapevo che a volte mi spiava, che cercava proprio nella mia autentica solitudine la via d’accesso ai segreti più reconditi della mia anima. E la consapevolezza che lui potesse essere lì con me, nascosto, in qualunque momento, mi elettrizzava da morire.
Quando mi disse: “sono un assassino, ammazzo le persone”, non dubitai nemmeno per un istante che potesse scherzare. Lo sentivo, in fondo l’avevo sempre saputo. Le sue mani erano sporche di sangue, il suo animo privo di scrupoli e di coscienza. E quando aggiunse, tempo dopo: “uccidere mi piace, è eccitante, è la cosa che mi piace di più al mondo… dopo di te”, capii che stava mentendo, perchè io ero soltanto al secondo posto, nella sua graduatoria.
Non dissi nulla, non diedi a vedere quanto questo mi facesse sentire gelosa. Ma iniziai a pensare come rendermi ancora più desiderabile, non soltanto in ragione del mio strano Potere altalenante… ma proprio per il coraggio, la determinazione. Volevo che lui mi ammirasse sul serio, volevo che mi rispettasse, che mi considerasse, finalmente, una sua pari.
Fu così che ricordai le vecchie storie del ladro gentiluomo di Achenar: il Pavone, si faceva chiamare molti anni fa un misterioso ladro che non fu mai catturato. Decisi che avrei indossato le sue vesti, e che davvero avrei lasciato Parrot a bocca aperta.
Preparai tutto accuratamente, in segreto, approfittando di un periodo in cui sapevo che Shaft era fuori città, a pedinare delle persone per conto dei suoi abituali committenti. Non lasciai niente al caso, la polvere in grado di addormentare profondamente i padroni di casa, le piume di pavone da lasciare al posto dei gioielli, ogni cosa.
E quando finalmente Parrot tornò da me, ansioso di vedermi e di descrivermi con ogni dettaglio le atroci sofferenze delle sue vittime, gli dissi di no, di tacere e di seguirmi nell’ombra.
Lo condussi sotto una casa che conoscevo bene, casa di Sir Lee, quindi sul retro, in un vicolo, mi liberai di ogni indumento, salvo di una sottile cintura a cui avevo assicurato le poche cose necessarie. E, davanti ai suoi occhi sorpresi, spiccai il volo.
Fu il primo dei furti del Pavone, il primo di una lunga serie.
Ricordo l’emozione mentre aprivo silenziosamente la finestra, il piacere di sentirmi così leggera, trasparente, di vedere le mie mani scomparire e gli oggetti muoversi nell’aria da soli, per magia. Soltanto brillanti, decisi. Brillanti trasparenti come me, scintillanti come le stelle donate dal Potere.
Mi piaceva lasciare tutto perfettamente in ordine, trovavo che fosse molto elegante, rovistavo con calma pregustando lo scandalo del giorno successivo. E più i furti del Pavone andavano avanti, più la leggenda intorno a questa figura cresceva, ed io mi sentivo orgogliosa.
Anche Parrot rimase colpito. Non avevo mai visto nei suoi occhi una simile ammirazione per me. Passione, desiderio, quello sì, infinite volte. Raramente anche qualcosa di simile all’amore. Ma mai, prima che io indossassi i panni del Pavone, avevo letto nel suo sguardo ammirazione, orgoglio.
Saper fare qualcosa molto bene spinge a volte a voler strafare, e quando andai a casa di Karl Anderson esagerai.
Sapevo che quella notte Parrot mi stava spiando, godendosi lo spettacolo del mio ennesimo furto perfetto. Per questo, indossati gli orecchini della defunta moglie dello spadaccino, mi intrufolai nella sua stanza e gli regalai un sogno molto speciale. Un sogno di cui ovviamente lui non ha mai parlato con anima viva.
Sentivo la gelosia di Parrot come un fuoco che cresceva non distante da me, e per un attimo ho davvero avuto paura che avrebbe compiuto qualche gesto violento. Per la prima ed unica volta, mentre sentivo il suo sguardo assassino, provai quel che devono provare le sue vittime, la paura autentica di trovarsi indifesi davanti ad un animale feroce e sadico, privo dell’umana pietà.
Invece, sorprendentemente, una volta fuori da quella casa Parrot mi guardò con un sorriso compiaciuto.
“Sei veramente una strega”, mi disse. “Ti adoro per questo”.

La morte di Parrot Shaft

Parrot Shaft è morto stanotte, ed io sono prigioniera.
Mi attende un lungo percorso di umiliazione e sofferenza, in fondo al quale scorgo l’ombra tetra di un patibolo.
Abituata com’ero a sentire gli occhi di Parrot su di me, reali e immaginari, adesso mi sento veramente sola. Ho paura, come avevo paura dodici anni fa, nel castello di Ratel, inerme davanti alla balestra del giustiziere assassino che mi liberò. Ero la stessa persona che sono oggi: la bambina del Miele Nero, condannata ad essere trascinata dalla corrente, tra picchi e strapiombi, tra le stelle e il baratro.
No, adesso niente rimpianti. È stato un dono o una maledizione? Non ha importanza ormai. Il Pavone è prigioniero, i brillanti perdono la loro lucentezza, l’orgoglio e la vergogna si uniscono in un solo corpo. Il mio.
Prego solo che passi in fretta, e di scoprire al più presto cosa c’è dall’altra parte di questa notte.
Dora Barrow - Immagine 5
Creata il 20/10/2009 da Annika (2222 voci inserite). Ultima modifica il 20/10/2009.
1066 visite dal 20/10/2009, 14:00 (ultima visita il 22/11/2019, 07:16) - ID univoco: 2093 [copia negli appunti]
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